Amore ha cent'occhi
Salvatore Farina
Amore
Ha Cent’Occhi
MILANO A. BRIGOLA & C., EDITORI Via Manzoni, 5
Proprietà Letteraria
Milano, 1883. — Tip. Pagnoni
_Agli amici della mia isola natale, in conto d’un gran debito d’affetto e di gratitudine, questo libro, che ama e piange._
_Milano, settembre 1882._
Amore Ha Cent’Occhi
Parte Prima.
I.
Il povero Ambrogio era propriamente sulle spine. Da un’ora, quel signor Cilecca della disgrazia andava in giro per le stanze con uno stuzzicadenti in bocca, la faccia contratta smorfiosamente per trattenere l’occhialetto sopra uno dei suoi occhioni da coniglio, e senza il menomo riguardo al conte Cosimo.
Anzi, pareva farlo a posta; sempre che doveva attraversare il salotto, dove il padrone di casa se ne stava seduto colla fronte nascosta nelle palme delle mani ed i gomiti appuntati a un tavolino, invece di rizzarsi sulla punta dei piedi, muoversi come un’ombra e dileguare, secondo consigliava Ambrogio collo esempio, quel signor Cilecca della disgrazia batteva i tacchi sul pavimento sonoro, o si piantava in osservazione dinanzi ad uno specchio, o faceva a voce alta una domanda a cui Ambrogio aveva già risposto.
— Di Francia, non è vero? chiedeva, picchiando colla nocca dell’indice sullo specchio.
Ambrogio faceva di sì col capo e si avviava verso l’uscio, sperando che l’altro si risolvesse a seguirlo nella stanza attigua.
— Non ha sofferto nulla, soggiunse il signor Cilecca dopo di avere esaminato lo specchio da tutti i lati e picchiatolo forte in più luoghi; l’avevano collocato in buona luce, e si è conservato bene; — la giustizia prima di tutto, — però la cornice è barocca, non è più di moda; ora usa il semplice... Sono vere porcellane di Sassonia, queste?
Ambrogio si rassegnò a staccarsi dagli stipiti dell’uscio per farsi vicino al suo interlocutore, proponendosi di richiamarlo alla osservanza dei riguardi dovuti alla sventura con una sua occhiata fulminea, o magari con un pugno nelle costole. Ma il signor Cilecca non vide l’occhiata, e non ricevendo il pugno che doveva avvalorarla, ripetè:
— Sono vere porcellane di Sassonia, queste?
— Verissime, hanno la marca di fabbrica, rispose Ambrogio guardando il conte Cosimo, che pareva impietrito.
— Vero... vero... ecco le spade incrociate, insistè l’altro..., ma, che vuole? in Francia e altrove si fanno delle imitazioni che costano la metà, anche colle spade.... un fabbricante intelligente non si arresta per così poco...
Non ricevendo risposta, tacque, ripose sulla mensola il vaso prezioso; lasciò cadere l’occhialetto e lo incastonò, superando mille difficoltà, sull’occhio destro, che gli serviva a quest’uffizio; socchiuse un tantino l’altr’occhio; incaricato di vederci per due, e disse forte, come se gli venisse repentinamente un’idea da stordito:
— Facciamo negozio, signor Cosimo?
— Facciamolo, benedett’uomo, facciamolo, si affrettò a dire Ambrogio, avventando da lontano un pugno ben intenzionato, che non poteva giungere fino alle costole del suo avversario; facciamolo, siamo qui per questo, ma lasci in pace il signor conte.
— Poverino! disse il Cilecca abbassando la voce appena il tanto da dimostrare luminosamente che egli, a tempo e luogo, sapeva fare un’opera di misericordia, — poverino! deve essere una grande afflizione! Io non l’ho provata, ma le assicuro, signor Ambrogio, che me la immagino!... Lei diceva dunque che si ha a fare negozio... ebbene, facciamolo, non dico di no; a questo mondo ci si viene...
Che cosa voleva dire il signor Cilecca? Nessuno lo saprà mai, perchè proprio in quel punto difficile della frase, l’occhialetto ribelle gli si staccò dall’occhio destro e gli cadde fra le mani, che erano esercitate a raccoglierlo.
— A questo mondo ci si viene come al mercato — mormorò Ambrogio.
Ma l’altro, intanto che adattava l’occhialetto alla sua cornice naturale, fece intendere con un gesto e con un risolino che, non avendo voluto dir questo, non rifiutava neppure l’interpretazione arguta.
— Ventottomila lire, mormorò il compratore.
