Alla finestra: Novelle
Enrico Castelnuovo
Alla Finestra
Novelle
DI Enrico Castelnuovo
_Seconda edizione, con numerose aggiunte._
Milano Fratelli Treves, Editori. 1885.
Proprietà Letteraria.
Tip. Fratelli Treves.
Avvertenza Degli Editori.
_Questo libro non è una semplice riproduzione di quello da noi pubblicato con lo stesso titolo nel 1878, e completamente esaurito. L'autore ne tolse alcune novelle ed alcune ne aggiunse. Tolse quelle che gli parevano più scadenti, aggiunse altre inserite già in precedenti raccolte, del pari esaurite e da lui credute non indegne di rivedere la luce._
_Così dei sedici lavori che si trovano oggi riuniti sono riprodotti dalla nostra prima edizione i seguenti:_ Alla finestra, Le chiacchiere della nonna, Nevica, La gamba di Giovannino, Il fratello del grand'uomo. Due ore in ferrovia, La democrazia della signora Cherubina, La confessione di Doretta, La pagina eterna.
_Invece _Un raggio di sole_ e _Il colpo di stato di Clarina_ appartengono al volume _Racconti e bozzetti_ stampato nel 1872 a Firenze dal Le Monnier; _Lo specchio rotto, Il parassita indipendente, Il maestro di calligrafia, L'orologio fermo, La lettera di Margherita_ sono tolti dai _Nuovi racconti_ editi a Torino nel 1876 dal Casanova._
_È insomma una scelta fatta dall'autore tra varie sue pubblicazioni e speriamo che la scelta non sarà sgradita ai lettori._
Alla Finestra
I.
Alla finestra ci si sta negli altri paesi per veder la gente che passa; in molte parti di Venezia ci si sta sopratutto per discorrere. E chi conosce questa città singolare non deve farne le meraviglie; parecchie delle nostre _calli_ sono così anguste che la camera dell'inquilino dirimpetto è assai spesso la cosa che si vede meglio affacciandosi al verone; le finestre si aprono le une nelle altre e paiono strette in sodalizio di mutuo soccorso; tu guarda qui, io guarderò costà. In queste viuzze, d'inverno, le donne si ammiccano dietro i vetri, si salutano con la mano; nella buona stagione, appena possono, si appoggiano al davanzale e mandano innanzi quei dialoghi che non hanno nè principio nè fine, e che il nostro Goldoni coglieva sul vero. Si ciancia di tutto: del tempo e dell'economia domestica, delle funzioni della chiesa e delle tresche della vicina, del grasso e del magro, delle bizzarrie dei bimbi e dei numeri del lotto, del cappello che la tale aveva domenica a messa e del rincaro del pollame, del puzzo dei _rii_ e del travaglio che danno le zanzare. In mezzo a queste chiacchiere innocenti si formano adagio adagio i pettegolezzi, le permalosità; indi mille soggetti di commedia che aspettano l'autore comico. Talora fra le due finestre, se da una parte vi è un uomo, s'inizia un intrigo galante che andrà a terminare nel matrimonio, oppure si risolverà in nulla come una bolla di sapone. Ma in tal caso, disgraziate quelle due finestre! Esse si terranno il broncio fin che non muti l'uno o l'altro degli inquilini.
Fra le tante _calli_ che vi sono in Venezia ce n'è una chiamata _Calle lombarda_. Il perchè di questo nome domandatelo agli eruditi; noi profani non sappiamo assolutamente che cosa ci abbia da fare la Lombardia. Da un lato, e precisamente a destra di chi ci entra, nè ci si entra che da una parte sola, sorgono alcune casupole disuguali, povere e affumicate; di fronte c'è il muro posteriore di un palazzone del seicento, la cui facciata guarda sul Canal grande, e un braccio di questo muro facendo angolo retto col lato principale viene ad occupare i due metri che fronteggiano l'imboccatura della _calle_, e le dà appunto in tal modo il carattere di via cieca. Il palazzo, dalla famiglia che l'ha edificato, è conosciuto sotto il nome di Cà Dareni e sul Canale fa abbastanza bella mostra di sè. Verso la _calle_ invece esso non presenta che una muraglia sgretolata, nelle cui fessure cresce il musco, e che finisce in un cornicione sotto il quale han posto il nido i colombi. La porta, un po' piccina per quella mole ciclopica, ha un pregevole martello di bronzo raffigurante un Prometeo legato alla rupe. Sopra la porta, a tre piani diversi, ci sono tre finestroni difesi da grosse inferriate. Sono i finestroni delle scale. Del resto, lungo tutto il muro, per quanto è alto e largo, non ci si vede che una finestra, precisamente all'estremità interna del vicolo. Essa dà luce ad un gabinetto, che viene a terminare una fila di stanze, l'ultima delle quali guarda il Canalazzo e le altre guardano un _rio_. Il muro di Cà Dareni è alto e le catapecchie di rimpetto son basse, ragione per cui il sole conforta le lucertole che sbucano dalle screpolature del palazzo e non manda mai un raggio benefico alle creature umane le quali abitano nelle catapecchie. Quanto alla _calle_, essa nuota nelle tenebre tutto il giorno, ma è rischiarata la notte da un fanale a gaz posto sull'angolo. Nondimeno la mancanza assoluta di sole mantiene il selciato in una condizione semipaludosa che fa acquistare ai passanti la buona abitudine dei piediluvi. Dico passanti così per dire, perchè in verità non vi passano che gl'inquilini delle case e del palazzo, quando se ne eccettui forse qualche coppia sentimentale che trova il luogo propizio alle sue espansioni. Si sbaglierebbe però a credere che la _calle_ fosse sacra al silenzio. Prima di tutto vi sono i rumori esterni, perchè la _calle_ sbocca in una stradicciuola non larga ma brulicante sempre di gente. Poi c'è il fruttaiuolo sulla cantonata che vale per dieci. Dal giorno in cui la prima castagna raccolta sui monti arriva a Venezia fino al giorno in cui è lecito arrostire castagne, egli vende i suoi marroni caldi, e richiama i compratori gridando a squarciagola — _Di bollio! Ma di bollio!_ Egli intende così di esprimere in pretto toscano che i suoi marroni bruciano anzi _bollono_, secondo la sua elegante dicitura. D'autunno egli lascia l'ufficio di urlare alla moglie, la quale magnifica in note di soprano sfogato la zucca santa e baruca, e non si stanca mai di ripetere _Cò negra! Ma cò negra!_ Finalmente nelle sere d'estate i due coniugi a vicenda proclamano ai quattro venti i meriti delle loro _angurie_ (cocomeri).
A ogni modo, nella _Calle lombarda_ la conversazione è languida. Ciò dipende dall'esser tutte le finestre, meno una, da una parte sola, dimodochè per vedersi bisogna sporger la testa fuori del davanzale e rischiare di prendere un torcicollo. Aggiungasi poi che in questa infelice condizione di cose _siora_ Annetta può discorrere con _siora_ Gertrude che le sta _muro con muro_, ma stenta a scambiare i suoi pensieri con _siora_ Veronica che abita quattro finestre più in là. Una conversazione generale è difficilissima e non si tiene regolarmente che il sabato dopo l'estrazione del lotto. Quando uno dei monelli che assistettero all'estrazione in piazzetta, passa davanti all'imboccatura della _calle_ con le sue polizzine di numeri in mano e gridando _Cò bei! siora_ Annetta, _siora_ Gertrude, e siora Veronica balzano tutte alla finestra e una di esse chiama il ragazzo, cala il panierino col suo centesimetto e ritira la lista di cui legge poi ad alta voce il contenuto. Allora si discute sui numeri che naturalmente si trovano assurdi perchè non si è guadagnato, e si conclude che oramai non _c'è più regola_, e che anche la cabala è diventata vecchia e bisognerebbe cambiarla.
Abbiamo già detto che sul muro del palazzo, oltre ai finestroni delle scale a cui non s'affaccia mai nessuno, si apre una finestra. Precisamente di fronte ad essa, sulla linea delle casupole, c'è una finestretta molto invidiata dai vicini perchè è la sola che possa vedere dentro Cà Dareni. Non s'invidia però la persona che da tanti e tanti anni siede a quel posto e non se ne muove che per coricarsi sopra un letticciuolo lì presso. Povera Gegia!
II.
Fino a dodici anni ella era stata un amore di bimba. Aveva lunghi capelli biondi, occhi grandi e bruni e una personcina svelta, elegante, su cui i cenci facevano l'effetto di sete e di trine. Mòrtale la mamma mentr'essa era ancora in cuna, ella fu l'orgoglio del padre, gondoliere presso una famiglia signorile, il quale, rimasto vedovo, aveva preso in casa una sorella nubile per attendere alla fanciulla. Filippo (egli si chiamava così) godeva di una singolare reputazione presso i barcaiuoli come quegli che aveva vinto il primo premio in due _regate_, e che conosceva tutte le regole dell'arte sua. Lo nominavano padrino nelle sfide, lo invocavano a giudice nelle contese e quando una parola era stata detta da Filippo, nessuno rifiatava più. Egli era inoltre un avvenentissimo uomo e si pavoneggiava nella sua livrea blù coi galloni d'oro. I bimbi lo guardavano con ammirazione e le donne più ancora dei bimbi. Egli faceva buon viso alle donne ed al vino, ma mostrava d'amar sopratutto la sua Gegia, che a nove anni sapeva leggere correntemente, conosceva la _dottrina_ come un canonico, e dava scacco matto per bellezza a quant'erano le fanciulle della parrocchia. L'accompagnava ogni domenica a spasso e di tratto in tratto la conduceva a visitare i suoi padroni che le regalavano o una chicca, o una moneta, o una vesticciuola. Di questi doni la moneta era il meno gradito per lei, giacchè suo padre la metteva in tasca ed ella non ne sapeva più notizia.
Anche i Dareni, patrizi molto boriosi e molto bene incamminati verso il fallimento, si degnavano di sorriderle e di carezzarla e avevano perfino consentito alle loro bambine d'invitarla a casa. La Gegia ci era entrata come in un castello di fate, era corsa per la lunghissima sala, aveva visto gli specchi e i lampadari di Murano su cui si frangevano i raggi del sole, aveva visto i quadri coi parrucconi e le poltrone dai grandi schienali dorati, aveva visto infine il conte Luca alzar dalle pieghe della _Gazzetta di Venezia_ il suo naso monumentale, tirar fuori di tasca un fazzoletto di colore e soffiarsi con uno strepito da svegliare i morti. Ma il suo maggior gusto era stato quello di chiamare a nome dalla finestra del palazzo che dava sulla _calle_ tutti i bambini di sua conoscenza e di salutarli con un _bondì_ pieno di degnazione. Le aveva fatto poi un effetto singolare lo spinger gli occhi da colà entro la stanzuccia della sua casa.
Quest'amicizia della Gegia coi _zentilomini_ suscitava certo qualche malumore, qualche invidiuzza, ma in complesso ella era benvoluta da tutti. Era buona, servizievole, facile ad affezionarsi, e la sua _aria di contessina_ non le faceva sdegnare la compagnia di quelli ch'erano da meno di lei. L'avevano carissima anche nella fabbrica di _conterie_ ove ella era entrata a undici anni e ove si distingueva per la sua assiduità al lavoro e per la sua intelligenza. Il signor Menico, il vecchio commesso che distribuiva le paghe il sabato, le pizzicava volentieri la guancia e ogni tanto le donava un cartoccio di perle colorate ch'ella portava a casa come un trofeo e con le quali si conquistava il cuore di tutti i bimbi del vicinato, comprese le contessine Dareni.
Quest'ultime però dovevano sparir presto dalla scena. Un bel giorno si seppe che il palazzo andava all'asta e che i Dareni si stabilivano in campagna. Infatti essi si dileguarono in silenzio lasciando dietro a sè un lungo strascico di debiti. Le contessine non si curarono punto di salutare la Gegia e la finestra sulla _Calle lombarda_ si chiuse.
La Gegia ne provò un vivo dolore, ma in quell'età le afflizioni non durano a lungo e l'ingresso del nuovo parroco avvenuto dopo alcune settimane la compensò ad usura della conversazione che le era mancata. Che spettacolo quell'ingresso! Tappeti a tutte le finestre, iscrizioni per tutti i muri, festoni lungo le strade, e baracche sui _campi_ ove si friggevano i _galani_, e si vendevano giocatoli. Il babbo, che nella pompa della sua livrea la teneva per la mano, aveva speso dieci centesimi per comperarle una specie di girandola, e l'aveva poi presa in collo in mezzo alla folla affinchè ella potesse veder meglio ogni cosa. In questa posizione eminente ella aveva letto quattro versi scritti in color verde sul muro della canonica nei quali si faceva giocare con molto spirito il nome e cognome del nuovo pastore:
_Dei parrocchiani il core_ _Conforti Don Vittore,_ _Il cor dei parrocchiani_ _Conforti Don Milani._
Le donnicciuole gridavano in estasi: _Siesta benedeta! Co'ben che la leze! Co'bela che la xè!_ Alla funzione in chiesa ella aveva poi saputo attirare perfino l'attenzione del parroco, che s'era informato con molta premura di lei.
A rendere ancora più memorabile quella giornata, la Gegia seppe che il palazzo Dareni era stato appigionato ad una famiglia forestiera, dimodochè fra poco si sarebbe riaperta la finestra prospettante quella della sua casa.
Ma, prima che ciò avvenisse, la fanciulla infermò di un male strano. Il medico della parrocchia non ci capiva nulla, un altro dottore che Filippo fece venire a veder la figliuola, disse che c'era un rammollimento della midolla spinale, che sarebbe occorsa una cura lunga, una di quelle cure che la povera gente non può fare a casa sua, e per le quali ci sono gli ospedali apposta. Ma alla parola ospedale la Gegia gridò come un'ossessa, Filippo dichiarò che sua figlia non andrebbe _in quei luoghi_, e le comari della _calle_ dissero a una voce e con molta solennità che i medici non ne indovinano una. Si ricorse quindi ai sapienti consigli di una empirica, la quale si rese mallevadrice della guarigione in quindici giorni. E siccome le febbri che avevano prima travagliato la fanciulla andarono via via rimettendo della loro intensità fino a sparire del tutto, così si cantò vittoria. _Siora_ Veronica, la moglie del falegname, giocò al lotto i numeri della guarigione, e guadagnò un ambo.
Fatto si è che la Gegia non tardò a poter essere levata dal letto e messa sopra una sedia, ma non c'era caso di farle fare un passo. Sarà debolezza — dicevano il padre e la zia e le vicine; ed aspettarono. Ma il tempo, il gran medico, non seppe giovare in nulla alla povera creatura. Le sue gambette che parevano fatte al torno si assottigliarono, s'incurvarono; pareva che un soffio maligno avesse arrestato lo sviluppo della leggiadra pianticella.
Con la beata spensieratezza della sua età, ella non dubitò un momento che sarebbe guarita; si metteva piena di fede certi empiastri che le erano suggeriti dalla ciarlatana, e faceva assegnamento sulla buona stagione. Il male l'aveva colta d'autunno, poi era sopraggiunto l'inverno, ma dopo l'inverno veniva la primavera, e con la primavera, chi non lo sa? rinasce tutto a questo mondo.
Intanto s'era fatta trasportare nella cameretta, la cui finestra guardava nella _calle_, e prospettava quella del palazzo Dareni. Questa cameretta si apriva sulla scala, e aveva servito fino allora come luogo di passaggio, ma la Gegia la preferiva alla stanza ove aveva dormito per lo addietro, appunto per poter vedere i nuovi inquilini del palazzo e sentire nella _calle_ le voci dei suoi compagni di giuoco. Ed ogni mattina, o si strascinava ella stessa carponi, o si faceva collocar dalla zia sopra una sedia vicino alla finestra. Teneva uno sgabello piuttosto alto sotto i piedi, e con una ciotola di conterie sui ginocchi e un mazzetto d'aghi in mano passava tutta la giornata a infilar perle. Dietro i vetri foschi e giallastri si vedeva così da mane a sera la sua testina di Madonna, più spesso curvata sull'opera sua, talora volta all'insù a cercar l'azzurro del cielo, e talora intenta a guardar dentro il palazzo che s'era riaperto.
III.
Era venuta ad abitar Cà Dareni una ricca famiglia tedesca e il gabinetto di fronte alla cameruccia della Gegia serviva di abbigliatoio ad una ragazza di tredici anni, già alta di statura e in via di acquistare proporzioni matronali. La chiamavano Lotte (Carlotta), aveva occhi azzurri, capelli castani, di cui le scendevano due lunghe treccie giù per le spalle; le rosee guancie davano l'immagine della salute. Con un po' di tempo sarebbe certo divenuta una bella ragazza. Quando vedeva la Gegia le sorrideva. Ma la vedeva poco, perchè era d'inverno, ed essa sollevava di rado le cortine, e più raramente ancora apriva la finestra.
La buona stagione non portò alla Gegia alcun miglioramento. I fanciulli del vicinato ripigliarono i loro giuochi nella _calle_, le rondini tornarono a far sentire i loro trilli armoniosi, ma ella era inchiodata nella sua sedia a infilar perle. Un dolore inatteso le aveva poi recato lo strano contegno di suo padre verso di lei. Nei primi tempi della sua malattia egli le aveva prodigato ogni sorta di cure; adesso, non isperando più ch'ella guarisse, era freddo, ingrugnato, le teneva il broncio. Gli è che Filippo, nel fondo, era un grande egoista. Aveva amato sua figlia finchè la bellezza di lei, gli elogi che le venivano diretti, lusingavano il suo orgoglio; adesso la commiserazione ch'ella destava negli antichi conoscenti muoveva la sua stizza, gli pareva un'offesa; adesso sarebbe stato lieto di poter dimenticare che aveva una figlia. Aveva amato il suo sorriso, non amava la sua mestizia e le sue lagrime; l'aveva amata ritta, svelta della persona, vispa delle movenze; non sapeva più amarla così rattratta, così pallida, così diversa insomma da quella ch'ella era. E cercava ogni pretesto per venire a casa meno che fosse possibile. Finalmente disse un giorno che d'ora in poi doveva passar la notte nel palazzo dei padroni, ed era vero, ma era vero altresì che aveva sollecitato egli stesso questo favore e che per ottenerlo s'era offerto di far la guardia al _padrone vecchio_, il quale contava più di settant'anni, e aveva bisogno che qualcheduno gli dormisse nell'anticamera. Presa questa risoluzione, Filippo lasciava trascorrere anche una settimana senza veder la sua figliola e credeva di adempir largamente a' suoi doveri di padre pagando la pigione di casa, e dando a sua sorella un piccolo peculio per mantenere sè e la Gegia. Ma queste poche lire non avrebbero bastato nemmeno a toccar la metà del mese, se non vi si fossero aggiunti i quattrini che la fanciulla continuava a guadagnarsi anche dopo la malattia col suo mestiere di infilatrice di perle. E l'ottimo signor Menico le portava in persona ogni sabato il suo salario, e non poteva capacitarsi che la più vispa delle sue operaie fosse ridotta così. Ma in cospetto di lei si mostrava pieno di fiducia, le discorreva dei miglioramenti introdotti nella fabbrica, dei nuovi locali che si erano aperti, e del posto ove la si sarebbe messa, quando fosse guarita. Ella stava intenta ad ascoltarlo, e sperava, e rinfrancata dalle sue visite, subiva con animo paziente l'abbandono del padre e gli umori bisbetici della zia Marianna. Costei non era cattiva ma brontolona, ed era affetta da una sordità che cresceva ogni giorno. Diceva che la Gegia non aveva voce affatto, ma s'arrabbiava poi s'ella gridava un po' forte, come se avesse da discorrere con una sorda. E nella sua stizza si chiudeva in cucina e faceva al gatto lunghe e feroci requisitorie contro la nipote, che sentiva benissimo le impertinenze a lei dirette, e sospirava.
Nell'aprile di quel primo anno di malattia, una bella mattina, la Lotte spalancando le imposte si affacciò al davanzale della sua finestra. Aveva un bianco accappatoio sulle spalle e doveva ancora pettinarsi.
