Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella!
Antonio Beltramelli
Accademico D'Italia
Ahi, Giacometta, La Tua Ghirlandella!
_Romanzo_
A. Mondadori · Editore
Di questa collezione si sono stampati 200.000 volumi.
_Proprietà Letteraria Riservata_
_I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati per tutti i Paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda_
_Copyright by «Casa Editrice A. Mondadori» 1921_ (COLLEZ. «I LIBRI AZZURRI»)
Printed In Italy — MCMXXXI
_Fiori e parole nel silenzio._ _Questo Iddio ti ha dato,_ _perchè tu intenda e sorrida._
_Ai Buoni Intenditori_
Agli uomini cortesi, di belle e avvedute lettere, ai cacamillesimi, agli speziali della letteratura e a tutti coloro i quali han giudicato dell'opera mia con furiosa malevolenza, con languida acquiescenza o con savonaroliana anima piagnona! ai molti parlatori e valutatori dell'altrui fatica io non ho mai risposto; non ho mai detto a Tizio, critico; o a Sempronio, flebotomo:
— Perdoni, Signore, ma se l'opera mia non convince lei, in assoluto, credo che Ella non abbia avuto da Dio, tale e così vasto dono da esser certo di convincer gli altri, in assoluto, circa la bellezza e la bontà indiscutibile della sua giudicante prosa. Perchè, o mi inganno forte, o Ella assume, mio caro Signore, una non so quale fierissima aria di infallibilità, e un così forte sentore di tremendo impero è in tutto quanto Ella sentenziando scrive, che certo non può ammettere altri faccia, alla sua sicurezza, eccezione.
Epperò Ella deve essere persona di grande animo e di radicatissime convinzioni; e tutto quanto esce dal suo distinto cerebro deve andare per il mondo con piedi tanto infallibili da poter sfidare le distanze dei secoli e dei millenni: chè, se questo non fosse, mio onorando Signore, non saprei davvero a qual partito attenermi e dovrei disgraziatamente conchiudere non aver io dinnanzi se non un piacevole cerretano il quale tanto più si sbraccia per farsi udire, quanto meno è convinto della bontà de' suoi cerotti, empiastri, pecette e flemmagòghi che offre alla attenta e maligna minchioneria del pubblico. —
Questo non ho mai detto io agli uomini cortesi di belle e avvedute lettere, ai cacamillesimi, agli speziali della letteratura, ai sentenziatori e giudicatori e facitori di oroscopi. E mi son preso le busse, ed ho insaccato le male parole, le insinuazioni, le spulciature, le falsificazioni, le grandi arie, le idiozie, le impotenze, le disdegnose ripulse, le fesserie concomitanti e via discorrendo; tutto questo, e ancor più, ho insaccato io, sempre fermo al mio silenzio come il peccatore contrito il quale sa di dover tutto sopportare e tutto aspettarsi, e tanto più si umilia quanto più smisurata riconosce la propria colpa.
Senonchè, miei colendissimi Signori, dopo così lungo esercizio e una tanta ed umile sopportazione, venuto al termine del mio silenzio e trovandomi a un tratto il cuore franco e le mani sbrividite, mi vien voglia di rifarmi col primo che mi capita sotto e caricar lui di quella bastonatura che andrebbe equamente distribuita fra tanti.
Giusto per l'ultimo libro mio, _L'Ombra del mandorlo_, un certo cotal grammatico ebbe a scrivere tante e sì forti e sbalestrate balordaggini, e di così impeciate mandrillerie, che il men ch'io potessi fargli, sarebbe l'adornarlo di tutti i graduati aggettivi che stan di casa fra la Beozia e l'Idiozia; ma pensandomi poi che anche tale addobbo potrebbe tornargli ad onore, come le corna al marito becco e contento, mi astengo, per mia personale igiene, dal pormi a tale impresa e lo lascio andare, chè in sè di sè maturi, e più si accresca per quanto più vento gli entra in corpo col moto rotativo del suo cervellone centripeto.
Chè se poi questo bisboccia mi venga a parlar di tesi, laddove la tesi se la crea lui nel suo vuoto pneumatico; e di mie sapienti furberie, e di paesi scelti solo per adornata malizia, e di esotismo premeditato, e di dosata poesia e del diavolo che se lo porti, allora mi taccio addirittura, perchè con le donne isteriche e con i critici forsennati non ci si può intendere neppure a insolenze.
Così quello che non ho mai detto agli uomini cortesi di belle e avvedute lettere, ai cacamillesimi, ai sentenziatori e giudicatori e facitori di oroscopi, non lo dirò neppur oggi... e neppur domani.
La mia strada è ancor lunga, fratelli della cornacchia, e vedete un po' se vi riesca talvolta di starmi a paro.
Antonio Beltramelli
_Roma, 31 marzo 1921._
Capitolo I
Io mi ricordo, Giacometta, quando vivevi nella tua casa bianca, dai grandi cristalli; sul lembo di un giardino. Allora avevi sedici anni ed eri la sola Giacometta di tutta la città.
Conducevi la vita delle persone per bene: uscivi poco, forse la domenica per andare alla messa con la veste più nuova; e, qualche rara volta, quando era proprio bel tempo, uscivi per far la tua passeggiata.
E la gente della tua città ti guardava perchè eri bella. I giovani si fermavano ad ammirarti.
— Quella è Giacometta!
— Che bella bambina!
E non c'era, dinanzi a Dio, nessun'altra Giacometta all'infuori di te.
Così tocca alle vergini, qualche volta, quando escono dal convento, per ritirarsi in una città di provincia che è un convento un poco diverso.
Ma tu avevi una casa bianca, tutta grandi finestre e cristalli che si accendevano, nelle albe e nei tramonti, dei fermi bagliori del cielo; avevi una casa come un faro, sul lembo di un antico giardino ed ivi regnavi, sola donna e madonna, fra due zii antichi e ricchissimi, per i quali eri, con tutta la tua giovinezza, un paradiso.
Sì, Giacometta, tu eri il paradiso anche per me che non ero tuo zio e avevo forse dieci soldi ogni domenica per allietare la mia sontuosa giovinezza.
Avrei io potuto pensare a te, logicamente, con dieci soldi per settimana?... Io, figlio della scarna probità in camicia e dedito agli economici legumi?
Ma avevo diciannove anni solamente (ora ne ho forse qualcuno di più, e non importa) e la mia semplicità e un cuore spendaccione; avevo anche un amore sconfinato per le nuvole, per i sogni, per le apparenze, per le notti stellate, per il tempo di primavera e per il mistero de' tuoi grandi occhi celesti, Giacometta dalla veste blu.
Perchè avevi allora una veste blu ed io ti vedevo nel giardino; io solo che ero un imperatore nella mia soffitta la quale era buia, sudicia e fredda ma guardava sul tuo giardino.
E il mio cuore stava sempre alla finestra.
Tu lo vedesti un giorno, questo mio cuore un poco scemo, come un geranio rosso nel quadratuccio buio della mia soffitta ed io sentii un'ebetudine fonda paralizzarmi e una beatitudine infinita irradiare il mio corpo mortale, figlio della probità e degli economici legumi.
Allora il mio nome scomparve fra le cose luminose di questa terra ed io non fui più niente, non fui più che un sospiro e un ardore nella tua scia, giovinetta dai grandi occhi celesti che ridevi come un'allodola canta quando si ruba l'anima dei poeti e delle nuvole.
E la città dai tre campanili non parlava allora che di te, sempre di te, Giacometta Maldi, orfana, ereditiera, bella e misteriosa. Chi ti avrebbe dato marito? Quale befana impennacchiata sarebbe giunta fino al tuo cuore col suo pargolo vezzoso, appena slattato, ma sicuro già di impalmarti per le giuste nozze? Quale margherita familiare avrebbe potuto trarti alla sua casa con tutti i tuoi poderi, per mezzo di un onesto figlio di famiglia tutto amorose virtù?
Chi sposerà Giacometta Maldi?...
Ecco il bando per la città grugnita, dai tre campanili; e tutti gli uomini e gli omuncoli dai quindici ai trent'anni, si misero a far la Maratona sotto le tue finestre; e tu non uscivi che non ne avesti quindici o venti, sparsi lungh'esso la strada, in tutte le positure, con tutti i sospiri, coi più ardenti e allumacati occhi, tutti fluente giulebbe per te, per te angelo dalle belle ali, e ben piumate.
Ahi Giacometta, Giacometta!
E si mosse la signora Carolina e la signora Geltrude e la contessa Buttasenno e la marchesa Palmividi e la principessa Assaiassai! Tutte si mossero le squinternate signore, per Giacometta che aveva gli occhi celesti; e vestiron di gala e tentaron gli ispidi zii i quali rispondevano sempre con lo stesso muso e nello stesso tono:
— Lo racconta a noi? E che ci entriamo noi?... Ne parli a Giacometta. E' lei che deve sposare.
Ma Giacometta, fin dalle prime parole, rideva.
E la città dai tre campanili si accigliò, fece il viso dell'arme.
— Ah, quella Giacometta, che testa romantica!... Che brutta educazione!... Ma che vuole? Ma che cosa aspetta? Il principe delle Asturie? Già, infelice l'uomo che la prenderà in moglie, con quel temperamento!... È una cavallina da brutte sorprese!... O certo che il marito, le corna le avrà dopo un mese, a farla lunga!...
E fosti diffamata per la bocca stessa di quelle befane che volevano impalmarti coi loro mocciosi.
Ma tu rimanesti la bella dal giardino incantato nel quale i tuoi ispidi zii solevano tendere il roccolo per uccellare nel grande silenzio; e, appunto per virtù del roccolo, ti destavi al «_Francesco mio_» dei fringuelli, e accendevi il lume con l'ultimo canto dei malinconici pettirossi i quali escono dalle siepi sulle rame più in cima, a cantare alla luce che muore.
E il sole era sempre con te.
II
Guardati dai salti improvvisi, anche se dovesse chiamarti Elena argiva.
Giusto in quel tempo passasti dai sedici ai diciassett'anni e raccogliesti i tuoi cappelli biondi in una nuova acconciatura.
Chi ti insegnava ad essere tanto mai bella, Giacometta, ahi, Giacometta?...
E il mio cuore, povero e inutile vagabondo, stava sempre alla finestra. E tu alzavi gli occhi celesti per vedere la mia ammirazione che si pietrificava nello spasimo. Io stavo diventando un oggetto scemo sul davanzale di una finestra.
A volte ti udivo ridere di lontano; a volte giungevi di gran corsa tutta affannata e rossa; a volte parlavi con qualcuno... con chi?... con qualcuno al di là del vasto giardino, per il mondo. Parlavi ma non percepivo le parole; udivo bensì la tua giovine calda voce.
Poi ti si disse, e non so perchè, ch'io avevo licenziato qualche parola rimata per le stampe e ti venne in mente ch'io fossi un poeta, io, nutrito di onesti legumi e coi miei poveri dieci soldi per settimana! I poeti portano le corone di alloro ed io avevo un cappelluccio verdino e tutto spellato come una vecchia gatta e avevo altresì una miseriola di vestito che quasi quasi non mi copriva niente.
Così le scarpe piangevano dai loro tiranti e la cravattina si faceva sempre più striminzita e lisa e senza natural colore.
Potevo essere degnamente poeta con simili masserizie? Io ero appena un povero oggetto scemo sul davanzale di una finestra e avevo le scarpe solate di bucce di cocomero.
Ma tu mi vedevi e bastava questo perchè il mio affanno crescesse a dismisura. Poi siccome le alterazioni dello spirito si ripercuotono nella nostra viva materia, io venivo perdendo l'appetito di giorno in giorno mirabilmente, il che, per le domestiche economie, non era trascurabile.
La mia formidabile zia, quando eravamo a tavola, io e lei e Salsiccia, il gatto rosso, vedendo il mio piatto vuoto, mi chiedeva stridendo:
— Perchè non mangi?
— Non ho fame.
— Bravo! Chi non mangia ha mangiato.
E ciò bastava allo spirito di lei che era altruista, mentre io ero un languido giovane che dimagriva dietro le meraviglie del giardino di Giacometta.
E un altro giorno mia zia, la signora Adalgisa, mi disse:
— Tu mi sembri Salsiccia nel mese di gennaio, quando si innamora!
Bisogna sapere che Salsiccia, nel mese di gennaio, diventava il più brutto e magro ed ispido gatto dei dintorni, forse perchè era troppo sensibile e si ostinava a voler darsi appassionatamente a chi non voleva saperne di lui. Ritornava altresì questo gatto, dopo lunghe misteriose assenze, pieno di guidaleschi e mezzo divorato dai rivali suoi soffianti.
Il paragone turbò la mia bianca estasi e mi destò nei precordi un senso di ribellione; ma tacqui perchè la signora Adalgisa non ammetteva le si potesse dar torto.
Poi, una volta accadde questo. Ero al mio davanzale, quand'ecco venir di corsa Giacometta.
Il sole faceva della bianca casa di lei, in fondo al giardino, come una cosa viva. Fiorivan tre mimose lungo il viale dal quale arrivava la mia creatura, fra il cantare e lo zirlare di tutti i richiami del roccolo.
Quel giorno Giacometta si era vestita come il fiore del lino e aveva negli occhi celesti l'intiera luce di un mare. La sua biondezza passava fra sole e ombra sempre illuminata. Io sentivo tutto il mondo vivere e trasfigurarsi in quella leggera grazia e me ne stavo col più immobile e pallido volto che abbia avuto mai un povero innamorato giovinetto. Ad un tratto si fermò proprio sotto la mia finestra che non era alta più di cinque metri da terra e guardò in su, e sorrise. Io sbiancai ed impietrii come se fosse per toccarmi l'avventura più terribile della mia vita.
E Giacometta mi parlò.
— Buongiorno signor... buongiorno signor Coso!...
La guardai come l'ebete guarda la luna e le risposi un buongiorno in _fa minore_ con una vera voce da lucertola.
Ella sorrideva ancora.
— Perchè non discende in giardino?
Ma poteva darsi tanto?...
Risposi con la stessa accorata malinconia, puntandomi un dito sul petto:
— Io?...
— Sì... lei!...
O cuore della rondine nel cielo!
— Ma... signorina Giacometta... io non conosco nessuno!...
— E che importa?
— E da dove dovrei passare?
— Scenda di lì!...
Misurai la distanza.
— Ha forse paura?...
Mi sentii d'improvviso il cuore di Salsiccia; presi lo slancio e caddi con discreta leggerezza, dentro un rosaio.
Uscii come un povero Cristo, tutto sgraffiato nelle mani e nella faccia: Giacometta si affrettò a chiedermi:
— Si è fatto male?... Venga qua, che le tolga le spine.
Le porsi le mani, e, sulla cima di ogni dito, c'era il mio rosso cuore che ballava la furlana. Mi sentivo arder la faccia ch'era color della brage.
— Dio... quante ce ne sono!... — disse lei. Ed io dissi:
— Infatti sono molte...
— Le faccio male?
— Non mi pare!
— Povero signor Coso!
Perchè poi, Coso, se mi chiamavo Francesco?
Sentivo le sue mani tepide, fini, delicate sfiorare le mie; vedevo il suo viso di mandorla, la sua testa bionda china sulle mie mani e abbrividivo come una minugia.
Ad un tratto mi prese una vampata al capo che mi fece veder tutto rosso e mi fece dire senza che neppure me ne accorgessi:
— Signorina Giacometta... io l'amo!...
Ella mi guardò dal sotto in su, sorridendo e rispose calma calma:
— E non sa dirmelo un pochino meglio?...
Riprese, dopo un silenzio:
— Tanto l'avevo capito. Lasci stare. Da quando ha preso il suo domicilio sul davanzale della finestra mi sono accorta ch'ella non stava là per studiare botanica...
Poi abbandonò le mie mani, rialzò il capo, scosse i capelli dalla fronte e disse:
— Ecco fatto. Ora sta meglio. Avevo un po' di rimorso per averle fatto fare quel salto; ma gli uomini mi piacciono alla prova. S'ella avesse preferito entrar dalla porta di strada come tutti i mamalucchi che vengono a domandar la mia mano, le avrei riso sul muso. Così la cosa è diversa. Venga venga; ora le mostrerò ciò che amo.
E mi trascinò via di gran corsa, per i viali del suo giardino incantato.
In tal modo, nonostante la mia timidezza, entrai di un salto nella vita di Giacometta.
III
— Perchè facesti tu questo?... — Oh, per la primavera lo feci, cuor mio!...
Io avevo fatto il salto ch'eran forse le cinque di un pomeriggio di marzo; ora ci accorgevamo che il sole era già dietro ai colli.
— Giacometta, dove sono i vostri zii?
— Forse riporranno i richiami nella capanna del roccolo; ma perchè vi interessa?
— Se li incontreremo che cosa direte?
— Già! È meglio farlo subito. Venite con me, Franzi.
Fino a quel punto erano accadute molte cose inattese per me e raggianti, che mi avevano di un subito dischiusa l'ignota lontananza nella quale mi sperdevo per amore e malinconia, di sera in sera. E se pure non decadeva la delicata soavità della quale il mio sogno aveva rivestito Giacometta, tutta la tristezza di cui io, povero giovane, mi pascevo come de' miei legumi, era trascorsa di fronte a un gesto di lei, a una sua sola parola. Senonchè un'Iside più o meno velata è in ogni cuore di donna e le moderne fanciulle sono quasi sempre simili alle scatole a sorpresa.
Giacometta non era giunta tuttavia a conoscere e a far uso della cocaina, ma aveva avuto un passato singolare. Era in punto, in fatto di sottile sapere; ed io mi trovavo, di fronte a lei, fuori di strada. È ben vero che avvertii fino dai primi istanti tale contrasto, ma mi piacque. Io, ribelle ad ogni secolare e irragionevole costrizione; dispregiatore dei dogmi intessuti ad uso della media imbecillità riposante, giudicavo gli atteggiamenti di Giacometta come un portato della sua chiaroveggenza, una dimostrazione del suo senso di libertà, e di compiutezza. Nè pareva a me che dal segno raggiunto così, di scatto, senza intermedie stazioni, ella potesse tramutare, a me, giovane di semplice candore e schiettezza. Ma Giacometta, benchè piovuta nella grugnita città dai tre campanili, e, in apparenza, limpida come i suoi grandi occhi celesti, aveva un orizzonte che sconfinava ben oltre i tre famosi campanili e la mentalità dei medesimi. Questo dovevo io vedere, sopportare e sperimentare.
Quel giorno, pertanto, ella fu di una divina mobilità sì da lasciarmi talvolta disorientato e sbalordito. Debbo dichiarare che non la capivo sempre. Non è facile capire una vorticosa giovinetta che ride e si acciglia, vi ama e vitupera nel termine di pochi secondi. Giacometta era tutta a congegni elettrici, sempre però nella grazia della sua squisita femminilità.
Cominciò con l'interessarsi alla mia vita e rise della mia furibonda zia; poi mi domandò se conoscevo le _Villes d'eaux_ e se ero stato a Biarritz. Oh, coerenza! Le confessai che ero stato una sola volta a Rimini e in bicicletta.
La cosa non la turbò. Volle sapere poi se giuocavo al _tennis_, se sapevo condurre un'automobile, se ballavo bene, se pattinavo, se amavo gli _sports_ invernali, se giuocavo al _poker_ tanto che, sfinito ed umiliato per dover dire sempre no, finii per rispondere sempre sì con imperturbata serenità.
Ahi, Giacometta, e non vedevi tu il mio vestituccio e la cravattina d'incerto colore? E non ricordavi da quale superbo balcone avevo fatto il magico salto?
Finì per domandarmi se conoscevo l'Africa centrale, alla quale domanda risposi affermativamente.
— E dove siete stato?
— All'Uganda.
— Ma quando?
— È un pezzo... un diciott'anni fa!...