Ambrogio velò solennemente il lampo dello sguardo, e disse ad occhi chiusi, alzando un tantino il capo verso il soffitto:
— Trentamila; si è detto trentamila, e saranno trentamila; se no, non ne facciamo nulla.
Quando Ambrogio riaprì gli occhi, fu stupito di vedere che il suo avversario si era chinato ad esaminare le gambe di un tavolino e non gli badava.
In quel punto s’udì un lieve rumore sulla parete dirimpetto, e fu visto il conte Cosimo scostare le mani dal volto e mettere sulle labbra un sorriso; subito dopo si aprì un uscio celato nella tappezzeria, ed apparve una giovine signora, una donnina bianca e dilicata, un ninnolo da salotto. Entrò sorridendo, cogli occhi sfavillanti, con mosse da bimba viziata; ma un po’ di impaccio era visibile anche nella sua disinvoltura.
Il conte Cosimo s’era rizzato; la giovine donna, senza guardarlo, e con un lieve tremito nella voce, cominciò a dire:
— La mamma... Ah! buon giorno signor Ambrogio — e s’interruppe per guardare curiosamente il signor Cilecca, che era quasi nascosto sotto il tavolino.
— Ebbene, la mamma?
— Ah! la mamma ti prega di mandarle cinquanta lire; ha comperato un’acconciatura di velluto cremisino, che sta veramente benissimo sui suoi capelli bianchi.
La signora, così dicendo, girava gli occhi di qua e di là, e non potè accorgersi del pallore del marito, il quale tolse da un portafogli un biglietto di banca e lo consegnò alla gentile messaggiera sforzandosi a sorriderle.
— Sai? disse la giovine donna spiegando il biglietto; l’ha comperata per fare un’elemosina... Come sta oggi, signor Ambrogio?
— Sempre bene, contessa Beatrice, e lei?
— Io benissimo; grazie — soggiunse, rivolgendosi di nuovo al marito, — che cosa devo dire alla mamma?
— Le darai un bacio per me.
Beatrice non si moveva; il conte Cosimo la guardava in volto senza comprendere.
— O come farò a darle un bacio per te, se tu non me lo dai? — disse la signora con malizia.
Il marito guardò verso il signor Cilecca, il quale, tutto assorto nelle sue indagini, aveva l’aria di non veder nulla; si rizzò in piedi, prese fra le palme la testina bionda di sua moglie, e la baciò sulla fronte senza far rumore.
L’uscio della porta si aprì, sparve la donnina gentile, e il conte Cosimo ricadde sulla seggiola, nascondendo un’altra volta la faccia fra le mani.
Un gran sospiro d’Ambrogio, poi silenzio.
— Questo vaso del Giappone è spaiato, entrò a dire il Cilecca.
Ambrogio gli piantò in faccia due occhi fulminei, ma l’altro, obbligato da un sentimento di giustizia, ripetè ad ogni modo che il vaso del Giappone era spaiato.
— Insomma, disse poi Ambrogio, si fa qualche cosa o non se ne fa nulla?
— Sono qui per far qualche cosa, sospirò il Cilecca; ma la condizione di dover sborsar subito il _mio_ denaro e di dover aspettare un mese, o magari due, a pigliarmi la _mia_ roba, è proprio crudele.
L’abuso di quei due pronomi possessivi collocati così malamente, avrebbe fatto andare in collera il buon Ambrogio se la cosa fosse stata lecita alla presenza del signor conte; egli si accontentò invece di dire al Cilecca che la roba non era _sua_ finchè non l’avesse pagata, e che dopo non sarebbe più _suo_ il denaro, — e ciò per rispettare l’equità e la grammatica.
Poi soggiunse:
— Non le ho detto che debba attendere nè un mese nè due a ritirar la roba; dovrà aver pazienza quanto basti; e dovesse anche sospirare dieci anni, comperando a questo prezzo, farà sempre un buon negozio.
L’occhialetto del signor Cilecca non potè assistere indifferente ad una minaccia simile contro il suo proprietario; cadde, ricadde, tornò a cadere, voleva spezzarsi a tutti i costi, ma una mano pietosa e pronta sempre lo trattenne.
— Dieci anni! esclamò il Cilecca con un terrore comico; sa che mi fa un brutto scherzo, signor Ambrogio? Dieci anni! Ma dunque è più sana di me quella donna?...
Ambrogio comprese d’avere peccato per eccesso di zelo, e ingegnandosi di correggere alla meglio la corbelleria commessa, afferrò il suo avversario per un braccio, lo spinse nel vano di una finestra, ed abbassando la voce, gli disse:
— Non dovrà aspettare un pezzo, glielo dice Ambrogio; anche due notti fa ebbe un altro colpo...