Ella vide la Gegia nel solito posto.
La Lotte aveva imparato un po' d'italiano, e raccogliendo tutte le sue cognizioni, chiese:
— Come ti chiami?
— Gegia, signora.
— E stai sempre a quella finestra?
— Sempre.
— O perchè non ti muovi?
La poveretta arrossì, e sentì venirsi le lagrime agli occhi.
— Sono malata — rispose.
— È vero. Sei un po' pallida. O che cosa hai?
— Ho male alle gambe.
— Da un pezzo?
— Da sei mesi.
— Oh, ma guarirai certo.
— Sì, spero, quest'estate.
Da quel giorno le conversazioni fra le due finestre si rinnovarono spesso. La Lotte era riconoscente alla fanciulla della buona cera ch'essa le faceva. In quel tempo (era nel 1862) i Tedeschi non erano avvezzi in Venezia ad esser trattati con cordialità.
— Che cosa fai? — domandò un dì la forestiera alla Gegia, vedendola occupata in un lavoro diverso dall'ordinario.
— Faccio un sottolume di perle a colori.... tanto per distrarmi.
— Dovresti vendermelo.
— Oh! Venderglielo, no.
— Perchè?
— Perchè vorrei regalarglielo.... se non si offende....
— Poverina! No, che non m'offendo.... Ma tu non sei ricca.
— Oh questa roba qui non val nulla.
— Senti, Gegia, accetto il tuo regalo ad un patto.
— Quale?
— Che tu mi permetta ch'io t'insegni un lavoro che ti distrarrà ancora di più.
— Oh magari? E sarebbe?
— Vedrai.
Così dicendo la Lotte si ritirò dalla finestra e scomparve.
Di lì a pochi minuti la Gegia sentì bussare all'uscio della scala, chè quanto alla porta di strada essa soleva rimaner socchiusa gran parte del giorno.
Tirò il cordone ch'era a portata della sua mano ed aperse.
Quale fu la sua maraviglia allorchè si vide dinanzi la Lotte in persona accompagnata dalla cameriera, che per dir la verità aveva un'aria scura ed uggita!
— Non c'è in casa nè il babbo nè la mamma — disse la ragazza — e ho voluto prendermi un po' di vacanza. — Poi rivoltasi alla cameriera, soggiunse in tedesco. — Dà qui. — La donna tolse, brontolando, un involto enorme di sotto il braccio, e lo consegnò alla sua padroncina che lo posò sopra il tavolino, e lo aperse. C'erano fogli di carta di tutti i colori, forbici, fili di ferro, ecc., ecc. La Gegia guardava esterrefatta.
— Non capisci? Voglio insegnarti a fare i fiori di carta?
— Oh! — esclamò la Gegia, battendo le mani per la contentezza.
— Non c'è da sedersi in questa camera? — ripigliò la tedesca. E in pari tempo andò in cucina, ove la zia Marianna stava attizzando il fuoco, prese due seggiole di paglia, una per sè, l'altra per la sua cameriera, e senz'aggiunger parola tornò dalla Gegia.
La sorda, sbalordita da quell'apparizione, le corse dietro col ventolo gridando: — Ehi chi è là? Chi è là?
La Lotte diede in una risata sonora.
Quando la donna riconobbe la signorina dirimpetto cominciò una filza di scuse e di complimenti. La ragazza le rispose qualche cosa, ma visto che l'altra intendeva a rovescio non si occupò più di lei, e si consacrò tutta alla sua lezione.
— To' — diss'ella ad un tratto picchiandosi il fronte. — Ci manca il meglio. — E con un ordine breve e con un gesto imperioso mandò la cameriera a prendere quello che le mancava. Costei uscì borbottando e in un paio di minuti fu di ritorno con un mazzolino di fiori. C'era una camelia bianca cinta di violette.
— Ecco — osservò la Lotte pigliando il mazzolino — gli esemplari dipinti e gli stampi sono belli e buoni, ma quando non s'abbiano i fiori vivi davanti non se ne fa nulla.
La Gegia mostrava una singolare attitudine ad imparare, e la sua maestra la lasciò dopo un paio d'ore assai soddisfatta.
— E questa roba? — chiese timidamente la Gegia.
— Che roba?
— Questa carta, questi modelli?
— Ti regalo tutto, diamine.
— Oh, ma è troppo....
— Ti ripeto che ti regalo tutto, e basta. Non sono avvezza a sentirmi contraddire. Del resto anche tu mi regali il sottolume.... Via, non vo' sentir altro, — e le pose la mano alla bocca, — ripiglieremo la nostra lezione domani, posdomani, quando vuoi. — Le carezzò i capelli e senza lasciarle tempo a rispondere fu fuori della porta.
La Gegia era tra commossa e confusa. Pur pensava che non poteva trascurare troppo il suo mestiere, e che avrebbe quindi dovuto rallentare un po' la foga della sua amica. Ma non ce ne fu punto bisogno; la Lotte era stranamente volubile, e corsero parecchi giorni prima ch'ella riparlasse dei fiori di carta. Intanto la Gegia faceva singolari progressi da sè, e non ci volle molto prima ch'ella ne sapesse quanto la maestra.
Una volta la Lotte comparve con un signore vestito di nero.
— Ho condotto qui il nostro medico, — ella disse, — voglio ch'egli ti veda.
La Gegia arrossì.
— C'è quella noiosa di tua zia?
— No, è fuori.
— Tanto meglio.
Il medico non sapeva una parola d'italiano, onde la Lotte doveva servirgli d'interprete. Fu un interrogatorio in tutte le regole sulle origini del male, sui sintomi, sulle sofferenze, ecc., ecc. All'interrogatorio succedette un esame. Il dottore fece uno sproloquio alla Lotte in tedesco, indi si ritirò con lei.
Per quel giorno la Lotte non si lasciò vedere alla finestra del gabinetto. Il dì appresso ella ritardò a sollevar la cortina.
E la Gegia aveva tanta impazienza di saper da lei che cosa aveva detto il dottore!
Finalmente, quando le due fanciulle si videro, la Lotte pareva imbarazzata.
— Dunque? — chiese la Gegia, — il medico?....
— Ah! Il medico disse che.... guarirai... con un po' di tempo.
E la Lotte finse che qualcheduno la chiamasse per poter allontanarsi subito dalla finestra.
Fatto si è che il medico aveva giudicato la malattia della fanciulla non esser guaribile. Se fosse stata ricca, se avesse avuto i mezzi da fare una cura lunga e regolare, ci sarebbe stato da tentar qualche cosa, ma nelle condizioni in cui ell'era bisognava rinunciarvi. La Lotte se ne dolse vivamente, ma ella non poteva pretender che la sua famiglia sostenesse per un'estranea le spese d'una cura come quella che il dottore reputava necessaria; così era forza ch'ella si rassegnasse. Del resto si finisce sempre col rassegnarsi ai mali degli altri.
Quanto alla Gegia, ella non poteva a meno di dare un triste significato alle parole mozze della sua protettrice. Si disperò e pianse. Ma ella era in una età nella quale le illusioni ripullulano facilmente; aveva sperato nella primavera e poi nell'estate, e adesso andava via via persuadendosi che la primavera era stata troppo rigida e che l'estate era troppo soffocante.... Forse in autunno, chi sa? o, in ogni caso, a un'altra primavera.
IV.
Succedette un inverno freddissimo. Nevicava ogni secondo giorno, e la Gegia stava rannicchiata sulla sua sedia collo scaldino allato tanto da poter posarvi di quando in quando le mani che intirizzivano. La neve, cacciata dal vento, si era rappresa sugli sporti, sulle inferriate, nelle screpolature del muro di faccia, e spenzolava dal cornicione del palazzo come il drappo d'un baldacchino, e orlava le imposte della finestra della Lotte che appena ogni due o tre giorni sollevava un momento le cortine e salutava con un cenno l'amica. Giù nella _calle_ c'era un gran baccano. I monelli si rincorrevano gettandosi addosso la neve a manate, e la Gegia sentiva quel chiasso, sentiva le palle di quel bombardamento da burla frangersi sulle porte e sui muri, e il gridio dei fanciulli, e le voci corrucciate dei babbi e delle mamme, e pensava con che voluttà si sarebbe ella pur commista all'ilare schiera. Ma a dover stare così immobile, infilando perle alla luce colata che scendeva dall'alto, quei fiocchi bianchi che venivano a posarsi in silenzio sul suo davanzale le mettevano una malinconia da non dirsi. E salutò con entusiasmo i venti di marzo che portavano via le ultime traccie di neve, e salutò i colombi, che rinfrancati, non uscivano più dal loro nido soltanto una volta al giorno per andare al tocco delle due in piazza San Marco, ma passeggiavano sul cornicione, traversavano la _calle_ e si posavano sulla sua finestra a beccolarvi le briciole di polenta ch'ella spargeva colà apposta per loro.
— Come sono interessanti quelle bestiuole! — esclamò una mattina la Lotte affacciandosi al balcone dopo tanti mesi, e come se ripigliasse un discorso interrotto pochi minuti prima. — E che bene si vogliono! E che baci si danno!... Che cos'hai, Gegia? Perchè mi guardi come una bestia rara?
Ciò che la Gegia guardava era il gran mutamento operatosi nella sua amica durante quell'inverno. I suoi occhi azzurri avevano acquistato un'espressione nuova; parevano divenuti più grandi, più profondi; le lunghe treccie non le scendevano più infantilmente giù per la schiena, ma le erano raccolte intorno al capo; il vivo rossore delle sue guancie aveva ceduto il posto ad un leggero incarnato, la faccia già un po' troppo piena e paffuta s'era affilata alquanto e ridotta di un bell'ovale; il collo lungo, ben tornito, sottile, si posava superbamente sopra un magnifico giro di spalle degne d'esser modellate da uno scultore. Dall'autunno non era forse cresciuta in altezza, ma sembrava che fosse, tanto aveva acquistato ormai l'aspetto d'una ragazza fatta.
La Gegia le esternò la sua ammirazione; ella fece spallucce e sorrise. Era avvezza ormai a ben altri omaggi!
— Ho continuato a intagliar fiori di carta, — osservò la povera inferma, credendo di dir cosa grata alla Lotte. — Oh come debbo esserle riconoscente per le lezioni che mi diede!...
— Bah! — rispose la tedesca con indifferenza. E mutò argomento. — E io ho ballato, cara mia ho ballato tutto questo inverno, ciocchè è meglio che far fiori di carta. Avevo ballato anche negli anni scorsi, ma non tanto, e non col gusto di quest'anno.... Che effetto singolare quell'esser portate in aria.... Tutto si confonde insieme, il suono, la luce, l'alito....
Ma si fermò a questo punto, chè le parve di veder una nube sulla fronte della sua disgraziata interlocutrice. Tolse da un vaso un mazzolino di fiori, e presa la mira lo gettò in camera della Gegia. — Ti servirà pei tuoi lavori, — le disse. Poi, dimentica del riserbo delicato che le aveva fatto poc'anzi interrompere il suo discorso, soggiunse: — Ma non ti darei per tutto l'oro del mondo quella viola lì. — E additò un fiore che era in un bicchiere, posato sul marmo del suo lavamano. — Oh quella viola non la darei a nessuno, a nessuno.
E si allontanò canticchiando la ballata di Goethe:
_Es war ein König in Thule_ _Gar treu bis an das Grab...._
La Gegia non era in grado di fare uno studio psicologico nè sugli altri, nè su sè stessa; ella capiva soltanto che in quei pochi mesi un mondo di pensieri nuovi, di nuove impressioni, di nuovi affetti s'era spalancato dinanzi alla Lotte, e che in quel mondo ella ci era entrata come una regina. Ormai a parlare con lei le sembrava di discorrere con una persona che fosse sulla punta di un campanile; tanto ci correva tra loro! La fortunata fanciulla (chè, grande e grossa com'era, non toccava ancora i quindici anni) aveva la coscienza della sua bellezza, della sua forza, e la lasciava trasparire con la baldanza dell'età sua. Bisognava veder la mattina, quando faceva la sua _toilette_, come si compiaceva a guardarsi nello specchio! Certa di non aver di fronte altri che la Gegia, ella spesso non si curava nemmeno di abbassar le tendine e terminava di vestirsi a finestre aperte. Eppur la Gegia la divorava cogli occhi come se fosse stata un giovinotto, ed ammirava quelle spalle che parevan tagliate nel marmo, e le curve del seno mal dissimulate dal candido lino, le braccia ignude fin sotto le ascelle e arrovesciate dietro la nuca ad annodare le diffuse treccie dei lunghi capelli. E sentiva in cuor suo come un misto d'invidia, di desideri ancora mal noti, di sfiducia desolata e profonda. Era ella pur nell'età in cui nella fanciulla si sveglia la donna, e acquistavano un senso per lei tante frasi udite, tante cose vedute, e il sangue le correva nelle vene più infiammato, più rapido. Adesso capiva davvero il cinguettìo delle coppie innamorate che ad ora tarda venivano a dirsi qualche paroletta furtiva sotto la sua finestra, e adesso intendeva ciò che significava l'esser _novizze_, come le si narrava or dell'una, or dell'altra delle ragazze, che, un po' più grandicelle, avevano, anni addietro, giuocato con lei. E, coricatasi, vegliava a lungo pensando, e si voltava e rivoltava nel suo letticciuolo; poi quando cedeva alla stanchezza e chiudeva gli occhi, i sogni si calavano in frotta sul suo capezzale. Era, in sogno, bella anche lei, bella come la Lotte, aveva anche lei il suo _moroso_, era fidanzata.... Poi si destava in sussulto, la fredda realtà le si parava dinanzi, e piangeva.
Una notte, nella quale non le riusciva di quietarsi, intese aprire adagio adagio le imposte della finestra dirimpetto. Tese l'orecchio e distinse la voce della Lotte, a cui una voce d'uomo rispondeva dal basso. Stettero forse cinque minuti a scambiarsi delle parole in tedesco; poi si udì lo scoccare di due baci, di due baci innocenti, intendiamoci, perchè l'uno scendeva da un primo piano alla strada, l'altro saliva dalla strada a un primo piano. Ma i baci _mandati_ fanno più strepito dei baci _dati_ e quel suono impedì alla Gegia di dormire anche il resto della notte. La mattina poi, quando la Lotte si affacciò alla finestra, ella le mise addosso certi occhi, che quella, contro il suo solito, divenne rossa, parve confusa, ed abbassò il viso.
La Gegia non potè a meno di lasciarsi scappar dal labbro. — Oh sia sicura che non dirò niente.
— Di che cosa? — rispose la Lotte facendosi di tutti i colori.
— Oh bella.... di questa notte.
— Che intendereste dire? — replicò la tedesca rizzando il capo in aria corrucciata ed altiera.
Alla Gegia vennero le lagrime agli occhi. — Scusi, — balbettò, — io non ci ho colpa.... non dormivo....
— Passate la notte alla finestra?
— No, no.... ma sentivo ugualmente... Del resto non potevo capir nulla.... Non capisco mica il tedesco, io.
— Ebbene! che male c'è? Era il cameriere di una mia amica che veniva a domandarmi se la sua padroncina aveva lasciato da me il suo ventaglio.
Non ci voleva un grande acume a capire che questa era una bugia, ma la Gegia non aggiunse parola. La Lotte chiuse la finestra dispettosamente, e non si fece più vedere per alcune ore. Ma sulle due ricomparve con cera rabbonita, si guardò intorno e chiese alla Gegia — C'è nessuno da te?
— Sì, c'è la zia — rispose l'altra cui non pareva vero d'essere interrogata amichevolmente.
— Che seccatura!
— Oh, la sta sempre in cucina e sente appena le cannonate.
— Ebbene, vengo, dopo tanto tempo, a darti una nuova lezione di fiori.
E queste ultime parole le pronunciò ad alta voce, come se desiderasse che fossero intese.
La Gegia aveva lasciato dormire da alcune settimane quei suoi lavorucci di carta, e teneva tutto chiuso in un cassetto del suo tavolino. Aveva bisogno di guadagnar quattrini e perciò doveva attendere a infilar perle e preparar qualche ninnolo di conterie, che il buon Menico vendeva per lei. Adesso tirò fuori dal tavolino la carta a colori, i modelli e gli arnesi che le erano stati regalati dalla Lotte, e stette in aspettazione della bella vicina.
— Buondì, Gegia — disse la Lotte entrando senza preamboli, e voltandosi con una certa compiacenza a raccoglier la coda della sua lunga vesta di percallo, che s'era impigliata nell'uscio. — Stamattina fui cattiva, ma che diamine? Se ti sentivano.... Basta.... _À quelque chose malheur est bon_.
— Le domando scusa di nuovo...
— Ci hai creduto alla storiella del cameriere?
— Ma.... sì.
— Baie! Hai una testolina troppa svelta.
La Gegia non rispose. Dopo una pausa di qualche secondo, ella disse: — Non siede?
— Chè! Bisogna ch'io me ne vada subito.... I miei genitori sono andati a fare una visita. Se tornano e non mi trovano in casa, sto fresca.
— Ah! Credevo fosse venuta per i fiori — osservò la Gegia guardando un po' mortificata tutta la roba ch'ella aveva messo sul tavolino apposta.
— No, no, i fiori non c'entrano — replicò la Lotte. E si diresse verso un cassettone sul quale erano collocati alcuni gingilli in conterie. — Oh! il bel panierino! Oh il bel monile! Come mi piacerebbe averli!
— Li prenda.
— Purchè non sia come l'altra volta, sai. Voglio pagarli.
— Valgono così poco...
— Alle corte. Se non lasci ch'io me li pigli e li paghi, vado in collera.
— Che debbo dirle? Faccia lei.
— Così mi piace. — Involse i due oggetti nel fazzoletto bianco, poi si avvicinò alla Gegia e le diede una moneta chiusa diligentemente entro un pezzo di carta. Infine, chinandosele all'orecchio, le disse: — Se domani viene qui una donna portando _qualche cosa_ per me, mi prometti di passarmi quella cosa dalla finestra? — E per prevenire ogni obbiezione, soggiunse: — Ho un panierino di paglia che farò scorrere lungo una cordicella di cui ti getterò uno dei capi. Mi prometti?
La Gegia non s'era ancor formata un'idea chiara di ciò che le si domandava. Aveva un confuso barlume che ci fosse qualche cosa di male, ma come risponder di no alla Lotte, che, bella e gran signora com'era, aveva tanta degnazione per lei? Così, divenendo rossa, articolò un sì appena percettibile.
— Grazie! — disse la Lotte. Le passò la mano sui capelli e soggiunse: — I bei capelli che hai! E anche il viso è bellino... Sembri una Madonna.
Indi, senz'altri indugi, sgusciò via rapida e leggera com'era venuta, e la lasciò mezzo sbalordita.