Ella tacque. Mi accorsi troppo tardi del grosso sproposito. Fatto il calcolo dell'età mia, si avvide che dovevo essere partito verso gli undici mesi per il centro dell'Africa misteriosa. Soggiunse con garbo:
— Franzi, voi dovete dire qualche bugia.
Risposi:
— No, Giacometta! Cerco di abbellire la mia povera e nuda vita.
Rise. Poi mi si strinse al braccio dicendo:
— Sapete, Franzi, che mi garbate!
Volevo risponderle: — Tu sapessi poi, quanto garbi a me!... — Ma mi trattenni. Certo si è che, in quel momento, avrei potuto toccare il cielo col simbolico dito.
Così girando di viale in viale, sostando di ombra in ombra non ci accorgevamo che il giorno se ne andava e stava sopravvenendo l'aer bruno. Ma c'era ancora una discreta e diffusa luce quando arrivammo ai piedi di un altissimo muro tutto coperto da una pianta di gelsomino. E forse perchè il muro era orientato a mezzogiorno, tanto da godersi tutto quanto il sole, certo si era che una precoce fioritura lo constellava di un mite candore. Giacometta mi mostrò un sedile. Disse:
— Sediamo qui, Franzi.
Io sentivo che la mia timidezza andava dileguando e lasciava posto ad alcunchè che non le assomigliava troppo. Ma il tuo tepore, il tuo profumo, tutta quanta la tua bellezza, Giacometta mia, erano cose troppo assassine, ed anche un buon giovane morigerato, come io mi ero, ha le sue improvvise prodigalità.
Ella mi sedeva accosto accosto perchè la panchina non era fatta che per una persona e mezzo; tanto accosto mi sedeva, da potersi dire ch'io la sentivo aderire a me, dalle spalle alle ginocchia; e certe aderenze non lasciano il tempo che trovano. Però forte era la mia costumatezza ed io cercavo, con disinvoltura, di allungare un poco la giacchettina striminzita che pareva volesse partire verso il torace per una gita di piacere.
— State attento, Franzi. Ora vedrete che cosa accadrà.
Io lo sentivo già che cosa stava accadendo e mi turbavo ed avevo la faccia accesa come certi tramonti violentissimi in cui ti domandi se il sole non si sia per caso svenato.
Ma alzai gli occhi e vidi due gatti l'uno di fronte all'altro, proprio sullo scrimolo del muro. Uno era rosso di pelo e riconobbi Salsiccia.
— Sta a vedere — pensai — che Salsiccia mi combina uno scandalo sotto agli occhi di Giacometta!
E Salsiccia mi combinò uno scandalo.
Ma mentre io cercavo di portar gli occhi altrove, Giacometta mostrava il maggiore interesse per la scena fisiologica che continua dal giorno in cui Iddio disse: Sia fatta la luce!
Poi Giacometta parlò:
— Io, un giorno, qui, in circostanze che forse vi racconterò, vorrò tessere una ghirlandella di quei gelsomini! Può darsi che la cosa vi interessi.
Le risposi:
— Giacometta, non vorrei passasse il tempo della fioritura. Questi gelsomini fan tanto presto a sfiorire!...
Sorrise e mi parve si turbasse; ed anche mi parve aderisse un poco più a me. E mi dicevo: — Baciala!... — ma avevo il mio malnato dèmone che mi teneva inchiodato al mio posto, irrigidito, al mio posto come il più funebre palo che sia mai stato in una funebre terra.
Ella ad un tratto scattò in piedi rabbuiata e disse: — Andiamo via!... — con lo stesso tono che avrebbe usato per dire: — Imbecille!... — E andammo via. Ella un passo avanti, io un passo indietro, finchè non tramutò d'improvviso e non scoppiò in una grande risata:
— Ah, Franzi... Franzi... Franzi!...
— Perchè ridete?
— Di niente. Mi è passata per il capo un'idea bizzarra.
— Si può sapere?
— No. Non ne vale la pena.
Poi mi prese sotto braccio e mi chiese un libro da leggere.
— Portatemi un vostro libro.
— Io non ho pubblicato che un opuscolo: _I veli de la notte_.
— E che cosa sono questi veli?
Trovai una facondia improvvisa che mi parve la travolgesse. Però quando più ero infervorato e credevo tenerla nel magico dominio del mio sogno, mi interruppe per chiedermi una sigaretta che naturalmente non avevo. E disse poi:
— Ma Franzi, voi siete disperatamente infelice!
Non mi rimase che risponderle:
— Avete ragione!
Ciò la riconciliò. Poco dopo eravamo alla presenza dei due vecchi zii.
IV
Meglio è credere a un onesto merlo anzichè a una leggiadra fanciulla.
Il signor Tomaso e il signor Antonio mi squadrarono dall'alto al basso e mi chiesero:
— Chi siete voi?
Io guardavo pietosamente Giacometta che si divertiva un mondo al mio imbarazzo e non mi decidevo ad aprir bocca per non saper che dire.
Il signor Tomaso era un uomo alto più di due metri e aveva il naso pieno di bitorzoli. Il signor Antonio, all'opposto, era piuttosto piccolo e calvo e grassotto. Entrambi portavano gli occhiali a stanghetta e vestivano una vasta cacciatora di fustagno.
E ricordo che il signor Tomaso teneva, sospeso al dito anulare della mano destra, una gabbia con un uccello che mi parve o un merlo o un tordo; ma non ebbi tempo di occuparmi del particolare.
Questi due zii erano molto antichi ed entrambi scapoli.
Continuando adunque il mio penoso silenzio, il signor Tomaso, lo zio Pertica, si fece innanzi e muovendo la gran bocca nera, fra rari ed ispidi peli bianchi, mi domandò:
— Ehi, giovanotto, non sapete dire dunque per quale ragione vi trovate qui?
Io vedevo Giacometta che si mordeva le labbra per non scoppiare a ridere e credo di esser stato in quel punto, sì per la mia naturale timidezza, come per la orripilante sorpresa, di esser stato più bianco della panna.
Continuando il mio silenzio, il signor Antonio si rivolse a Giacometta e le chiese:
— Ma dove hai trovato questo signore?
— L'ho trovato in giardino — rispose Giacometta.
— E da qual parte è passato se Girolamo non ci ha annunciato neppure una visita?
La giovinetta fece una smorfia e rispose con palese indifferenza e tranquillità:
— Credo sia passato da una finestra.
— Da una finestra?... — domandarono i due zii ad una voce e tanto l'uno quanto l'altro mi spalancarono addosso due smisurati occhi.
— Volete spiegarci questo enigma? — domandò il signor Antonio.
— Su, Franzi, parlate — fece Giacometta con adorabile semplicità.
Ma io non trovavo modo di spiccicar parola; tormentato fra mille dubbi; preso da un inverosimile timore ero nell'assoluta impossibilità di formulare alcunchè di concreto. E mi sosteneva inoltre l'ultima disperata speranza che Giacometta intervenisse.
Allora il signor Tomaso, continuando il silenzio, divenne aggressivo.
— Spero non ci vorrete far perdere maggior tempo — disse. — Su, che diavolo facevate con Giacometta?
— Che diavolo facevate? — soggiunse il signor Antonio.
— Ma, Franzi, siete davvero tanto timido?.... Quando io sono contenta potete parlare liberamente. Gli zii sono buoni e fanno quello che desidero!
Allora impallidii certamente anche nelle mie parti più celate. Di fronte a quale enigma mi poneva la mia sfinge improvvisa?
Dopo le parole di Giacometta i due anziani si guardaron negli occhi, poi lo zio Pertica domandò alla nipote:
— Dunque tu conosci questo signore?
— Eh, se lo conosco!
— E perchè non dircelo prima? — fece lo zio Antonio.
— Perchè è per lo meno strano che io debba parlare prima di lui.
— Ma allora, se lo conosci, saprai anche perchè è venuto — riprese lo zio Pertica.
— Certo che lo so! Anzi lo so benissimo! E parlerò. Siete contento Franzi?
Le avrei gettato le braccia al collo.
— Sì, Giacometta, ve ne prego!... Parlate.... Parlate subito!...
Che cosa avrebbe detto?... Che cosa avrebbe detto mai?...
— Ebbene... il signor Franzi è venuto a chiedere la mia mano!...
Il primo impulso, il più forte, fu quello di gridare ai vecchi musi:
— No, non è vero!... Non è vero!...
Ma tacqui, allibito, aspettando che l'inevitabile burrasca mi investisse.
Invece seguì un silenzio in cui i due cacciatori mi osservarono ancora; poi lo zio Pertica chiese tranquillamente a Giacometta:
— E tu che ne pensi?
— Io sono contenta!
— Ma sai chi è questo signore?
— È un giovine povero; ma è un grande poeta! — rispose imperturbata la mia Sibilla.
Allora i due anziani si guardarono nel fondo degli occhi e l'uno fece all'altro, ad un dipresso, il ragionamento che segue:
— Già!... Che ne pensate, Antonio?... Dopo tutto noi non ci entriamo e non dobbiamo entrarci. Ma, — dice — il mondo non fa così... È vero, è vero, è vero!... Lo sappiamo... lo sappiamo!.... Ma noi facciamo così, noi Tomaso Maldi e Antonio Maldi!... Dice: — Un poeta!... A chi la danno quella povera figliuola, a chi la danno!... — Adagio, rispondiamo noi. In primo luogo noi non diamo Giacometta a nessuno, non vi pare, Antonio?... È lei che si dà! Poi un poeta è un uomo rispettabile come un altro. Che ne pensate, Antonio?... Siamo stati poeti anche noi, ai nostri bei tempi! Se Giacometta ama questo signore e se questo signore ama Giacometta, la nostra coscienza è tranquilla. Noi non dobbiamo guardare un millimetro più in là. Noi non dobbiamo investirci della parte di una giovinetta. Così quando Giacometta ci presenta il suo uomo, a noi non resta che mettere la firma sotto la sua decisione. Che ne dite, Antonio?... E noi mettiamo la firma!
— Sicuro!... E noi mettiamo la firma — soggiunse il piccolo zio. — Dopo tutto si tratta di logica.
— È quello che ho sempre detto io — fece lo zio Pertica. Poi, senza più occuparsi di noi, alzò fino agli occhi la gabbia che teneva sospesa al dito anulare della mano destra, guardò amorosamente il suo merlo o tordo che fosse, e disse al fratello:
— Antonio, questo sarà un richiamo monumentale. Ha la voce di Caruso.
E si avviarono, rifacendo il verso agli uccelli, verso le ombre e le tese insidie del loro uccellatoio.
V
Anche se sei sulla soglia non ti credere entrato!
Non appena soli mi ricordo che giunsi le mani ed esclamai, rivolto alla mia fidanzata improvvisa:
— Che cosa avete fatto, Giacometta?
— Mi pare che ora possiate trattarmi con maggior confidenza — rispose dolcemente il mio vivo enigma.
— Ma come si aggiusteranno le cose?
— Perchè?
— Come perchè? Io, Francesco Balduino, fidanzato di Giacometta Maldi?...
— In primo luogo — rispose Giacometta — non vedo la necessità che voi andiate a raccontar fuori ciò che oggi vi è accaduto; ed anzi vi prego, e vivamente vi prego, di non farne parola. Ciò che passa fra voi e me non riguarda che noi due, mi sembra, ed io comincerei ad odiarvi il giorno in cui vi sapessi vanitoso e pettegolo. Poi, caro Franzi, non correte troppo! Fidanzato non vuol dir niente e voi avete troppo ingegno per non capir questo. Io, se così vi piace, mi sono fidanzata a voi, oggi, solo per aver più agio a conoscervi; ma non vi illudete, Franzi! Può darsi benissimo, fra le altre cose, che posdomani non mi garbiate più ed io stessa vi preghi di allontanarvi!
— Ciò che mi dite è molto chiaro, ma non è confortante!
— Come più vi piace, caro Franzi; ma non si può fare diversamente. Ora sta a voi a conquistarvi tutto il cuore di Giacometta!
Eravamo presso l'atrio della casa bianca dalle grandi invetriate e moriva l'ultimo crepuscolo. Il cielo si approfondiva nell'ambra; si allontanava per aprir le sconfinate strade degli astri. E già c'era una stella sopra le vecchie roveri del roccolo, la stella nata dal cuore del sole, la tuttachiara, quella che ha il sorriso della giovane malinconia. Nè il marzo era freddo quell'anno, anzi si ammorbidiva in un tepore di precoce primavera. Ogni aroma, nella delicata grazia della sera che moriva, poi che l'aria si faceva immota come la pupilla che si affissa e attende, si diffondeva più intenso e insistente, tanto da associarsi alle sensazioni più vive e da compenetrarle con la sua dolcezza. E i sensi miei, desti ed alerti, avvertivano questo, e più avvertivano, con un nuovo spasimo, il profumo quasi violento che si sprigionava dalle vesti e dalle carni di Giacometta; un profumo di cui non sapevo il nome, del quale non avevo anteriore ricordo; ma che mi dava un'ebbrezza improvvisa, una perduta volontà di carezze e di abbandono. Ne ero come ubbriaco. Mi pareva che, sotto quell'eccitante invito, avrei potuto dire o fare le più belle e le più grandi cose; ma, come sempre sciaguratamente mi accadeva, all'interiore possibilità non rispondeva l'animo e la parola, tanto che dissi con pedestre malinconia:
— Come sapete di buono, Giacometta!
Ella non rispose e non mi guardò. Stava appoggiata, le spalle e la nuca, allo stipite di una grande porta e aveva gli occhi all'aria, e tutto il suo piccolo volto soave, veduto così di scorcio, pareva cento volte più bello. Notai come il naso le si affilasse ancor più, come accade nello spasimo del piacere; e le pinne sottili si inarcavano un poco nel respiro breve ed intermesso.
Si lasciò prendere una mano e non disse niente; ma stava come se fosse morta. Io sentivo, fra le mie mani che ardevano, la sua piccola mano abbandonata e la guardavo, inebetito dalla troppo grande emozione.
— Giacometta... — mormorai. — Tu sapessi... tu sapessi...
Ella, senza muoversi, ebbe un sorriso vago e sperduto; sorrise con l'aria, con le stelle e con il suo indecifrabile enigma. Ed io mi domandavo: — «Che farò?... E se ardisco, che farà?... Sarà la fine di tutto o lascierà fare guardando da un altra parte?... Perchè non mi risponde?... Perchè non vuole accorgersi che io, povero giovane, non sono di cemento armato?... Perchè non mi incoraggia?...
Finalmente le baciai una mano, poi il polso, poi le accarezzai il braccio ignudo sotto la veste leggera; poi, come la vidi arrossire e abbrividire, la strinsi alla cintola... ed ella sorrideva, sorrideva sempre, le iridi più grandi e fonde, la bocca più rossa e dischiusa, la gola più bianca e scoperta, una gola tanto tersa e amorosa e viva da dar le rosse vertigini al più bianco fra i candidi e morali idealisti.
E, come avviene agli imbecilli par miei, io uomo timido e d'improvviso predace, non ebbi il garbo di saper cogliere quel dolce frutto senza turbare la palese e volontaria assenza della mia fidanzata; anzi, sorpreso da una grandissima sete, da un annebbiamento improvviso, da un fuoco che mi fucinava il sangue in un tumulto indiavolato, mi gettai su quel candore: avido, cieco, sitibondo, disfatto. E appena ebbi tempo di assaporarne la freschezza che Giacometta, scostatasi violentemente, mi disse in tono acerbo, come una nemica:
— Siete sciocco e volgare!... Andate via!...
Poi, nello stesso tempo, quasi tutto ciò non fosse bastato, udii giungere dal fondo del giardino il domestico stridere della mia zia formidabile, la quale urlava su tutti i toni...
— Checco?... Checco?... Checco... Checcoooo?...
E allora fuggii vergognoso, disperato, in compiuta rovina pensando seriamente a un placido suicidio.
VI
Iddio ti dette i parenti perchè tu imparassi a guardartene.
Si parla della formazione dei mondi nella spaventosa immensità del niente e ci si perde dietro gli spettri delle nebulose, quando lo stesso mistero è sotto agli occhi nostri, tanto è vero che tutto si riproduce uguale, nella spaventosa immensità del niente.
Quale differenza, vi prego amici miei, quale differenza vi poteva essere, ditemelo, fra Giacometta e la nebulosa della costellazione dei _Cani da caccia_ o la nebulosa planetaria della Lira? Nessuna! Io ero un innamorato al telescopio, il quale vede passare, nella tenebra dell'immenso, una forma che non potrà mai comprendere nè raggiungere. Ero il povero astronomo di Giacometta, ma senza il prezioso sussidio di spettroscopi o di calcoli sublimi. Perchè in amore, ahimè, non è stato ancora inventato uno spettroscopio e l'anima di una nebulosa fanciulla non può decomporsi come la luce di una qualsiasi ragionevole stella. Così navigavo nell'inconoscibile e non potevo servirmi che della più infida fra tutte le bussole del mondo e cioè del mio amore.
Quella sera pertanto, dopo il tumultuoso pomeriggio, pieno l'animo delle più dolci e più amare sensazioni, non appena ebbi varcato l'uscio della mia su non lodata casa, ecco che vidi venirmi incontro, tutta arruffata e torva, la mia formidabile zia, signora Adalgisa.
Io, giovane taciturno e remissivo per consuetudine, di fronte alla vampata affocante che si chiamava signora Adalgisa, quella sera, o fosse per la troppo lunga ed intensa emozione patita, o che so io per quale altro disequilibrio psicologico, non attesi che l'impeto, il quale già si apprestava a travolgermi, mi investisse e con voce aspra affrontai il mio consanguineo tormento e dissi:
— Non importa mi secchiate, zia Adalgisa! Vi avverto che oggi non ne ho voglia e non ho punta pazienza!
La cosa inusitata fece spalancare alla mia belva domestica due enormi e sbalorditi occhi; e la bocca, già aperta al torrente degli improperi, non trovò parole per esser riempita, ma appena si mosse per mormorare:
— Diventi matto?
Approfittai dell'indecisione di lei per aggiungere:
— Sono stanco. Lasciatemi tranquillo, altrimenti può succedere qualche brutto guaio.
E infilato il corridoio, passai sotto i lumi esterrefatti della zia, per chiudermi a doppia mandata nella mia soffitta. Ivi giunto non pensai nè ad accender la candela di sego che mi passava il convento, nè a chiuder la finestra: mi gettai sul letto affondando subito in un addolorato smarrimento. Ma la mia quiete fu di brevi istanti, chè, dopo qualche secondo, eccoti picchiare all'uscio e una voce imperiosa comandare:
— Aprite!
Non risposi.
— Secondo me — pensai — tu puoi bussare fino a domani, bell'arnese!
— Aprite, dico!... vi farò vedere di che cosa sono capace!...
Uguale silenzio.
— Checco, non mi sentite?
Ma mi chiamavo Franzi, quella sera.
— Checco, non fatemi perdere l'ultima pazienza!...
E grugniva, e tempestava, e borbottava sempre con egual risultato. Vuotò il sacco degli improperi; mi chiamò carogna, bastardo; ebbe per me cento altre delicate attenzioni e finalmente tacque e mi parve si allontanasse. Ma se Giacometta era una nebulosa, la zia Adalgisa era una meteora ed io, sventurato giovine, dovevo trovarmi sempre fra codesti indecifrabili fenomeni.
Allorchè credevo aver guadagnata la quiete, ecco ritornare il domestico castigo, e, questa volta, con una voce di grandissimo pianto e tale che mi avrebbe mosso al riso, se non avessi avuto ben altro per il capo.
— Checco, perchè tratti così tua zia?... E pensare che non ho mangiato per aspettarti!... E pensare che ti ho cercato per tutta la città!... Che ti hanno detto i Maldi, dopo la caduta?... Ti sei fatto male, figliuolo mio?... Che cosa hai fatto dai Maldi fino a quest'ora?... Checco?... Rispondi alla tua povera zia che non vive che per te!....