— Un colpo... lei vuol dire un accidente?
— Sì, un accidente leggiero... il medico dice che quando meno ce l’aspettiamo...
Il povero Ambrogio, dicendo questo mozzicone di frase, sudava.
— Si danno dei casi... mormorò Cilecca, non ancora persuaso..., sì, se ne danno tutti i giorni... ne conosco anch’io di gente accidentata, che si ostina a vivere...
Si vedeva bene che Ambrogio aveva qualche cosa da dire, forse un argomento trionfatore da mettere innanzi, ma che non si sapeva indurre a servirsene perchè gli faceva pena.
— Le ripeto che la contessa Veronica può mancare all’improvviso, quando meno ce l’aspettiamo; non le dico altro, ci pensi, faccia i suoi conti...
Ma il Cilecca era incorreggibile.
— Ho capito benissimo, ma può anche succedere il contrario... tante volte gli ammalati la fanno in barba ai pronostici... Che premura abbiamo di fare le cose senza riflettere? Mi pare che se prima parlassi col medico curante, troverei forse il coraggio d’arrischiare il mio denaro... Ventottomila lire sono un piccolo patrimonio. Si metta nei miei panni, signor Ambrogio, la giustizia prima di tutto!
A questo punto il meschino avversario di quell’atleta trovò dentro di sè una forza prodigiosa e disse tutto d’un fiato:
— Sissignore, nei suoi panni io mi ci metto, ci sono; sto per fare un negozio in cui per trentamila lire (caduta dell’occhialetto) divento padrone di tanti mobili preziosi, che valgono il doppio a dir poco; so che devo pagare la somma subito, e ritirare i mobili dopo una disgrazia, che può seguire da un momento all’altro; sto un po’ titubante perchè penso naturalmente che trentamila lire (ricaduta dell’occhialetto) sono un piccolo patrimonio; ma mentre io tentenno, la _persona_ muore, cessa pel signor conte la ragione d’un contratto rovinoso, e se voglio i mobili che mi piacciono tanto li devo pagare sessantamila lire ed anche più.
Il signor Cilecca era filosofo a tempo e luogo; vide con un’occhiata la profondità di quest’osservazione, e sentì svanire gli scrupoli.
— A lei non posso resistere, disse sorridendo, mi mette in sacco. Dunque facciamo conto che per ventottomila lire sia contratto fatto fin da questo momento... Sono le undici in punto... dalle undici del mattino del giorno 2 marzo tutta la roba mi appartiene... chiamo in testimonio lei, signor Ambrogio.
Ma il testimonio faceva di no col capo.
— Non mi negherà ora che io abbia il diritto di vedere l’ammalata; è un elemento del contratto...
— Impossibile...
— Non dica questa parola, caro signor Ambrogio; perchè impossibile? Vuole dunque che io faccia le cose alla cieca?... La giustizia prima di tutto... io mi fido di lei e del signor conte, non dubito che la contessa Veronica sia tanto ammalata, poichè me lo dicono; ma l’affetto è pauroso per natura; lor signori si possono ingannare...
Ambrogio si era rabbuiato in volto e pensava; in fondo il compratore era nel suo diritto; ma come fare? Ah! un’idea!... Pigliò pel braccio il signor Cilecca, lo trasse un pochino in disparte e gli parlò all’orecchio.
Ma Cosimo aveva rialzato il capo, e guardava ansioso, e quando vide che i due si avviavano verso l’uscio, dietro il quale era scomparsa poc’anzi la gentile apparizione di sua moglie, si rizzò in piedi, venne dietro ad Ambrogio e lo toccò sull’omero.
— Signor conte... balbettò costui, voltandosi; e soggiunse, comprendendo la dimanda che era nello sguardo del giovine: vuol vederla.... non vi è nulla di male.... diremo che è un medico: la signora contessa non lo conosce...
Cosimo non era tranquillo.
— E Beatrice, che l’ha visto poco fa? disse — ma un sorriso tra amaro e melanconico balenò sulla sua faccia patita — Beatrice non capirà nulla! sospirò fra sè.
Ambrogio picchiò due colpi all’uscio; si udì una vocetta che disse: avanti — la porticina girò silenziosamente sui cardini, ed i tre uomini si affacciarono all’ingresso di un’ampia sala da letto.
— Mi raccomando, disse Ambrogio all’orecchio del Cilecca, il quale continuava a cercare una smorfia capace di trattenere l’occhialetto per sempre, le tocchi il polso e non dica altro.