Ma lo sbalordimento della Gegia s'accrebbe, quando, rimasta sola, ella spiegò la cartolina che aveva ricevuta e vi trovò un napoleone d'oro. Senza saper precisamente il perchè, ella si sentì montar le fiamme al viso; credette per un istante a uno sbaglio, ma poi si ricordò che quella cartolina era preparata, e che doveva essere stata preparata appunto per evitare le obbiezioni ch'ella avrebbe mosso senza dubbio nel ricevere un compenso tanto maggiore del prezzo di ciò ch'ella dava. Non erano, no, i suoi gingilli che le venivano pagati con quel napoleone d'oro; era il servigio che si era chiesto da lei e ch'ella aveva promesso di rendere. Oh se avesse potuto ritirar la sua parola! Se avesse potuto consigliarsi con qualcheduno! Ma con chi? Suo padre non capitava quasi mai a casa, ed era diventato poco men d'un estranio per lei; colla zia Marianna bisognava rinunziare a discorrere, tanto era sorda; il signor Menico ella non lo vedeva che di lì a cinque giorni. E poi poteva tradire il segreto della Lotte? E se, dopo tutto, la Lotte non le avesse chiesto che la cosa più naturale del mondo? E se avesse voluto beneficarla? Aveva ella il diritto di essere orgogliosa? Di rifiutare un piacere a chi glielo domandava con tanta grazia? Ma se non fosse un piacere onesto? Onesto! E sapeva ella veramente ciò ch'era onesto e ciò che non era? Chi glielo aveva insegnato? Torturata da questi dubbi, la Gegia passava quel napoleone d'oro da una mano all'altra quasi fosse rovente, e si guardava intorno come a cercare un'ispirazione che non veniva, un buon suggerimento che nessuno le dava. Ma quando vide entrare la zia Marianna, la fanciulla ripose istintivamente la moneta nel cassetto del suo tavolino; non era a lei ch'ella avrebbe potuto confidarsi. La zia Marianna era brontolona per indole; quel giorno poi ella accusava cento malanni, prevedeva che sarebbe caduta inferma e che l'avrebbero spedita all'ospedale. E si lamentava in anticipazione della sua cattiva stella e del pessimo cuore degli altri. La Gegia era avvezza a questi pronostici e a questi lamenti; pur quel giorno ne fu colpita più del consueto; pensò che una volta tanto la zia poteva dire la verità e che s'ella infermava sul serio sarebbe convenuto fare ogni sacrifizio per salvarla dallo spauracchio dell'ospedale. In questo caso i quattrini non sarebbero stati mai troppi e quel famoso _marengo_ avrebbe servito a fare una buona azione. Così si decise a tenerlo, lieta forse in cuor suo d'aver trovato un motivo che giustificasse a' suoi occhi un tale proposito.
V.
Il panierino tragittò più d'una volta fra le finestre lungo la cordicella. I bimbi della _calle_, ne ridevano e salutavano questi passaggi aerei coi loro frizzi; le donnicciuole facevano i loro comenti, tanto più ch'esse avevano visto una femmina ignota salire replicatamente della Gegia. Nondimeno le cose sarebbero andate liscie se un bel giorno il paniere non si fosse piegato troppo da una parte e non avesse lasciato cadere il suo prezioso carico nella via sottoposta. Il carico, che consisteva in una semplice letterina scritta in carta sottile, fece parecchie leggiadre giravolte prima d'arrivare in istrada, ma alla fine andò a terminare in grembo ad un monello che giuocava sullo scalino di una porta. Si può immaginare l'agitazione delle due ragazze. L'una, la Lotte, spintasi fuori con mezza la persona dalla finestra, seguiva collo sguardo il volo del suo biglietto; l'altra, la Gegia, che non poteva muoversi dalla sedia, lo seguiva col pensiero e non era la meno inquieta. — Ps! Ps! — fece la Lotte al ragazzo, vedendo che in quel momento non c'erano altri nella _calle_. E avvicinate le mani alla bocca in modo da raccogliere il suono, gli disse: Vieni subito al portone che scendo io. — Lasciò la finestra e fu presto sulle scale. Il fanciullo, cui non pareva vero di prendersi una mancia dalla signorina, aveva prontamente obbedito e, tenendo delicatamente fra le dita il biglietto, aspettava che il portone si aprisse. Volle sfortuna che in quel momento arrivasse dalla strada nientemeno che _Herr Graf_ von Rheinstadt, il padre della Lotte. Come costui vide il garzoncello all'uscio di casa sua, gli domandò brusco che cosa volesse. L'interrogato, tra pella confusione, tra pel dubbio di non farsi intendere in veneziano, si spiegò a gesti segnando prima la finestra della Gegia, poi quella del palazzo e sforzandosi a descrivere con la mano la caduta della lettera. Ma prima che la spiegazione fosse compiuta, la porta si aprì, comparve la Lotte, la quale rimase pietrificata alla vista del suo maestoso genitore. _Herr Graf_ credette d'aver capito abbastanza, strappò il biglietto dalle dita del ragazzo e a titolo di mancia gli amministrò uno scappellotto. Indi, spingendo avanti di sè la figliuola, entrò in casa e si tirò dietro il portone con gran fracasso. Di lì a poco la cameriera tedesca, che, mesi addietro, aveva accompagnata la Lotte in casa della Gegia, venne alla finestra del gabinetto della sua padroncina, rivolse alla povera inferma uno sguardo velenoso e le gridò due volte _Unverschämte! Unverschämte!_ (svergognata). Indi chiuse le imposte. Nello stesso tempo il ragazzo ch'era stato così mal ricompensato dei suoi servigi pensò di sfogar la sua stizza andando sotto al balcone della Gegia e urlando: — Tutto per colpa tua, brutta storpia! brutta....! E qui c'era una parola brutta davvero che il lettore mi dispenserà dal ripetere.
Quando la cosa si divulgò nel vicinato, le femminuccie della _calle_ si mostrarono tutte piene di scrupoli virtuosi. Il giudizio meno ostile alla Gegia fu quello di _siora_ Veronica. _Poverazza! Bisogna compatirla. Non la pol far ela e la tien terzo ai altri._ E il barcaiuolo Filippo, informato della faccenda, s'infiammò di un sdegno veramente magnanimo. — Quella lì, vedete — egli disse, parlando della Gegia — dopo una roba simile, io non la conosco quasi più per mia figlia. — Onde gli spiriti timorati convennero che Filippo era un _uomo giusto_ un uomo il quale, _in materia d'onore_, non guardava in faccia nemmeno alle sue creature. In quanto alla zia Marianna, ella aveva subodorato qualche novità. Ma siccome nessuno voleva perdere il fiato con lei, così alle sue interrogazioni si rispondeva gridandole nell'orecchio: — _Domandate a vostra nipote_. Era un altro martirio per la Gegia che diceva con voce supplichevole: — _Mi lasci stare. Ma mi lasci stare._ E la sorda si ritirava in cucina sbuffando e ripetendo su tutti i tuoni: — _Mi par d'essere in una gabbia di matti_.
In quale stato d'animo fosse la Gegia è facile immaginare. Il rimprovero che la sua coscienza le aveva già diretto faceva sentir più acerba la sua puntura dopo che la disgraziata ragazza trovava intorno a sè la riprovazione degli altri. Perchè così nel biasimo come nella lode che l'uomo dà a sè medesimo accade ben di rado che si astragga affatto dal giudizio altrui, e la coscienza dell'individuo, per altera, per illibata che sia, muta i suoi responsi col mutar dell'ambiente in cui vive. Ma la Gegia, in mezzo alla sua mortificazione, aveva un altro pensiero che la crucciava. Era il pensiero della sua amica alla quale ella non sapeva che punizioni si fossero inflitte. A veder sempre chiusa la finestra, ove la bella giovinetta soleva venir così spesso a conversare con lei, ella sentiva stringersi il cuore. Certo la Lotte era stata mandata via di casa, forse la si era cacciata in un ritiro, povera creatura! La Gegia se la figurava già vestita di saio, coi capelli corti, come, da bambina, aveva visto le monache nel convento delle _Terese_. E anche lei, anche la Lotte, doveva dunque rinunziare al mondo, doveva rinunziare all'amore! _Anche lei!_ Chi può assicurarci che nel pronunziar questa frase le Gegia non provasse in cuor suo quell'amaro conforto che è pur nella certezza del dolore diviso? Chi può assicurarci che ella non fosse in preda a quella strana contraddizione, che, mentre sveglia in noi tutto lo spirito di sacrifizio necessario a toglier di pena un amico, di farebbe accogliere come un disinganno la notizia che l'amico non ha nulla sofferto?
Questo disinganno, se era tale, la Gegia non tardò a subirlo. Pochi giorni dopo l'avvenimento della lettera, ella sentì salir dalla strada la voce della Lotte, il fruscio della sua vesta, lo scoppiettar del suo riso. _Cò presto la ghe xè passada!_ dissero le comari della calle vedendola vispa, ilare, elegante. Il romanzo della Gegia era andato in fumo, la sua amica era sempre felice, ed ella piangeva a lagrime dirotte.
Col chiudersi della finestra di facciata s'era chiusa per la Gegia una gran parte del suo piccolo mondo. Ella passava intere giornate senza scambiare una parola, chè con la zia Marianna era inutile discorrere e le sue vicine non capitavano che di rado a visitarla. E poi queste visite erano quasi sempre una fonte di mortificazioni per lei. Ogni momento le si diceva: — Sai, la tale si marita a Pasqua e la tal'altra fa l'amore con questo o con quello. — E qualche volta era la fidanzata stessa che veniva a darle la buona nuova. Veniva tutta in fronzoli, fresca, rosea, ridente, mostrando le _buccole_ che le aveva regalato _el novizzo_, vantando, col freddo egoismo dei felici, la buona ventura che l'era toccata e descrivendo in lungo e largo i suoi piani per l'avvenire.
Povera Gegia! E pensare che queste ragazze erano, da bimbe, men belle di lei. Pensare che suo padre, il quale allora l'amava, non si stancava di ripetere: — Come la mia figliuola non ce n'è una in tutta la parrocchia! — Adesso ella conservava ancora un pallido ricordo di quel suo profilo di vergine, conservava i suoi bei capelli biondi, i suoi grandi occhi bruni. Ma quegli occhi erano scemi dell'usato splendore, e giravano intorno null'altro esprimendo che una mestizia quasi rassegnata; ma le guancie avvizzite avevano ormai la tinta giallastra della cera. Nel suo complesso aveva il curioso aspetto di una bambina vecchia. La statura, la sottigliezza delle braccia, la curva appena visibile del seno, le avrebbero fatto dare tredici anni al più, ma guardandola in viso, specialmente se vinta dalla stanchezza ella chiudeva un istante gli occhi, si sarebbe detto: È una donna di trenta. Nel fatto, al momento di cui parliamo, non ne aveva che sedici.
VI.
Era il principio del 1866. L'aria era piena d'elettricità. Si sentiva vicina una nuova guerra, l'ultima forse, quella che dopo tanti amari disinganni avrebbe finalmente riunito Venezia alla patria comune. Non si discorreva d'altro; due nomi che da sì lungo tempo erano nel cuore di tutti, tornavano sulle labbra e si ripetevano dagli adulti, dalle donne, dai fanciulli con una baldanza che nulla valeva a temperare: _Vittorio_ e _Garibaldi_. I muri erano coperti ogni notte di questa iscrizione bizzarra: _Viva VERDI_. Era un anagramma a cui il celebre maestro di musica prestava ben volentieri il suo nome, e significava _Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia_. La polizia aveva un bel dar di bianco al voto sacrilego; era lavoro di Sisifo. I monelli canticchiavano sommessamente per le strade l'inno di Garibaldi; gli adolescenti aspettavano con impazienza che venisse il giorno opportuno di passare il confine; dietro le vetriate dei merciai facevano capolino le stoffe verdi, rosse, bianche, mal dissimulate dalle lane e dalle sete d'altri colori.
Di tutto questo rimescolìo la Gegia capiva qualche cosa delle chiacchiere delle vicine, ma le informazioni più esatte le riceveva dal signor Menico, quand'egli veniva il sabato a pagarle la sua settimana. Il signor Menico era stato guardia civica nel 1848-49, e se lo tiravano in lingua raccontava come uno degli ultimi giorni dell'assedio, essendo in fazione davanti una caserma in Cannaregio, da cui si vedevano i forti, una palla di cannone era piombata sul tetto d'una casa vicina, e dopo molti giri e rigiri era caduta a due passi da lui portandosi dietro la grondaia. — Capite? a due passi! egli diceva. E ingrossava la voce e tentennava il capo con aria d'importanza come a significare: Una cosa simile è toccata a pochi! Malgrado di ciò il signor Menico non era un leone, e con la teoria che _i muri parlano_, egli lasciava volentieri da parte la politica. Ma adesso, con la Gegia, egli si faceva coraggio e dopo averle chiesto regolarmente se la zia Marianna continuava ad esser sorda, le raccontava le novità del giorno, e le assicurava sulla sua parola d'onore che questa volta i Tedeschi se ne sarebbero andati davvero. Glielo aveva detto persona che non era solita ad ingannarsi. E la Gegia a poco a poco andava infiammandosi per questa idea della patria che non le riusciva ben chiara, ma che pur doveva essere assai bella, e che forse l'era tanto più accetta quanto più le dava da pensare e la distraeva dalla muta contemplazione delle sue miserie. Del resto, gl'infelici sono rivoluzionari per loro natura. Chissà che il mondo cambiando non diventi migliore per essi, chi sa che le loro pene non si alleviino, che l'egoismo altrui non si corregga! Se avessero domandato alla Gegia: credi tu che _gli Italiani_ restituiranno il vigore alle tue membra, faranno giungere alla tua finestra il sole alla tua anima sitibonda l'amore? ella avrebbe, sospirando, risposto di no; ma poichè nessuno glielo chiedeva, ella si nutriva, inconsapevole, di dolci illusioni. Pur la martellava un pensiero, il pensiero della Lotte che, quantunque dimentica di lei, ella non aveva cessato di amare. Che sarebbe avvenuto della giovinetta col mutar delle cose? Avrebbe ella dovuto soffrire? S'era pur scritto anche sul muro di Cà Dareni — _Morte ai tedeschi_ — e quando nella _calle_ giungevano gli accordi del pianoforte della Lotte e il suono del suo canto, i monelli, ormai imbaldanziti, urlavano _Canta, canta, che presto te tocarà pianzer_. Oh se la Gegia avesse potuto consigliarla a fuggire! Ma non ci fu bisogno del suo consiglio, perchè una settimana prima della dichiarazione di guerra il conte di Rheinstadt risolse improvvisamente di andarsene con la famiglia. La Gegia non ne sapeva nulla quando una mattina vide aprirsi improvvisamente la finestra del palazzo e comparire la Lotte in abito e cappellino da viaggio.
— Addio, Gegia.
— Oh, va via? — rispose questa, che avrebbe voluto dirle tante cose.
— Sì, addio di nuovo, chè se i miei genitori sanno che sono venuta di qua, mi fulminano.
— E — balbettò l'altra — non ci vedremo,... più?
— Sì, di qui a un mese.... Questa volta metteremo presto giudizio ai matti....
— E se si vince noi, invece?
— Chi? noi...? Oh, anche tu, Gegia, — esclamò la Lotte col tuono del _tu quoque, Brute_. Poi soggiunse ridendo: — Va là, che non c'è questo pericolo. — E volò via. Pochi minuti dopo un servitore che rimaneva a custodia del palazzo venne a richiudere le imposte.
Nel 1866 Venezia attraversò un periodo di alcune settimane che fu tra i più curiosi ed originali che si riscontrino nella storia. Abbiamo mille esempi dell'ansietà di un popolo che attende da una guerra il proprio riscatto e di questa guerra segue con animo intento le varie vicende, ma non son molti i casi nei quali una intera città per venti e più giorni esulta della indipendenza conquistata sotto gli occhi dei nemici che si trovano ancora entro le sue mura, e che di feroci e spietati ch'erano prima diventano indifferenti e quasi benevoli e assistono, con l'arma al braccio alle dimostrazioni fatte contro il loro governo. Uno spettacolo simile l'offerse Venezia dalla metà di agosto al 19 ottobre di quell'anno 1866. Sottoscritto l'armistizio, si trasse come un gran sospiro dai petti. Finalmente! Finalmente se ne vanno! Dopo tante disillusioni, dopo tante lagrime, dopo tanto sangue è giunto il gran giorno! e la vita del paese era tutta in questo pensiero, e ciascuno aveva bisogno di espandere la sua gioia, di narrare agli altri ciò che gli altri sapevano, e di farsi narrare ciò che un momento prima egli stesso aveva narrato. Le cose ripetute cento volte non perdevano mai della loro novità, erano come una musica divina che l'orecchio non si stanca di intendere. Nè si parlava più a bassa voce come per lo addietro, nè si cercavano i crocchi fidati degli amici; era amico chiunque favellasse italiano. Si consumava la giornata nelle vie, in piazza, ai caffè. Di tratto in tratto circolava per le bocche una voce. Son passati pel Canalazzo, son scesi al Municipio o al Comando militare due, tre ufficiali del nostro esercito venuti a trattare degli alloggi, delle formalità della consegna, ecc., ecc. Talvolta era vero, talvolta no; nondimeno bastava il dubbio perchè nessuno rimanesse fermo, ed era un correre, un urtarsi, un farsi strada a furia di gomiti per giungere sino al luogo indicato, ove molto spesso si restava con un palmo di naso, perchè gli ufficiali o erano già partiti, o non erano neppure arrivati. Ma se spuntava un kepy, le grida, gli applausi non terminavano più, e lungo il passaggio della gondola che accompagnava i parlamentari alla stazione la gente si accalcava ai traghetti, sulle _fondamente_, alle finestre, sventolando i fazzoletti e salutando di giocondi _viva_ i fratelli che entro pochi giorni sarebbero venuti a fermar stabile dimora in Venezia. E le bandiere tricolori, preparate a migliaia nel segreto delle pareti domestiche, cominciavano a mostrarsi qua e là come se non potessero tollerare più a lungo l'ipocrisia di quel nascondiglio e anelassero all'aure aperte e serene. In qualche luogo solitario e remoto della città si addestrava intanto con serietà eroicomica una larva di guardia nazionale, vestita d'uniformi di fantasia, armata di fucili di legno, che i fucili buoni non erano ancora permessi e forse avrebbero fatto paura ai guerrieri, e già si disegnavano in lontananza le ambizioncelle del pizzicagnolo aspirante a caporale, e del chincagliere che si sentiva chiamato agli alti destini di luogotenente.
VII.
Di questo moto, di questa vita un'eco giungeva sino alla buia ed angusta viuzza abitata dalla nostra Gegia e interrompeva la triste e monotona esistenza della poveretta.
I grandi avvenimenti rendono espansivi e loquaci, e le vicine, perdonatole nella loro infinita clemenza lo scandalo del biglietto, salivano adesso più sovente da lei a chiacchierar delle cose del giorno. Inoltre una sua amica d'infanzia che aveva la commissione di parecchie bandiere tricolori per l'ingresso _degli italiani_, sentì che non poteva fare a meno di un aiuto e richiese la Gegia s'ella volesse lavorare con lei e spartire i guadagni. L'offerta fu accettata con entusiasmo, chè in quel tempo l'arte delle conterie dava alla Gegia ben poco da fare ed ella aveva supplicato invano suo padre di crescerle la mesata. Siccom'ella non si poteva muovere, l'altra trasportò da lei il proprio laboratorio, e le due ragazze stavano insieme dall'alba al crepuscolo a tagliare, a cucire quelle enormi pezze di lana, che coi loro vivi colori parevano illuminare la malinconica cameretta. L'amica della Gegia era una giovine vispa ed allegra e si divertiva un mondo a ridere a spese della zia Marianna, la quale non sapeva raccapezzarsi in mezzo a quelle novità. Si aveva un bel gridarle nell'orecchio che i Tedeschi andavano via d'amore e d'accordo; ella ripeteva sempre che li aveva visti per la strada con la loro brava baionetta al fianco e che bisognava aver perduto il senno a far le bandiere tricolori mentr'essi erano qui.
— Ne ho conosciuti di quelli che andarono sulla forca per meno, — ella soggiungeva, ed era vero. Ma non c'era caso di farle intendere che i tempi erano cambiati. Ella scrollava le spalle e si ritirava nel campo trincerato della sua cucina ove la si sentiva brontolare: — Che il Signore ce la mandi buona! Sono impazziti tutti!
Il signor Menico invece, dacchè non v'era più dubbio sulla prossima partenza degli Austriaci, era diventato un eroe, e non era contento della soluzione pacifica delle cose. — Credete pure, _tose mie_, — egli diceva alla Gegia e alla sua compagna, — che ci voleva un altro poco di sangue.
— Com'è cattivo, signor Menico! — osservavano le ragazze tra il serio e il faceto.
— Cattivo! Cattivo! — egli rispondeva, prendendo tabacco. — Non è cattiveria.... È che noi altri uomini del 48 siamo fatti così. Quando si son vedute le bombe a due passi.... capite.... eh!... Non racconto frottole.... vi sono testimoni.