Ora io sono stato sempre buono, buono... talmente buono da farmi schifo! E che ci posso fare? Finii per impietosirmi.
Quel piagnucolìo interminabile, unito agli occhi di Salsiccia, ch'io vidi d'improvviso folgorare nel buio della stanza, mi vinsero.
Forse neppure Salsiccia aveva mangiato dopo lo scandalo in cima al muro dei gelsomini... forse, povero gatto, egli, inconsapevolmente, mi aveva fatto promettere la famosa ghirlandella...
Ahi, Giacometta! Io ebbi allora un tuffo al cuore e aprii la porta alla mia povera zia. Incominciò un nuovo tormento.
La signora Adalgisa, dopo aver acceso la candela, sedette sul letto vicino a me e, accarezzandomi sui capelli con le sue grosse e nodose mani che parevan mattoni, incominciò a coprirmi di domande e di pietà.
Volevo resistere, non volevo dir niente, ve lo assicuro; ma qualcosa dovevo pur rispondere!
Così dissi una parola, ne dissi dieci... e finii per dir tutto.
Avvenne allora un nuovo e sgradevolissimo miracolo: la signora Adalgisa mi coprì di baci.
E mentre mi pulivo da una parte, ella mi baciava da un'altra. Ebbi da lavorare assai per non rimaner rugiadoso di quel vivo ribrezzo.
— Zia, lasciatemi stare!
— Ma non sai, ma non capisci che è la tua fortuna... la nostra fortuna?... Non sai che, un giorno, Giacometta avrà quindici milioni?... Non capisci, Checco?...
— Vi prego, zia, non chiamatemi Checco!
— Come debbo chiamarti?
— Francesco... Franzi...
— Non capisci, Francesco?... E non sei allegro? E non salti sul letto?... Pensa... ma pensa che cosa diranno gli altri... Un povero diavolo senza un soldo, senza un avvenire, senza niente.
Quella ragazza è matta davvero! Però io l'ho detto sempre... col tuo grande ingegno...
— Zia, non dite sciocchezze!
— Perchè?... Non sarebbe la prima volta!... Intanto domani andrai a farti un bel vestito.
— Ma neanche per sogno!
— Ed io ti dico di si!
— Zia, se mi volete bene davvero, vi prego, vi scongiuro di non parlare. Zia, voi non conoscete Giacometta!
— Ma mi credi tanto sciocca? Io parlare?... Vorrei piuttosto che mi tagliassero la lingua. Intanto questa notte tu le scriverai.
— Intanto io non scriverò proprio a nessuno!
— Vuoi che le scriva io?
— Mamma mia!... Ma siete matta, zia Adalgisa?... E non vi ho detto che non dovete saper niente, niente, niente!...
— Va bene, va bene! Ma io, dopo tutto, sono tutta la tua famiglia e Giacometta deve ben diventare mia nipote!
— Voi volete farmi impazzire!
— No... no... ma no!... Stai quieto, tesoro mio. Ora va a letto e riposa. Riposa bene, amor mio. Domani ne riparleremo. Non vegliare, sai?... Guarda che verrò a vedere se dormi. Ora entra nel tuo _nanni_... pensa alla tua gioia... e che il Signore ti benedica.
E, dopo avermi guardato con amorose lanterne, scivolò dietro la porta e scomparve.
Prima di prender sonno vidi ancora, nell'ombra della stanza, folgorare gli occhi rotondi di Salsiccia... e ripensai al tuo dono, Giacometta, al dolce dono di amore...
VII
L'amore ha centomila occhi; ma tu sei sempre cieco!...
Io avevo un vestito nuovo, ma Giacometta non tornava più.
La signora Adalgisa ricominciava ad esser formidabile.
Ella mi sospinse per tre volte verso la casa dei Maldi ed io vi andai, suonai il campanello... ma Giacometta era fuori.
Giacometta era sempre fuori.
Il viso della mia giunonica zia passava per tutta la gamma dei colori.
Io, Francesco Balduino, sentivo che forse era meglio morire.
Avevo un vestito nuovo, ma il mio amore non l'avevo più.
Voi, che avete amato, capirete la profonda tragedia che è in queste due cose le quali possono anche compenetrarsi.
E vi confesso che piansi; piansi come un giovane, il quale deve ormai pensare seriamente a morire. Perchè se tutto era finito io pure dovevo andarmene col mio sogno. Ero stato troppo vicino a cogliere la ghirlandella perchè la potessi scordare. A diciannove anni non si vive quando una ghirlandella promessa non arriva mai. E Salsiccia mi era stato galeotto... e mi ero trovato a un passo dal fenomeno gaudioso. Così sognavo e piangevo, disgraziato me, e vedevo approssimarsi la mia funebre ora.
— Almeno — dicevo mentalmente a Giacometta — almeno piangerai quando mi saprai morto!
E mi facevo una grandissima pena; oh, questo sì! Mi facevo proprio pietà!
— Che male ti ho fatto io, ingratissima bionda? Io stavo qui, al mio davanzale e non ti avrei domandato mai niente. Non pensavo alla tua ghirlandella... pensavo ai paradisi lontani, ai tuoi grandi occhi celesti, alla sola poesia che si partiva da te per venirmi a trovare e non ti avrei domandato mai niente! Avrei scritto di te come della cosa più lontana, nel mondo più irreale e, sarei stato contento. Mentre adesso...
E singhiozzavo perchè la pena era profonda Del resto questo capita a tutti, una volta nella vita, dai quindici ai cento anni.
Piangere per una donna non è male; forse è male non piangerne mai.
Il giardino incantato di Giacometta era senza più voce, senza più colore ed io, dalla mia soffitta, lo vedevo come un luogo squallido dal quale fosse esulata l'anima. E pioveva ed era ritornato il freddo.
L'aprile si era fatto frate trappista, questo benedetto mese d'amore.
E tu non c'eri più, cuor del mio sogno.
Perchè non dirmi piuttosto:
— Franzi, voi dovete fare come io voglio!
Sarei stato sempre disposto ad accontentarti. Invece mi avevi mostrato l'indecifrabile e perchè non avevo saputo leggervi, o vi avevo letto malamente, ecco mi abbandonavi come una cosa che si getta fuor dalla finestra, in mezzo a una strada.
Finalmente Principina che mi vedeva sempre in attesa, col mio vestito nuovo, sempre inchiodato al davanzale, nonostante il freddo che faceva, Principina, il piccolo fior del giardino, si commosse e arrivò un giorno fin sotto la mia finestra.
Principina era figlia del giardiniere e aveva sedici anni; e aveva un visetto gentile questa bimbetta, nata fra una serra e una macchia di lillà.
Mi chiamò.
— Signor Franzi?
— Che c'è?
— Sa? La signorina è partita!
— Partita?... E quando?...
— Quattro giorni fa. È andata a Firenze.
Soggiunse subito, vedendo il mio viso stravolto.
— Ma ritorna questa notte.
— Come lo sai?
— Ha telegrafato adesso.
— Ed è partita sola?
— No, col signor Tomaso.
Trassi un sospiro e domandai:
— E perchè, quando sono venuto a cercarla, non mi hanno detto che era partita?
— Perchè... — e Principina si «guardò intorno — perchè la signorina non voleva che lei lo sapesse!
— Bei riguardi!
La piccola sorrise. Soggiunse:
— Sa, non bisogna badarci! La signorina è fatta così!
Non aggiunsi verbo. Lo sapevo bene che era fatta così. La mia esperienza datava da quando la signora Adalgisa mi aveva fatto indossare un abito nuovo di non troppa spesa.
Principina sorrideva ancora e mi guardava. Strappò da una macchia alcune foglie e si dette a cincischiarle nell'atteggiamento di chi voglia dir qualcosa e non ardisca, poi levò verso di me il suo dolce visetto dai grandi occhi neri e, spegnendo la voce, soggiunse:
— Del resto la signorina le vuol bene!
— Come lo sai?
— Si capisce. E... se lei la sa prendere...
— Già!... Come se fosse una cosa facile prendere Giacometta!
— Ci si provi.
— È inutile, Principina mia! Mi sono già provato e l'ho fatta scappare a Firenze. Se dovessi ritentare dove andrebbe mai quest'altra volta?...
Dissi queste cose con tanto impeto e convinzione che Principina sospirò:
— Povero signor Franzi!
Poi mi fece un cenno di saluto, ma la trattenni per richiederle:
— A che ora arriva?
— A mezzanotte.
Rimasi solo e chiusi la finestra. Che cosa avveniva nel mio turbato spirito? Fuori pioveva a scroscio. Era una squallida sera piena di nubi e di vento, fredda e aggrondata, che si prendeva tutto il caldo del cuore per portarselo via. Io mi trovai solo in una fra le tetre solitudini nelle quali le anime giovani si sentono a volte desolatamente smarrire. Nessuna cosa mi venne dinanzi per sorridermi: neppure una pallida memoria di bene; neppure l'alito di un giorno di sole, vissuto pienamente. Tutto era conchiuso nel basso cerchio del cielo, per l'eternità. Simile a un uomo curvo e stanco che si allontana per una deserta via maestra, sotto un piovoso crepuscolo interminabile, era l'anima mia nella sua angoscia inattesa. Da dove mi proveniva tanta tristezza? Certo da te, Giacometta, certo da te. E anche da un'eredità della quale non si ha coscienza. Ne' suoi cerchi bui, l'anima racchiude tutta l'immane desolazione dal principio della nostra vita sulla terra. Io ero, fra gli uomini, Francesco Balduino, ciò che vuol dire una entità distinta, per quanto trascurata e condannata agli indiscreti legumi. Io possedevo, e possiedo tuttavia per mia disperazione, una raccapricciante sensibilità, la quale come mi sprofondava di un subito nella più fitta tenebra del mistero, nella più angosciante sfera del dubbio, mi risollevava così, di scatto, alle serenità più distese, alle radiose strade che dall'amore conducono a Dio. Così anche quella volta, dal niente arrivai alla gioia; da un presentimento di desolata fine, balzai a un intiero e stupendo possesso della vita. E che mi era servito al trapasso?
Niente, Giacometta: solo, ma solo la luce de' tuoi grandi occhi celesti. E fino a quando quella luce fosse stata con me, potevo chiamarmi un divino pastore per il mondo. Nè si trattava più di ghirlandelle (posso dirtelo, Giacometta, se tu vuoi ancora ascoltarmi dalla tua interminata lontananza) ma solo di quella parte di te meno terrena che poteva essere con la stella di Dio e alla soglia del mio cuore e diffusa come la Primavera che non è alito, nè colore, nè sentore di profumo ma una presenza che appena si avverte quando si abbia, come io avevo, una buia e desolata soffitta.
Così mi inondai di sole per festeggiare il tuo ritorno e l'inaugurazione, alla tua presenza, del mio vestito nuovo che costava poco.
A buon punto capitò allora la signora Adalgisa. Non lasciai che aprisse bocca, ma spiccai un salto e, battendo insieme le palme, incominciai a cantare:
_Ritorna questa notte..._ _ritorna... ritorna!..._ _Ritorna questa notte..._ _con l'espresso del Perù!..._
La mia consanguinea mordace mi lasciò finire, poi commentò, calma calma:
— Mi pare tu stia diventando un perfetto imbecille!
— Non voglio negare — risposi — che la vostra sia un'onesta e discreta opinione; però posso assicurarvi che questa notte ritorna Giacometta Maldi.
— Dici davvero?
— Ve lo giuro, zia!
— Dunque era partita?
— Partitissima.
— E... senza avvertirti?
— No. Voleva farmi una sorpresa.
— Secondo me incominciamo bene.
— Perchè zietta?
— Il perchè non lo puoi capire, povero sciocco! Noi donne ce ne intendiamo. Vuoi un consiglio?
— Sì, lo voglio.
— Bene, Checco, dà retta a me, non perder tempo!
— E cioè?
— Non perder tempo, ti dico! Sei un uomo o sei un palo?
— Che ne pensate voi?
— Se sei un uomo fatti valere e non far lo spiritoso.
— Vorrei foste ne' miei panni.
— Oh, se fossi ne' tuoi panni io, Adalgisa Balduino, sorella della sant'anima del fu tuo padre, se fossi ne' tuoi piedi ti farei ben vedere come si fa con le donne!
— Bum!...
— Screanzato!
— Ho detto bum perchè voi, probabilmente, avreste fatto ridere Giacometta solo col vostro naso.
Poi, senza attender risposta, infilai l'uscio e uscii per le strade semibuie, sotto il monotono pianto delle vecchie gronde.
VIII
In amore non esiste una rosa dei venti.
Il diretto della mezzanotte arrivò con un'ora di ritardo. Sotto la tettoia della stazione non eravamo ad attenderlo che io, il capostazione, e due facchini assonnati.
Uscì poi qualcunaltro, quando il treno fu per arrivare.
Io avrei voluto vedere senza esser veduto e cercavo un angolo nel quale nascondermi; ma non mi riuscì di prendere il mio gran batticore e di infilarlo nel buio; fui costretto a tenerlo in mostra sotto i fiochi fanali stillanti acqua. Però mi ritirai nell'angolo più remoto della tettoia ed attesi trepidando.
Il fragore si avvicinava fulmineo nella notte; già le lucide rotaie vibravano sotto l'impeto sopraggiungente; poi ad un tratto, in una folata di vento, tra il fumo e le rosse scintille, la vaporiera entrò nella stazione e in pochi metri fu ferma.
Si aprirono pochi sportelli. Scesero due vecchi da una terza classe e una scomposta signora la quale si dette a gridare: — Facchino? facchino? — nello stordimento di esser sbalestrata, a quell'ora, per l'ignoto mondo. E Giacometta? La mia piccina non c'era; forse... chi sa?... non sarebbe ritornata mai più!
E già mi sentivo serrare alla gola dall'angoscia, quando avvertii una rapida corsa alle mie spalle, nè ebbi tempo di rivolgermi che due braccia mi si strinsero al collo e una fresca bocca si posò sulla mia guancia in un grande bacio. Ed io non te lo restituii quel tuo bacio, Giacometta! A me, la improvvisa gioia ha fatto sempre un effetto catalettico: mi ha impietrito. Fra le altre disgrazie anche questa doveva toccarmi dal buon Dio.
Ma, ditemi voi: come potevo io orientarmi dal nord al sud con sì grande velocità? Quando mi sarei logicamente atteso una tutt'altra accoglienza?... Quando ero già nel tristissimo convincimento ch'ella non sarebbe ritornata nè quella notte nè mai?
Rimasi adunque, con la mia gioia serrata, a guardarla in una estasi immobile la quale non era adatta alla pioggia che scrosciava.
Ella aveva imprigionato il mattino, con quei suoi capelli biondi, e lo portava con sè come l'anima di questo coso pensante, noto al secolo col nome di Francesco Balduino. Tu discendevi dalla notte, attraverso l'uggia, il freddo, il vento e la pioggia, simile a una radiosità che non può spegnersi, che non soffre mutamento. E chi non ti avesse veduta ancora, era costretto ad averti chiusa nella sua memoria, con la nostalgica malinconia che lasciano le cose troppo belle che non si potranno mai possedere. Tu piccina, esile, diritta, armoniosa, illuminata dai tuoi grandi occhi celesti e dai capelli biondi. Tu, con la tua giovinezza stellare, sola nel mondo, perchè ti si poteva essere accanto accanto senza essere in te.
E, dopo il bacio, le sue piccole mani inguantate sulle mie spalle, gli occhi negli occhi, mi parlava ridendo, affannata come s'io fossi stato davvero il suo grande amore, nel cuore di quella notte piovosa.
— Franzi!... Ah, Franzi come hai fatto bene a venire!... Dunque pensavi che Giacometta sarebbe ritornata un giorno o l'altro?
Sospirai:
— Se ci pensavo!
Veniva innanzi, fra le lampade fioche, nella sua lunghezza sbilenca, accompagnato da un facchino carico di valige, lo zio Pertica. Aveva un berretto da viaggio calzato fino alle orecchie e un ombrello sotto il braccio, benchè piovesse a dirotto.
Non appena mi vide mi salutò senza scomporsi.
— Buonasera, signor Balduino.
— Buonasera.
E Giacometta continuava a parlare.
— Sai?... Siamo stati a Firenze, poi a Siena, poi a Pisa. Da Pisa lo zio voleva arrivare a Roma ma non ho voluto; e sai perchè?
— Perchè?
— Come?... non indovini?... Ma perchè avevo un gran desiderio di rivederti. Ti ho telegrafato. Hai avuto il mio telegramma?
— No.
— Peccato! Ho da dirti tante cose. Quando verrai a trovarmi? Domattina?... Sì, domattina. Vieni verso le dieci. Franzi... hai pensato a me?
— Sempre!
— Anch'io, sai?... Anch'io! Povero Franzi, ti ho fatto soffrire?
— Ho pensato al suicidio.
— Non esagerare.
— Giacometta, ti dico che ci ho pensato!...
Uscimmo dalla stazione. Tutti si voltavano a guardarci. Il meno commosso era sempre lo zio Pertica il quale sa il diavolo qual tordo o qual beccafico si pensasse. Il certo si è ch'egli non si occupava di Giacometta la quale mi si era appesa al braccio e continuava a ridere e a cinguettare.
Quando fummo vicini all'automobile e feci per accomiatarmi, Giacometta disse:
— No, vieni con noi.
— Salga, signor Balduino — soggiunse lo zio Pertica. — Ormai ella può considerarsi della famiglia.
Io ero, quella notte, come l'ombelico del mondo, come il triangolo mistico, come la divina colomba, ero al di sopra di ogni cosa umana e di ogni vita: astro fra gli astri, costellazione fra le costellazioni, l'amore fra tutti gli amori.
Io, Francesco Balduino.
IX
Se un amico non vale un tesoro che cosa vale allora una formidabile zia?
Per alcuni giorni io detti il mio nome mortale alla felicità. Ero così pieno di mondo, così compiuto in tutte le cose, che mi parve belloccia anche la signora Adalgisa; la qual cosa non mi era capitata mai, ve lo giuro!
E la signora Adalgisa ritrovava i sorrisi e le graziette de 'suoi remotissimi sedici anni, tantochè ritenne necessario compilarsi una veste nuova di un gusto fantastico, sbalorditivo.
Un giorno me la vidi arrivare tutta color zafferano; la vidi folgorare in un involucro di raso e camminar molleggiando. Due grandi boccoli neri le scendevano, attorcigliati come due trucioli, giù dalle tempie fin oltre le orecchie. E aveva le calze gialle, le scarpette gialle, i guanti gialli, il ventaglio giallo e un nastro giallo fra i capelli raccolti a nodo scorsoio sopra la fronte, come una porcheriola che stesse per dirupare.
Ed era un giallo che prendeva a schiaffi chi lo guardava. Era una signora Adalgisa solare; pareva l'ora della canicola e della insolazione. Eppure si credeva seducente.
Venne innanzi scodinzolando come se le suonasse dentro un tempo di minuetto, su dai vecchi precordi impolverati. E il suo visaccio, insolcato per tutti i versi, come una strada motosa in un giorno di fiera, cercava una peregrina soavità per intonarsi al nuovo involucro in cui si era infilato il suo corpo civettuolo.
Oh, zia!... Oh, paterna zia!...
Ristette alla mia presenza sorridendo anche dai neri vani che avevano lasciato i denti partiti per l'eterno esilio.
— Cosa ne pensi, Francesco?
Risposi semplicemente:
— Sicuro!
Ella rimase in dubbio; riprese con la sua più piccola voce:
— Come sicuro?
— Vi siete fatta una veste nuova.
— Ti piace?
— Mah?!... Ecco... il colore...