II.
Il dottore... balbettò Ambrogio facendo un passo di fianco per lasciar passare il suo compagno; mentre il conte Cosimo rimaneva sull’uscio. E il _dottor_ Cilecca passò, senza la minima ombra di sussiego dottorale, ma dando un’occhiata dottissima tutt’intorno.
Nel fondo della camera, entro un baldacchino di damasco giallo, si vedeva un letto antico a colonne, e quivi una massa bianca, un corpo sollevato a mezzo sopra un monte di cuscini, e più su un’acconciatura cremisina, che spiccava dal fondo giallo. La faccia scolorita ed immobile della giacente si confondeva quasi col damasco. Al capezzale del letto stava un’infermiera mezzo addormentata, e in faccia a lei la contessa Beatrice, in piedi, col capo voltato verso l’uscio e una gran curiosità negli occhi.
— Che cos’è stato? domandò quando Ambrogio le fu vicino.
— Un medico... balbettò il poveraccio, facendosi rosso rosso.
Ma la contessa non parve avvedersi di nulla e si accostò all’ammalata per annunziarle all’orecchio con una vocetta dolce e penetrante: — un medico!
— Ah! sospirò l’inferma, e rimosse a fatica il braccio destro, senza riuscire a sollevarlo: allora col braccio mancino accennò al Cilecca di accostarsi: e il Cilecca si accostò, senza punto scomporsi, fino a cacciare il capo sotto il baldacchino che misurò con un’occhiata, mentre veniva brancicando il damasco in un certo suo modo speciale, per far _cantare_ la stoffa sotto le dita.
— Mi tocchi il polso, disse l’ammalata.
Il Cilecca toccò il polso.
— La febbre non ci è, disse la giacente.
— La febbre non ci è, signora contessa.
L’ammalata girò intorno uno sguardo di compiacenza, a cui Beatrice fu la sola a rispondere con un sorriso, perchè l’infermiera dondolava il capo lottando col sonno, e il conte Cosimo aveva afferrato una sedia per star ritto e ne tormentava lo schienale con tutte e due le mani.
— Lo vedi, Beatrice, balbettò la contessa Veronica, lo vedi — febbre non ci è, e senza febbre non si muore — non ho voglia di morire così presto, non è vero, dottore?
L’occhialetto del Cilecca cadde in questo punto; e appena il proprietario l’ebbe trattenuto e rimesso a posto, lanciò prima un’occhiata per passare da parte a parte il vecchio Ambrogio, che era sulle spine, poi disse: — Sono della sua opinione, contessa.
E non disse altro — ma quando volle scostarsi dal letto, l’ammalata lo trattenne dicendo: che cosa mi ordina?
— Che cosa le ordino? ripetè il Cilecca e sembrò chiederlo a quanti gli stavano intorno, compresa la contessa Beatrice, che lo guardava a bocca aperta — io non sono il medico curante, non le posso ordinare nulla; sono venuto per un negozio — per un certo negozio... il conte Cosimo ha voluto che la vedessi anch’io. Ora l’ho veduta e sono contento, perchè il negozio si può accomodare... la febbre non c’è... dunque si può accomodare.
L’occhialetto aiutava quella parlantina scucita, ma la distrazione vi metteva intoppo. Il signor Cilecca aveva fissato gli occhi sopra una gran chicchera d’argento niellato e non li sapeva staccare; all’ultimo non potè frenarsi, e accostandosi al tavolino da notte, prese la preziosa chicchera in mano...
— Mi fanno bere del brodo che non posso soffrire, balbettò l’ammalata.
Il signor Cilecca depose la chicchera con precauzione, salutò la contessa Veronica, si lasciò cadere l’occhialetto dinanzi alla contessa Beatrice, che non cessava di guardarlo curiosamente, ed uscì, dando le ultime occhiate al soffitto, al pavimento, alle pareti. Ambrogio lo seguiva come uno spettro.
Appena l’uscio si fu chiuso alle loro spalle, il Cilecca si addossò allo stipite per lanciare questa frase ad Ambrogio, il quale se l’aspettava:
— Non ne facciamo nulla.
Ha il vecchio trionfò di quell’arte sopraffina colla semplice natura.
— Sta bene, disse dispettosamente, se ne vada.
Il Cilecca si dondolò due volte e non si mosse.
— Quella chicchera d’argento niellato in cui la contessa piglia il brodo, disse con lentezza, non ce l’ho vista nell’inventario che mi ha dato.