Anche il padre della Gegia, Filippo, faceva in quei giorni men rare apparizioni nella camera della figliuola. I maligni susurravano che non gli dispiacesse fare il galante alla Pina, l'amica della Gegia, la quale era piuttosto belloccia ed appetitosa.
— Quel Filippo, — soggiungevano le donnicciuole con un sorriso indulgente, — benchè non sia lontano dai cinquanta, sta sempre dietro alle gonnelle. È vero ch'è un uomo da poter piacere ancora meglio di tanti zerbinotti.
Una volta egli magnificava alle due ragazze la nuova livrea che avrebbe indossato il giorno dell'arrivo del Re.
— Oh come pagherei a vederlo in gran gala, — esclamò la Pina.
— Paghereste a vedermi, _fia mia_? — egli replicò chinandosi verso di lei tutto ingalluzzito. — Ebbene, volete venir quel giorno a palazzo? Dirò ai padroni che siete una mia parente e vi troverò un posticino sulla _riva_ o a una finestra perchè possiate assistere allo spettacolo e veder davvicino anche me.
— No, no, questi sotterfugi non mi vanno a genio.
— Eh che scrupoli.... Via!
— No, no e no.
— Andiamo, bella ragazza, non pigliate il caldo. Fatemi piuttosto sapere per quel giorno dove sarete, a che finestra, a che _traghetto_, e io farò il possibile perchè la gondola passi da quella parte, e quando sarò presso vi farò un segno, che, capite, coi padroni in barca, non posso mica chiamarvi....
— Diamine, s'intende. Ma, quando sarà?
— Il giorno preciso non è ancora stabilito. Bisogna prima che entrino le truppe.
— E queste entreranno?...
— Il 19 del mese. — S'era già in ottobre.
— Che spettacolo sarà anche quello! — esclamò la Gegia.
C'era un tal fondo di mestizia nella sua voce, che la Pina ne fu commossa, e soggiunse:
— Poverina! Che peccato che tu non possa veder nulla! — Indi battendosi il fronte con la palma, continuò: — A proposito; dicono che lasceranno andar la gente nell'entrata del palazzo di fronte che guarda sul Canal grande. Sapete, Filippo, che bella cosa dovreste fare? Un po' prima di andare in gondola coi padroni, venir qui, trasportar la Gegia abbasso, trovarle un buon posto, e poi, più tardi, passare a prenderla e riportarla su.
Mentr'ella parlava, la Gegia la guardava prima con maraviglia, poi con commozione e con riconoscenza. Dopo tanti anni avrebbe potuto davvero uscire dal suo tugurio, risalutare il sole, riveder l'azzurro del cielo? Avrebbe potuto mescolarsi alla gioia degli altri, vivere un giorno nel mondo, ella, la sepolta viva? Ma quando i suoi occhi s'incontrarono in quelli del padre, ella capì che aveva sognato.
— Ma, Pina, che idee vi saltano in capo? — proruppe Filippo con aria infastidita. — Come volete che la Gegia, nello stato in cui si trova, vada in mezzo a quella calca? Sono momenti in cui rischiano di rompersi le gambe anche i sani, e lasceremo schiacciar lei ch'è malata?... Un bel servizio che fareste alla vostra amica!... Quanto a me poi avrò proprio tempo di portare in collo la gente....
La Pina stava per replicare, ma l'altra le accennò che tacesse.
— Basta, — ripigliò Filippo in tuono più dolce, — quasi quasi andavo in collera con voi, e io con le belle _tose_ voglio esser sempre in buoni termini.
Ma la Pina non gli diede retta e si voltò da un'altra parte. Alla Gegia intanto colavano due grosse lagrime per le gote, e Filippo che non voleva veder musi lunghi uscì dalla stanza, dicendo: — Ecco ciò che si guadagna a tener discorsi senza sugo.
VIII.
Son passati sei mesi, sono entrate le truppe, è arrivato il Re, è arrivato Garibaldi, la città a poco a poco è tornata nel suo stato normale, e la _Calle Lombarda_ ha ripreso un aspetto più calmo. Nondimeno le bandiere sventolano ancora dai balconi per qualunque pretesto, e gli _organetti_, che meriterebbero un po' d'indulgenza dai signori perchè sono l'orchestra del povero, vengono di tratto in tratto a suonare sotto la finestra della Gegia l'inno di Brofferio o quello di Garibaldi. È l'unica distrazione che le abbiano recato i tempi nuovi; ella non si è mossa neppur nei dì più solenni; non ha visto i bersaglieri, non ha visto il Re, non ha visto l'eroe di Marsala. Ha tutt'al più un'idea delle _camicie rosse_, perchè Maso, un ragazzo ch'era cresciuto sotto i suoi occhi ed era andato ad arruolarsi volontario nel maggio 1866, reduce in patria, volle farsi ammirare nella sua divisa dai vecchi suoi conoscenti e salì anche dalla Gegia. Del resto, ella non si occupa di politica, non legge nè il _Rinnovamento_, nè il _Corriere di Venezia_, quantunque li senta gridar dalla strada, non è informata nè delle tendenze radicali del fruttaiuolo il quale sparla volentieri del Governo, nè delle tendenze reazionarie di _siora_ Veronica che comincia a vedere in pericolo la religione e teme si voglia assassinare il Papa. La solitudine si è rifatta intorno a lei; non ci sono più gli Austriaci, ma per essa il mondo è com'era prima. Aveva sperato senza saper precisamente nè per che ragioni sperava, nè che cosa sperava; ora che tutti quei bei sogni si sono risolti in nulla, la vince uno scoraggiamento infinito. Si prova spesso, tanto per ingannare il tempo, a cantar qualche aria che le ha insegnato la Pina, ma la sua voce esile, dolce, simpatica, muore nelle lagrime. Ed ella guarda la finestra chiusa del palazzo Dareni, e ripensa alla Lotte che con tanta sicurezza le aveva detto di tornare e ormai non sarebbe tornata più.
Non andò molto infatti che i proprietari del palazzo lo appigionarono ad altri. Una parte ne fu presa da certo dottor Galeni, avvocato di grido, il quale consacrò ad uso di studio due stanze sul _rio_ e il gabinetto respiciente la _calle_. La Gegia, che seguiva con grande attenzione questi preparativi, vide una mattina l'avvocato, persona grave e dall'aria diplomatica, accompagnar nel gabinetto un giovine alto, macilento, e vestito di panni sgualciti.
— Si metterà qui, — disse l'avvocato accennando al suo interlocutore il tavolino appoggiato alla finestra. — Qui c'è penna, carta e calamaio. Adesso le porteranno un documento da copiare e vedremo la sua calligrafia.
Ciò detto, il dottor Galeni uscì.
L'altro sedette, si guardò intorno, rimboccò le maniche del vestito, mise nell'asticciuola una penna nuova, che premette prima sull'unghia del pollice sinistro, quindi lambì con la lingua e finalmente immerse nel calamaio. Dopo fatti questi preparativi, egli segnò alcune cifre sopra un foglio e parve soddisfatto dell'opera sua. Intanto un uomo di mezza età venne nel gabinetto con una carta in mano.
— Copii da qui sin qui, — egli disse posando la carta sul tavolino e ponendo il dito successivamente sul punto da cui doveva cominciare e su quello ove doveva finire la trascrizione. — Quando ha terminato passi dal cavaliere.
— Col manoscritto? — chiese il giovane timidamente.
— Già. Non si tratta appunto di questo?.... E badi che il cavaliere non vuole che ci siano pentimenti e scancellature.
Il cavaliere, com'è agevole intendere, non era altri che l'avvocato Galeni, insignito appunto in quei giorni dell'ordine de' SS. Maurizio e Lazzaro.
Rimasto solo, il candidato si accinse con grande impegno al lavoro che doveva decidere delle sue sorti. Tanta era la sua paura di distrarsi ch'egli non alzava mai gli occhi dal foglio, ma scriveva con la fronte increspata e morsicandosi il labbro inferiore.
Dopo una mezz'ora, egli diede un'occhiata complessiva al suo compito e con qualche trepidazione uscì dal gabinetto per sottoporre la sua scrittura all'esame del principale. Quand'egli tornò, era un altr'uomo. Il saggio era riuscito soddisfacente e Carletto Miglioli era stato assunto all'altissimo ufficio di giovine di studio presso l'avvocato cavaliere Galeni collo stipendio cospicuo di _trenta_ lire al mese e con l'obbligo di lavorare soltanto sette ore al giorno, dalle nove alle quattro.
Bisogna riconoscere che il buon Carletto era uomo di facile contentatura. Il giovine d'avvocato, almeno in Venezia, è il _paria_ della società, da' cui non riceve altro compenso che quello di esser chiamato _giovine_ tutta la sua vita fino ai cent'anni inclusivi, se ha la poco invidiabile fortuna di arrivarvi. Egli può scegliere due strade, una dritta, ed una tortuosa. Seguendo la prima, egli adempie coscienziosamente a' suoi doveri, copia con meccanica esattezza le scritture forensi, porta ai clienti le lettere, del principale, si mantiene un perfetto galantuomo, e nel termine di un lustro al più perviene allo stato di piena indigenza e di compiuto idiotismo. Seguendo la seconda egli aggiunge alle sue mansioni altri piccoli uffici, assume certe cause minuscole che l'avvocato disdegna, si fa consigliere dei negozianti che vogliono fallire senza inciampare negli articoli del Codice penale, e aguzza così il poco ingegno e campa alla meno peggio, ma diventa in pari tempo un tipo esoso di _azzeccagarbugli_, uno degli esseri più sfuggiti dai galantuomini.
In media il giovine d'avvocato guadagna meno del più modesto artigiano, ma ha d'altra parte l'inestimabile vantaggio di dover vestire con una certa cura affine di non esser preso in isbaglio per un facchino quando si reca nelle aule tribunalizie, e di non offendere con una _toilette_ troppo democratica i nervi della moglie dell'avvocato quando ella viene nello studio del consorte. È vero che qualche volta all'abbigliamento del subalterno provvede la liberalità del principale, che cede al _giovine_ la roba usata. Allora il _giovine_, secondo la sua statura, ha corte o lunghe le maniche, lunghi o corti i calzoni, e secondo il suo diametro acquista nel suo vestito l'aspetto di un naufrago che non riesce ad emerger dall'onda, o quello di un fiume che non può più stare fra le sue rive.
Tra il signor Carletto e la Gegia non si tardò a scambiarsi ogni mattina il saluto. E al saluto tenne presto dietro qualche parola.
— Gran bella giornata — disse una volta il giovine alzando gli occhi dalla carta e guardando il cielo ch'era tinto del più limpido azzurro.
— Beato lei che può passeggiare — rispose la Gegia.
— Passeggiare! Passeggiare!... Il troppo moto fa appetito.
— Tanto meglio.
— Eh signora Gegia, tanto meglio per chi può soddisfarlo. Ma chi ne ha pochi del mese....
Rituffò la penna nel calamaio e si rimise a scrivere.
La Gegia ricominciò anch'ella a infilare le sue perle. Di lì a poco ella chiese: — Ha famiglia?
Carletto mise un punto su un _i_, forbì la penna sulla manica, e poi rispose: — La mia vecchia mamma.... Povera mamma!... Magari vivesse sempre.... Non so rassegnarmi all'idea di star solo.
— Via, signor Carletto — disse la ragazza — loro uomini hanno sempre qualcheduno che _gli_ vuol bene. Se non ci fosse la mamma ci sarebbe la sposa.
— Oh sì, con un franco al giorno.
— È poco, assai poco, ma una brava massaia risparmia più che non costi.... Veda, per esempio, una moglie la divezzerebbe da quel brutto vizio....
— Che vizio?
— Quello di forbirsi la penna nel vestito.... Sa, gli abiti non si conservano mica a quel modo....
— Ha ragione, lo dice anche la mamma, povera vecchia.... Ma per quanto faccia ci ricasco sempre.... Oh dove siamo? — egli ripigliò come fra sè. — Sicuro, sicuro.... Ecco il punto. — E lesse per meglio raccapezzarsi: _Non è vero e si nega essere l'istromento dotale fatto in modo da ingenerare equivoci. L'istromento dotale della sullodata nobil donzella, in data 8 giugno 1850 rogito Paolucci, dice chiaro: sono assegnati alla sposa di dote sessanta mila fiorini austriaci_.... Corbezzoli. Sessanta mila fiorini! Ha inteso, signora Gegia?
— Altro che inteso! Ma, così va il mondo! Chi troppo, chi troppo poco.
— A chi un milione di capitale, a chi una lira al giorno di stipendio.
— Ma potrà avere un avanzamento.....
— Noi giovani d'avvocato si resta sempre a un punto.... Basta, finiamo questa scrittura.
La Gegia chinò gli occhi sulle sue perle e non aggiunse parola.
Una mattina il giovine depose sul davanzale della finestra un vaso d'erbarosa.
— O cos'è quella, roba? — chiese la Gegia sorridendo.
— Un capriccio mio. Mi piace tanto l'odore dell'erbarosa che ho voluto avere uno di questi vasi sul balcone dello studio.... La mamma ci ha lasciato il cuore a veder scompagnata la sua collezione.
— Ha una collezione di piante?
— Dico così per dire. Ci sono altri due vasi, uno d'erba cannella, l'altro di cedrina È il nostro lusso. Ogni mattina la mia vecchierella va a guardarseli, li rimonda, li odora, ogni dopo pranzo li inaffia....
— C'è sole almeno a casa sua?
— Oh sì, grazie a Dio.... sulla finestra della mamma ce n'è a tutte le stagioni. Stiamo in una catapecchia, proprio sotto il tetto, ma sole ce n'è.... La non si muove mai di casa, la povera mamma; o che farebbe se non avesse il sole?
La Gegia sospirò.
— E qui non capita mai.
— Dice davvero?
— Mai, fuori che un quarto d'ora al giorno per due settimane di giugno.
— Sicuro, è questo enorme palazzone qui che fa ombra.
— Carletto! — gridò una voce imperiosa dal di dentro!
— Vengo, vengo.... È l'avvocato che chiama — disse il giovine correndo dal suo principale.
Di lì a poco egli tornò al suo posto con un fascio di carte sotto il braccio, borbottando: — Oggi sto fresco. C'è da lavorare fino alle sei.
Scrisse per un'ora senza fiatare; poi alzò gli occhi e disse: — Ieri cantava, signora Gegia. Perchè oggi è così silenziosa?
— Ho paura di disturbarlo.
— No, in verità; mi fa tanto piacere a sentirla e lavoro lo stesso.... Ha una voce così dolce.
La ragazza arrossì; e con una voce tremola dapprincipio ma che poscia si fece più sicura intuonò l'aria della _Traviata_: _Ah forse è lui che l'anima_, ecc.
— Oh la _Traviata_! Come mi piace!
— L'ha sentita?
— Una sola volta.... Che opera!
IX.
Era stato per una settimana un tempo diabolico. Quantunque fosse d'aprile era caduta un'acqua gelata, accompagnata da un vento di tramontana che metteva i brividi e trasportava in pieno gennaio. S'eran dovute tener chiuse le imposte, e la Gegia e il signor Carletto si erano appena salutati con un cenno del capo.
Il primo giorno in cui ricomparve il sole, la Gegia si trovava come il solito per tempissimo alla sua finestra. Ella aveva una certa impazienza di ricominciare gl'interrotti colloquii e aspettava le nove. Ma le nove suonarono e Carletto non venne.... Nè alle dieci, nè alle undici, nè a mezzodì. La pianta d'erbarosa beveva allegramente i raggi del sole e una bianca farfalla, venuta non si sa di dove e smarrita in quel vicolo solitario svolazzava contenta intorno alle sue foglie.
Sul mezzogiorno venne la serva dell'avvocato a tirar le cortine. La Gegia si fece coraggio e chiese: — Non s'è visto stamane il signor Carletto!
— Mi pare — rispose l'altra ch'era sgarbata e aveva una grande antipatia per la _zoppa chiacchierona_, com'ella chiamava la Gegia — mi pare che se ci fosse l'avrebbe visto prima di me.
La ragazza non rilevò il tuono scortese della risposta, ma soggiunse: — È malato forse?
— Che vuol ch'io sappia? — replicò la fantesca stringendosi nelle spalle.
— Non mangi oggi? — chiese a ora di pranzo la zia Marianna alla Gegia quando vide che non toccava nemmeno le vivande.
— No, non ho fame.
— Come? — fece la zia accostando l'orecchio.
— Non ho fame.
— Se non ti piace, non so che farci.... Che vorresti ch'io ti preparassi? Un piatto di fegatini?.... Povera scema!
— No, zia, non ho detto che non mi piace, ho detto che non ho fame.
— Pollame? Oh sì, proprio.
La zia Marianna era più sorda del solito e la Gegia dovette rinunziare a farsi intendere.
Nella sera venne per pochi istanti anche il barcaiuolo Filippo, le cui visite si facevano sempre meno frequenti. Quando s'accorse dell'umor nero della Gegia, invece di confortarla, corrugò la fronte, prese da un cassetto due o tre oggetti che gli occorrevano e se ne andò brontolando: — C'è un bel gusto a venire a casa. Una è sorda come una campana e quell'altra ha sempre la cera scura e contrita.... Vorrei sapere che cosa le manca....
Povera Gegia! Che cosa le manca? L'aria, la luce, il movimento, la vita, tutto.
La ragazza passò una notte angustiatissima. Ella non poteva scacciare il pensiero di Carletto. Se fosse malato assai? Era così pallido! E faceva una vita!
Ma il sentimento di lei non era che un sentimento di pietà o vi si mesceva un altro più soave, più dolce, un altro di cui ella non osava render conto a sè stessa? Sarebbe possibile ch'ella, la povera rattratta, si cullasse in vaghe fantasie d'amore? E a che pro, infelice ch'ell'era? Chi avrebbe chiesto un sorriso dalle sue labbra, una stretta dalle sue braccia?
La Gegia lo sapeva anche troppo, ma nondimeno appena alzata ella non istette dieci secondi senza volger gli occhi verso la finestra di faccia, e quando vide comparire Carletto non potè a meno di farsi rossa, di lasciar cader l'ago e le perle e di batter festosamente le mani gridando: — Oh! è qua, signor Carletto.
— Buon giorno, signora Gegia.
— Fu malato!
— Ebbi un po' di febbre.... Sfido io! Con questi tempi. — E tossì.
— Le è rimasta la tosse?
— Oh passerà.
Indi, svolgendo le carte che aveva sul tavolino, — Oggi c'è razione doppia, — egli disse.
— Povero signor Carletto.... Invece per ristabilirsi le occorrerebbe l'aria, il sole....
— I discorsi che faceva la mamma ieri.... Ma io le rispondevo: Abbiamo torto a lagnarci.... C è dirimpetto al mio studio una ragazza che non può muoversi mai.... E alla sua finestra non ci arriva un raggio di sole....
— Ha pensato a me?
— Sicuro. E la mamma pronta: Hai ragione, Carletto.... Quella povera ragazza è a peggior partito di te.... E dille ch'io pregherò la Madonna che la faccia guarire....
— Oh benedetta!...
— E dille, continuò la mia vecchia, che non si scoraggi e che la Madonna ha fatto ben altri miracoli che questi....
— Grazie, grazie di queste parole, — replicò la Gegia con le lagrime agli occhi.
— Oh come volentieri la ci verrebbe ella stessa a ripetergliele se non fossero ormai due anni che non fa le scale.
— Ma si figuri.... Speriamo che i pronostici della sua mamma si avverino, e se Dio vuole ch'io mi possa muovere da questa sedia, il primo luogo ove andrò, dopo la chiesa, sarà a casa sua....
— E che festa le si farebbe!
Carletto aveva tanto da lavorare che non fu detta quasi più una parola in tutto quel giorno; ma la Gegia provava in cuore una dolcezza ineffabile e nuova. Carletto aveva pensato a lei, aveva parlato di lei con sua madre. Ella non voleva guardar più in là, non osava chiedere a sè medesima se le sue belle fantasie fossero mai destinate a prender forma; perchè guardare il domani, se l'idea del domani non poteva che amareggiare le gioie dell'oggi?