— Già, l'avevo detto anch'io alla sarta. Io avrei preferito un verde... un bel verde pisello, ma la sarta mi ha assicurato che questo è il vero colore di moda.
— Ve l'ha assicurato la sarta?
— Ma sì!
— Allora non c'è rimedio.
— Ti sembra brutto?
— È piuttosto vivace.
— Però la _confezione_ è stupenda!
— Perdio!... Mi sembrate la signora Cagliostro.
— E chi era questa signora?
— Era evidentemente la moglie del famigerato Cagliostro. Ora è morta.
— Povera donna!
Io frattanto volgevo per la mente un atroce dubbio: perchè mai la mia signora zia si era conciata in quel modo? che pensava fare? quale infernale macchinazione si associava al suo vestito giallo. Le domandai:
— Perdonate, zia: se non sono indiscreto, perchè vi siete fatta quella veste?
— Ma per essere degna di te.
— Di me?... E che c'entra?...
— Scusa, ma quando si celebreranno le nozze dovrò ben essere presentabile!
— E chi vi ha detto che io sposi?
— Come?!...
— Sì, chi ve lo ha detto?...
Ella mutò voce e atteggiamento all'improvviso:
— Non scherziamo, Checco. Tu sai benissimo che su certe cose non amo scherzare. Non avresti scelto, in tutti i casi, il momento buono. Poi ringrazia Iddio di avere una zia come me, che pensa a riparare alle tue balordaggini!
Nè potei aggiunger parola ch'ella già, voltatami la parte tramontana e infilato l'uscio della stanza, dileguava.
La seguii e la vidi scender le scale; e la vidi andarsene per il Borgo dei Cotogni, rullando come una nave a mare morto. Poi si fermò a parlare con qualcuno che non riconobbi. Due monelli le fecero i versarci e un cane, un vecchio cane filosofo, le annusò l'ampissima gonna poi, posato su tre gambe, lasciò piovere sulla medesima un ingeneroso ricordo.
Il mio dèmone si dichiarò soddisfatto; ma io non ne avevo colpa, posso giurarlo.
X
Non dire di aver mangiata la ciliegia se prima non te la trovi in bocca!...
Giuocando a tutti gli equilibri, cercando gli adattamenti più disparati ed improvvisi; ecclissandomi a tempo debito e a tempo debito ricomparendo; schivando le forme più correnti in cui l'amore cerca il sigillo di una effimera eternità; essendo uno e multiplo come occorreva essere per non urtare le infinite suscettibilità di un'insidiosa vergine ero riuscito a farmi volere un po' di bene da Giacometta; a non stancarla durante il non lungo, ma per me penatissimo, periodo di cinque giorni. E, durante questi cinque giorni, ero stato alle corse con lei, avevo incominciato a ballare, a giuocare al _tennis_ e imparavo a cantare.
Giacometta mi aveva scoperta una bella voce. A vero dire non me ne ero mai accorto. Il fatto si era che cantavo, sedendo ella al pianoforte; cantavo ed ero sempre più innamorato.
Ero adunque riuscito a farmi volere un po' di bene, però, per conto mio, rincaravo la dose di giorno in giorno col moltiplicarsi delle stramberie di Giacometta. Ma l'uomo, per quello che ho potuto imparare, e dalla mia e dalla altrui esperienza, è quella tal creatura la quale tanto più si logora e si rode quanto meno si vede apprezzata; e le maggiori trionfatrici di questo fierissimo animale sono state appunto quelle fanciulle e donne le quali erano e non erano; davano e non davano, abili sempre nell'inasprire la più o meno bramosa povertà del maschio e nel lasciarla insoddisfatta o quasi. E in tutti i secoli, per la generosità che lo distingue, l'uomo si è vendicato di queste sue più amate compagne vituperandole.
Ora la prima volta ch'io potei baciare in pieno Giacometta, fu lo stesso giorno del suo arrivo. La breve assenza l'aveva rinverdita, aveva dato all'anima di lei una specie di distesa continuità inusitata. Io ero entrato nella sua bianca casa, sul lembo di un giardino, alle dieci e ne ero uscito a mezzanotte. Queste quattordici ore erano state meno che niente.
Fu nel pomeriggio, dopo una lauta colazione. Eravamo nel giardino incantato, dietro una gran macchia di roveri. Il giorno di aprile aveva una limpida soavità come gli occhi di Giacometta e c'era per l'aria un non so quale pàlpito che gonfiava il cuore.
Non si parlava. Giacometta si abbandonava sul mio braccio con maggior languore. Poi, quasi per un contemporaneo avvertimento, ci volgemmo a guardarci. Il brivido che era in me era in lei; ciò ch'io sentivo ella sentiva; la mia inespressa volontà era la sua volontà inespressa. Io vidi ne' suoi grandi occhi celesti, un lontano sorriso morire in fondo alle pupille in un'ombra amorosa, vidi ch'ella non era più vigile, ma tutta nel suo abbandono; ch'ella cercava di non saper più niente, di non udir più niente ma solo di lasciarsi portar via, in quell'ora dolcissima, dal pàlpito dell'aprile che gonfiava il cuore.
Nè io ragionai più ch'ella non ragionasse quando le passai un braccio attorno alla vita, quando la trassi a me, la strinsi, la serrai a me con improvvisa violenza, la mia bocca sulla sua bocca. Allora fui ebbro del profumo e del fiore di quella divina giovinezza che si piegava fra le mie braccia come affranta e prostrata; fui ebbro e la vidi inarcarsi, abbandonar il capo all'indietro come per offrir meglio il rosso desiderio della sua bocca alla furia dei baci; vidi il suo pallido volto contrarsi un poco e illuminarsi nel sorriso della profonda angoscia; la vidi, dalle radici dei capelli all'ombra del piccolo seno, vibrar tutta, di uno spasimo nuovo; più affilato il volto come se in realtà il piacere lo coprisse di un'improvvisa ombra di morte.
— Bella bella bella!...
Non seppi dir altro, nel tremito di ogni mia vena. Ella chiuse i grandi occhi e allora, alla sommità del suo viso, non fu se non l'oscura ombra delle ciglia. Poi di un subito, le sue braccia dapprima inerti, mi allacciarono il collo ed ella aderì tutta quanta a me, dalle ginocchia al seno, tutta quanta mia, tutta nel mio desiderio, accesa del mio ardore, soggetta alla mia volontà e la sua bocca, dischiusa sulla bianchissima chiostra dei denti serrati, mormorò una parola sola, il segno della sua perduta volontà di non esser più che una sofferenza e un piacere nell'impeto del mio amore, nella violenza della mia forza maschia.
Ci trovammo seduti sull'erba.
E già ogni mia timidezza era un solo remotissimo ricordo allorchè udimmo levarsi dal discreto silenzio, una squillante risata.
Rotto l'incantesimo, mi trovai di fronte al tremendo compito di assumere in un battibaleno il più indifferente aspetto che potesse avere un garbato giovine giunto nuovo in quel luogo e ignaro di quanto si era fino a quell'ora passato.
Io conoscevo ormai l'anima di Giacometta. Ella infatti volse il viso da un'altra parte, si ricompose i capelli, si riassettò e, sorta in piedi, riprese il cammino, affatto dimentica della mia presenza.
Comunque fosse, il resto della giornata non ebbe a risentire di troppo violente variazioni.
Nei giorni che seguirono la faccenda fu diversa, per quanto fra _tennis_ e pianoforte riuscissi a destreggiarmi abbastanza abilmente fra le meteoriche burrasche della mia nebulosa. Però Giacometta era sempre una creatura di mistero e nessuno avrebbe potuto mai con certezza dire che cosa avrebbe fatto, o pensato, o deciso, o amato da un'ora all'altra. Ella usciva dal comune; aveva un suo sistema metrico decimale o non ne aveva affatto, ciò che le capitava più spesso. Passava dal termine dell'abbandono al più risoluto disprezzo; dimenticava ciò che aveva calorosamente affermato un'ora prima; poteva concedervi la più grande gioia e ritogliervela dopo dieci secondi. Era più mutabile del mare del quale portava il colore ne' suoi grandi occhi fondi. Una volta si era ordinata quattro vesti di cui mi aveva decantata la grazia e l'eleganza; orbene, quando le arrivarono, capitò questo: una fu regalata alla cameriera; un'altra andò a finire sotto il letto e le ultime due ebbero una sorte peggiore: volarono con la scatola e tutto fuori dalla finestra. Questa era Giacometta.
XI
Tu sola, Principina, eri veramente la primavera!
Ora avvenne ch'io portassi, un giorno, un garofano rosso all'occhiello e che la mia formidabile zia uscisse per le strade della Città dai tre campanili, tutta vestita color zafferano. Nè io sapevo che si rimuginasse la mia congiunta nella sua ampia testa dai grandi boccoli neri attorcigliati come trucioli, nè ella sapeva che mi pensassi di far io della mia vita in quel giorno di sole.
Era una giornata calda e di languore come ne porta l'aprile nel suo grembo. A quando a quando passavano delle nuvole bianche e altissime; piccole nubi indolenti, abbandonate a un vento inavvertibile. I tre campanili della mia città le salutavano a gara, tutti immersi, talvolta, nel loro chiarore d'argento.
Non avevo preso il pastrano ed indossavo il mio nuovo vestito da poca spesa.
Mi avviai lungo il Borgo dei Cotogni. Erano le tre del pomeriggio. Non c'era nessuno. La gente dormiva. April dolce dormire! C'erano le nuvole bianche e amorosamente pigre nel cielo profondo; c'erano i tre campanili immersi nella gran luce come tre fantastici coni di tre maghi in ascolto sul mistero del mondo. La mia piccola città non grugniva più; dormiva sotto le bianche nuvole dell'aprile. Epperò io mi sentivo preso da un languore voluttuoso, da un sordo spasimo, da un'ansia inespressa, sentivo battere alle tempie e ai polsi la mia giovane forza d'amore.
Da dietro le basse case arrivava l'anima dei giardini. Erano i lillà, le madreselve, i gelsomini, le acacie che riempivan l'aria tepida del loro vivo sentore, di un amoroso ed ebbro profumo solare. Per le strade non c'era nessuno. La gente dormiva od amava dietro le griglie socchiuse, per le stanze immerse nella penombra. Erano in me un nuovo senso pànico ed una nuova levità. Io mi sentivo immerso e preso nel piacere del mondo perchè era il mese d'amore, e la prima gioia e il primo spasimo della fecondazione riempivan le ore dei giorni commossi.
Mi fermai alla bianca casa di Giacometta sul lembo di un giardino. Sarei entrato? Come mi avrebbe accolto Giacometta? Premetti il bottone del campanello; venne ad aprirmi Principina. Domandai:
— C'è?
— Sì — rispose la piccola sorridendo.
— Dov'è?
— In giardino...
E mi guardava sempre.
Attraversai l'andito; uscii nel sole. Principina mi precedeva di qualche passo. Era tutta rossa in volto e scalza. Camminava lungo il margine del viale; leggera e sottile. Vestiva di un niente. Di sotto la stoffa si accennava appena, come una promessa novella, il suo acerbo seno.
Proseguì, scalza levità bambina, fra l'erba di un prato conchiuso da una fiorita di meli e io vedevo il suo respiro profondo animarla come di un affanno senza parole, nel cuor dell'aprile, e vedevo batterle una vena, forte forte, alla fontanella della gola.
Giunti che fummo oltre la cerchia fiorita dei vecchi meli, Principina si fermò e mi disse tendendo un braccio verso il sentiero delle roveri:
— È là.
Poi mi sorrise e si allontanò nel dolce sole che porta sul mondo le nuvole bianche.
Giacometta era seduta sull'erba a una grande ombra. Era scapigliata. Aveva puntato i gomiti sulle ginocchia e appoggiava la faccia sulle palme aperte. Non mi vide. Non so che guardasse. Anche quando le fui vicino non si accorse della mia presenza. Mi sedetti al suo fianco. Allora ella, senza volgersi, allungò una mano e la pose fra le mie. Rimase così, gli occhi larghi e fissi fra l'erba. Aveva sui finissimi capelli biondi e ricciuti, dei pètali di fior di melo. Si vedeva dalle sue vesti, un poco in disordine, e dal rossore di tutto il volto che doveva aver corso fino allora.
Mi domandò senza guardarmi:
— Perchè sei venuto così tardi?
— Non sapevo di trovarti in casa.
— Sono tre ore che ti aspetto.
Strinsi forte, fra le mie, la sua piccola mano nata per le carezze; una mano bianca, dagli unghielli rosati, leggera come la rondine. E la piccola mano di lei si avvinghiò alla mia, dito con dito, amorosa e calda. Fu già, in questo, un principio di possesso, perchè le mani mandano al cuore il primo tonfo, quando si intendon fra loro; ed aprono il varco improvviso ai giardini senza cancelli nei quali l'amore si esilia per vivere più oltre e, spesso spesso, per morire.
Come era prevedibile, l'ultima distanza che ci separava fu superata senza ch'io mi accorgessi come la cosa fosse avvenuta. Io combattevo, in ardore, col mio garofano rosso, ma tutte quante le mie parole naufragavan nell'ombra. E ciò mi faceva pena. Perchè nessuna porta si dischiude, anche lentissimamente, senza una paroletta sorrisa, senza il barlume di un sogno.
Passavano adunque le nuvole quando anch'io passai un braccio attorno alla vita di Giacometta. Questo non potrà farvi dispiacere, credo. E la strinsi a me con tanta forza ch'ella ne ebbe il respiro mozzo; ma non disse niente. Fui io che le dissi a un tratto:
— Giacometta, io sento qui dentro — e mi portai una mano al cuore — sento qualcosa che mi fa morire!...
Ella sorrise con un ranuncolo giallo.
— Non mi credi?...
Guardò, più lontano, una macchia di lillà che sfumava nella penombra.
— E poi, Giacometta, sarebbe tanto bello morire davvero!
Respirava un po' forte e non rispose.
— Morir d'amore... per te sola!...
Giacometta chinò il mento al seno e questo mi piacque. Si volse e mi guardò smarrita. Poi le nostre bocche furono unite.
E aveste tempo di trascorrere, nuvole bianche dell'aprile, per il gran cielo turchino! Il nostro bacio era tenace e qualcosa stava per accadere di molto diverso. È inutile ch'io vi racconti quale dolce pericolo si corresse allora, perchè lo sapete meglio di me.
Però Giacometta mi aveva parlato, una volta, di una ghirlandella ed era molto naturale, anche se a voi non sembra, ch'ella vi ripensasse proprio in quel punto.
E vi ripensò.
Le vergini soffrono così di inesplicabili pause quando sono per varcare la linea.
Sta di fatto che, essendo noi, anche quella volta, sul punto logico e gradevolissimo della suprema carezza, a nulla si approdò.
Di un subito Giacometta cambiò volto e mi disse:
— Franzi, mi sono dimenticata una cosa.
Mio Dio, quale cosa poteva aver dimenticato che le fosse necessaria?
Si levò, mi tese una mano. Riprese:
— Andiamo.
— Andiamo pure!
Andammo come era naturale che avvenisse. Io, a vero dire, mi trovavo in un certo disagio. Poi il cuore mi batteva forte: c'erano troppe cose a mezzo. Questo accade quasi sempre quando si fa all'amore. Accade anche alle persone molto pudiche.
Si prese un piccolo viale traverso. Giacometta camminava lentamente e il giardino non finiva mai. Poi incominciò a raccontarmi la nobile ed istruttiva istoria che segue.
— Franzi, una volta una mia nonna doveva andare a nozze. Era un matrimonio d'amore ch'ella faceva. Si chiamava Tatiana questa mia antenata ed era di un paese lontano lontano, in fondo alle steppe della Siberia. Nonna Tatiana era discesa in Italia per accompagnarvi sua madre, malata di petto. Era una giovinetta bionda con dei grandi occhi turchini. Dicono mi assomigliasse. Ne giudicherai. Ti farò vedere una sua miniatura. Dunque nonna Tatiana era diretta a Bordighera. In quel tempo usavano ancora le diligenze. Volle il caso che nella stessa diligenza in cui viaggiava nonna Tatiana, si trovasse anche nonno Felice il quale, giusto in quei giorni, era partito per recarsi ad una fiera a Lione. Ora avvenne che, ad un certo punto, in uno svolto brusco della strada costiera, uno dei cavalli della diligenza adombrasse e si imbizzarrisse tanto da rovesciar tutto, giù per una scarpata. Nonno Felice uscì dal disastro con le ossa peste e nonna Tatiana anche; ma chi rimase moribonda sul colpo fu la madre di lei. Conveniva ricoverare la povera donna in qualche luogo per apprestarle le cure più urgenti. Giusto nelle vicinanze sorgeva una vecchia villa disabitata. Nonno Felice andò, pagò il guardiano, si fece aprire la villa e vi raccolse la ferita la quale poche ore dopo moriva. Ecco Tatiana sola, con uno sconosciuto. Ho sempre sentito raccontare che, quella notte, la passò come se fosse impietrita. Non pianse, non parlò, sedette accanto al letto della morta e stette per ore ed ore, gli occhi sbarrati contro l'ombra. Nonno Felice rispettò quel dolore, in disparte, raccolto nell'angolo più buio della stanza. Poi doveva essere ciò che fu. I due giovani andarono insieme a Bordighera. Ivi la nonna si fermò e il nonno proseguì per Lione con la promessa di ritornare. E ritornò perchè era innamorato. Gli zii mi hanno raccontato poi che Tatiana non voleva saperne di matrimonio; era una tartara selvaggia e voleva ritornare fra le sue steppe desolate. Amava l'Italia ma sentiva il doloroso incantesimo del suo triste paese. Nonno Felice non volle lasciarla. Partirono insieme e Tatiana non fu sua...
Io ascoltavo allibendo. Non riviveva l'anima della remota antenata in quella di Giacometta?
— ... Tatiana non fu sua. Era una giovinetta gagliarda e fiera tanto da non temere di rimaner sola anche con dieci giovani. Sapeva volere e sapeva difendersi. Quando un uomo si imbatte in una simile creatura può dirsi perduto.
«... Andarono, viaggiarono per più di un anno, durante il quale nonno Felice non dette mai notizie di sè alla famiglia. E a casa lo credevano già sperduto o morto fra le steppe della Siberia quando un bel giorno di aprile del 1820, una vettura si fermò dinnanzi a questa casa e ne discesero nonna Tatiana e nonno Felice. Ancora non avevano sposato e Tatiana non era stata di chi l'amava...
«Però si era decisa ormai e nonno Felice la presentò come fidanzata. Ora, dall'arrivo alle nozze, non doveva correre più di una settimana perchè nonno Felice aveva molta fretta...
— ... Aveva molta fretta e combinò tutto in modo che non potessero sorgere impedimenti improvvisi. Però Tatiana non parlava mai. Giusto in quei giorni fu presa da una fra quelle grandi tristezze alle quali andava soggetta di quando in quando e nonno Felice, nonostante tutto il suo amore, non poteva trarla dalla profonda lontananza nella quale affondava...»
Eravamo arrivati, camminando così passo passo, al muro del gelsomino di Spagna e Giacometta mi invitò a sedere vicino a lei sulla minuscola panchina.
La storia mi interessava ormai troppo perchè avessi la mente ad altro.
— Da quel tempo — riprese Giacometta con la voce più spenta e gli occhi semichiusi — da quel tempo nulla è mutato qui. I lunghi anni han lasciato le cose come erano. Anche allora c'era questo muro e lo stesso gelsomino. Tu hai veduto, in casa, la stanza dei nonni; la stanza verde, stile impero; nessuno l'ha toccata da quel tempo. Sono passati ormai tanti anni eppure dentro il canterale, nel primo cassetto, vi sono ancora dei gelsomini secchi. Li raccolse certo la nonna in un giorno della sua remota primavera e li lasciò là con la sua memoria. Io ho pensato tanto alla mia avola alla quale assomiglio. Certo qualcosa dell'anima di lei è in me! Però debbo raccontarti un altro episodio perchè tu capisca ciò che voglio dirti e tu mi comprenda in ciò che sono per fare.»