— Non ce l’ha vista perchè non ci è, rispose Ambrogio brusco brusco — e s’avviava deliberatamente per indurre l’altro a smettere la positura di cariatide — ma l’altro lo lasciò andare, e solo quando Ambrogio fu giunto alla porta dirimpetto e non vedendosi seguito gli toccò voltarsi a guardare estatico, solo allora egli ripigliò a dire a sè stesso, guardando fisso in terra:
— Trenta mila lire senza pigliar la roba chi sa fino a quando... sto per fare uno sproposito... pure se mi pagano gl’interessi fino al giorno della consegna, parola d’onore, lo faccio.
— E glieli pagheranno gl’interessi, e glieli pagheranno in buon’ora, gemette Ambrogio con accento di misericordia, mentre dall’altra estremità della sala lasciava spenzolare le braccia e dondolava il capo in un modo canzonatorio. — Mimica inutile.
Il signor Cilecca non vide nulla, e ripetè alzando finalmente il capo:
— Sì, se mi pagano gl’interessi _d’uso_, io faccio lo sproposito.
— Gl’interessi _d’uso_ quali sono?
— Lo sa bene...
— Lo so benone, sospirò Ambrogio, glieli pagheremo.
Allora il signor Cilecca abbandonò la sua positura, ed attraversò la sala con passo svelto, per raggiungere l’avversario placato.
L’uscita del falso dottore dalla camera della inferma era stata così singolare, che la stessa ammalata ne fece l’osservazione:
— Che visita curiosa! disse.
E la contessa Beatrice ripetè allegramente:
— Sì, una visita curiosa!
L’infermiera intanto si era svegliata, e per resistere al sonno fissava innanzi a sè il vuoto, con un’occhiata severa.
— Cosimo! chiamò l’ammalata.
E Cosimo abbandonò i propri pensieri per accorrere sorridendo al capezzale della madre.
— Cosimo! balbettò la vecchia, manda quella povera donna a letto; è un’infermiera bizzarra, non fa che dormire ed ha sempre sonno; mi fa pena.
Ma questo era uffizio di Beatrice; la vezzosa donnina prima rise a fior di labbro, come se fosse un suo ufficio doveroso quello di gettare un po’ di allegria intorno a sè, poi fece il giro del letto, accennando al marito di lasciar fare a lei, e venne presso all’infermiera, la quale aveva chiuso un occhio per intero e colla inutile severità dell’altro occhio socchiuso continuava a fissare il proprio avversario.
— Geromina, le disse...
Geromina s’immaginò di aprire anche meglio gli occhi, spalancando la bocca.
— Geromina, insistè la contessa, andate a riposare.
— Non ho sonno, asserì coraggiosamente la povera donna.
Beatrice accolse la dichiarazione con una risatina, poi ripetè: Andate a riposare; la mamma non ha bisogno di voi, andate.
E Geromina se ne andò con dignità.
— Siamo soli? domandò la vecchia.
— Soli, rispose Cosimo, stringendo la mano irrigidita della madre.
— Mi promettete di non piangere, di non disperarvi? ripigliò la contessa Veronica quando ebbe visto il visino bianco di Beatrice curvo sopra di lei; io devo morire....
— Non dica così...
— Sì, lo so, lo sento, poco mi rimane da stare al mondo, qualche anno ancora e dovrò andarmene. Mi hanno mandato questa malattia come un avviso; e sarei cieca e sorda se non dessi ascolto. Che fare, bimba mia? Ad uno ad uno ce ne andiamo tutti. Ho ancora il cervello a segno, e potrei perderlo... Sentite, figliuoli; vorrei far testamento. Non mi dite di no...
— Che idea! balbettò Cosimo.
— Testamento! esclamò Beatrice, facciamolo pure! Purchè sia un testamento allegro!
— Rondinella mia, disse la vecchia, tu sarai la mia musica fino all’ultimo.
— Un testamento è un dovere, soggiunse, e il dovere è sempre una cosa allegra.
A queste gravi parole, Beatrice sospirò gravemente; Cosimo non rispose nulla, ma colla mano cacciò dalla fronte un pensiero importuno.
— Cosimo! insistè l’inferma, cercando invano di sollevare il braccio già avvinghiato dalla morte. — Cosimo, manda a chiamare il notaio.
Allora il conte rialzò il capo, guardò sua moglie, che lo guardava con una specie di curiosità ingenua, e si accostò al letto della madre.
— Lo vuoi proprio? chiese con disinvoltura nervosa. Che premura hai?
— Chi ha tempo, sentenziò la vecchia, non aspetti tempo. Va, figliuolo mio, e fammi venire il notaio. Intanto che io raccolgo le idee, tu, bimba, mi toglierai questa orribile cuffia cremisina, e me ne darai una tutta nera o tutta bianca. Chi ha mai visto far testamento con una cuffia cremisina?