Oh se le fosse dato guarire! Era giovine tanto! Aveva tempo ancora di amare, di godere!
Nel dopo pranzo sentì nella _calle_ la voce di Maso, quel giovine ch'era stato con Garibaldi, e ch'ella aveva riveduto, dopo il suo ritorno, tre o quattro volte.
— Maso! Maso! — ella gridò.
— O che mi chiama, Gegia?
— Sì, potreste venire un momento da me?
Il giovinetto fece in quattro salti le scale.
— Mi fareste un gran piacere senza dirlo a nessuno?
— Dica liberamente.
— Conoscete la Filomena, Maso?
— La conciaossi, quella che anni fa veniva a curarla?
— Sì, quella appunto.... Se poteste cercarla e mandarmela?
— Anche subito.
— Grazie, Maso.... Basterà che venga domani sulle dieci, all'ora che non c'è la zia.
— A proposito, e dov'è adesso la signora Marianna?
— Dorme col gatto in grembo.... di là in cucina.
Il giovine sorrise e poi domandò peritoso: — Vuol riprendere la sua cura?
— Sì, Maso, vorrei tentare. Mi pare impossibile ch'io non debba guarir mai.
— Ha ragione, — rispose l'altro con la baldanza della sua età. — Provi, provi, abbia pazienza a curarsi e vedrà che tornerà anche lei come le altre. Oh la Filomena ne ha fatte delle cure, più assai dei dottori con tutto il loro latino. Coraggio, Gegia, se lo ricorda di quando si correva insieme?
— Se me lo ricordo! E la nostra gita al Lido.... quell'estate?...
— Ah sicuro.... Quanti anni sono?
— L'anno prima ch'io m'infermassi.... d'estate.... Mi par ieri, c'era il babbo che aveva una giornata di libertà, c'era tuo padre buon'anima e la tua mamma, oh guarda che adesso ti do del _tu_ come allora....
— Si figuri.... Ma è quello che deve fare....
— Purchè tu faccia lo stesso....
— Eh mi ci proverò.
— E c'era anche la Pina, — continuò la ragazza, — eravamo insomma una brigata d'otto o dieci. Ci dirigemmo a San Nicolò del Lido, tirava un venticello fresco ch'era una delizia e la barca andava su e giù, su e giù.... Mi par di vedere ancora una dozzina di barche di pescatori che, in fila, si dirigevano al porto.... Avevano il vento in poppa, le vele spiegate, certe vele a rattoppi, giallastre, rossiccie, con un emblema per ciascuna, o la Madonna, o un Santo, o un cuore, o un mostro marino.... Le ci sfilarono davanti una dopo l'altra queste barche, e noi si gridava «Buona pesca!»
— Che memoria ha! — esclamò Maso.
— Oh Maso, — replicò la Gegia, — tu hai visto tante cose nel mondo, io ne ho viste così poche.... È naturale che me ne rammenti. — Indi riprese animandosi sempre più: — A un punto il babbo perdette la pazienza e disse: Come si va adagio! E afferrò il remo d'uno dei barcaiuoli e si mise a vogar lui.... Allora sì ci parve di volare sull'acqua.... E il desinare sotto il gran platano, lo hai presente?
— Un poco....
— Soltanto il principio, siamo intesi.... Perchè ho una gran paura che noi ragazzi fossimo brilli dopo il primo bicchiere....
— Lo credo anch'io, — proruppe Maso ridendo, — perchè ho una vaga reminiscenza che quel famoso albero mi volesse cascare ogni momento sulla testa.
— Ma! Per me le son cose finite.... E intanto ti trattengo qui con queste chiacchiere, e chi sa quante belle _tose_ ti aspettano.
— Oh mi canzoni — disse Maso. E soggiunse:
— Dunque andrò per la Filomena.
— Sì, grazie.... E scusa, sai.
Il giovine sgusciò via.
X.
Era altrettanto facile di guarire la Gegia, quanto di far passeggiare per la piazza il campanile di San Marco; nondimeno la ciarlatana si guardò bene dallo scoraggiare la inferma; la rimproverò anzi di non aver fatto nulla da un paio d'anni, ma le soggiunse che ciò non rendeva punto disperata la cosa e che perseverando nei rimedi ella avrebbe potuto ricuperar pienamente l'uso delle sue gambe. Indi le ordinò certi empiastri di sua recente invenzione, che s'erano chiariti efficaci in casi più gravi del suo. E la Gegia sperò e ubbidì ciecamente alle prescrizioni della ciarlatana, dando fondo per pagarla a poche lire ch'ella aveva risparmiate in più anni. Non toccò per altro il napoleone d'oro che le era stato regalato tanto tempo addietro dalla Lotte; questo napoleone, che le rimordeva di quando in quando la coscienza, ella aveva destinato di serbarlo ad un'opera buona, di farlo servire a vantaggio di qualchedun altro.
A Carletto la Gegia non disse nulla della cura intrapresa. Bensì a lunghi intervalli si lasciava sfuggir qualche parola che accennava all'idea della guarigione, faceva qualche progetto per quando fosse guarita.
Così pure, da pochi giorni e precisamente dacchè Carletto le aveva riferito il colloquio avuto con sua madre intorno a lei, ella aveva ripreso ne' suoi ritagli di tempo un'occupazione smessa da un pezzo: quella dei fiori di carta.
Un dì Carletto se ne accorse e le chiese: — Anche i fiori sa fare con quelle sue manine?
— Sono inezie.... Ho imparato da una signorina tedesca che abitava costì....
— Come son belli!
— Le piacciono?
— Tanto. E lavora per commissione?
— Sì — rispose la Gegia abbassando gli occhi e sorridendo.
— Lo sa, signora Gegia — disse Carletto alcuni giorni dopo — che mi son fatto fare il ritratto?
— Mi canzona? Il ritratto?
— In fotografia.... C'è un mio amico che s'è messo a fare il fotografo e ha voluto usarmi questa cortesia. Me ne diede sei copie.
— Davvero? — soggiunse la Gegia e non osava chiedergliene una. Poi, sforzandosi di parer disinvolta. — Sarà una sorpresa che vorrà fare alla sua amorosa....
— Ma se non l'ho, io, l'amorosa.
La povera Gegia non osava sperare di esser lei la preferita; pur le era un gran conforto il sentire che il cuore di Carletto fosse libero. E si fece coraggio a dire:
— Già che ne ha sei copie, potrebbe darmene una?
— Sicuro che gliela darò.
— L'ha con sè?
— No, la porterò domani.
— Si ricordi, sa — disse la Gegia a Carletto, quando questi alla solita ora si mosse per andarsene.
— Oh non dubiti.
Di lì a un'ora si bussò alla porta della Gegia.
— Chi è? — disse la ragazza.
— Sono io, sono Carletto che le porto oggi stesso il ritratto. Posso entrare?
— Vengo, vengo — disse la Gegia tutta confusa di questa visita che le metteva addosso uno strano turbamento.... Non ch'ella potesse temere della sua riputazione. Prima di tutto c'era nella camera attigua la zia Marianna: poi chi si sarebbe sognato di attribuire un intrigo galante a lei, la storpia, la paralitica? Ella pensava invece che Carletto non l'aveva vista sino allora che dalla finestra; egli poteva crederla impedita nei movimenti, non rattratta com'era.
Depose in fretta sopra il tavolino che le stava allato la ciotola di perle e gli aghi, si ravvolse le gambe in una coperta di filo, tanto per nascondere alla meglio la parte inferiore della persona; quindi tirò la funicella che girava tutto intorno alla parete e di cui uno dei capi pendeva vicino allo stipite della finestra, a portata della sua mano, l'altro era legato al saliscendi dell'uscio.
Carletto entrò.
— Perdoni la libertà, signora Gegia — egli disse — ma ho pensato che domani debbo andare al tribunale per conto dell'avvocato e trattenermivi forse tutto il giorno. Così volli anticipare e farle oggi una visitina.... Eccole il ritratto.
E le porse una fotografia molto mediocre, che per vero dire non adulava l'originale, nè faceva un grande onore all'artista.
Carletto aveva stimato opportuno di farsi ritrarre in piedi, locchè dava maggior risalto al taglio disgraziato del suo soprabito e alla cortezza fenomenale de' suoi calzoni, dono generosissimo del principale, ch'era nomo di statura al disotto della mezzana. Inoltre per la paura di mandar a male la grand'opera col più piccolo movimento, il suo corpo aveva perduto ogni morbidezza di contorni ed era rigido e stecchito come quello di un assiderato. Le braccia tese scendevano fino all'altezza dell'anca, facendo un leggiero angolo acuto col busto, e le mani aperte a ventaglio parevano preoccupate sovra ogni cosa di persuadere il mondo ch'esse avevano il numero giusto di dita, tanto un dito era discosto dall'altro. Ad aggiunger grazia all'insieme contribuiva il fondo che figurava un giardino. — Giacchè debbo viver sempre tra quattro muri, voglio stare almeno all'aperto in ritratto — aveva detto il giovine al fotografo, e questi, per compiacerlo, lo aveva addossato ad un paravento su cui erano dipinte due magnifiche palme.
La Gegia ch'era artista per istinto avrà notato senza dubbio queste stravaganze, ma non volle contristare con le sue critiche il buon Carletto, e lo ringraziò molto della sua premura. Senonchè, mentr'ella parlava, non potè a meno di osservare nel suo interlocutore un certo che d'impacciato, una preoccupazione non naturale, una singolare inquietudine dello sguardo. Parve ch'egli stesso trovasse necessario di giustificarsene, perchè, quando i suoi occhi s'incontrarono in quelli della Gegia egli divenne rosso e balbettò: — Guardavo quei fiori lì sul tavolino.
La ragazza ben s'accorse non esser questa se non una scusa; tuttavia volle accettarla per buona, stese il braccio a prendere i fiori ch'erano ancora sciolti e se li pose in grembo.
— Oh la bella rosa — esclamò Carletto. — Verrebbe voglia di odorarla.... E questo gelsomino!...
— Oh il gelsomino è facile; cinque pezzettini di carta bianca, guardi il garofano piuttosto.
— Ma davvero! Com'è brava!
— È affar di pratica.
— Che lavoro c'è! Almeno glielo compenseranno bene.
La Gegia sorrise e disse: — Sa per chi preparo questo mazzolino?
— No in verità. Come potrei saperlo?
— Ebbene, spero che la sua mamma non avrà difficoltà ad accettarlo.
— La mia mamma? — esclamò Carletto.
— Sì — soggiunse la Gegia con accento commosso — da quando ho sentito che discorrono qualche volta di me con la sua mamma, m'è venuta l'idea di regalare a quella povera vecchia un lavoro mio.... Non ci vedremo mai; ella non si muove più di casa, io non mi muovo di questa camera, ma almeno.... io che sono la più giovine.... io che se fossi sana dovrei andarla a trovare.... pregherò questi fiori di far le mie veci.
Mentre diceva così, annodava rapidamente il mazzolino con un sottile filo di ferro, e con la manica del vestito si asciugava due grosse lagrime che le colavano giù per le gote.
— Oh Gegia, com'è buona! com'è gentile! — disse Carletto, volendo prenderle la mano.
Ella si schermì con uno di quegli atti istintivi della donna che nega per consentire, e con un movimento un po' brusco della persona lasciò scivolare la coperta che teneva sulle gambe.
— Oh perdoni — disse il giovine. E raccolse la coperta da terra e gliela stese addosso amorevolmente. Pur non potè a meno di avvertire, meglio che non avesse fatto sino allora, la sproporzione del corpicino di lei; onde le parole gli morirono sulle labbra e restò lì imbarazzato, confuso.
— Dunque li accetta questi fiori perla sua mamma? — ripetè la povera Gegia macchinalmente, tendendogli il mazzolino e senza osar nemmeno di guardarlo in viso.
— Oh se l'accetto! Sì, con tutta la gratitudine — egli rispose prendendoglielo dalla mano, che questa volta, egli strinse davvero nella sua.
— Vada via adesso — ella replicò tenendo il capo voltato verso la finestra e accennando con la mano che le restava libera. — Vada via, potrebbe venire la zia Marianna.
Egli esitò ancora un istante; poi disse: — Grazie ancora una volta, Gegia, e a rivederci. — E se ne andò.
Oh se la Gegia fosse stata una ragazza come tutte le altre, certo egli non le avrebbe ubbidito così presto!
Appena egli ebbe chiusa la porta, la giovine appoggiò i gomiti al tavolino, nascose il viso fra le palme e ruppe in un pianto dirotto.
Il pingue gatto soriano ch'era in cucina e durante questo colloquio aveva cacciato più volte il muso attraverso lo spiraglio dell'uscio e s'era sempre tirato indietro alla vista di un estranio, ora si avanzò adagio adagio sulle sue zampe vellutate, venne fino alla Gegia, si fermò un momento a guardarla; poi le saltò sulle ginocchia.
— Povera bestia! — esclamò la Gegia. — Povera bestia! — E lo accarezzò con una tenerezza assai maggiore dell'ordinario, tantochè il micio non si mosse di là, finchè la zia Marianna non venne in persona a prenderselo.
In quel giorno la Gegia aveva capito due cose: ch'ella amava Carletto, e che non avrebbe mai potuto essere amata come sono amate le altre donne.
Carletto le aveva detto — _A rivederci_ — ma c'era da scommettere ch'egli non aveva in animo di tornarla a visitare; certo egli intendeva dire soltanto che si sarebbero riveduti dalla finestra.
Dalla finestra egli le porse infatti i ringraziamenti di sua madre pel dono dei fiori, ma non le fece altre visite, ed ella non cantò più; nè egli le chiese perchè non cantasse. Capiva forse di essere andato troppo avanti e non gli pareva onesto di lusingare la passione ch'egli aveva creduto scoprire nella Gegia. Così il primo colloquio intimo che i due giovani avevano avuto era stato anche l'ultimo, e il primo scambio di cortesie successo tra loro aveva contribuito a rallentare anzichè a stringere le loro relazioni.
Poi sopraggiunse l'inverno coi suoi freddi, le sue nevi, le sue pioggie, e Carletto e la Gegia non si videro per più mesi che attraverso i vetri.
XI.
Quando venne la buona stagione e le due finestre tornarono ad essere aperte, la Gegia notò che Carletto era immensamente deperito. E invero egli aveva una tosse ostinata.
— L'inverno mi fa sempre male — egli disse alla sua vicina — e non istò ancora perfettamente.
— Non vuol curarsi.
— Ho preso tanti pasticci, più che altro per far piacere alla mamma.... Ma il meglio sarà ch'io resti in casa un paio di giorni.... Ne ho chiesto licenza all'avvocato.
La Gegia sentì una trafittura al cuore. Le parve che una voce le dicesse ch'ella non avrebbe più rivisto Carletto.
— E quali giorni ha scelto per istare a casa? — ella domandò.
— Comincierò domani ch'è domenica; spero così martedì o mercoledì al più tardi di rimettermi al lavoro.... A ogni modo, senta, se per mercoledì non vengo allo studio farò di tutto per passare un momento da lei.
Era, dopo la visita dell'anno addietro, la prima volta ch'egli si proponeva di venirla a trovare a casa.
— Oh signor Carletto, è troppo buono — ella disse — non vorrei che queste cattive scale l'affaticassero.
— Non si dia pensiero, le farò adagio.... Se sapesse quante volte la mamma mi ha detto ch'io ho mancato con lei.
— Con me! — sclamò la ragazza arrossendo. — O come mai?
— Sì; perchè non son venuto di persona a ringraziarla dei fiori.
— Lo sa che non deve far complimenti.... Verrà quando potrà.
Il mercoledì la Gegia passò una giornata agitatissima. Era forse tornato a brillare un raggio di speranza nel suo povero cuore? Pensava ella davvero a un ricambio della sua infelice passione? O piuttosto la sua inquietudine era dovuta soltanto al timore che la malattia di Carletto fosse più grave di quello ch'egli non credeva o non fingeva di credere, tantochè egli non fosse in grado d'uscir di casa nè quel giorno nè il giorno appresso, nè mai forse, mai più?
Se il pensiero che angustiava la sventurata ragazza era questo, ella non si apponeva certo a torto. Non solo Carletto non comparve nel mercoledì, ma il giovedì mattina la Gegia vide la serva dell'avvocato che consegnava a un uomo maturo il vaso d'erbarosa.
Ella ebbe appena la forza di chiedere: — O non viene oggi il signor Carletto?
La donna, sgarbata secondo il suo costume, scrollò le spalle senza rispondere, ma l'incognito prese egli la parola. — No sicuro, non viene oggi e non sa quando verrà.... Per questo ha mandato a prendere il vaso d'erbarosa.
— Ma che cos'ha?
— Febbre e tosse.... Un affar lungo.
— Ma non mica serio?
— E chi può dir nulla? È attaccato al petto.
E, salutata la Gegia, si allontanò.
Ella, sopraffatta dal dolore, colse appena un frammento di dialogo tra la fantesca e il messaggero di Carletto.
— Chi è quella ragazza?
— Oh _un bel feudo_!... Ha perdute le gambe.
La Gegia non aveva tempo di sentirsi mortificata da queste parole; il suo pensiero era corso alla camera ove languiva il solo uomo che per un istante aveva mostrato di provar per lei qualche cosa di più che un sentimento di sterile compassione... Oh così avesse potuto volare ella stessa a soccorrerlo, a vegliarlo! Così avesse potuto morire in vece sua, morire sotto i suoi occhi, ridonandogli la vita e la sanità! Che faceva ella nel mondo? A chi era necessaria? Non al padre, non alla zia; egli invece aveva una vecchia genitrice di cui era il solo conforto, egli poteva ancora trovare qualcheduno che lo amasse!
La tormentava inoltre l'idea delle strettezze in cui Carletto si trovava sicuramente. Poveretto! Se la sua malattia era lunga, come ne avrebbe sopportato le spese? Ed ella ripensò alla moneta donatale dalla Lotte; a che opera buona l'avrebbe destinata se non a questa di soccorrere Carletto e la sua mamma?
Il sabato, quando il vecchio Menico venne da lei come il solito, ella lo supplicò di ascoltarla con pazienza e di prepararsi a darle una prova del suo affetto per essa. Gli raccontò la storia del napoleone d'oro, il voto ch'ella aveva fatto d'impiegarlo un dì o l'altro in tal cosa che le facesse perdonare a sè medesima il modo in cui lo aveva ricevuto; gli parlò di Carletto, della sua malattia, dei suoi imbarazzi economici e del bisogno ch'ella sentiva di essergli utile. Finchè era sano, ella non aveva avuto il coraggio di offrirgli nulla, ma adesso ch'era infermo, ogni esitanza le sarebbe parsa colpevole, ed era certa che Carletto non avrebbe rifiutato un aiuto da lei. Perciò, s'era vero ch'egli le voleva bene, egli stesso, il signor Menico, doveva assumersi quest'ufficio delicato, doveva andare da Carletto, informarsi della sua salute, vederlo e fargli accettare quel po' di denaro. No, s'egli stava in forse di compiacerla, ella non avrebbe più creduto nemmeno a lui, avrebbe detto, povera disgraziata, che nessuno, nessuno aveva pietà di lei sulla terra, Menico, ch'era di cuor tenero, finì col cedere e adempiette così bene all'incarico che la Gegia gli sarebbe saltata al collo se il saltare fosse stato cosa da lei. Quand'egli le disse che a parer suo Carletto non istava poi tanto male come si voleva far credere, quando le soggiunse che il suo napoleone era stato accolto con lagrime di riconoscenza e aveva risparmiato alla madre del giovine la necessità d'impegnare un filo d'oro ereditato da suo marito, la Gegia si sentì quasi felice. È pur vero che noi non possiamo sbarazzarci affatto dell'amor di noi stessi nemmeno negli slanci più generosi dell'animo, e la soddisfazione di lenire un dolore altrui ci fa sovente dimenticare che sarebbe assai meglio che questo non ci fosse.