Raccolse il volto fra le piccole palme aperte e si concentrò nella lontananza dei ricordi. La guardavo, preso dal suo fascino oscuro. Ella non era più presente come palpito e desiderio; il suo sangue si era di un subito acquetato. Vedevo come i suoi occhi celesti si smarrissero in una grandissima ombra quasi che ella comunicasse con l'ultravisibile e fosse, ad un tempo, vicina e lontana: nella profondità del mistero e con me, accanto a me nella tepida primavera d'amore.
Incominciò una capinera a cantare sommessamente da una macchia di lillà.
— Io non son nata qui — riprese. — Nacqui a Madera, nell'inverno di un triste anno che doveva lasciarmi al mondo senza nessuno. Mio padre era in America allora. La mamma morì pochi mesi dopo avermi partorito e il babbo volle seguirla a breve distanza, laggiù, nelle pampas dell'Argentina. Vissi a Madera fino ai cinque anni. Di quel mio tempo quasi di sogno non ricordo che una sivigliana, una giovane sivigliana che aveva il colore dell'ambra. Questa giovane mi raccontava certe storie che mi facevano abbrividire ed erano sempre storie d'amore e di sangue. Così, bambina com'ero, mi ci appassionavo tanto che volevo stare sempre con lei e sentirla parlare. Se vi ripenso, ho ancora nella mente la sua voce fonda, il volto malinconico e forte, i suoi occhi che lampeggiavano. Questa donna mi fece provare i primi brividi; tolse l'anima mia bambina dalla sua inconsapevole serenità.
Giusto in quel tempo dovetti partire. Gli zii vennero a prendermi a Madera. Mi ricordo che piansi come una disperata e che non volevo saperne di seguirli. Ne avevo paura. Erano sempre serii. Mi parlavano, fin da allora, come se fossi stata una donna. Tu non li conosci bene; sono tanto buoni ma hanno attraversato la vita come due minori osservanti senza sapere niente di niente all'infuori delle loro cacce. Non hanno avuto mai un cuore di donna vicino; e la loro casa, come l'anima loro, manca di quella intimità, di quell'amorosa penombra che può portare solo una innamorata... Allora ne avevo paura. Se vollero condurmi con loro furono costretti a sobbarcarsi al peso di Paquita. Diversamente non avrei abbandonata l'isola dolce dove ho trascorsi i primi cinque anni del mio sogno terreno.
Arrivammo in questo paese che era d'inverno. Un grigiore infinito; un gran freddo. Mi ricordo che, per i primi mesi, non feci che piangere. Abbracciavo stretta stretta Paquita e volevo mi riconducesse al bel sole della mia isola lontana. Non avevo veduto mai la neve; non avevo tremato mai dal freddo; e, al mio primo arrivo in questa casa, non vidi che neve ed ebbi a soffrire per il freddo che mi tormentava giorno e notte. Poi finii per abituarmi a tutto. Gli zii erano molto buoni benchè non si occupassero di me se non per dirmi buongiorno e buonasera. Così rimasi nella tua piccola città malinconica. Dopo un anno Paquita si ammalò e volle ritornare a Madera. La vidi partire quasi con indifferenza. Non piansi. La mia malinconia rimase serrata dentro di me; senza parole. Quando ci separammo, avevo incominciato a poter vivere tranquilla nella mia solitudine. Ho avuto una serietà precoce, Franzi, ho pensato e sofferto in quell'età in cui le bambine non conoscono che il riso e il sonno. A sette anni ebbi un'altra compagna: una istitutrice inglese; ma non mi piacque fin dal primo giorno e la trattai come una nemica. Fin da allora ero padrona di me stessa. Gli zii mi davano sempre ragione e mi lasciavano fare ciò che volevo. Ciò mi fece pensare prima del tempo. E diventai scontrosa; chiusi in me la mia tristezza; stetti giornate intiere senza uscire di camera o dispersa negli angoli più remoti del giardino. Poi incominciai a voler conoscere la mia vecchia casa dai tetti alle cantine; e girai, frugai, interrogai. Volli sapere tutto di tutto.
«C'era allora, in casa, un vecchio servo che era venuto fanciullo al servizio dei Maldi e sapeva punto per punto la storia della famiglia, da cento anni a questa parte. Si chiamava Lorenzo e fu Lorenzo che mi illuminò circa un passato che apparve prodigioso agli occhi miei di bambina. C'era qualcosa di romantico e di misterioso nella storia della famiglia mia. Questo bastava per appassionarmi. Fu allora che conobbi nonna Tatiana.»
Tacque e mi guardò senza levare il volto ma volgendo appena gli occhi dalla mia parte, mi domandò:
— Ti annoio?
Le risposi invitandola a proseguire; dopodichè riprese:
— Nonna Tatiana fu la compagna de' miei silenzi. Per lunghe ore restavo estatica innanzi al suo ritratto, o chiusa nella camera verde dove ella aveva compiuta la sua breve gioia. Ormai non avevo che una ardente curiosità e cioè quella di conoscere fino in fondo la vita della mia misteriosa antenata. Lorenzo, toltone i fatti più salienti, non poteva darmi se non accenni vaghi e questo non mi soddisfaceva ormai più. Volevo saper tutto. Come ti ho detto c'era, e c'è ancora, nella stanza della nonna, un grande canterale, di cui, nel tempo del quale ti parlo, non potevo trovar la chiave. Un presentimento mi avvertiva che, nel segreto del vecchio mobile, doveva trovarsi qualcosa che avrebbe soddisfatta la mia inesausta curiosità di sapere. Come al solito, gli zii non ricordavano che fosse mai esistita una chiave di quel canterale e non si occupavano della faccenda più che io non mi occupassi della loro caccia. Eppure volevo venire a capo del mio desiderio; ma senza che altri sapesse ciò che intendevo fare; senza che altri assistesse alla mia ansiosa ricerca. Ricordo che un giorno mi feci sanguinare le mani nei tentativi di forzare le robuste serrature. Poi mi decisi ad andar alla ricerca di un fabbro il quale, con un grimaldello ebbe, in breve, ragione del vecchio mobile cocciuto. Quando rimasi sola, mi chiusi nella grande oscura stanza e la mia gioia non ebbe più limiti. Parlavo ad alta voce, ridevo, piangevo; mi pareva che nonna Tatiana, rinata mistero delle sue memorie, mi stesse vicina e mi dicesse: — Sì, bambina, sì... tu sei la mia cara figliuola... tu mi assomigli... il mio cuore è il tuo cuore!... — Mi passavan fra le mani, gioielli, vesti, piccoli libri scritti in una lingua che non capivo, nastri, lettere, fiori secchi; tutto ciò che nasconde una creatura innamorata e triste, in fondo a un cassetto che nessuno aprirà. Trovai, fra l'altre cose, una lettera spedita da Tatiana a nonno Felice. Era scritta in italiano. Diceva, fra l'altro: — _... tu ti ostini sulla mia strada e non sai dove potrà riuscire. Io ti ho detto che il mio amore non può soffrire vincoli umani. Bisognava lasciarlo libero per il suo ignoto destino; non bisognava cercare di ridurlo alla misura comune. Hai insistito, hai pianto, hai corso la terra dietro le tracce di questa creatura sperduta, hai rinunziato al tuo mondo, ti dici pronto a rinunziare a tutto.. e sia come vuoi! Purchè tu sappia che Tatiana ti vuol bene, viene con te, ti segue nel paese del sole, farà ciò che desideri, ma la sua strada, che incomincia dall'immensità di una steppa, non potrà finire nella riposata quiete di un piccolo giardino in fondo alla tua provincia; la sua strada, povero amore, dovrà ritornare all'infinito dal quale si è partita. Ogni anima ha il suo destino segnato e gli uomini, con tutte le loro morali e le loro leggi, son meno che niente di fronte al destino di un'anima. Ti ricordi che cosa ti dissi la prima volta, quando l'amore fu con noi? Lo ricordi? Io ti dissi:-Non promettermi niente, non parlare, cerca di essere solo con me, sola, all'infuori di tutto ciò che gli uomini hanno detto e fatto e inventato per avvelenare questo attimo divino. La mia libertà e il mio amore non soffrono leggi; sono come il vento della steppa. E tu prendimi perchè io voglio essere tutta quanta tua; prendimi e macerami e fammi soffrire nel tuo amore maschio. Io sono arrivata dall'ignoto per amarti e per farti il dono di tutta me stessa ma non promettermi niente e non chiedermi di più!... — Io ti dissi questo, allora, e tu non mi volesti capire. Tu eri e sei troppo schiavo del tuo misero mondo e delle sue convenzioni meschine. Tu vivi troppo «PER GLI ALTRI» e il mio amore non può vivere che nella più selvaggia libertà, per morire e dileguare quando la sua ora sia giunta come per tutte le cose del mondo..._»
E la voce di Giacometta si spense. Il sole discendeva fra le nuvole dell'aprile attardandosi nel gorgo del cielo, come innamorato.
E che stava accadendo mai nella mia anima di sognatore? Giacometta mi aveva affascinato con la sua voce e col suo singolare racconto tanto che mi pareva di essere ad un tempo presente ed assente in una immensità di mistero. Sprofondavo nell'impensato con la velocità di un bolide. Io, Francesco Balduino, creatura senza alcun valore, come avevo potuto mai entrare in un mondo tanto strano e impadronirmi di un cuore così moltiplicato nell'inverosimile? Perchè mi aveva prescelto Giacometta? Che poteva vedere e trovare in me, nipote della signora Adalgisa?
Poi ella riprese a parlare, un po' stanca e disciolta in una perduta dolcezza.
— Così incominciai a conoscere il cuore di nonna Tatiana. D'improvviso tutto il buio si diradava e mi vedevo dinnanzi quella che non mi aveva sorriso se non dai grandi ritratti e mi spiegavo la luce perdutamente triste e fiera di quei grandi occhi celesti dietro una lontananza infinita.
«Ormai ti racconto tutto, Franzi mio. Prima di arrivare al particolare per il quale sono risalita nelle mie memorie, voglio tu sappia chi sono, da chi discendo, come ho vissuto perchè un giorno tu mi possa perdonare. Io non ti conosco bene eppure un istinto mi guida. _Io sento che tu non sei come gli altri..._»
E, per la prima volta, la sua mano lieve mi sfiorò il volto in una carezza.
Signore mie, allora avevo diciannove anni e non vi meraviglierete se due lacrime mi scesero per la faccia ruzzolando precipitosamente. Avevo diciannove anni, signore mie, e un cuore che non conosceva la volgarità e mi commovevo e mi entusiasmavo perchè mi piaceva di regalare me stesso, non avendo proprio niente altro da regalare. Pensate a questo, prima di giudicarmi severamente, perchè, se piansi allora, vi giuro che avevo ragione. Forse potrete rimproverarmi la facilità con la quale prendevo tutto troppo sul serio; ma che ci potevo fare io se, in quel punto, Giacometta era sincera? Perchè Giacometta era sempre sincera e sempre al di là del bene e del male e se non aveva una linea continuativa, se non voleva essere e non poteva addimostrarsi eterna nelle cose sue, come piacerebbe alla vostra sentimentalità, care signore, ebbene la colpa non era nè sua nè mia.
— Pensa adunque, Franzi, in quale orgasmo io vivessi. Guarda, è la prima volta che ne parlo... tu sei il primo al quale confido il segreto della mia fanciullezza ed ora che, per parlarti, mi costringo a rivivere le sensazioni di quei giorni, mi sento avvincere dallo stesso fascino, tanto che non so più se tutto ciò sia avvenuto nei pochi anni di questa mia vita o in un punto indeterminato nelle lontananze del tempo, quando non ero quella che oggi sono, qui, in quest'ora di aprile... accanto a te che mi vuoi bene.
«Siccome in un giorno solo non potevo vedere e saper tutto quanto era racchiuso nei cassetti del vecchio canterale, presi l'abitudine di chiudere a chiave la stanza di nonna Tatiana e di non abbandonare detta chiave neppure nel sonno. Ogni giorno ritornavo nel mio sacrario e mi vi rinserravo. Così potei scorrere tutte le lettere scambiate fra nonna Tatiana e nonno Felice e così mi capitò sottomano un libriccino rilegato, nel quale la nonna scriveva il suo diario. Capii che Tatiana si era negata a nonno Felice fino al giorno delle nozze, ma nonno Felice non aveva saputo o voluto prenderla. Ciò che piaceva alla giovinetta selvaggia non entrava nella mente dell'uomo abituato a vivere nel fondo di una quieta provincia dove tutto si cristallizza, nei secoli, in dogmi ferrei e la mente, cresciuta sotto il peso di tali dogmi, perde l'elasticità, la bellezza creativa, il senso della libertà e della gioia. L'amore di nonno Felice era grande ma vestiva il costume del suo tempo, povero amore! E nonna Tatiana, fin dai suoi primi anni, aveva imparato a crear la sua libera vita fra i pericoli, fra gli ardimenti, sola col suo istinto, la sua fierezza e la sua giovine forza dominatrice. Fra i due c'era, in realtà, un abisso. Così all'una sarebbe piaciuto di esser subitamente ghermita da un bell'uomo predace, simile allo sparviero, mentre all'altro piaceva la santità dell'imene.
«Ritornando al diario di nonna Tatiana, il punto che più può interessarti, ora che ti ho raccontato tutto, è quello che precede di qualche giorno la celebrazione del matrimonio. Io so a memoria il piccolo diario. Ora in una pagina che porta la data del 20 maggio 1820 è scritto: — _Fra quattro giorni crederanno di aver fatto di me una povera cosa nel ritmo della loro pallida vita; fra quattro giorni crederanno di avermi vincolata per sempre. E perchè? Quale parte mia potranno vincolare che io non voglia? Chi è questa gente? Quando mai mi è stata VICINA? Ho detto a Felice: «Perchè vuoi questo? Non ti accontenti del mio amore? Non hai paura di ucciderlo facendolo passare fra la polvere di queste strade?» Ma Felice non mi ha intesa. Egli non vede che per gli occhi dei suoi; non agisce che per mantenersi ligio agli usi de' suoi borghigiani. ED IO? Crede egli di non potermi perdere quando mi abbia sposata? E crede ancora che mi deciderò a sposarlo se prima non avrà ubbidito al rito della mia gente e non mi avrà dimostrato di essere sempre padrone dell'anima sua e del suo coraggio? Questa notte gli parlerò. Ho veduto, in fondo al giardino, un muro con una pianta di gelsomini in fiore. Là intesserò la mia piccola ghirlanda ch'egli dovrà conquistare e riconquistare di notte in notte finchè non lo chiami e non gli dica:«Ora sono tua anche attraverso alle tue_ _consuetudini e per le tue grige strade piene di polvere e di vento..._
«In un'altra pagina che reca la data del 22 maggio 1820, nonna Tatiana scriveva: — _Oggi, sul tramonto, siamo scesi in giardino. Ho accompagnato Felice al muro dei gelsomini ed ho intessuto la ghirlandella. Egli mi guardava fare senza aprir bocca. Fiore per fiore ho pronunziato la parola rituale, poi ho fatto appendere la piccola ghirlanda, in cima in cima al più alto ramo di una betulla. Se domattina il vento non l'avrà fatta cadere e il mio destino mi avrà detto, così, ch'io devo affrontare questa avventura, incomincierà la prova di Felice. Ho fatto rimandare il matrimonio di venti giorni..._
«Ahi, scarno Felice!.. Io stavo, ora, come chi si sente preso dal più grande vortice oceanico, là dove si incrociano le immense correnti.»
Ma Giacometta continuava a parlare e dovevo ben conoscere le oscure fasi della prova alla quale dovette sottostare nonno Felice.
— Da questo punto — continuò Giacometta — il diario di nonna Tatiana non è più particolareggiato ma prosegue per sommi capi, accennando a qualche fatto incomprensibile. Vi è una pagina, che reca la data del 2 giugno 1820, la quale dice: — _Ho passato una notte in grandissima pena. Felice non è ritornato che verso l'alba. Quando mi è comparso innanzi era stravolto e aveva le mani e la faccia insanguinate._ — Poi, al 5 giugno, scriveva: — _Ha vinto! È mio! Tutto ciò che ha compiuto resterà nel mistero. Nessuna legge potrà colpirlo. Poi il mio amore è grande e lo difende._ — Questa è l'ultima giornata del diario di nonna Tatiana.
— E... sposarono? — domandai.
— Sì, sposarono. Ebbero tre figli; ma dopo cinque anni di vita comune, nonna Tatiana scomparve e nessuno ne seppe più niente.
«Si eclissò il giorno in cui credette di non essere più amata come voleva. Questa la storia che ti volevo raccontare: un po' perchè ti fosse nota la vita di questa stramba Giacometta che tu giudicherai chissà come; un po' perchè tu sapessi la ragione di ciò che pretendo da te per amarti compiutamente. Un giorno, la prima volta che ci parlammo, mi pare, ti dissi che in questo stesso luogo io avrei intessuta una ghirlandella di gelsomini. Ora vedremo che mi dirà il destino; ma sono certa della risposta perchè ti voglio bene. Ti voglio bene e non ti sposerò appunto per questo.
— È giusto. Ma... come mai ti son potuto piacere? Proprio io che sono un povero giovine senza alcun valore?...
— Perchè non mi hai chiesto niente e non mi avresti mai chiesto niente. Non è forse vero?
— Oh, questo è verissimo!
— Appunto! La scelta è stata mia e non tua. D'altra parte _sentivo_ che tu non eri come gli altri.
Dopo aver tanto parlato, Giacometta rimase per un poco assorta, il volto nascosto fra le piccole mani. Poi si riscosse e si levò.
Volgeva l'ora più soave del giorno, quando il sole si affaccia un po' più lontano e cammina sulle grandi strade dietro l'ombre che lo fuggono.
Si udiva Principina cantare da una serra lontana. Si vide Girolamo attraversare un viale e scomparire, a testa bassa, fra i fiori che faceva nascere.
Giacometta raccoglieva, ora, lunghi tralci di gelsomino e ne distaccava i fiori che lasciava cadere nelle mie mani congiunte a giumella. Quando le mani mie furono colme, si guardò intorno a cercare un luogo nel quale riporre la raccolta; poi sedette sull'erba e mi fece cenno di lasciarle cadere sul grembo la bianca messe. Io continuai l'opera ed ella, frattanto, componeva lentamente una spessa ghirlandella.
Piegati a cerchio varii tralci di gelsomino e di vitalba e intrecciatili fra di loro, trasceglieva tra i fiori che aveva sul grembo, quelli che eran più grandi e sbocciati, e li fissava fra le connessure del fusto, tanto vicini da non lasciar il benchè minimo spazio fra l'uno e l'altro. Le nasceva così una bianca e soave ghirlanda. Si era ella composta sul verde prato, in un atto soave, il volto un poco inchino, soccallate le palpebre, ma appena, sì che le lunghe ciglia, leggermente arcuate, le raccoglievan nell'orbita un più oscuro colore che rammentava quello delle violette. Ed aveva il sole sui capelli ad onde, e a sommo del volto, e sulla persona sottile che si stagliava così, fra i fiori e le piante, in una aggraziata levità da core.
Poi, a questa grazia, una nuova se ne aggiunse che nacque improvvisa. Si riudì di molto lontano il canto di Principina e allora anche Giacometta incominciò a cantare.
Ora il sole era già presso al tramonto quando Giacometta balzò in un grido festoso.
— Franzi, Franzi, questa piccola cosa nata dal nostro amore dovrà indicarci la strada nostra!
Poi, posata la ghirlandella sui capelli riprese sorridendo:
— Ora baciami!