— Io no, rispose Beatrice, mentre veniva togliendo la cuffia alla suocera.
— Cosimo, ripigliò la contessa, sei ancora lì? Tanto meglio, chiama Ambrogio.
Cosimo toccò tre volte il bottone di un campanello elettrico, e Ambrogio apparve quasi subito nel vano dell’uscio.
— Ambrogio, disse la contessa madre con voce sonora, sebbene la sua lingua incespicasse tratto tratto fra i denti — va tu stesso dal mio notaio... come si chiama?... aspetta... Beatrice, aiutami tu, come si chiama il mio notaio?
— Parolini... rispose la contessina, dando un’occhiata fuggitiva al marito.
— Parolini, ripetè la contessa, e digli che venga subito da me.
Anche Ambrogio, prima d’uscire, diede un’occhiata al conte Cosimo, il quale non battè ciglio.
Appena il vecchio servo se ne fu andato, l’inferma disse:
— Ho bisogno di te, Cosimo; perciò ho mandato lui. Tu che hai da parecchi anni l’amministrazione del mio patrimonio mi devi informare di certe cose che io non so affatto. Me lo puoi credere, ho dimenticato perfino il nome di qualche podere. Por esempio, la gran cascina nel territorio di Sassari si chiama... come si chiama?
— Serra Secca.
— Proprio, Serra Secca! Chi avrebbe creduto che era così facile? Serra Secca! E quanto vale Serra Secca?
— Valeva sei mila scudi, balbettò Cosimo.
— Così poco! una cascina in cui mi ricordo d’essermi smarrita quand’ero bambina.... Tu sbagli Cosimo... e allora Giuncheddu, il mio piccolo Giuncheddu di Sorso, quanto dovrebbe valere?
— Era costato mille scudi.
— Mille scudi soltanto! il suo rivo, la sua sorgente freschissima, i suoi quattro pioppi, tutto per mille scudi! Beatrice cara, la lista della sarta pel carnevale passato non era appunto di mille scudi?
— Cinquemila e ottanta franchi, rispose Beatrice prontamente; gli ottanta franchi non gli abbiamo pagati, se ne ricorda? E sono stata io a sostenere che le cifre devono essere tonde. Madame Josephine diceva di no, che è un pregiudizio, ma io le feci notare che anche i pregiudizii bisogna rispettarli.
— Bambina! disse la contessa Veronica con un sorriso indulgente, poi mutando accento: ricapitoliamo: in Sassari... Serra Secca, non me lo dimentico più, finchè campo, il mulino, la casa grande, le case terrene e... nient’altro... Proprio nient’altro?
— L’orto di Acqua Chiara.
— Ah! sì, l’orto e l’aranceto... quanti aranci vi ho sbucciato! Me ne ricordo, mi piaceva sbucciarli e poi infastidivo ad uno ad uno tutti gli amici di casa perchè li mangiassero... Cosimo, ci ho dell’altro nel territorio di Sassari?
Cosimo fece di no col capo.
— Sono povera! disse l’inferma con un sorriso di compiacenza. Sono povera a Sassari! Andiamo a Ploaghe.... i nostri antenati avevano là il feudo.... a noi è rimasto... che cosa è rimasto, Cosimo?
— Un campo a pascolo, qualche terreno arativo...
La contessa per ascoltare meglio aveva chiuso gli occhi, ma suo figlio sembrava fare una strana fatica a contentarla.
— Un oliveto...
— Ci è dell’altro... il palazzo della galleria, dove i miei passi di bambina sembravano animare i quadri appesi alle pareti; io camminava su e giù come una piccola castellana, e gli antenati mi venivano dietro a passi sonori... era l’eco.
Tacque un momento per guardare ad occhi chiusi in quel tempo lontano, poi mormorò: — Ho fatto male ad abbandonare tutte quelle brave persone, volevano bene alla loro nipotina, la guardavano con indulgenza, me ne ricordo; ce n’era uno, il vescovo Giaime de Nardi, che non mi perdeva mai di vista un momento; dovunque andassi, mi accompagnava coll’occhio.... Mi dava noia qualche volta e qualche volta mi faceva perfino paura.... quando era sola.... Nella mia testa di bimba non poteva entrare che un vescovo dipinto movesse gli occhi come le Madonne. Aspettate, ora mi affaccio all’uscio per pigliarlo alla sprovveduta, come facevo allora; eccolo, è sempre lì ed ha gli occhi fissi sopra di me, e colle due dita alzate per benedire ha l’aria di dirmi che egli la sa lunga e che non gliela posso fare... Bei tempi! sospirò.