Di lì ad alcune settimane il signor Menico tornò a visitare l'infermo. Aveva ancora la tosse e un filo di febbre, ma era pieno di speranze. La finestra della sua cameretta era spalancata, e il sole veniva a lambire il suo letticciolo, e le dolci aure di primavera accarezzavano la sua fronte.
— Che cosa le mandi a dire alla Gegia? — chiese a Carletto la vecchia madre che gli sedeva vicino e lo guardava teneramente.
— Che sto meglio, e che mi alzerò domani e uscirò presto di casa giacchè ormai siamo in aprile e non ho più paura.
— Oh sì — soggiungeva la madre. — La primavera è un gran balsamo per te.
— Chi sa, domenica forse — ripigliò il malato appoggiandosi su un gomito — potrò andare a messa... E chi sa che non mi spinga fino dalla Gegia...
— Bada — interruppe la vecchia — non troppe cose in una volta. Ci andrai lunedì dalla Gegia... E bisogna che tu vada anche dall'avvocato...
— Sicuro; perchè egli mi passa sempre lo stipendio e mi conserva l'impiego... Insomma, o domenica o lunedì, se dura questo bel tempo la signora Gegia mi vedrà senza fallo.
Il buon Menico, nel riferire questi discorsi alla ragazza, tentennava un po' la testa, come a significare ch'egli non credeva a questa rapida guarigione; ma la Gegia gli diceva che egli era sempre stato un pessimista ed ella aspettava senza fallo Carletto per lunedì. Non isperava nulla per sè, non s'illudeva più nel bel sogno d'essere amata: le bastava rivederlo.
XII.
Senonchè, fino dalla mattina di quel lunedì atteso con tanta impazienza ella s'accorse che per quel giorno almeno le era forza rinunziare alla visita del convalescente. La temperatura s'era abbassata da un punto all'altro; pareva tornato l'inverno. Veniva giù un'acqua fitta, spirava un vento freddo che soffiando di tratto in tratto più forte faceva sbatter le imposte e moveva in giri capricciosi il fumo dei camini. Oppressa da una malinconia tetra, invincibile, la Gegia non trovava il verso di mettersi al lavoro. Ella stava immobile a sentir lo scroscio della pioggia, a guardar le goccioline che si formavano dietro i vetri della sua finestra chiusa e colavano a guisa di lagrime. E pensava a Carletto che aveva tanto bisogno del sole e a cui forse una giornata come questa ritardava di qualche settimana la guarigione... Forse egli era rimasto a letto, forse contemplava anch'egli mestamente il cielo color della cenere e si ravvolgeva entro le povere coltri per ripararsi dall'aria umida che penetrava nella sua camera attraverso le imposte sconnesse.
Assorta nelle sue tristi fantasie, la ragazza non sentì bussare una prima volta alla porta. Quando si bussò di nuovo:
— Chi è? — ella chiese in sussulto.
— Amici. Non istà qui una signora Gegia?
— Sì — ella rispose e tirò il cordone.
Entrò un ometto di bassa statura con un pastrano che gocciolava da tutte le parti e sotto il quale pareva ch'egli nascondesse qualche cosa. La fisonomia non era nuova alla Gegia, ed ella che vedeva così poca gente, non tardò a riconoscerlo per la persona a cui la serva dell'avvocato Galeni aveva consegnato il vaso d'erbarosa. Egli veniva senza dubbio da parte di Carletto, ed è facile immaginarsi come battesse in quel momento il cuore della povera paralitica.
— Ah! Ho avuto il piacere di vederla un'altra volta — soggiunse il nuovo arrivato, levandosi il berretto e scuotendolo in modo da spruzzar d'acqua i mattoni del pavimento. — Sant'Antonio Abate! Che brutto tempo... Basta; ho un incarico poco allegro per questa signora Gegia... È lei, non è vero?
— Sono io!... Che c'è mai?
— Un incarico di Carletto.
— Di Carletto! — esclamò la ragazza impallidendo. — E come sta?
— Eh, sta meglio di noi adesso.
— Ma si spieghi... per carità... non mi faccia credere...
— Cara la mia _tosa_, ci vuol pazienza... Il Signore lo ha chiamato a sè.
— Morto? — gridò la Gegia. — Morto?
— Pur troppo. Stamattina alle 9.
— Oh Dio!
— È morto come un santo...
— Ma non istava meglio?
— Era spedito dal medico da un pezzo, ma son di quei mali!... Ancora ieri s'è provato ad alzarsi.... Iersera poi si sentiva più debole e ha voluto confessarsi e comunicarsi.. Io che sono il sacrestano della parrocchia avevo seguito il prete, e quando Carletto s'accorse ch'ero là, mi disse: — Girolamo, più tardi, di qui ad un'ora, passate da me. — Così ho fatto... Il poverino stentava a respirare, ma appena mi vide mostrò una gran consolazione e mi disse: — Girolamo, dovete farmi un piacere. — Mille, viscere mie, io gli risposi. — Figuriamoci, l'ho visto nascere, e suo padre ed io eravamo come due fratelli. — Ebbene — egli ripigliò dopo aver preso fiato — di facciata al portone dell'avvocato Galeni ci sta una povera _tosa_ di nome Gegia, ch'io vedevo ogni giorno dalla finestra dello studio e che ha sempre mostrato molta premura per me. Quando sarò morto, e ormai sento che non passerò la giornata di domani, portatele quel vaso d'erbarosa ch'è lì sul balcone e che siete andato a riprendere poche settimane or sono... povero Girolamo, tant'era che non vi facessi fare che un viaggio solo... portateglielo per memoria mia, e salutatela tanto, e ditele ch'io pregherò il Signore e la Madonna perchè la facciano guarire delle sue infermità... e che si ricordi qualche volta di me...
— Oh me ne ricorderò sempre, sempre — proruppe la Gegia in mezzo ai singhiozzi.
L'altro intanto aveva deposto sopra una sedia la pianta d'erbarosa e si soffiava romorosamente il naso con un fazzoletto blù.
— Si dia pace... non faccia disperazioni... Tanto ha finito di patire... Se avesse visto com'era ridotto...
— Povero giovine! Povero giovine! Così buono!
— Oh buono sì... E timorato di Dio, sa... Non come tanti... Egli veniva sempre alle funzioni... Don Agostino, quando lo ha lasciato iersera, disse a me: — Quello lì va in Paradiso dritto.
— E la sua mamma?
— Oh le mamme, si sa, stentano a rassegnarsi... Ma anch'ella stamattina mi disse asciugandosi gli occhi: — Vi raccomando di eseguir la commissione del mio Carletto... E la saluterete anche per me, quella _tosa_.
— Grazie, grazie... oh come pagherei a potermi muovere e a venirla a trovare!... Ma è inutile!... E come vivrà adesso?
— C'è una sua sorella maritata con un orefice, e quella si è obbligata a passarle un tanto... Poi ha ancora quei quattro stracci di suo marito.
— O senta — replicò la Gegia — io sono una poveretta, ma se la mamma di Carletto dovesse trovarsi nella miseria, io darei tutto quello che ho per sollevarla... Glielo dica, sa, per l'amore che portava a quel giovine... glielo dica... E adesso, scusi, mi dia qui quel vaso.
Ella prese e guardò quella pianta come si prende e guarda un bambino; poi la depose dolcemente ai suoi piedi, si frugò nelle tasche e trattone un biglietto da due lire, lo porse al sacrestano.
— Giacchè è tanto buono; faccia dire una messa al nostro defunto anche per me... Lo hanno già portato in chiesa?
— Oh no, lo porteremo domani... E sia tranquilla che si faranno le cose per bene... Le ripeto che tutti lo amavano... e ci sarà un funerale da povera gente... ma decoroso...
Sono trascorsi alcuni anni, e la Gegia passa ancora le giornate al solito posto. Non sorride mai, non canta più, ha già qualche cappello bianco e qualche ruga sul fronte. Guarda spesso verso la finestra dirimpetto e i suoi occhi si bagnano di lagrime. Ella non sa persuadersi che un dì o l'altro non debba tornare Carletto a quella finestra e dirle:
— Buon giorno, signora Gegia.
Le Chiacchiere Della Nonna
«Egli le sì gettò ai piedi esclamando: Vi amo!»
Quando l'Adelina ebbe letta questa frase, ella posò dispettosamente il giornale sopra la tavola e disse: — Qui termina l'appendice, e bisognerà aspettare fino a domani. Non potevano stampare una riga di più e farci sapere che cosa abbia risposto la signora Clotilde?
La nonna sorrise. — Povera signora Clotilde! Ella si trova in una situazione difficile e vogliono lasciarle un giorno da pensarci su.
La contessa Olimpia (la chiamavano _contessa_, quantunque a rigore ella non avesse più diritto a portare il suo titolo di famiglia dopo essersi sposata con un ricco banchiere) era una bella vecchietta sulla settantina. Occhi vivi e intelligenti, sorriso arguto e benevolo, persona svelta ancora ed elegante, a malgrado dell'età. Quel giorno ella aveva in capo una cuffia bianchissima con nastri verdi scuri e indossava un vestito di seta nera che dava risalto al candore del carnicino e dei polsini insaldati. Adagiata in una poltrona a molle, coi gomiti appoggiati ai bracciuoli, con la testa protesa in avanti come chi ascolta, la contessa Olimpia aveva seguito attentamente la lettura della nipote.
L'Adelina poteva avere diciannove anni, ed era leggiadrissima di volto e di forme. Somigliava alla nonna negli occhi bruni, mobili ed espressivi; ma quegli occhi avevano una qualità che quelli della nonna non potevano avere, il fuoco della giovinezza.
Nonostante il mezzo secolo e più che le divideva, le due donne s'intendevano e s'erano sempre intese fino dal giorno in cui l'Adelina, appena venuta al mondo, dopo aver strillato in braccio della levatrice, della balia e del babbo, s'era acquetata sulle ginocchia dell'ava. Nonna e nipote erano la gioventù della casa; i genitori e le sorelle dell'Adelina appartenevano alla razza di quelle creature linfatiche, che sono già vecchie a vent'anni e che non corrono mai rischio di smarrirsi per via, perchè camminano dentro un fosso.
La contessa Olimpia, ava paterna dell'Adelina, aveva conosciuta e goduta la vita, aveva esercitato intorno a sè il fascino della grazia e della bellezza. I maligni pretendevano che a rivangar nel suo passato si potesse trovar qualche momento di oblio; era certo però ch'ella si conservava una persona simpatica, atta a compatire e a intendere gli altri, pronta a fare un sacrificio con animo sereno e viso ridente. Un suo difettuccio era quello d'essere un po' loquace, e questo difettuccio aveva la disgrazia di combinarsi con uno della nipote, d'essere un po' curiosa.
Quando dico la nipote, voglio parlare dell'Adelina; chè le altre due erano floscie e insignificanti come i loro rispettabili genitori, e la nonna trovava che non c'era sugo a discorrer con esse.
— Eppure — osservò l'Adelina — gli uomini sono molto più arditi nei romanzi che nella vita reale.
— Uhm! — fece in tuono dubitativo la contessa Olimpia.
— Non sei del mio parere, nonna? Ma scusa, per esempio, a badare ai libri, ci sarebbe ogni momento qualcheduno che si getta ai piedi di una donna.... E ho notato che la donna ha tre sistemi diversi.... Ti ricordi della novella del _Monde Illustré_ del mese scorso? Quel cavaliere s'inginocchia davanti alla marchesa. Ella scuote il campanello, e dice al servo: _Eclairez Monsieur_. Questo è un sistema che non si può adottar che di sera.
— Pazzerella che sei. Smetti.
— _Sistema secondo_. _Egli_ le si getta ai piedi secondo il solito, _ella_ si alza sdegnata: Signore, voi violate le leggi dell'ospitalità; v'intimo di uscire.... Qui almeno non c'entra la servitù.... È vero che qualche volta il signore non esce.
La nonna rideva.
— _Sistema terzo_. _Egli_ fu come sopra; _ella_ lo rialza cortesemente.... Mi pare un sistema da persone educate, ma è anche il più pericoloso.
— Sai, Adelina, che se la tua mamma ti sentisse....
— Misericordia!... È appunto per questo che parlo quand'ella non c'è.
— Bell'onore che fai alla nonna.
— La nonna è più indulgente.
— Troppo indulgente.
— Non mi hai insegnato tu quella bella sentenza d'una scrittrice francese: _Tout comprendre c'est tout pardonner?_
— Ho fatto male a insegnartela. Certe cose non devono interpretarsi alla lettera.
— Sii buona, nonnina.... Dunque tu dici che anche nella vita reale gli uomini si gettano spesso ai piedi delle donne....
— Io non ho detto nulla....
— Ma l'hai lasciato capire.... È singolare.... A me non è accaduto mai....
— Oh Adelina.... Non ti vergogni? Sei poco più di una fanciulla.... E vorresti?
— Tanto per vedere.... Deve fare un certo effetto.... Che effetto fa?
La contessa Olimpia non potè a meno di ridere. — Sai che è una domanda impertinente?
— Nonna, nonnetta, nonnina bella, se la cosa accade qualche volta, è impossibile che non sia accaduta anche a te....
— O vediamo un po' la ragione, signora dottoressa.
— Perchè basta guardare il ritratto a olio appeso in salotto per dire: questa donna, nella sua gioventù, era affascinante. O gli uomini di quel tempo avevano un gran cattivo gusto, o....
— Zitto, zitto, adulatrice.
— Nonna, nonnetta, nonnina bella, levami questa innocente curiosità; non s'è gettato nessuno ai tuoi piedi?
— Ma insomma?
— Il nonno, buon anima, che non ho mai conosciuto?
La contessa si strinse nelle spalle. — Lui?... Oh no.... Tuo nonno era un uomo serio e posato che attendeva ai suoi affari.... Egli chiese la mia mano ai miei genitori che gliel'accordarono.... Non c'era nessun bisogno ch'egli mi si inginocchiasse davanti.... Avevo allora sedici anni.
— Fosti sacrificata, povera nonna.
— No, no.... Mi trattò benissimo....
— Ma aveva molti anni più di te....
— Pur non era vecchio....
— Ma non lo amavi.
— Non si ama mica quando si vuole.... Si viveva in buona armonia, quantunque ci fosse tra noi una gran diversità di carattere. Egli era freddo, calmo, positivo; io ero impetuosa, entusiasta, poetica;... egli avrebbe preferito una vita ritirata, io invece andavo pazza pei divertimenti, pei teatri, pei balli.... Dopo tutto, se uno di noi poteva lagnarsi era lui; perchè egli non aveva voluto impormi i suoi gusti ed io gli avevo imposto i miei.
— Quanto pagherei ad averti vista in quei tempi, la mia nonnetta!
— Non pagheresti nulla, perchè se tu mi avessi vista allora, saresti adesso all'incirca come me, con settant'anni sulle spalle, le grinze in viso e i capelli bianchi in testa.... Del resto, consolati, tutti dicono che mi somigli....
— Dovevi esser più bella, dovevi vestire con un gusto squisito.
— Sì, non vestivo male.... E non ispendevo mica tesori.... Ma, sai, il buon gusto è una cosa che non s'impara; o lo si ha, o bisogna rinunziarvi....
— Certo tu eri la regina di tutte le feste....
— La regina è troppo, ma, non lo dissimulo, ero tra le signore più in voga....
— Lasciamelo dire di nuovo; a costo di non esser più giovine adesso, avrei voluto vederti quand'eri fra i venti e i trent'anni, avrei voluto vederti nei balli, circonfusa di veli, splendente di gemme, vagheggiata da cento adoratori, superbi di raccogliere un tuo guanto, un fiore caduto dai tuoi capelli, assetati d'una tua parola, d'un tuo sorriso....
— Eh ragazza mia, vedi che cosa è rimasto di tutto ciò.
— È rimasta una bella nonnetta.... E poi i ricordi non valgon nulla?....
— .... Nessun maggior dolore Che ricordarsi del tempo felice Nella miseria....
— Sì, lo dice Dante; ma tu mi hai fatto leggere l'altra settimana una poesia di De Musset che ha un'opinione contraria:
Un souvenir heureux est peut être sur terre Plus vrai que le bonheur.
— Lei ha sempre la sua risposta pronta....
— Non è vero, nonnetta mia; che gli uomini ti venivan dietro come tanti cagnolini?
— Sicuro che mi venivan dietro.... E c'era qualcheduna che ne aveva una rabbia.... La contessa Aureli specialmente. Era bella, ricca, più nobile di me che avevo macchiato il mio blasone maritandomi a un banchiere, e avrebbe voluto tener senza contrasto lo scettro della moda.... Ma per forza o per amore, doveva dividerlo meco.... Eravamo rivali, le due illustri rivali.... Il lunedì ella riceveva in casa sua, il sabato ricevevo io. Naturalmente ella veniva da me, io andavo da lei, non ci si poteva soffrire, ma si stava sempre insieme, per sorvegliarci a vicenda.... Se io non c'ero, ella aveva un gran circolo attorno; al mio arrivo tutti si alzavano e mi si faceva un posto presso la mia intima amica.... Il circolo si ricomponeva ma si badava a me.... La bellezza dell'Aureli era più regolare della mia, ma io piacevo di più; ella era più colta di me, ma la sua cultura era mal digerita.... la chiamavano l'_oca dotta_.... io invece avevo fama di essere una donna di spirito.... in quel tempo.
— Anche adesso, anche adesso.
— La contessa Aureli ambiva di farsi presentare gli uomini ch'erano in auge per una ragione o per l'altra, i forestieri sopratutto; già piuttosto che al vero merito ella guardava alla fama.... A ogni modo, ella riusciva ad aver le primizie di queste conoscenze, e noi, maligne, si diceva ogni lunedì: stasera l'_oca dotta_ ha esposizione di animali rari. Infatti ella era lì in mezzo alle sue celebrità che poi conduceva alla sua volta negli altri _salons_, dondolandosi e gracchiando come il volatile domestico di cui le si era dato il nome: _Cuà, cuà, cuà_.... Povera Aureli!... A questi uomini illustri ella mi dipingeva in anticipazione quale una buona donnetta, un po' frivola, un po' vana.... Ond'io ero guardata sulle prime con qualche diffidenza.... ma non tardavo a prendere la mia rivincita.... In mezzo al corteo dell'Aureli c'era il buono e il cattivo, l'argento puro e l'argento _cristophle_, ed io sapevo distinguerli così presto! Dell'argento _cristophle_ non mi curavo affatto, lo lasciavo tutto alla mia dolcissima amica; io badavo al buono e ti assicuro, Adelina mia, che gli uomini di vero ingegno non davano retta alla contessa Aureli, ma a me.... Che le valevano le sue citazioni dal greco e dal latino, le sue frasi lambiccate?... Io ero spontanea, incisiva, originale nelle mie osservazioni; avevo uno schietto entusiasmo per ciò che era grande, per ciò ch'era bello, avevo uno sdegno profondo per tutto ciò ch'era ignobile.... — Voi avete una fisonomia vostra, voi siete _voi_ — mi disse un giorno una certa persona alla cui stima la contessa Aureli ci teneva di più. — Ella è come l'acqua che s'adatta a tutti i vasi, come lo specchio che riflette tutte le immagini e non ne trattiene nessuna, come l'eco che ripete tutti i suoni.... La si ammira un momento, e si passa;... quanto a voi, vi si ammira.... e si resta.
— Nonnetta mia, come parlava bene quella _certa persona_! Chi era?
— Che t'importa il nome, la mia fanciulla? Quella persona è morta in esilio molto prima che tu nascessi....
— In esilio?
Una nube passò sulla fronte della contessa Olimpia; l'Adelina le si avvicinò, sedette sopra uno sgabello a' suoi piedi e si pose in ascolto senza batter palpebre.