E la baciai sulla bocca.
XII
Se trovi una ghirlandella, non perdere troppo tempo
Questa era adunque la cosa che Giacometta ricordò di aver dimenticata quando eravamo sul punto di cadere avvinti fra l'erba di un prato deserto; e questi i barbarici riti che la mia bella spietata aveva appresi e conservava in sacra eredità dalla sua selvaggia antenata Tatiana.
Ora Giacometta, voltasi intorno e veduto Girolamo passare con una scala a pinoli, lo chiamò a gran voce e, come fu vicino, gli ordinò di posar la scala sopra una vecchia ed altissima betulla che sorgeva in mezzo ad un prato, dietro il muro dei gelsomini.
Quando ebbe fatto questo il vecchio giardiniere riprese la strada lemme lemme, a testa bassa, scomparendo tra i fiori ch'egli faceva nascere.
Poi che fummo soli, Giacometta riprese:
— Vedi quel ramo?... Quell'ultimo ramo là, in alto?
— Sì.
— Bene: tu devi appendere la nostra ghirlanda lassù.
L'impresa non era facile ma la condussi a termine.
Riprendemmo la strada con l'ultima luce del giorno. Però non era tanto buia l'aria che, giunti presso la finestra della mia soffitta, non scoprissimo, io con orrore e Giacometta con curiosità, un'ombra appoggiata al davanzale delle mie lunghe attese.
Ed io vidi bene di che si trattava e avrei voluto cambiar cammino, ma non così Giacometta la quale mi domandò:
— Chi c'è lassù, alla tua finestra?
— Non saprei!... — risposi per distogliere l'attenzione di Giacometta dallo sgradevole fenomeno.
Ma proseguendo ella, scoprì nella pallida luce un fantasma giallo il quale coi più svenevoli e barocchi atteggiamenti pareva voler richiamare l'attenzione nostra.
— Con chi ce l'ha? — chiese Giacometta.
— Sarà una pazza! — risposi.
— La conosci?
— Mai veduta!
— E allora come si trova in casa tua?
— È appunto quello che non mi spiego.
— Guarda come ci saluta...
Io vedevo infatti la mia formidabile zia, nel suo giallo addobbo di raso, agitarsi e protendersi e salutar con le mani e col capo e col torso. E temevo ch'ella stesse per compromettere la mia lunga fatica, come infatti tentò di fare.
Ad un tratto levò la querula voce a un confidenziale saluto, tanto che mi si gelò il sangue quando l'udì dire:
— Buonasera nipotini miei!... Buonasera!...
Giacometta si fermò e scoppiò a ridere.
— Ma è pazza!...
— Non c'è dubbio — risposi.
— E non hai paura di trovartela in casa quando ritorni?
— No. Ci ho fatto l'abitudine.
— Dunque la conosci?
— Mi par di sì. Deve essere una mia vicina.
— E quando è impazzita?
— Dopo la morte del marito... molti anni fa.
— E perchè veste in quel modo?
— Chi lo sa? Forse era il gusto del suo povero marito.
— Quanto è brutta, povera donna — fece Giacometta avviandosi.
Ed era tempo che si abbandonasse il luogo perchè la signora Adalgisa si disponeva a parlare e sa Iddio che cosa sarebbe uscito da quella sua bocca nera. Però non tanto in fretta ci allontanammo che non la si udisse gridare:
— Checco? Checchino?... Vieni, sai, che ti aspetto a cena!... Ci sarebbe un posto anche per Giacomettina se volesse degnarsi di venire in casa nostra! Hai capito, Checco?... Guarda che ti ho preparato i cappelletti con un cappone che ha fatto un brodo da leccarsi le dita!... Hai capito, Checco?
Non fui tranquillo se non quando Giacometta, con la sua estrema facilità di tramutare, non mi disse:
— Senti, Franzi, questa sera tu resti con noi, è vero?... Resti a cena con noi!
Poi, siccome non rispondevo, soggiunse:
— Vuoi farti pregare?
— Ma no, amor mio, — risposi — no!... Resto anche per tutta l'eternità...
Quando fummo di fronte alla casa bianca dai grandi cristalli, i due zii di Giacometta erano appoggiati agli stipiti della porta, la faccia all'aria. E non ci salutarono neppure, intenti come erano a rifare il verso a un fringuello cieco che cantava alla disperata.
XIII
Ah, dolcezza mia, ch'io ben conobbi, per te, la mia prima ciambella senza buco!...
La sala era grande e cupa. Gli zii mangiavano senza togliere gli occhiali a stanghetta. Allora la casa bianca dai grandi cristalli non era ancora illuminata a luce elettrica.
Dunque, in mezzo alla tavola, non c'era che un lume a petrolio. Ma, per me, c'era Giacometta che aveva tutto il sole ne' suoi capelli biondi. Questo però non toglieva che ci si vedesse poco e che la sala fosse grande e cupa.
Io stavo bene ugualmente perchè Giacometta mi sedeva accanto.
Lo zio Tomaso e lo zio Antonio non ci guardavano neppure, da dietro i loro grandi occhiali a stanghetta; essi masticavano e parlavano di uccelli e di tese e di richiami e di panie e di panioni.
— Sapete Antonio? Bisogna ordinare un po' di quel vischio che ha il Mattirolo. È di ottima qualità.
— Ci ho pensato.
— E bisogna anche andare a Faenza per il mercato degli uccelli. Mi diceva iersera lo Stangone che il Birli ha certe calandre e certi rigogoli da pagarsi a peso d'oro.
— Andremo la prossima settimana.
— E bisogna provvedersi di due o tre civette.
— Non vi pare che sia presto ancora?
— No, questo è il tempo, a volere che la civetta si appasti e cuccuveggi per bene.
— Ma dove trovarle adesso le civette?
— A Faenza.
— Non ce ne sono.
— Come lo sapete?
— Me lo ha detto Stangone, l'altra sera.
— Allora, una di queste notti, andremo noi stessi a cacciarle. È sempre in soffitta il panione per le civette?
— Sì, è sempre in soffitta.
— E il pettirosso è sempre vivo?
— Vive e canta che fa piacere.
— Sapete rifarlo voi il verso alla civetta?
— Io?... Sono maestro!
— Fate sentire.
— Aspettate.
E lo zio Antonio, dopo aver frugato per qualche tempo nelle ampissime tasche della sua cacciatora, ne tolse un vuoto guscio di chiocciola che si pose fra l'indice e il pollice della mano destra. Assestato che l'ebbe con l'apertura in alto, incominciò a soffiarvi dentro gonfiando le gote e ne trasse un lugubre suono che assomigliava mirabilmente alla infernale risata delle civette e al loro stridulo grido. Tale ingratissima musica che urtava me e Giacometta, garbava, all'opposto, in siffatto modo agli antichi zii, che non pensarono di smetterla tanto presto; anzi, passandosi vicendevolmente il vuoto guscio di chiocciola, e vicendevolmente soffiandovi dentro, cercavano nuove modulazioni e nuovi stridori per raggiungere quella perfezione la quale avrebbe permesso loro di trarre in inganno, fino alla loro pania, i notturni volatili che destano il terrore dei fanciulli e delle donne. E ad ogni nuovo tentativo erano approvazioni o disapprovazioni.
Frattanto Giacometta mi guardava con dolcissimi occhi. Io sentivo di essere prossimo al mio celeste meridiano.
Poi da una delle due grandi porte, si avanzò un cameriere che annunziò:
— Una signora è in sala che desidera parlare con loro.
Tomaso e Antonio si levarono sul torso e si fecero bui per manifesta contrarietà.
— Una signora? E che vuole da noi a quest'ora?
— Non ha detto che cosa voglia.
— E non sapete chi sia?
— Dice che il signorino — e indicò il sottoscritto — è suo nipote.
Allora tutti gli occhi mi furono addosso ed io sentii d'improvviso un gelo di morte passarmi per le vene.
Nè più sapevo che dire e che farmi ed avrei avuto un gran desiderio di scivolare sotto la tavola per nascondere in quel buio la mia vergogna e la disperazione mia, quando Giacometta mi strinse un braccio e mi sussurrò con voce timorosa:
— Franzi, Franzi.. è la pazza!...
— Certo... è la pazza! — risposi.
— Non riceverla, Franzi... ho paura...
— Lascia fare a me.
E scambiate queste rapide parole con Giacometta, presa ormai una eroica decisione, mi rivolsi ai due uccellatori che mi guardavano aspettando e dissi loro, press'a poco, le cose che seguono.
— Lor signori mi debbono perdonare, ma a me càpita una disgrazia non indifferente. Abita in casa mia una povera vecchia signora che era tanto innamorata di suo marito da impazzire il giorno in cui questi fu chiamato dal buon Dio nelle regioni del cielo. Pazza diventò allora e pazza è rimasta negli anni; ma non fa male a nessuno. Si accontenta solo di vivere delle sue fissazioni e di vestire come una befana. Fra le altre sue fissazioni vi è questa: si è messa in capo di essere mia zia!... E nessuno è riuscito a convincerla del suo errore. Io sono diventato nipote della signora Adalgisa solamente perchè le ero più vicino. È una fissazione nata per contiguità; la qual cosa non è infrequente. Ora mi càpita, purtroppo, di essere un perseguitato di questa disgraziata donna. Io me la trovo fra i piedi quando meno me lo aspetterei, come questa sera, ad esempio. Non nego che la cosa sia sgradevole... Sì, tanto sgradevole che faccio loro le mie più sentite scuse. Ma, d'altra parte, come si può avversare una povera pazza?... Come si può metterla alla porta?... Sarebbe peggio e la sua mania tranquilla potrebbe tramutarsi in pazzia furiosa... con quale danno alla mia persona, lor signori possono facilmente vedere!... Per questo, e non per altro, sono a pregarli di volerla ricevere e di non dare nessuna importanza a quanto sarà per dire; di assecondarla anzi, sempre pensando che ella non ha niente a che fare con me, e che si tratta solo di una povera pazza.
Lo zio Tomaso e lo zio Antonio si guardarono, mi guardarono, dopo il mio sproloquio, poi uscirono in una risata omerica.
— Fatela entrare, fatela entrare — disse lo zio Pertica rivolto al cameriere.
Il cameriere uscì. Giacometta non rifiatava.
Tutti guardavano verso la porta che si dischiuse ad un tratto. Ed ecco farsi nel vano ed avanzare tutta pompeggiante, la mia barocca consanguinea.
Si era compiuta ancor più con l'aggiunta di una rosa gialla fra i capelli e con un ventaglio di piume gialle appartenute a chissà quale volatile.
Non appena fu su la soglia si inchinò facendo ballare l'ampissimo seno poi, dopo aver sorriso dai piccoli lacrimosi occhi ai bargigli del mento, sostò perplessa e mortificata dal nostro impassibile silenzio.
Stette così qualche istante poi, raccolto fra l'indice e il pollice della mano destra, un lembo della serica veste e messe in mostra le calze e gli scarpini gialli, avanzò di qualche passo e domandò con la sua più piccola voce:
— È permesso?...
Giacometta non trattenne il riso, ma lo zio Pertica rispose:
— Si accomodi.
— Grazie, signore... — riprese donna Adalgisa inchinandosi di bel nuovo. — Grazie per la sua finezza!
Mosse ancora qualche passo e, giunta vicino alla tavola si fermò.
Ella certo si era preparata un bello e lungo discorso di occasione; ma l'imbarazzo causatole dall'accoglienza che non si attendeva non le permise di usufruirne, la qual cosa le destò un subito e grande dispetto.
Com'era ben naturale tale dispetto si riversò su di me tanto che, mutato volto e cercata una voce più familiare e cioè più aspra e nemica, mi interpellò come segue:
— E tu non parli?... È così che ricevi tua zia?...
Com'era prevedibile, a tale domanda seguì una sonora risata la quale finì di sconcertare la mia zia color zafferano. Questa si fermò a scrutare il mio volto impassibile, passando quindi a considerare la rubiconda cera dei due uccellatori, dopodichè per non saper più quale atteggiamento prendere, rise a sua volta e disse:
— Hanno ragione di essere allegri!... Sì, hanno davvero ragione!... Si è visto mai, infatti, un nipote tanto screanzato quanto questo mio signor Francesco che non si alza neppure per ricevere sua zia?...
Io solo rimanevo muto e impassibile come mi ero proposto.
— Mi perdoneranno se mi presento così... — riprese donna Adalgisa. — Ero venuta per far la conoscenza di questa Giacomettina nostra!
Si guardò intorno e, afferrata una sedia la trasse a sè.
— Mi permettono?
— Si accomodi!
— Grazie per la loro finezza! Sono proprio stanca. Si figurino che sono stata in giro tutt'oggi per far delle compere e per annunziare il fidanzamento del nostro Checco...
Io la fulminavo con gli occhi, ma ella aveva ormai preso l'abbrivo.
— Se sapessero la mia felicità! Nessuno certo può immaginarla! — riprese aprendo il ventaglio di piume. — Perchè io non ho vissuto che per questo ragazzo e si può dire che mi sono tolto il boccone di bocca per darlo a lui!...
Si sventolò più forte, tanto era il calore che le proveniva dal non poter dire tutto quello che avrebbe voluto e, per non perdere le staffe e mostrare quale e quanto fosse il suo interessamento per quella ch'ella chiamava già _la fortuna della famiglia Balduino_, esclamò:
— Ma quanto è bella questa Giacomettina nostra!...
Dopodichè sorrise al lume, agli uccellatori, al cameriere, a sè stessa, che si vedeva riflessa nel pallido fondo di una fra le grandi specchiere della sala. Sorrise e ricominciò, entrando in argomento, questa volta:
— Già, nella vita, l'amore è tutto. Si ha un bel parlare, ma quando l'amore non c'è più, non c'è più niente. Checco lo sa come la penso io. Dopo la morte del mio povero marito che era tutto il mio _passatempo_...
Veramente l'ilarità ch'ella veniva destando non la confortava troppo e lo si vedeva da certi corrugamenti delle sue foltissime sopracciglia; però siccome, com'ella fermamente credeva, c'era di mezzo il suo interesse, aveva tollerato ed era disposta a tollerare fino all'ultimo, pur di riuscire allo scopo suo che era quello di ficcare il suo rosso naso nelle cose che non la riguardavano e _di combinare il matrimonio_ e di farsi accettare come parente dai signori Maldi.
— ... ho detto passatempo — riprese — perchè il mio povero marito era tutto, per me. Oh, vorrei che tutte le unioni riuscissero come la nostra! Non c'è stato mai niente da dire fra me e Giovanni. È ben vero che la buona moglie fa il buon marito, ma Giovanni era un vero _eccesso_... sì, volevo dire un esempio, una _epigrafe_...
Il carnevale era, quella notte, intorno al lume di casa Maldi.
— Del resto — continuò — a me piace la gente allegra e ridere fa buon sangue!
Ma rideva a denti stretti, il mio giallo spettacolo, e se avesse potuto, avrebbe certo dato la stura a tutti gli improperî della sua ricca collezione.
— I signori debbono pensare che io non ho avuta una grande istruzione e che non discendo da una famiglia così nobiliare come la loro. È ben vero che la buon'anima di mia madre era una contessa Pomaranci; ma non portò in dote alla buon'anima del mio povero padre neppure un quattrino. Anche quello fu un matrimonio di amore. Quando nacqui io, le ragazze bastava che sapessero fare la calza. Per la mia istruzione, i miei, spendevano trenta soldi al mese. Tenetelo bene in mente voi, signor Checco, che vi date tanto peso!... Se io avessi studiato quello che avete studiato voi, a quest'ora sarei Cagliostro!... E non c'è da ridere, perchè è vero!...
Si asciugò due perle sudorifere e riprese:
— Del resto io mi ero permessa di presentarmi a questi signori, prima di tutto per far la conoscenza di questa gemma — e indicava Giacometta — che sarà, domani, l'adornamento del nostro focolare; in secondo luogo per dare una forma... sì, per dare una forma canonica a questo lieto evento!... Checco ha voluto versare nel mio cuore paterno la sua felicità!... Povero ragazzo!... Quando lei era partita ha passato qualche giorno come in un mare di Procuste!... Non mangiava più... era in una continua ubiquità!.. Si fermò, impermalita questa volta, e chiese:
— Perchè ridono?...
Per qualche minuto non potè proseguire e stette sogguardando or l'uno or l'altro come disorientata finchè, colto il momento opportuno, si rivolse a me come una vipera per gridare:
— Mi meraviglio di te, poi, brutto porco!...
Ma donna Adalgisa era più cocciuta dell'ariete e quando si era ficcata un'idea nella sua zuccaccia melonina, non c'era caso che uomini od eventi potessero estirparla. Ella si era presentata in casa Maldi per uno scopo e a quello scopo voleva giungere, tetragona all'accoglienza, alle risa ed alle beffe che le erano toccate.
Ella adunque, dopo aver dette mille altre cose balorde, si pose una mano in seno e ne estrasse un involtino che posò sulla tavola. Poi, rivolta a Giacometta, incominciò a dire:
— Io sono sempre qua per riparare alle bestialità di questo mio nipote che non sa stare al mondo. Come si fa a fidanzarsi con un angelo di questa sfera e non pensare neppure a portargli un ricordino?... Il fidanzamento è una cosa sacra quanto il matrimonio consumato e bisogna celebrarlo con qualche gentile minchioneria... con qualche cosettina da niente, ma piena di onore!... Dunque siccome Francesco non ci ha pensato, ci ho pensato io...
E incominciò a svolgere il piccolo involto dal quale apparve una minuscola scatoletta di cartone.
— Oh, è una cosa che non ha pretese! — continuò; — una cosa degna di Checco che non può permettersi grandi lussi!... Però c'è del buongusto!... Il mio Francesco non si è arrischiato di offrire questa cosettina direttamente ed ha voluto, anche per far le cose in regola, ch'io venissi a portarla per chieder loro, nello stesso tempo, la mano di Giacomettina...
A tale colmo, a tale sfacciata improntitudine, a tale balorda cerimonia che la signora Adalgisa veniva inscenando, io non potei più reggere sì che scattai in piedi e gridai:
— Ma non è vero!... Ma non è vero niente!... Io li prego di non credere a una sola delle tante parole dette da questa donna!...
— Scusa... ma non è pazza?... — chiese Giacometta calma calma. — Allora perchè ti inquieti tanto?... Chi vuoi che le creda?...
— Che cosa?... — gridò la zia Adalgisa levandosi. — Pazza?... Chi è pazza?...
Nessuno le rispose. Ella, tutta accigliata, girò gli occhi intorno e riprese:
— I signori credono forse che io sia pazza?...
— Oh, no!... — risposero gli uccellatori.
— Mi pare che la signorina l'abbia detto, però! Io ci sento bene. E certe cose non si possono dire neppur per ischerzo! Basta... io non voglio far nascere una scena, e mi ritiro come sono arrivata. Però faccio notare a questi signori che non si tratta così una gentildonna!...
Quand'ebbe detto questo si levò e, senza salutar nessuno, si avviò verso la porta. Ma non aveva fatto dieci passi ancora che, presa dall'ira grande che la mordeva dentro, si rivolse di scatto verso di me e mi gridò fulminandomi con un'occhiataccia:
— Con te, poi, faremo i conti a casa, brutto carognone....
E così si licenziò molto nobilmente dalla presenza dei signori Maldi, la mia formidabile zia, squisita gentildonna.
XIV
Ebbene, sì, avevi ragione, Giacometta!... Avevi ragione!...
Il resto della sera non passò troppo lieta.
Giacometta aveva cambiato umore all'improvviso.
Mi ricordo che si parlava di Paolo e Virginia e che io avevo bonariamente osservato come un amore simile mi sarebbe parso troppo pastorale, troppo candido...
Giacometta non aveva detto niente; ma io, che la guardavo sempre, avevo notato una subita ombra negli occhi suoi e la sua fronte si era leggermente corrugata.