Nessuno le rispose; il conte Cosimo teneva le labbra strette e tormentava la catena del proprio orologio con tutte e due le mani. Beatrice veniva guardando ora la madre ora il figlio.
— E il _nuraghe_? esclamò ad un tratto l’inferma, che cosa ne abbiamo fatto del _nuraghe_?
— Quello non muta, rispose Cosimo con uno strano accento; ci è ancora.
— Quand’ero fanciulla, disse la contessa, avevo deciso di farne il sepolcro di famiglia, ora non mi piacerebbe più essere sepolta sotto quel mucchio di macigni, e nemmeno a Ploaghe mi piacerebbe essere sepolta... Dove mi piacerebbe? Non lo so nemmen io.
Chiuse un’altra volta gli occhi e parve addormentarsi. Cosimo guardava innanzi a sè, come chi fissa un’immagine del proprio pensiero; la contessina Beatrice si moveva lentamente, senza far rumore, andava di qua e di là per la camera, con certe mosse di uccelletto in gabbia, facendo nascere l’ordine e la simmetria dove metteva le manine bianche. A un certo punto, dopo d’aver ottenuto un risultato mirabile, col semplice spostamento d’una sedia e senza fare il minimo rumore per non destare l’ammalata, la vaga donnina cercò nel volto del marito un sorriso od almeno uno sguardo d’approvazione, ed ebbe l’uno e l’altro, e parve contenta e proseguì l’opera sua, non badando a leggere il pensiero che rimaneva sul volto del marito quando il sorriso si era cancellato. Quel pensiero diceva: «La pazzerella ama l’ordine, è la sua monomania; amore di gran dama per un borghesuccio spiantato, la metterà in rovina.»
— In cimitero no, disse a un tratto la vecchia contessa, senza aprire gli occhi; ed aprendoli ripetè più forte: in cimitero no, figliuoli miei, tenetelo bene in mente, non voglio essere sepolta in cimitero. Farete trasportare il mio corpo in Sardegna e lo seppellirete in qualcuna delle mie terre, a Sassari, o a Ploaghe, o a Iglesias, vicino alla miniera — e sulla mia tomba pianterete una palma...
Furono picchiati due colpi all’uscio.
— Avanti, disse Beatrice.
La porta si aprì appena tanto da lasciar passare la testa di Ambrogio.
— Il notaio! disse; e la testa scomparve.
Il dottor Parolini, notaio, fece il suo ingresso con faccia ridente, con passo leggiero.
— La signora contessa, disse accostandosi confidenzialmente al letto dell’ammalata, vuol fare testamento, per vivere poi lungamente senza fastidii; benone — è un’astuzia che non isbaglia mai — auguro cent’anni di vita alla signora contessa. E come sta?
— Sto bene, grazie, rispose l’ammalata; oggi mi sento meglio.
— Possiamo dire _sana di corpo?_ domandò il notaio mettendosi a sedere dinanzi ad una scrivania, mentre la contessa Beatrice gli presentava l’occorrente per iscrivere.
— Temo di no, Parolini.
— Peccato! sospirò il Parolini; io sono felice quando posso mettere ne’ miei atti: _sano di corpo e di mente_. — Della signora contessa, diremo invece: nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, sebbene costretta a letto da una leggiera indisposizione...
— Mettete _malattia_, gemè la contessa; la verità è una sola, anche quando ci affligge.
Il dottor Parolini fece omaggio alla profondità di questa massima, scrivendo e pronunziando forte: «nel pieno possesso di _tutte_ le facoltà mentali: sebbene costretta a letto da una leggiera malattia...»
— Non mettete _leggiera_, disse la contessa; non bisogna fingersi più rassegnati di quello che si è, ma non mettete nemmeno _grave_, perchè io non voglio aver l’aria di lamentarmi troppo.
— _Malattia_, ripetè allora il Parolini, con accento melanconico; poi si voltò e chiese: i testimoni?
— Mio figlio, disse la contessa, e mia nuora; meglio che non ci siano altri.
— Domando mille scuse, contessa Veronica, se non le obbedisco; ma la legge vuole che i testimoni siano idonei, e la contessa Beatrice, agli occhi della legge, non è un testimonio idoneo.
— Perchè? chiese la contessa Beatrice.
— Perchè sei donna, perchè siamo donne, rispose l’inferma.
— La legge non l’ho fatta io, protestò il Parolini: e l’innocenza parlava sulle sue labbra.