— Eh Adelina, strani tempi eran quelli! Feste e baldorie alla superficie e sotto i piedi un vulcano. Quanti giovanotti azzimati, all'uscir d'un ballo, trovavano un commissario di polizia che li conduceva in prigione e di là allo _Spielberg_. Dopo il 1848 si cospirava con la speranza di riuscire; prima si cospirava con la certezza di sacrificarsi, e d'esser chiamati pazzi dagli spiriti positivi.... Allora ci voleva davvero una fede gagliarda, allora ci voleva una forza di carattere!... Uno di questi forti caratteri era.... era lui, quegli di cui ti discorrevo.... Apparteneva a una cospicua famiglia di Lombardia, era stato raccomandato alla contessa Aureli, l'avevo conosciuto presso di lei.... Non si sarebbe certo supposto ch'egli fosse un cospiratore. Era gioviale, elegantissimo, adorno di tutte le doti di società, parlatore facile e arguto, pianista distinto, e all'occasione perfino poeta estemporaneo. Io ero tentata di crederlo frivolo.... E invece egli era tra gli affigliati più attivi della _Giovine Italia_.... Si parlò per la prima volta di politica in un gran ballo dato da una delle nostre famiglie patrizie. C'era l'Aureli, c'ero io, c'erano tutte le signore della _high-life_, come usano chiamarla adesso, e c'era anche lui. I padroni di casa avevano poi stimato opportuno di comprendere tra gl'invitati alcuni ufficialetti austriaci.... Io ero italiana nel fondo dell'anima; mi faceva male la vista dei nostri oppressori; tremavo che uno di quegli ufficiali mi si facesse presentare e mi impegnasse per una _polka_ o per una quadriglia.... Avrei voluto andarmene, ma come fare? Come avvertire mio marito, che s'era ritirato nella stanza da fumo insieme ad altri uomini seri?... Intanto gli ufficialetti trovavano liete accoglienze presso parecchie signore; l'Aureli mi passò vicino a braccio di un tenente; ma non c'era pericolo ch'ella me lo presentasse; era un principe, ed ella voleva tenerlo tutto per sè.... Girai gli occhi intorno; cercavo istintivamente _lui_.... il conte.... Forse egli poteva venirmi in aiuto.
— Ah! Era un conte?
— Sì... Lo vidi alla fine appoggiato allo stipite di una porta, e, appena egli rivolse lo sguardo dalla mia parte, gli feci segno col ventaglio di avvicinarsi. — Siete accigliato stasera? Che avete? — Nulla, contessa, ma me ne vado. — No, non andate — soggiunsi — impegnatemi invece per tutti i balli che ho disponibili.... Qui c'è il mio libretto.... Riempite i vuoti col vostro nome... Lo so che ballate poco, ma si tratta di rendermi un servigio... Vi spiegherò poi... Fate presto. — E gli posi in mano il libretto... Non c'era tempo da perdere, perchè proprio in quel punto la padrona di casa si fermava davanti a me con un ufficiale a braccio. — Avete un _valzer_ o una _polka_ pel barone? — ella mi chiese, presentandomi il suo tedesco di cui non rammento più il nome. — Grazie, sono impegnata — risposi. — Per tutti i balli? — Per tutti. — Il barone non mi perdonerà certo d'essere arrivata troppo tardi — ella disse. L'ufficiale aggiunse qualche complimento in pessimo italiano. Poi si allontanarono insieme. Io respirai. — Era per questo? — domandò il conte, che s'era tenuto alquanto in disparte. — Sì, era per questo; non volevo ballare con un ufficiale austriaco. — E io volevo andarmene appunto perchè c'erano gli ufficiali austriaci. — Adesso siete contento di rimanere? — Contentissimo; vi ringrazio e vi ammiro... più del solito. — L'orchestra intuonò un _valzer_. — È il quarto ballo, è mio — esclamò il conte. Io mi alzai, egli mi cinse la persona col braccio, e ci slanciammo, cullandoci sull'onda dei suoni, in mezzo alle coppie che si urtavano, s'intrecciavano, si confondevano in una ridda vorticosa... Ah! la musica di quel _valzer_ la ho ancora negli orecchi... E posso dire di aver presente tutta la festa come se fosse una cosa di ieri, onde al bisogno saprei descrivere perfino le _toilettes_ delle signore, una per una... Che ciarliera di nonna, non è vero, Adelina?
— Parla, parla, mi diverto tanto.... E il conte?
— I miei sentimenti patriottici esercitarono sul suo animo un fascino maggiore della mia bellezza. Ebbi da lui confidenze che non avevano avuto i suoi più intimi amici, ed io sola, fra quante erano le sue conoscenti in Venezia, seppi che tempra di eroe egli avesse e quali cure ansiose e profonde si celassero sotto il suo sorriso.... Ero superba e tremavo... A ogni suo viaggio, e di questi viaggi a me erano ben noti gli scopi, temevo ch'egli non tornasse più..... Mi ricorderò finchè io viva d'una sera d'inverno.... Quanti inverni sono passati da allora, Adelina mia!... Il conte era partito da due mesi e non ne avevo notizia. Subito dopo pranzo m'ero ritirata nelle mie camere, e me ne stavo nel salottino da lavoro sentendo di fuori scrosciar la pioggia e il vento gemere sinistramente all'imboccatura del rio. M'ero messa a sfogliare un libro, poi avevo preso in mano il ricamo; poi, infastidita anche di questo, m'ero adagiata sulla poltrona davanti al caminetto. Ad un tratto s'aperse l'uscio dietro di me, e mi voltai in sussulto. — Sono io — disse una voce ben nota. Sentii che eravate qui e sono venuto senza lasciar tempo al servo di annunziarmi. — Voi! — esclamai, correndogli incontro. — Ma perchè trasformato così? — Il conte (era lui) non aveva più la sua folta barba. Egli si guardò attorno e mi chiese: — Siete ben sicura che nessuno ci ascolti, che nessuno ci sorprenda? — Chiusi gli usci di dentro. — Ebbene? — La polizia è sulle mie traccie — egli soggiunse. — Questa notte m'imbarco. — Dio mio! Questa notte! E lasciate l'Italia? — Per sempre forse — egli rispose cupamente. — Non ci vedremo più? — diss'io congiungendo le mani. — È per questo che scelsi la via di Venezia.... Per Genova mi sarebbe stato più facile l'imbarco, ma non vi avrei dato l'ultimo addio.... Come siete pallida, Olimpia.... e come siete bella nel vostro pallore!.... Figgete in me i vostri occhi stupendi ed il lume soave me ne resterà nell'anima per tutta la vita.
— Oh nonna, sentirsi parlare così!
— Egli era tanto eloquente ch'io pendevo rapita dalla musica di quella voce, dal fascino di quegli accenti.... Egli, il forte, egli che aveva la fibra d'un eroe di Plutarco, egli avvezzo al comando, egli era lì supplichevole davanti a me, povera donna.... Di fuori infuriava la burrasca, di fuori lo attendevano insidie infinite, la carcere forse, forse il carnefice, nella ipotesi men triste l'esilio; era in poter di me sola, prima che egli partisse, di versare qualche dolcezza su quell'anima esulcerata.... Oh certo, le coscienze rigide, inflessibili, mi condannano...
— Io no...
— Tu! Che ne sai tu della vita, o fanciulla?
Vi fu qualche istante di silenzio.
— Finisci la storia, nonnetta mia — disse timidamente l'Adelina.
— Conveniva romper gl'indugi. Ogni soverchio ritardo poteva esser fatale. Il conte volle che, in presenza sua, abbruciassi alcune lettere. — Voi foste la mia confidente — egli disse infine.... In quei tempi, Adelina mia, non ero la gran chiacchierona che sono adesso. — Le cose che vi ho rivelate seppellitele nella vostra memoria, i nomi che avete intesi dimenticateli; se vi si interroga sul conto mio mostrate di avermi conosciuto solo come uomo di società... È impossibile misurar le conseguenze di una parola imprudente... E voi siete madre, non dovete affrontare inutili rischi.... — Quand'egli si decise a partire, erano le dieci...
— E giunse in salvo?
— Sì, prima a Corfù, poi in Inghilterra... Ma la nostalgia l'uccise dopo tre anni.... Che cosa fai, Adelina?
— Nulla; rasciugo con un mio bacio quella lagrimetta che ti riga la guancia....
— Basta; cose vecchie, cose vecchie — disse la nonna, scrollando la testa come a cacciar via i pensieri importuni. — E lei, signorina, è contenta di avermi tirato in lingua anche oggi?.... Faccio male, faccio assai male; bisognerà che mi metta un bavaglio alla bocca....
— Nonnetta bella...
— Che c'è?
— Vorrei sapere...
— Ha saputo anche troppo, signora curiosa.
— Una domanda.... una sola.
— Via, sentiamo.
— _Quella sera_, dove mai s'era cacciato il nonno?
— Il nonno dormiva ogni sera nella sua camera dalle otto alle dieci.
— Ecco, dal suo punto di vista, sarebbe forse stato meglio ch'egli avesse dormito dalle sei alle otto.
Nevica
Il termometro segna appena un grado sopra zero, il cielo è coperto di nubi bianche di cattivo augurio, spira un'aria rigida e acuta; che ragione può avere il signor Odoardo di starsene alla finestra della sua camera da studio alle nove della mattina? È vero che il signor Odoardo è un uomo robusto e ancora nel fior dell'età, ma via, non bisogna far troppo a fidanza con la propria salute, nè tirarsi i malanni addosso. Ahimè, ahimè, la ragione mi par d'averla scoperta. Dirimpetto alla finestra del signor Odoardo c'è la finestra della signora Evelina, e la signora Evelina ha gli stessi gusti del signor Odoardo. Anch'ella è li a prendersi il fresco, appoggiata al davanzale, in veste da camera, con le sue chiome bionde e ricciute che le cascano ogni momento sulla fronte e ch'ella respinge indietro con una leggiadra scrollatina di capo. La strada è abbastanza angusta e si può benissimo conversare da una parte all'altra, ma col tempo che fa non ci sono che due finestre aperte, quella del signor Odoardo e quella della signora Evelina.
Non c'è che dire: la signora Evelina, venuta da qualche settimana ad abitare nella casa di facciata e una magnifica vedovella, i suoi capelli sono oro filato, la sua carnagione è un impasto di latte e di rosa, il suo nasino volto un poco all'insù non è greco sicuramente, ma è più gustoso che se fosse greco, la sua bocca fregiata di denti bianchissimi par che inviti ai baci, e i suoi occhi poi, i suoi occhi azzurri hanno la trasparenza di un cielo sereno, ed ella sa girarli in un modo! Nè le bellezze della signora Evelina finiscono lì; che persona giusta, spigliata, che linee morbide, eleganti, che manine, che piedi! Ah, signora Evelina, signora Evelina, comincio a credere anch'io che il signor Odoardo non abbia tutto il torto di starsene alla finestra a pigliare il fresco invece di chiuder le imposte e di mettersi vicino alla stufa che arde romorosamente nella stanza. Di lei piuttosto mi meraviglio, perchè in fin dei conti il signor Odoardo non è un brutt'uomo, ma è poco distante dai quarant'anni, ed ella non ne ha che ventiquattro. Così giovine e già vedova! Povera signora Evelina! È vero ch'ella ha una gran forza di carattere. Volge il sesto mese della sua vedovanza ed ella s'è omai rassegnata, quantunque il suo defunto marito le abbia lasciato appena quanto basta per vivere modestissimamente. Però la signora Evelina non ha imbarazzi di figliuoli, è sola, è padrona di sè e non dovrebbe esserle difficile di passare a seconde nozze, con quegli occhi, con quei capelli, con quel nasino volto all'insù. Non c'è niente di male a confessarlo, la signora Evelina aspira al matrimonio, e se il nuovo marito non fosse più di primo pelo, pazienza!
Ora non è inutile a sapersi che il signor Odoardo è un uomo agiato, ed è vedovo anche lui... Che combinazione!
Si sposino dunque, e che la sia finita!... Già è la conclusione ordinaria di queste faccende.
Si sposino! È presto detto... Il signor Odoardo è ancora perplesso. Se si fosse trattato di levarsi un capriccio ho una gran paura che la perplessità gli sarebbe svanita. _Errare humanum est._ Ma la signora Evelina è una donna seria, non vuole frascherie, vuole un marito... oh la signora Evelina è una donna positiva; sa far girare le teste degli altri, ma sa tenere a posto la propria. È così furba la signora Evelina.
Se è così furba, la spunterà. A forza di ronzarle attorno, il signor Odoardo terminerà col bruciarsi le ali. Questo è senza dubbio il suo parere, gentile lettrice, e non le dissimulo che è anche il mio. Così non può durare sicuramente. Le visite del signor Odoardo alla signora Evelina sono troppo frequenti; adesso ci si aggiungono anche i colloqui dalla finestra. Bisogna prendere una risoluzione, e il signor Odoardo ha una gran paura che la risoluzione gli sarà strappata più presto ch'egli non vorrebbe, in giornata forse, quand'egli si recherà a casa della vedova.
L'uscio della camera da studio del signor Odoardo è proprio dirimpetto alla finestra. Perciò una corrente d'aria fredda che gl'investe la persona l'avverte che l'uscio fu aperto. E mentr'egli si volta, sente una voce cara e simpatica che gli dice:
— Addio, babbo, vado a scuola
— Buon dì, Doretta — risponde il signor Odoardo chinandosi a baciare una vezzosa fanciulla tra gli otto e i nove anni, e nello stesso tempo dalla finestra dirimpetto la signora Evelina grida anche lei:
— Buon dì, Doretta.
La Doretta che aveva già fatto una smorfia a vedere il babbo in conversazione con la vicina, ne fa un'altra a sentirsi salutare. E biascica di mala voglia:
— Buon giorno.
Poi, mogia mogia, col suo panierino infilato al braccio, ella se ne va a raggiungere la donna di servizio la quale l'attende in andito. La Doretta si sente un gran pizzicore negli occhi, e basterebbe un nonnulla a farla piangere.
— Mi piace tanto quella bimba — dice la signora Evelina con la più dolce inflessione di voce che si possa immaginare — ma le sono antipatica.
— Oh non creda... La Doretta è ritrosa per sua natura.
Il signor Odoardo risponde così, ma nel fondo del suo cuore è persuaso anch'egli che sua figlia non ha nessuna tenerezza per la signora Evelina.
Intanto il freddo si fa sentire più acuto, e il vento porta in giro qualche piccolo fiocco di neve. Non c'è caso, a meno di voler rimanere intirizziti, bisogna mettersi al riparo dall'aria.
— Nevica — dice la signora Evelina guardando in alto.
— Oh era da aspettarselo.
— Ebbene, vado a sbrigare le faccende di casa. A rivederci... Verrà a trovarmi più tardi?
— Sì mi procurerò questo piacere.
— A rivederci.
La signora Evelina chiude gli sportelli, saluta nuovamente dietro i vetri con un cenno del capo e con un sorriso, poi si dilegua.
Il signor Odoardo rientra anch'egli nello studio, e accorgendosi che fa molto freddo, caccia legne nella stufa, e inginocchiato davanti allo sportellino rianima il fuoco col soffietto. La fiamma divampa allegra, romorosa, e manda vivi bagliori sulla parete.
Di fuori continua a cader qualche fiocco di neve. Forse non farà più di così.
Il signor Odoardo con le mani nelle tasche dei calzoni, con la testa china al suolo, misura in lungo e in largo la stanza. Egli è turbato, profondamente turbato. Sente che è in un punto critico della vita, sente che in pochi giorni, in poche ore forse si deciderà di tutto il suo avvenire. È egli innamorato sul serio della signora Evelina? Da quanto tempo la conosce? Sarà buona come l'_altra_, saprà essere una seconda madre per la Doretta?
S'ode un suono di passi nell'andito. Il signor Odoardo si ferma in mezzo alla camera. L'uscio si apre di nuovo, e la Doretta, rossa in viso, col cappuccio di lana calato sulla fronte, col soprabitino abbottonato fino al collo, con le mani incrociate e nascoste entro le maniche, corre verso il babbo.
— Nevica, e la direttrice ci ha mandate indietro.
Ciò detto, la fanciulla si leva il cappuccio e il soprabito e va a riscaldarsi alla stufa.
— La stufa brucia, ma la camera è fredda — ella esclama.
Infatti, colpa la finestra rimasta aperta una buona mezz'ora, il termometro non segna che 5 gradi Réaumur.
— Babbo — ripiglia la Doretta — oggi voglio restar reco tutto il giorno.
— E se il babbo avesse da attender ai fatti suoi?
— No, no, smetti per oggi.
E la Doretta, senz'aspettar risposta, va a prendersi i suoi libri, la sua bambola e il suo lavoro. Indi sciorina i libri sullo scrittoio, adagia la bambola sul canapè e colloca il lavoro sopra uno sgabello.
— Ah! — ella esclama con aria d'importanza. — Che bella cosa che oggi non ci sia scuola!... Così avrò tempo di ripassar la lezione... Ih! guarda adesso come nevica.
Nevica infatti. Prima è un pulviscolo bianco, molto minuto, ma molto fitto, che mosso in giro vorticoso dal vento, viene a batter sui vetri con un suono secco, metallico; poi il vento rimette della sua violenza, i fiocchi si fanno più larghi e cadono silenziosi, incessanti, monotoni. La neve si distende come un soffice tappeto sulle vie, come un lenzuolo sui tetti, s'insinua nelle spaccature dei muri, s'accumula sui davanzali delle finestre, involge le sbarre delle inferriate, s'arrovescia e resta sospesa a festoni dagli orli delle grondaie e delle cornici.
In istrada deve far sempre un gran freddo, ma la camera si riscalda rapidamente, e la Doretta montando sulla sedia osserva con soddisfazione che il termometro è salito a undici gradi.
— Sì, cara — risponde il signor Odoardo — e l'orologio segna undici ore. Va a ordinare che ci preparino la colazione.
La Doretta obbedisce, e rientra di lì ad un momento.
— Babbo, babbo, sai la novità? La stufa del salotto non vuol ardere e tutta la stanza s'è riempiuta di fumo...
— Allora, bimba mia, facciamo colazione qui.
Questa savia risoluzione empie di gioia l'animo della Doretta, che s'affretta a recar la notizia in cucina, poi in tre o quattro viaggi, porta ella stessa dal salotto da pranzo alla camera da studio le posate, i piatti, la tovaglia e i tovagliuoli, e con l'aiuto del servo apparecchia la mensa sopra un tavolino del babbo. Com'è allegra la Doretta! Come s'è dissipata la nube che un paio d'ore prima le ottenebrava la fronte! E come adempie bene agli uffici di casa!
Il signor Odoardo la guarda con compiacenza, e non può trattenersi dall'esclamare:
— Brava Doretta!
È innegabile, la Doretta è tutta la sua mamma. Anche la sua mamma era un'eccellente massaia, un modello d'ordine, di pulizia, di buon garbo. Ed era leggiadra come la Doretta, quantunque ella non avesse i capelli biondi e gli occhi affascinanti della signora Evelina.
Insieme al servo che porta la colazione, entra un nuovo personaggio, il gatto soriano Melanio, il quale non manca mai ai pasti della Doretta. Il gatto Melanio è vecchio; ha visto nascere la Doretta e la onora della sua protezione. Non c'è mattina che egli non miagoli all'uscio della sua camera come a domandarle s'ella ha passato bene la notte, non c'è sera ch'egli non le tenga compagnia fino all'ora in cui ella si corica. Ogni volta ch'ella esce egli la saluta con un leggero _gnau gnau_; ogni volta che egli la sente venire le corre incontro e le si stropiccia intorno alle gambe. A pranzo e a colazione, quand'ella fa colazione in casa, egli si mette vicino alla sua seggiola e aspetta in silenzio ch'ella gli dia i rilievi della mensa. Però il gatto Melanio non ha l'abitudine di visitare lo studio del signor Odoardo, ed egli è piuttosto meravigliato di trovarvisi in questo momento. Dal canto suo il signor Odoardo accoglie con una certa diffidenza il nuovo ospite, ma la Doretta interviene in favore dell'animale e si fa mallevatrice della sua onesta condotta.