— Ho detto male, Giacometta?
Ella, per tutta risposta, aveva aperto un giornale e si era messa a leggere.
Gli zii se ne erano andati. Eravamo soli nella sala deserta.
— Giacometta?...
Niente!... Ormai era lontanissima ed impassibile.
— Sei inquieta, Giacometta?... Perchè... Giacometta?...
— Non mi seccare!...
E il silenzio più grande, e la più remota distanza eran discesi fra me e lei.
Così, senza che una parola fosse stata detta; senza che vi fosse stato un accenno o il principio di un permale.
Ora leggeva muta e accigliata ed io la guardavo sospirando.
Ciò che si soffre, quando si è innamorati per davvero, è cosa risaputa, dal più al meno, da tutta quanta l'umanità; ma la sofferenza si moltiplica e si esaspera là dove un povero innamorato si trova all'improvviso di fronte a qualche cosa che gli riesce inesplicabile, che lo sbalestra in un mondo di congetture, in un arruffìo di domande senza risposta, in un caos nel quale tanto più si addentra quanto più si sente disperdere. Perchè, in questi casi, l'amore ha la forma e l'inconcepibile voluttà di un lento suicidio. Un uomo si distrugge e lo sente... Ma non può farne a meno. Deve amare e morire, deve misurarsi con la sfinge, deve rispondere alle domande di lei che non ammettono mai risposta. È tutto un giuoco passionale senza equilibrio nel quale l'uomo porta quanto ha di energia intellettuale e fisica e la donna non porta quasi mai niente. O, per lo meno, se porta qualcosa e si distrugge a sua volta, non è certamente per lo stesso amore.
Ebbene, che avevo detto io, giudicando Paolo e Virginia?... Perchè sentivo di tornarle uggioso; io sentivo ch'ella mi respingeva da sè, stanca, annoiata, satura di ogni apparenza e sostanza.
Ella era un'altra creatura con un'anima diversissima da quella che le avevo conosciuta fino a quel punto.
Mi trovavo per strade e castelli dei quali non avevo immaginato l'esistenza e in cui, pur dovendo soggiornare, non sapevo come soggiornare.
E guardavo Giacometta, sospirando sempre più forte, nella speranza di attirare l'attenzione di lei. Ma è scritto che in amore, salvo eccezioni singolarmente rare, l'uno dei due debba soffrire; ed è scritto altresì che quanto più l'uno soffre, tanto più si inasprisca l'altro nell'esacerbargli la pena.
Questa strana legge presiede l'unione delle anime e dei corpi; ma guai all'amore che non conosca sofferenza! Niente è più in causa allora; e nessuna vera gioia può aprirsi alle misere creature senza mutamento.
V'è certamente una muta e oscura e altissima volontà che ci costringe al dolore, che ci prepara al dolore per guidarci più oltre, sempre più oltre, superata la nostra miseria, verso la pura gioia che si eterna nella immensità stellare. Agli occhi che guardano per entro le anime e i fatti del mondo, questa verità non può sfuggire. Noi siamo a una dura tormentata prova dal primo all'ultimo giorno del nostro vivere.
E la mia prova, cominciata già con l'inopinato salto che l'amore m'aveva costretto a fare, si inaspriva ora in più complicate apparenze, in più sottili dissonanze.
Il silenzio si faceva più penoso, per me, di minuto in minuto: un silenzio ostile nel quale pareva covasse la tempesta destinata a tutto travolgere.
Io pensavo che Giacometta avesse indovinato tutto; che la mia sciocca zia l'avesse urtata fino alla nausea; che io non potessi apparirle ormai se non come un povero diavolo che non poteva disporre neppure della propria volontà.
E non mi dava modo di parlare, evitava guardarmi; si scansava infastidita, se, per caso, una mia mano, abbandonata sulla tavola, le sfiorava il gomito sul quale aveva appoggiato il capo, sempre volgendosi dalla parte nella quale non potevo trovarmi senza possedere il dono della ubiquità.
— Scusa, Giacometta... che cosa ti ho fatto?
Non rispose.
— Ho detto qualcosa che non ti sia piaciuto?
Voltò il giornale e si chinò ancor più sul medesimo come se tutta la sua attenzione fosse assorbita chissà da quale racconto.
— Se ho potuto dispiacerti te ne chiedo scusa!
Nè mi accorgevo che la mia sciocca umiltà esercitava su di lei l'effetto opposto a quello che mi attendevo.
— Dimmi almeno che cosa ti ho fatto?...
Senza levare il capo dal giornale, rispose:
— Mi hai annoiata!... Vuoi saperlo?
Allora vidi tutto il mio mondo crollare; vidi le speranze che m'erano state sorelle svanire nella livida uniformità della mia povera vita; tutto mi si chiuse d'innanzi agli occhi della mente e mi sentii davvero morire in una squallida miseria di anni senza volto perchè senza amore.
Alla mia candida semplicità non poteva apparire se non come definitivo, l'improvviso atteggiamento di Giacometta.
E certo dovevo esser pallido e stravolto perchè ella volse rapidamente gli occhi verso di me e si affrettò a riabbassarli sul giornale accigliandosi ancor più.
— Allora... tutto è finito?... Tutto è finito, Giacometta?... Rispondimi!...
Si levò; piegò il giornale con minuziosa cura; si guardò intorno e si mosse per avviarsi.
— Mi lasci così?...
Si fermò appoggiando una mano alla tavola e mi chiese a sua volta con la maggiore indifferenza:
— Come dovrei lasciarti?
Non solo la sua voce era fredda, ma da tutta la sua persona appariva una grandissima noia.
— Non so... Credo di non meritare questo trattamento!...
— Quale trattamento?... Io non ti so capire davvero!...
Non aggiunsi altre parole.
Giacometta si avviò, lenta e dinoccolata, verso la porta. Ella era veramente un'altra creatura e un'anima diversa era in lei. Quale improvviso dèmone la possedeva? Tutta la sua giovinezza pareva svanita in un infinito disgusto e pareva che la più amara esperienza della terribile inutilità della vita l'avesse smagata sì da renderla insensibile e tanto lontana da ogni cosa e da ogni creatura da non avvertirne la presenza.
Anche il suo volto non era più quello di una bimba; gli occhi avevano perduto la loro azzurra e quieta serenità per farsi torbidi e oscuri; i lineamenti non avevan la morbidezza disciolta de' suoi diciassett'anni, ma si erano induriti fissandosi in una linea aspra.
Giunse così fino alla porta, camminando come se una suprema stanchezza la stroncasse e non fosse in grado di muovere il passo sicuro.
Giunta all'uscita si fermò presso una mensola e si guardò nella grande specchiera situata all'angolo della sala.
C'erano dinnanzi a lei, sulla mensola, tre piccole rare ceramiche. Le guardò un poco poi con gesto inatteso e rapidissimo, le afferrò l'una dopo l'altra e le scagliò contro il muro opposto.
Ero sbigottito.
Come se niente fosse pose la mano sulla maniglia della porta; ma, prima di uscire, si rivolse a me e con voce strascicata disse:
— Vi prego di non ritornare se non sarò io a chiamarvi!
Poi uscì.
Ed io rimasi come il gavitello disancorato che appare e scompare sulla cresta dei marosi.
XV
Non suicidatevi. Sarebbe un imperdonabile errore.
Era notte alta e ancora giravo per le deserte vie della città semibuia.
Avevo deciso di non ritornare a casa. Dovevo andarmene lontano da tutto e da tutti; dovevo lasciare, una volta per sempre, la signora Adalgisa e la piccola città grugnita fra i suoi tre campanili.
Già che la fortuna mi aveva creato libero, dovevo valermi della mia libertà.
Quante mai volte non m'ero io soffermato, sul tramonto, ad ascoltare il rombo di un treno che si allontanava verso l'imminente sera? E quante mai volte, per un senso di penata impotenza, non avevo sospirato dietro quel rombo che, pareva a me, fosse avviato verso tutte le terre promesse, verso tutte le musiche lontane? Oh, potersi lanciare nel solco del sogno; nella luminosa scia della nave che scomparirà fra breve, che non sarà più niente fra breve ma una esilissima traccia di fumo nell'ultimo cielo!.
Tutta la mia passionata anima voleva ora, voleva fortemente, non già per fuggire il dolore, ma per non languire nel dolore. Portarsi via la propria sofferenza; essere una faccia pallida e ignota nella grande fiumana degli ignoti, via per le strade della terra.
Io volevo questo.
Quella notte c'era, anche in me, un filo di tragedia.
Sì, signori e signore, io camminavo quella notte, sull'orlo di un precipizio, perchè Giacometta aveva fatto di me quell'uso che si fa di una sigaretta che non garba: la si accende appena e la si lascia incenerire sull'orlo di un portacenere.
Io potevo incenerire mandando il mio esile fiocco di sogni per l'aria; ma Giacometta non si sarebbe commossa.
Ormai lo sapevo. Ero partito dalla casa di lei irritatissimo contro me stesso e più che deciso di punirmi perchè non volevo soffrire come soffrivo.
Questo era il filo di tragedia.
E avevo incominciato a correre per la notte, non per la furia di arrivare chè non dovevo arrivare proprio in nessun luogo; ma per stordirmi.
Poi, dopo aver corso per un bel pezzo, l'affanno mi aveva costretto ad aver meno fretta.
Ma volevo finirla comunque fosse.
Solo mi capitava di non saper sciegliere il modo per porre ad effetto una tale decisione.
Non avevo neppure una pistola.
Ve lo giuro.
Ero stato, fino allora, un giovane molto calmo e molto lontano da qualsiasi idea estrema.
Ma allora, che mi sarebbe abbisognata, mi accorgevo di non aver neppure una pistola.
Allora m'incamminai verso il fiume, ma tornai indietro molto prima di esservi arrivato. Cioè... sbagliai strada...
Insomma, fa lo stesso! Tornai indietro!
Dopo il fiume mi venne in mente di finirla aprendo il rubinetto del gas...
Però pensai a tempo che in casa mia non potevo darmi a questo scialo perchè di gas non ce n'era.
Pensai ancora di gettarmi da una finestra... Ma avevo già provato un'altra volta e non m'ero fatto niente.
E allora?...
Continuavo a camminare per la notte allorchè mi colpì l'orecchio il suono prodotto, sul selciato delle vie deserte, da uno di quei pesanti carri trainati dai buoi, che sogliono usare i contadini del mio paese.
Si udiva il trabalzare delle basse e pesanti ruote da ciottolo a ciottolo, da buca a buca e si udiva uno scatenìo di ferramenta accompagnato dal metallico dondolio della _caviglia delle anella_. A quando a quando i vetri delle finestre vibravano al passare del carro che pareva scuotesse le piccole case dalle fondamenta.
Un bove muggì. Si udì una porta chiudersi di forza. Sotto la rada linea dei fanali la strada dormiva luccicando ne' suoi ciottoli.
Poi una voce maschia si levò a cantare. Mi fermai. Musica e parole eran tutt'uno; semplici e chiare l'una e le altre.
_Torna al tu' paès_ _Girometta..._ _torna al tu' paès..._
Una canzone dei secoli sopra un ritmo malinconico.
Così come canta il popolo, sempre.
Come canta quando non prende a prestito, da chi non ha l'anima sua, la musica che non vive perchè non rispecchia un po' di universo e non piange o ride nel cuore delle moltitudini.
_Torna al tu' paès_ _Girometta..._ _torna al tu' paès..._
Mi scendeva al cuore, ascoltando, una più umana quietudine... l'ombra sacra di un focolare; il sorriso di una placida creatura.
Ma Girometta?... Così appunto le persone del popolo chiamavano la mia bella crudele.
Girometta!... C'era un sentore di arie lontane, di costumi diversi, di pace infinita. Girometta dal bel neo a sommo della guancia sinistra e dalla candida parrucca; Girometta uscita dal chiostro sognando gavotte ed abatini e cavalieri serventi... Girometta che avrebbe combinato il suo adulterio con candore monacale, senza pensare al peccato, ma solo per distrazione come avviene qualche volta quando la vita si aduggia e il marito diventa una cosa che mangia e dorme e si ricorda di Girometta solo qualche volta nel giro di una settimana, perchè il letto è tepido e la giovane moglie non dorme...
Sì, Girometta, sì!..
Tu non potrai essere moglie perchè sei troppo dell'amore. Tu sarai sempre una spaesata nel regno del matrimonio.
_Torna al tu' paès_ _Girometta..._ _torna al tu' paès..._
Poi l'adolescente che cantava, lasciò morire la sua chiara voce lentamente nell'ultima cadenza lunghissima e non riprese.
Le case dalle finestre aperte, le vecchie vecchie case della mia Tebaide, ascoltavano ancora; aspettavano ancora che Girometta rivivesse, come una volta.
_Torna al tuo paese... Girometta..._
Queste sole parole, queste sole parole udivo e riudivo nel silenzio del mio essere... queste sole parole come un ammonimento solenne.
_Ma quale era il paese di Girometta?_
Non il mio, non quello dove era nata, non un altro purchessia...
_Quale era il paese di Girometta?..._
Forse stava nel giro di un'ora... forse nel battito di un secondo... forse nell'ultima stella sperduta in fondo all'universo...
Perchè noi abbiamo inventato le parole per creare confini su confini e ad un tratto ci accorgiamo di essere al di là di ogni finzione, al di là di ogni figurazione: soli... ma terribilmente soli nella smisurata profondità del niente.
Noi stessi qualche volta ci accorgiamo di non avere, di non poter avere un paese.
Potevo io adunque fissare un luogo dove l'anima di Girometta fosse apparsa e potesse dimorare in perfetto equilibrio, fusa e confusa con le cose del mondo?
Ella, in realtà, ritornava di continuo da dove era venuta e cioè nell'ombra, nel mistero dell'indagabile. Ella si perdeva come era apparsa e senza saperlo. Ah, Girometta, mio soave mistero stellare, io allora ti consacravo la mia pena e il mio tormentato pensiero con tale profonda e spontanea dedizione che facesti male a non accorgertene.
Facesti male perchè questa era _una ricchezza vera_ e, se tu ben guardi, al mondo, per chi non viva solo per il ventre, non ve ne sono altre.
Ripresi la strada verso la luce che si annunziava dalle lontananze del cielo. E camminai, camminai benchè incominciassi a sentirmi stanco.
Un senso di pesantezza mi gravava sugli occhi. Uscii per la campagna. Sedetti sulla proda di un fosso, vicino a un mucchio di ghiaia. Incominciarono a cinguettare i passeri. Da una pieve si udì una campana che suonava l'alba.
Quale era ormai il mio giardino nel mondo?
Mi abbandonai col dorso sul mucchio di ghiaia che non mi parve duro.
Ah Girometta!... In fondo a quale strada eri tu allora?...
Dove andavi... tanto mai lontana... sotto l'alba, con lo squillo di una pieve?...
Dove... dove andavi tu... Girometta?...
E chiusi gli occhi sulla strada sterminata di Girometta...
E mi addormentai.
XVI
Non raccontate mai alle vecchie pettegole ciò che avete fatto con l'amor vostro.
Riuscii ad entrare in casa verso le sette quando la signora Adalgisa era fuori per la spesa. Era mia intenzione di non veder più mia zia e di non aver con lei spiegazioni. Il proposito di andarmene per sempre non era tramontato in me, anzi si era rafforzato per nuove considerazioni ponderate.
Al mondo non avevo, di veramente mio, che una cosa della quale era necessario mi disfacessi.
Mio padre m'aveva lasciato in eredità le gioie della famiglia.
Oh, le gioie della famiglia Balduino!...
Sì, signori miei, erano poca cosa e non certo tale da paragonarsi al tesoro della Basilica di San Marco; però potevo ricavarne qualche migliaio di lire e cioè il necessario per andarmene.
Presi adunque i piccoli e i grandi astucci, li infilai nelle tasche ed uscii.
Necessariamente la vendita non fu cosa facile ma, dopo vari rifiuti, trovai, in un vicoletto, un vecchio strozzino che comprò tutto per duemila lire.
Ora il problema si complicava. Come ritornare a casa senza incontrare la signora Adalgisa? E non volevo partire senza un vestito e un paio di scarpe e la bicicletta. Affrontai la burrasca.
Mi dissi:
— Tu ti farai di smalto, Francesco Balduino!
Entrai in casa che eran forse le undici del mattino e, la prima cosa che vidi quando aprii la porta, fu la faccia della signora Adalgisa.
Ora, quale non fu la mia sorpresa, quando mi accorsi che mia zia mi sorrideva? Mi domandò:
— Che cos'hai fatto ragazzo mio? Sei tanto pallido!... Hai due occhiaie che sembri malato. Ah, Francesco, non bisogna approfittare così della giovinezza!
E questo?... Che voleva dir questo?... Dovevano davvero toccare a me tutte le esperienze nel più breve tempo possibile?
Mi avviai verso la mia stanza. Donna Adalgisa mi tenne dietro.
— Zia... Vorrei dormire...
— Sì, caro, sì! Ma aspetta che ti faccia un caffè.
— Non lo prendo, zia.
— Vuoi due uova?
— No, vi ringrazio.
— Prendi due uova. Ti faranno bene dopo la notte che hai passata.
E che ne sapeva lei?
— Non ti ho sentito rientrare questa notte, ed ho pensato che tu fossi rimasto con Giacometta.
— Che cosa?
— Lo so bene che certe faccende non si raccontano — riprese fra il furbo e lo scherzoso — ... però bambino mio, non bisogna strapazzarsi tanto...
L'ascoltavo senza risponderle.
— Dunque ti porto due uova frullate nel caffè?
— No, grazie.
— Ma ci vogliono, tesoro mio, ci vogliono!... Chissà che cosa avrete fatto!...
Incominciai a girare per la stanza e a spogliarmi.
— Ti vuol bene veramente quella ragazza...
Un passerotto volò sulla finestra, nel sole d'oro della mia finestra.
— ... e te ne ha dato anche una bella prova!...
Entrò, dal giardino, un calabrone che si dette a ronzare furiosamente.
— Perchè, non tutte, credi a me, non tutte sono disposte a certi anticipi!...
Gettai il colletto sul canterale.
— Come sei rabbioso!... È questo il bell'effetto che ti fa l'amore?...
Mi tolsi una scarpa e la lanciai lontano.
— Di' un po': era davvero come va?...
La seconda scarpa raggiunse la prima.
— Perchè le ragazze d'oggigiorno, molte volte, lasciano la loro primizia fra gli spini della strada. Non è più come una volta che si poteva giurare di trovarle come le aveva fatte la mamma!... Noi portavamo al marito proprio il fiore... sai?... il fiore!...
Dio, che schifo!...
E avevo una voglia matta di dirle:
— E qual fiore potevate portar voi, monna Schifalpoco, con quel naso come una durlindana?...
Questo avrei voluto dirle ma mi trattenni. Mi annoiava parlare. Poi non ne valeva la pena.
Prima di togliermi gli ultimi indumenti attendevo che il mio domestico tormento se ne andasse. Ma ella non ci sentiva da quest'orecchio; era presa dalla curiosità delle vecchie sudicione che vogliono sapere come sono andate le cose.
Dunque la nostra vita in comune mi era valsa a far sì che la signora Adalgisa conoscesse l'anima mia quanto gli anelli di Saturno? Ma poteva ella credere ch'io fossi stato disposto (dato per vero ciò che supponeva) a raccontarle la faccenda ne' suoi particolari? Certo il mio viso non doveva apparirle calmo e sereno se ad un tratto mi domandò:
— Ma si può sapere che cos'hai?
— Sono stanco!
— E va bene... sarai stanco... ma potresti anche confidarti alla tua vecchia zia.
Allora quel po' di pazienza che mi rimaneva se ne andò in fumo.
— Sapete quel che vi ho a dire?... Che mi avete seccato!...
— Eh!... che furia!... Non ti si può più parlare oramai!... Sì, me ne vado... me ne vado... ma non diremo che da ieri sera tu sia stato troppo gentile con chi ti vuol bene!... Hai ragione che ci è di mezzo qualcosa di molto più importante... altrimenti...
E, su tale minaccia, mi voltò le terga e se ne andò.
Non appena rimasi solo, mia prima cura fu quella di chiudere l'uscio a doppia mandata. Volevo assicurarmi la solitudine. Mi accostai poi alla finestra... guardai nel mio ex giardino incantato...
Tutto fioriva, tutto era sereno. Un chiaro d'acqua, nel cuor di una vasca verde di muffe, rispecchiava la pace addormentata del sereno.
Una siepe di tamerici, come una nebbia turchiniccia chiudeva un prato...
C'era il sole del mattino... c'erano i fiori del ciliegio... c'era un'allodola altissima che cantava l'inno di una _larga_[1] pastora... c'eri tu, Primavera!... Ma nel mio cuore cadevan le foglie di un albero morto in fondo a una strada... in fondo a un giardino senza nome...
[1] Si chiama larga, in Romagna, una vastissima zona di terra senza alberi; tutta a prati, con qualche stagno, talvolta.
Mi ritrassi e m'abbandonai sul mio piccolo letto bianco. Poi il sonno troncò la favola triste e, in me, non fu più niente, se non un grande riposo.
XVII
Qualche volta partire a tempo vuol dire raccogliere a tempo.
Già sopravveniva la sera quando mi destai. Ritornai alla vita come se arrivassi per la prima volta da una incommensurata distanza. Non ricordavo più niente; non sapevo più dove mi trovassi; non avevo nozione nè dell'ora nè del tempo nè del mio essere.
Le prime idee che mi ritornarono alla mente furono tronche e disparate; mi ci volle fatica per raccogliere la memoria e porre l'anima mia sulla strada quotidiana, dietro le orme interrotte.
Comunque fosse, per lungo tempo rimase in me un singolare smarrimento come se, in verità, la morte mi avesse preso e abbandonato di bel nuovo sulle vie della terra.
Girai per la stanza senza sapere che volessi nè che mi cercassi. Mi accostai al canterale, poi al tavolo e gli occhi miei si posavano perdutamente sulle cose senza riconoscerle.
Fu un canto che mi richiamò alla finzione dei giorni; un canto che mi arrivò dal fondo del giardino, addolcito dalla lontananza.
Era Principina, il piccolo amore del silenzio.
Di un subito, la trama che il sonno aveva troncata, riprese il palpito del mio cuore, la vita del mio cervello.
Guardai l'orologio. Erano le sette del pomeriggio. Giusto l'ora decisa per la mia partenza.
Ciò che avevo fissato doveva compiersi. Mentre andavo e venivo per la stanza, mi accadde di vedere, vicino alla finestra, un involtino bianco. Lo guardai dapprima distrattamente senza farne gran caso. Mi parve un po' di carta accartocciata ch'io stesso, molto verosimilmente, avevo gettato in quell'angolo; volli accertarmene.
Era una lettera piegata in modo da contenere un ciottolo.
Evidentemente era arrivata dal giardino durante il mio sonno.
L'aprii; riconobbi la scrittura di Giacometta.
Diceva:
«_La ghirlandella è sempre al suo posto_».
Ebbene, signori miei, quando ebbi letta quella frase, divenni pallido, ebbi un attimo di dubbio e una grande stretta al cuore, ma dissi:
— Se la ghirlandella c'è ancora... tanti saluti!...
E continuai i miei preparativi.
Ormai mi si era ficcata in mente l'idea della partenza con una fissità da incubo.
— Tu devi andartene — mi dicevo — devi andartene!... Non è giusto che ti si debba far soffrire così. Parti finchè puoi farlo... finchè hai ancora un po' di volontà che ti regge. Domani non saresti più in tempo.
Sapevo che la mia signora zia, verso le sette e mezza, era sempre in chiesa. L'ora era adunque propizia. Feci un giro di ispezione per accertarmi se, anche quella sera, aveva seguito il suo costume e, quando non mi rimase dubbio, infilai il mio sacco a spalla, presi la bicicletta e senza rivolgermi, senza guardare nè a destra nè a sinistra, ma solo e diritto dinnanzi a me, infilai le scale e in quattro salti fui nella strada.
Il Borgo dei Cotogni era affollato in quell'ora, ma non feci che inforcare la bicicletta e scivolar via fra uomini e vetture pedalando furiosamente.
In un battibaleno fui alla porta Schiavonìa, attraversai il ponte sul fiume e mi lanciai, in una corsa pazza, per la grande via maestra che costeggiava i colli proseguendo, sempre diritta, fra campi e ville.
Rallentai l'andatura quando riconobbi di essere ormai fuori della zona della mia Tebaide. Scelsi il sentieruccio che correva fra i mucchi della ghiaia e il fosso, come quello più agevole a percorrersi in bicicletta; mi levai sul torso; l'anima mia ritornò in comunione con le cose del mondo.
Mancavano ancora sette chilometri prima di arrivare alla città più vicina e, benchè la luce si spengesse sempre più di secondo in secondo, non provavo ansietà di arrivare.
Ormai me ne andavo per la terra... ma dove?... ma verso quale meta?... Non lo sapevo; non m'importava saperlo. Affidavo me stesso al destino. Il primo vento che passa mi porterà al nord o al sud; la prima corrente mi trascinerà dove vuole. Ciò che sarà di me, sarà sempre bene.
Perchè accorarsi dietro il mistero dei giorni? Io seguivo il mio istinto che mi conduceva verso l'ignoto; immaginando tuttavia che l'ignoto sarebbe stato sempre più lontano, benchè, in realtà, fosse in me e nell'irraggiungibile. Ma la dolce tristezza di partire e di ripartire era già padrona dello spirito mio fin da quel tempo; l'amarezza ineffabile di rifarsi sempre da capo, di soffrire ancora per ancora sperare nella gioia, io la conoscevo fin da quei giorni remoti ormai e inabissati nell'ombra che dovrà inghiottirmi.
Io sapevo fin da allora che il mio destino segnato era la solitudine perchè ciò che agli altri era pace, riusciva tormento al mio spirito e ciò che i miei simili sognavano come un confine desiderato, appariva agli occhi miei come una insoffribile catena.
Io dovevo partire e ripartire; essere il pellegrino di tutti i soli; il pastore che appare un attimo per una strada remota, con la sua stella, dietro una bianca gregge di sogni.
Questa era la mia innamorata malinconia; questo il cuor mio di passante; questa l'ebbra canzone e l'elegia de' miei giorni.
Mi intenderà forse chi ha ascoltato, come io ascoltavo ogni notte, fanciullo, il rombo di un treno perdersi nella remota distanza fino al confine della nostalgia e più in là della nostalgia; mi intenderà chi ha avuto sempre una nomade speranza in fondo al suo sistemato cuore e con quella ha riposato, sognando, il giorno in cui la vita gli è apparsa più vana e monotona e gli uomini sedentarî più insopportabili; e meglio mi intenderà ancora colui che sente morire nella quotidiana povertà dei giorni, ogni poesia: e sogna e spera e inutilmente cerca la nuova parola di Dio, il nuovo rito dell'amore, la freschezza di una nuova acqua fontana che scenda fra le genti abbrutite e angosciate, come una purificazione.
Costoro m'intenderanno quando ci sarà dato incontrarci in un silenzio propizio; soli costoro che sono i poeti del mondo.
E se anche dovessi rimanere senza compagno come sempre sono stato fino a questo punto della vita mia, non mi dorrei ora, come pure più tardi, fino all'attimo mio del trapasso; non mi dorrei della decisione che presi quella sera quando mi affidai al primo vento che passava e alla prima corrente, allorchè mi dissi:
— _Ciò che sarà di me, sarà sempre bene!_
E il canto più remoto fu quello dell'amor mio; e la strada più lontana quella del mio desiderio; e la sete del mistero fu la mia sola sete.
La luce era ancora sui colli in una delicata bordatura di croco e già cominciavano a comparire le stelle. Io portavo con me l'eredità della mia malinconia.
E ciò farà sorridere, voi, signori, che mi leggete nei vostri salotti dal discreto profumo e bene illuminati..., vi farà sorridere un poco perchè è giusto che così sia con chi, come me, è stato _il giullare della propria vita!_ Ha fatto cioè della vita non un tutto organico come un sistema filosofico; non una cosa ordinata giorno per giorno: un po' per la donna, un po' per gli affari, o per l'arte, o per la famiglia... No!... Anzi ha gettata questa sua vita al primo vento che passava: senza temere la povertà, senza impaurirsi della solitudine... ma solo per partire e ripartire... solo per cercare Iddio e l'amore nel solco della sua tristezza, nell'impeto della sua gioia, nell'angoscia eterna del suo cuore sempre innamorato e sempre insoddisfatto.
Sì, _io sono stato il giullare della mia vita_, signori e signore, e questa cosa tremendamente seria, per voi, io me la sono giuocata al giuoco di tutte le esperienze, incominciando dai diciannove anni.
Me la son giuocata a tutti i giuochi; l'ho gettata alla prima corrente, sempre felice di poter vivere un giorno che non sapevo e un'ora che non avevo preveduta.
Ma anche quella sera, pure seguendo il mio istinto, ero più innamorato che mai.
Io ero perduto in te, Girometta dall'ignoto paese, e avevo, pure allontanandomi, ferma speranza di rivederti.
Giunsi a Bologna a notte alta.
Scesi ad un primo albergo.
Fin da quel tempo, benchè povero, non sapevo rassegnarmi a risparmiare per battere la strada della povera gente come me. Il mio primo pensiero fu quello di scrivere a Giacometta.
Fui felice quando mi portarono innanzi, nella bene addobbata sala di scrittura, dove presi posto, della carta da lettere e delle buste come non avevo usate mai.
E, Giacometta... (ma in fondo a quale strada sarai ora?...) ero quasi felice di poterti scrivere così riccamente.
Però quando incominciai e fui tutto solo, con te sola, la mia commozione mi vinse e dimenticai il luogo e gli accessorî.
Lo ricordi tu quel che ti scrissi allora?... Quella lettera mia, in fondo a quale cassetto sarà ancora, se ancora esiste?...
Mi parve di averti dette tante cose belle e tu lo sentisti, perchè due giorni dopo, quando mi levai, c'era un tuo telegramma che mi aspettava.
Un tuo telegramma come un mattutino squillo di campane d'argento:
«_Amore amore — aspettami domani a mezzogiorno — aspettami all'albergo amore mio_
_Giacometta._»
E forse non ti eri accorta di avere scritto in versi. Ah, quanto, quanto eri mai bella, mia dolce Bologna, in quel mattino della fine di aprile!
XVIII
Già, ma ne valeva la pena?
In quel mattino della fine di aprile, tu, Bologna, splendevi ne' tuoi rossi mattoni al sole nuovo e ti allietavi della tua placida gente, via per le piazze e i porticati che ti danno il tuo volto di città discreta, con molte ombre e molti riposati ritrovi per l'amore che vuol nascondersi.
Ridevi nel palazzo di Re Enzo, nel tuo Nettuno che non gocciola più, nel tuo Pavaglione dove passano le figliuole tue più belle e fresche e possenti, nate per l'amore che sempre vuol trovare una nuova canzone.
E se Dante disse male di te, ebbe torto, il padre nostro un poco arcigno; e certo non aveva vissuto il tuo grande e generoso cuore.
E dir male di chi si prodiga è certo un dir male della Divina Provvidenza.
Quando uscii dall'albergo cantavo. Avrei data l'anima mia al primo passante. Sorridevo a tutto e tutto mi sorrideva.
Dove andavo?... Per il sole, per la soavissima mattina di quella fine di aprile. Andavo ad aspettar l'amore. Andavo ad incontrarlo, chè mi pareva dovergli abbreviare la strada.
A quando a quando guardavo l'orologio e mi dicevo:
— Ora sarà a Faenza... ora sarà a Castel Bolognese...
E la vedevo, in un rosso compartimento di prima classe, guardar dal finestrino la campagna che fuggiva, gli occhi assorti sui filari degli olmi, sui festoni delle viti, sulle case, sulle ville, sui turchini dolcissimi colli della nostra Romagna. La vedevo colta dalla mia stessa ansia nervosa che non le permetteva l'abbandono, il riposo; ma la stancava anzitempo in un'attesa snervante.
Mi fermai alla vetrina di un fioraio, sotto i porticati di via Indipendenza. Comprai per quaranta lire di rose che feci mandare all'albergo per Giacometta.
Ritornai all'albergo. In preda a una vera sofferenza fisica, mi trascinai di sala in sala; sedetti su tutte le poltrone, mi abbandonai da un divano all'altro; implorai l'orologio grifagno, il quale si appuntava sempre sugli stessi numeri. Ciascun minuto ebbe il suo profondo sospiro. Certi stiramenti nervosi, che non potevo assolutamente vincere, mi lasciavano in una profonda depressione.
E finalmente mancò un quarto d'ora, mancarono dieci, otto, sette minuti...
Che avrei detto rivedendola? Ah, che non si trovano parole là dove il commosso amore vive la sua prima giornata!... Sentivo che non avrei parlato. Non avevo niente da dire. O meglio: tutto quanto era in me di vita, di spasimo, di sincera offerta, poteva leggersi negli occhi miei, nella mia pallida faccia.
Appunto perchè ogni mia facoltà non viveva che della passione mia. E non c'era posto per altre cose nè per pensieri diversi; nè, i miei diciannove anni, potevano parlare come parlano i trenta, i quaranta, quando l'amore è passato per tante strade e conosce le sue parole.
Io allora ero, appunto, di una semplicità francescana. Ma la giovinezza non si specchia mai alla sua fonte freschissima e non sa compiacersi. Vive e trascorre affannando, finchè non sosti, non si rivolga a guardare e sospiri, ed è ormai per morire!
Non potendo più attendere nella penombra della grande sala a vetri, mi feci sulla porta dell'albergo e vidi arrivare l'omnibus. Veniva dal fondo del vicolo, pencolando, sovraccarico di bauli e di valige.
Io non vidi chi fosse dentro a quel grande cassone a vetri; ma sentii che tu c'eri, Girometta!...
Ti chiamo Girometta perchè sei il fiore della mia canzone; perchè ora, che ti faccio rivivere, ti ritrovo come allora e ti sto intorno con lo stesso commovimento amoroso.
Poi l'omnibus si fermò e ci vedemmo.
Tu ti levasti di scatto dal rosso sedile sporgendoti verso i vetri chiusi; ridendo e agitando le mani...
Io arrivai fino allo sportello del pesante veicolo. Ma prima ne discesero due inglesi, una enorme signora, un funzionario, una dama segaligna e il suo pargolo dai capelli color canapa... poi eccoti eccoti eccoti, mia festante creatura... tormento e amore mio indimenticato!...
Ti offrii le braccia e tu ti gettasti al mio collo.
— Perchè, perchè lasciarmi così?...
Non ti seppi dire il perchè e fu molto meglio.
Dopo, rivolgendoti a una signora di mezza età che attendeva, placidamente sorridendo, dietro di te, mi dicesti:
— Questa è la signora Zeffira che mi ha accompagnato. È una vecchia buona amica nostra.
E alla signora Zeffira dicesti:
— Questo è il signor Francesco Balduino... il mio Franzi di cui le ho parlato.
Ci porgemmo la mano, la signora Zeffira ed io e questo fu tutto quanto si fece fra me e lei.
Quando fummo dentro l'albergo, Giacometta mi domandò:
— Che camera hai, tu?
— Io ho il numero 63, al terzo piano.
Allora Giacometta si diresse al _bureau_ e disse al direttore:
— Io voglio stare vicina a mio cugino... questo signore... — e mi indicò. — Mi assegni la camera 62 o la 64.
La signora Zeffira, dietro di noi, aveva sempre il suo placido e disteso sorriso, nè rifiatava.
— E la signora? — domandò il direttore indicando la dama in nero che aveva accompagnato Giacometta.
— E lei? — fece Giacometta rivolgendosi verso la signora Zeffira.
— Oh! Per me fa lo stesso... — rispose la dama dal placido e largo sorriso. E le toccò il numero 72 molto lontano da noi.
Io ero un poco sorpreso, ma guardavo la signora Zeffira, sempre con riverente riguardo.
Quando Giacometta fu per salire, le si accostò un ragazzo che teneva abbracciato addirittura un grandissimo fascio di rose bianche e vermiglie.
— È lei la signorina Maldi?
— Sì...
— Queste rose sono per lei.
— Per me?... E chi le manda?...
Guardò i fiori, corrugò un attimo la fronte poi levò la faccia irraggiata verso di me.
— Tu?...
— Sì...
— Caro caro caro!... Sali... sali con me... ho da dirti tante cose!...
E andammo innanzi; e la signora Zeffira dietro; ma aveva sempre il suo largo e placido sorriso.
Io non so dove siate, ora; nè se la morte vi abbia presa, cara signora discreta della mia giovinezza; ma se pure il paradiso vi tenga, o qualche casa silenziosa della nostra provincialissima Forlì, il mio ringraziamento sempre vi sia rinnovato.
Giacometta mi fece entrare in camera sua; poi volle vedere la mia stanza e mentre io mi avviavo alla porta di uscita, mi chiese:
— Da dove passi?
— Perchè?
— Perchè c'è questa porta ed è tanto più semplice servirsi della strada più corta!
Aveva ragione. Le nostre camere erano intercomunicanti; ma io non mi ero accorto del particolare.
La porta era molto arrendevole e si aprì facilmente. Giacometta ne fu felice:
— Così saremo vicini vicini vicini!...
Poi mi pregò di starmene un momento solo in camera mia. Doveva sbrigare certe sue faccenduole.
— Ti chiamo subito, Franzi... Faccio presto presto...
Uscì e socchiuse l'uscio.
Io caddi, affranto, sopra la prima seggiola.
— Franzi?... Di' la verità... credevi che io venissi?...
— Non lo pensavo neppure!
— Perchè?
— Ma... dopo l'altra sera...
— Quanto sei bambino!... Ancora non mi hai capita!
— Questo è vero. Però non diremo tu sia facile.
— Sai? Non bisogna darmi troppo retta quando ho i nervi.
— Ma se mandi via la gente!
— E tu dovevi ritornare. Era il tuo semplice dovere.
Si udiva il rombo e lo stridore dei tranvai elettrici.
— Vieni, Franzi.
Sospinsi l'uscio ed entrai.
— Ora usciamo.
— Sì.
— Aspetta... prendo i guanti.
Quando fummo nel corridoio ella si diresse alle scale quasi correndo. Fui io che dissi:
— Scusa... e la signora Zeffira?
— No, lasciala stare. È tanto stanca.
— Ma... non dirà...
— E che deve dire?... Aveva bisogno di venire a Bologna, l'ho condotta con me... le ho pagato il viaggio. Ora se la sbrighi come vuole.
Ammirai il semplice modo che aveva Giacometta nel regolare i rapporti sociali; ma, per conto mio, ero un poco stonato; non ci capivo proprio molto bene.
— Scusa, Giacometta... e se poi va a raccontare...
— Ah, Franzi!... sei proprio un ragazzo!...
Era lei che guidava me; eppure questo capita qualche volta anche negli anni più gravi.
Una vettura ci portò un poco in giro per le strade di Bologna; poi ci condusse a una trattoria fuori barriera d'Azeglio.
Giacometta parlava con una volubilità e una freschezza bambina. Parlava quasi sempre lei e ne era molto contenta.
La mia fuga improvvisa e il dono delle rose l'avevano ricondotta a me piena d'amore.
— Ora tu potrai fare
This reading view includes the opening portion of the book. Continue on Project Gutenberg