È un pezzo che la Doretta non mangia di così buon appetito. E dopo ch'ella ha fatto onore alla sua colazione, ella sparecchia la tavola col garbo e con la prestezza con cui l'ha apparecchiata, e in pochi minuti la camera da studio del signor Odoardo è tal quale era prima. Rimane bensì il gatto Melanio che si è accomodato accanto alla stufa e al quale la Doretta ottiene la grazia di essere lasciato tranquillo.... finchè non disturbi.
A forza di andare e venire la camera si è raffreddata di nuovo. Il termometro è disceso di un grado e mezzo e la Doretta per farlo salire vuota quasi tutta la paniera delle legne nella stufa.
Come nevica, come nevica! Non sono più fiocchi staccati, è come se una tela bianca a trafori si svolgesse continuamente davanti agli occhi. Il signor Odoardo comincia a credere che non gli sarà possibile di far la sua visita alla signora Evelina. È vero che non c'è che un passo, ma bisognerebbe sprofondarsi quasi fino alle ginocchia. A ogni modo, chi sa? Può essere che più tardi smetta di nevicare. Già è appena suonato il mezzogiorno.
La Doretta è colta da un'idea luminosa:
— Se rispondessi ora alla lettera della nonna!
Di lì a poco la Doretta è nella poltrona del babbo, davanti alla scrivania, con due guanciali sotto al sedere per istar più alta, con le sue gambine penzolanti nel vuoto, con la penna sospesa in mano, con gli occhi fissi in un foglio di carta rigata su cui non si leggono finora che due parole: _Cara nonna_.
Il signor Odoardo, addossalo alla stufa, guarda la figliuola e sorride.
Pare che la Doretta abbia finalmente trovato il modo di cominciare, perchè ella rituffa la penna nel calamaio, abbassa la mano sulla carta, corruga un poco la fronte, e spinge fuori la punta della lingua.
Dopo alcuni minuti di lavoro assiduo, ella alza il capo e domanda:
— Che devo dire alla nonna circa all'invito di andar a passare qualche settimana con lei?
— Dille che adesso non puoi, ma che ci andrai nella primavera.
— Insieme con te?
— Insieme con me — risponde macchinalmente il signor Odoardo.
Certo però, che s'egli fosse fidanzato con la signora Evelina questa visita alla suocera gli recherebbe non lieve imbarazzo.
— Ho finito — esclama la Doretta con aria trionfante.
Ma a questo grido ne succede un altro, mezzo di dolore, mezzo di rabbia.
— Che c'è?
— Uno sgorbio.
— Vediamo.... Che fai, scioccherella?... Adesso non c'è più rimedio.
La Doretta era corsa con la lingua sulla macchia d'inchiostro e aveva sciupato il foglio.
— Bisogna ricopiare — ella osserva mortificata.
— Ricopierai stasera. Dà qui intanto.... Non c'è male, non c'è proprio male. Ci sarà da aggiungere e da levar qualche lettera, ma in complesso, per una bambina della tua età, si può contentarsi. Brava Doretta!
La Doretta riposa sugli allori, giuocando con la bambola. Ella veste la sua _Niní_ con l'abitino di lusso e la conduce a far visita al gatto Melanio. Il gatto Melanio, che sonnecchia con gli occhi semiaperti, si mostra piuttosto annoiato di quegli omaggi, si rizza sulle quattro zampe, piega ad arco il corpo flessuoso e poi si raggomitola, voltando la schiena alla visitatrice.
— Ah, Melanio è poco gentile oggi — dice la Doretta mentre riconduce la bambola verso il canapè. — Ma non tenergli il broncio; egli non è mica sempre scortese; dev'essere effetto del tempo.... Anche a te, _Niní_, fa sonno questo tempo, non è vero?... Andiamo a dormire.... Così... dormi, dormi, piccina.
_Niní_ dorme. La sua testa di legno riposa sopra un guanciale, il suo corpicino di cenci e di crine è involto da una coperta di lana, le sue palpebre sono abbassate. Poichè _Niní_ alza ed abbassa le palpebre secondo che si trova ritta o giacente.
Il signor Odoardo guarda prima l'orologio e poi guarda fuori della finestra. Sono le due suonate e nevica sempre.
La Doretta ha un'altra idea.
— Babbo, sta a sentire se so bene quella favola di La Fontaine: _Le corbeau et le renard_.
— Sentiamo pure la favola — risponde il signor Odoardo, prendendo dalle mani della fanciulla il libro aperto alla pagina 18.
La Doretta comincia:
_Maître corbeau, sur un arbre perché,_ _Tenait en son bec un fromage._ _Maître... maître... maître...._
— Avanti.
— _Maître_....
— _Maître renard_.
— Adesso mi ricordo:
_Maître renard, par l'odeur alléché,_ _Lui tint à peu près ce langage:_ _Hé! bonjour...._
A questo punto la Doretta interrompe la sua declamazione perchè il babbo non bada a lei. Infatti il signor Odoardo ha chiuso il libro sull'indice e guarda da tutt'altra parte.
— Ebbene, Doretta — egli osserva distrattamente — perchè non prosegui?
— Ecco, non dico altro — ella replica ingrugnata.
— Ih, che permalosa! Che cosa c'è?
La bimba, ch'era seduta su un panchettino, s'è alzata in piedi, e ha capito benissimo perchè il babbo non le dia retta. Nevica meno, e di là dalla strada, dietro i vetri della finestra dirimpetto, è comparsa una testa bionda, è comparso il busto della signora Evelina.
Coraggiosissima donna! Ella spalanca gli sportelli, e con una paletta di ferro sbarazza in parte il davanzale dalla neve. I suoi occhi s'incontrano con quelli del signor Odoardo; ella compone le labbra a un sorriso, e tentenna il capo, come a significare; Che razza di tempo!
Bisognerebbe esser proprio incivili per non dire una parola alla intrepida signora Evelina. E il signor Odoardo, che non è incivile, cede alla tentazione di socchiudere un momento la finestra.
— Brava, signora Evelina, non ha paura della neve.
— Oh, signor Odoardo, che tempo indemoniato!... Ma, se non m'inganno, c'è la sua Doretta con lei.... Buon dì, Doretta.
— Doretta, vieni qui, vieni a salutar la signora.
— La lasci stare, la lasci stare, i bimbi fanno così presto a buscarsi un reuma.... Ah, non c'è caso, bisogna chiudere.... Capisco che per oggi devo rinunziare alla sua visita....
— Ma.... Vede che strade!
— Eh, uomini, uomini.... Si dicono il sesso forte.... Basta... a rivederla.
— A rivederla....
Si richiudono gli sportelli da una parte e dall'altra, ma questa volta la signora Evelina non iscompare. Ella è lì seduta accanto alla finestra, e poichè adesso nevica meno, il suo profilo stupendo si disegna nitidissimo dietro i vetri. Dio! Dio! Com'è bella la signora Evelina!
Il signor Odoardo passeggia per la stanza di pessimo umore. Gli pare di far male a non andare dalla seducente vedovella e gli pare che farebbe peggio ad andarvi. Sul fronte della Doretta s'è calata nuovamente una nuvola, quella nuvola stessa che vi si era calata la mattina.
Non si parla più della favola di La Fontaine. Invece il signor Odoardo brontola infastidito:
— È sempre freddo in questa benedetta camera.
— Sfido io, — replica la Doretta con un po' di acredine nella voce, — apri la finestra ogni momento.
— Ah! — pensa il signor Odoardo — vediamo di scavar terreno.
Ed avvicinandosi alla Doretta, la piglia per una mano, la conduce fino al canapè, e se la pone a sedere sulle ginocchia.
— Orsù, Doretta, perchè fai così cattiva cera alla signora Evelina?
La bimba diventa rossa, si confonde, non sa che rispondere.
Il signor Odoardo continua:
— Che cosa ti ha fatto la signora Evelina?
La Doretta si scontorce, vorrebbe nascondere il viso, e balbetta:
— Nulla mi ha fatto.
— Eppure non le vuoi bene.
Silenzio profondo.
— Ella invece te ne vuol tanto.
— Non me ne importa....
— Che sgarbata!... E se tu ci dovessi stare con la signora Evelina?
Qui la fanciulla prorompe:
— Non voglio starci, non voglio starci mai.
— Oh, queste sono sciocchezze — ammonisce in tuono severo il signor Odoardo, deponendo a terra la Doretta.
Ella si scioglie in un pianto dirotto.
— Ma insomma.... È questa la compagnia che fai al babbo?... Basta così, Doretta.
Il signor Odoardo ha un bel dire, la Doretta ha bisogno di piangere. I suoi occhi bruni nuotano nelle lagrime, il suo piccolo petto è ansante, la sua voce è rotta dai singhiozzi.
— Che capricci! — esclama il signor Odoardo arrovesciando il capo sui guanciali del canapè.
Il signor Odoardo è ingiusto, e ciò ch'è peggio, egli dice una cosa di cui egli stesso non è persuaso. Egli sa, egli deve sapere che quelli della Doretta non sono capricci. Egli deve saperlo meglio che non lo sappia ella medesima, la quale forse non sarebbe in grado di spiegare ciò ch'ella prova. È il presentimento d'un pericolo nuovo, è la ripetizione di un antico dolore. Ella non aveva ancora sei anni quando le è morta la mamma, eppure gliene è rimasta una impressione incancellabile nell'anima. E adesso le pare che la mamma le torni a morire.
— Quando avrai finito di piangere, Doretta, verrai qui — dice il signor Odoardo.
La Doretta, rincantucciata, piange meno ma non ha finito di piangere. Proprio come fuori. Nevica meno, ma non ha finito di nevicare.
Il signor Odoardo si copre gli occhi con una mano. Quanti pensieri gli si affollano alla mente, quanti affetti si combattono nel suo cuore! Oh se potesse scacciar via l'immagine della signora Evelina! Ma non gli riesce. Quelle ciocche bionde egli le vede ancora, vede ancora quelle pupille azzurre, quel sorriso lusinghiero, quella persona tutta grazia e armonia. Egli non avrebbe da dir che una parola e la signora Evelina sarebbe sua, verrebbe a rianimare la sua casa solitaria, ad empirla di vita, d'amore. Per virtù di lei egli ringiovanirebbe di dieci anni, crederebbe di essere come quand'era fidanzato la prima volta. Eppure no, no. Come la prima volta non poteva essere. Egli era allora ben diverso da quello di adesso, e _l'altra_, oh anche _l'altra_ era diversa molto dalla signora Evelina. Com'era modesta e vereconda! Quanto riserbo di vergine perfino ne' suoi trasporti d'amante! Come erano belli i rossori improvvisi che le tingevano il volto, com'era dolce l'incanto di quelle sue lunghe ciglia pudicamente abbassate! Egli l'aveva conosciuta nella intimità delle pareti domestiche, semplice, timida, buona figlia, buona sorella, come doveva essere buona moglie e buona madre. L'aveva amata qualche tempo in silenzio ed ella aveva amato parimente lui. Un giorno, passeggiandole a fianco in giardino, egli le aveva preso la mano con impeto subitaneo se l'era portata alle labbra, dicendole — Le voglio tanto bene. — Pallida, tremante, ella era corsa a gettarsi in braccio alla mamma con un grido — Come sono felice!
Oh bei tempi, oh bei tempi! Egli era poeta allora, egli susurrava nell'orecchio della sua fanciulla con l'accento della più sincera passione:
T'amo più che non s'ami umana cosa, Sei la speranza mia, sei la mia fè, Se' il mio Dio, la mia patria e la mia sposa. Non amerò nel mondo altri che te.
Versi bruttini, ma che facevano palpitare di voluttà la giovine fidanzata. Oh bei tempi, oh bei tempi! Oh lunghe ore passate come un lampo in soavi colloqui, oh segreti dell'anima che l'anima scopre a sè stessa soltanto per rivelarli alla persona diletta, oh carezze desiderate e temute, oh rabbiette fuggitive, oh lagrimuccie rasciugate coi baci, oh sgomenti pudichi, oh ingenuità sante, oh abbandono d'un amore puro ed ardente, chi può sperar di trovarvi due volte nella vita?
No, la signora Evelina non può rendere al signor Odoardo ciò ch'egli ha perduto. No, questa vedova disinvolta, che dopo sei mesi va alla ricerca del secondo marito, non può ispirargli la fede che _l'altra_ gli aveva ispirata. Oh donna del primo amore, perchè morire? I morti non hanno più nè baci, nè carezze, e i vivi hanno bisogno di carezze e di baci.
Chi parla di baci? Uno tiepido e lieve se n'è posato or ora sulle labbra del signor Odoardo e lo ha fatto trasalire. — Ah!... Sei tu, Doretta? — È lei, è la Doretta, che non dice nulla, ma che vorrebbe far la pace col suo babbo. Ella appoggia la sua guancia alla guancia di lui, egli tiene stretta la sua testina perchè la non gli scappi. Anch'egli tace; che dovrebbe dirle?
Si va facendo buio e gli occhi del gatto Melanio cominciano a brillare nell'angolo della stanza, vicino alla stufa. Il servo picchia all'uscio e chiede se deve portare un lume acceso.
— Riaccendete intanto il fuoco, — dice il signor Odoardo.
Le legne cigolano, scoppiettano, mandano faville e poi finiscono ad ardere con una gran fiamma, con un suono uniforme, possente, come il respiro d'un gigante addormentato. Nella mezza oscurità i riflessi luminosi guizzano sulle pareti, fanno spiccare i rabeschi delle carte, corrono fino a lambire lo spigolo dello scrittoio. Le ombre s'allungano, s'accorciano, s'ingrossano, s'assottigliano, gli oggetti paiono mutare continuamente di dimensioni e di forme. Il signor Odoardo lascia andare i suoi pensieri a briglia sciolta, e passa in rassegna gli anni trascorsi a fianco della moglie virtuosa, ricorda la cuna della sua bimba, e i primi vagiti, e i primi sorrisi; sente, ahimè! l'ultimo bacio della sua donna moribonda, l'ultima parola articolata dal labbro di lei: Doretta. Oh no, egli non può fare infelice la sua Doretta! Pur non è sicuro che il fascino della signora Evelina non lo vinca di nuovo; pur teme egli stesso che al riveder domani la bellissima ammaliatrice si dileguino i suoi virili propositi.... C'è forse un mezzo, uno solo!
— Doretta, — dice il signor Odoardo.
— Babbo.
— Devi ricopiar questa sera la lettera per la nonna?
— Sì.
— E non preferiresti invece di andarci tu dalla nonna?
— Con chi? — chiede la bimba angosciosamente e, mentre ella attende la risposta, il suo cuoricino batte d'un palpito affannoso.
— Con me, Doretta.
— Con te? — ella esclama quasi non credendo a sè medesima.
— Sì, con me, col tuo babbo.
— Oh babbo mio! — ella grida, e le sue piccole braccia cingono il collo del signor Odoardo, e le sue labbra lo coprono di baci. — Oh babbo mio, buon babbo. Quando si parte?
— Domattina, se non ti fa paura la neve.
— Anche subito, anche subito.
— Subito no. Per bacco, non vorresti nemmeno pranzare?
E il signor Odoardo, svincolandosi dolcemente dall'amplesso della figliuola, si alza, suona il campanello e ordina che portino il lume. Quindi con un moto istintivo egli guarda ancora una volta dalla parte della finestra. Nella casa dirimpetto tutto è buio, il profilo della signora Evelina non si disegna più dietro i vetri. È sempre brutto tempo, cade sempre qualche fiocco di neve. Il servo chiude le imposte, tira le cortine; nessuno sguardo profano penetra ormai nel santuario domestico.
— Tanto fa desinar qui, — dice il signor Odoardo. — In salotto sarà una Siberia.
La Doretta mette in rivoluzione la cucina con la strepitosa notizia del suo viaggio. Prima si crede ch'ella scherzi; quando non si può dubitare che ella affermi il vero, si osserva sommessamente che il padrone dev'esser impazzito. Partire nel cuore dell'inverno, con un tempo simile! Almeno si aspettasse una bella giornata!
Ma che importa alla Doretta dei commenti della servitù? Ella non capisce in sè dalla gioia, canticchia, saltella per la stanza e viene ogni momento a dar un altro bacio al babbo. Poi versa la piena de' suoi affetti nel cuore del gatto Melanio e della bambola _Niní_, alla quale promette di portar da Milano un vestito nuovo.
A pranzo non fa che parlare della sua gita, mangia pochissimo, domanda sempre che ora è e a che ora si parte.
— Temi di perder la corsa? — chiede il signor Odoardo sorridendo.
Eppure, quantunque egli lo dissimuli, non è meno impaziente di lei. Ha bisogno di andar lontano, lontano. Forse non tornerà fino alla primavera. Perciò ordina che gli preparino il bagaglio come se dovesse rimanere assente almeno due mesi.
La Doretta si corica presto, ma non fa che ravvoltolarsi nelle coltri, e svegliar venti volte la cameriera per domandarle: — È tempo d'alzarsi?
Anche il signor Odoardo è desto quando il servo alle sei della mattina viene a chiamarlo.
— Che tempo fa?
— Brutto, signor padrone.... Su per giù come ieri.... Anzi io direi che se non avesse proprio urgenza di partire....
— No, Angelo. Ho urgenza.... È inutile.
. . . . . . .
Alla stazione ci sono pochissimi viaggiatori avviluppati nei mantelli o nelle pelliccie; faccie scure, assonnate. Tutti si lagnano del tempo, del freddo, dell'ora; tutti protestano che senza un gran bisogno non si sarebbero alzati così di buon mattino. Un solo viso è ridente, una sola persona è vispa, la Doretta.
Lo scompartimento di prima classe in cui entrano il signor Odoardo e la Doretta è gelato, malgrado delle cassette d'acqua calda su cui posare i piedi, ma la Doretta trova che la temperatura è deliziosa, e se stesse in lei aprirebbe il finestrino per veder meglio fuori.
Una scampanellata, un fischio, e il convoglio si muove. Negli occhi della Doretta si dipinge una gioia ineffabile.
— Sei contenta, Doretta?
— Oh! Tanto....
Dieci anni addietro, con una giornata migliore, ma parimenti d'inverno, il signor Odoardo intraprendeva il suo viaggio di nozze. Gli sedeva di fronte una giovine, che somigliava alla Doretta quanto una donna può somigliare ad una fanciulla, una giovine leggiadra, composta, soavemente amorosa. Anche a lei il signor Odoardo aveva chiesto nell'istante della partenza. — Sei contenta, Maria?
— E anch'ella gli aveva risposto. — Oh! Tanto....
— Proprio come la Doretta.
Si corre, si vola. Addio, addio per sempre, signora Evelina.
. . . . . . .
È forse morta di disperazione la signora Evelina?
Oh no. La signora Evelina ha un ottimo temperamento e una buonissima casa. L'ottimo temperamento le impedisce di prender le cose troppo sul serio, la buonissima casa le offre mille distrazioni. Non tutte le sue finestre si aprono dalla parte ove abita il signor Odoardo. Ce n'è una, per esempio, che dà su un giardinetto appartenente ad un rispettabile celibatario il quale nei giorni di sole viene a fumarvi la sua pipa. La signora Evelina trova che il rispettabile celibatario è una persona a modo, e il rispettabile celibatario, che esercita le funzioni di liquidatore di avarie, trova che la signora Evelina ha un gran bel paio d'occhi ed è assai ben costruita, con materiali solidi, da poter meritare la classificazione 313 I. I. nei registri del _Bureau Veritas_. Ne viene che il celibatario guarda qualche volta in alto e la signora Evelina guarda qualche volta abbasso. Però la signora Evelina osserva che la stagione non è propizia alle conversazioni all'aria aperta, e invita il vicino a venirle a fare una visita. Il vicino esita, la signora Evelina rinnova l'invito. Come resistere a una bella signora? In fin dei conti una visita che conseguenze può avere? Nessuna, e l'ottimo liquidatore si loda assai dell'accoglienza ricevuta, tanto più che la signora Evelina gli ha dato facoltà di venire un altro giorno con la sua pipa. Ella ama infinitamente l'odor della pipa. È proprio una donna perfetta la signora Evelina, una donna quale ci vorrebbe per un uomo d'affari che non fosse deciso a rimaner celibe tutta la vita. Del resto, pe
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