— Chiamate Ambrogio, disse la contessa Veronica.
— Non basta ancora.
— O che non è idoneo nemmeno lui?
— La legge (compatiamola), disse il Parolini, vuole un notaio e quattro testimoni.
— Chiamate il cuoco, suggerì la contessa con amarezza, chiamate lo sguattero, chiamate lo stalliere — la legge vuole che la contessa Rodriguez De Nardi faccia testamento alla presenza de’ suoi servi.
— La legge non pretende questo, osservò umilmente il Parolini: e siccome ha compreso la difficoltà di trovare quattro testimonii, consente che il testamento sia fatto alla presenza di due soli testimoni, ma con due notai... Ho preveduto il caso anch’io e mi sono permesso di condurre meco il dottor Larucci, mio socio, il quale è di là che aspetta.
— In buon’ora, disse la contessa, fatelo venire innanzi.
Beatrice toccò il bottone del campanello; apparve Ambrogio.
Il Parolini, che era rimasto a sedere colle braccia sulla scrivania, e la testa alzata verso l’uscio, si volse un tantino al letto dell’inferma a chiedere licenza, poi disse:
— Dica al dottor Larucci che può venire, e venga anche lei, signor Ambrogio, ne abbiamo bisogno.
Un momento dopo entrava il più magro dei dottori.
Vestiva interamente di nero, certi abiti di taglio antico ridotti a pessima condizione dall’abuso della spazzola, e si vedeva chiaro che egli trattava la propria sorte colla medesima severità con cui era trattato.
— Signora contessa, disse il Parolini, fingendo di alzarsi da sedere senza farne nulla, le presento il dottor Larucci mio egregio collega.
Non passò neppure l’ombra d’una lontana compiacenza sulla faccia scolorita del notaio magro, il quale fece un inchino e continuò a fissare severamente la propria sorte.
Il notaio grasso — appariva ora luminosamente che il Parolini era grasso — continuò, rivolgendosi al suo egregio collega:
— Dottor Larucci, si accomodi qui, vicino a me: la signora contessa Rodriguez De Nardi richiede l’opera nostra, perchè vuol fare testamento; è nel pieno possesso di tutte le sue facoltà mentali, sebbene _degente_ per momentanea infermità; i testimoni idonei e qui presenti (egli si voltò per assicurarsene, e il dottor Larucci seguì quell’atto colla coda dell’occhio) sono il signor conte Rodriguez, unico figlio della contessa, e il signor Ambrogio... che Ambrogio?
— Cima, disse il vecchio senza muoversi dal suo cantuccio.
— Cima, ripetè il Parolini. Ho preparato, come può vedere, tutta la parte che serve di preambolo... Oggi (la data è in bianco) regnando felicemente Vittorio Emanuele II.... Vegga se le pare che sia in ordine.
Il dottor Larucci, notaio che non si faceva illusioni, respinse la carta bollata e le carezze, si cavò un guanto che cacciò diligentemente in una tasca, prese una penna in mano e stette ad aspettare.
Il Parolini si volse verso l’inferma ed accennò che poteva incominciare.
— Nomino, incominciò la contessa con gran solennità, erede universale...
— Ed esecutore testamentario... suggerì il Parolini.
— Che cosa significa? Non importa... ed esecutore testamentario mio figlio Cosimo; e gli raccomando la esecuzione delle mie ultime volontà.
— Ecco, ecco, disse il Parolini con compiacenza — ecco che cosa è un esecutore testamentario... lei ne ha dato la definizione giusta.... Non è così, dottor Larucci?
— Mio figlio, proseguì l’inferma, ha già l’amministrazione del mio patrimonio da parecchi anni e sa che esso ascende ad un milione e dugento mila franchi, sui quali gravano alcune piccole... alcune piccole...
— Ipoteche? suggerì timidamente il Parolini.
— Bravo! ipoteche.
Non disse altro. Si udì la penna del notaio magro passare stridendo sulla carta bollata, mentre il notaio grasso, piegandosi un tantino, seguiva coll’occhio ogni parola. Finchè durò quel silenzio, la contessa Veronica e la contessa Beatrice cercarono allo stesso tempo lo sguardo di Cosimo, il quale si ostinava a spingere l’occhio per entro ad una via buia e profonda che si apriva nella parete dirimpetto. Anche Ambrogio fissava lo stesso punto della parete, ma se ne seppe staccare due volte per rivolgere un’occhiata fuggitiva al conte Cosimo ed agli altri personaggi di quella scena singolare.
— Pic... co... le, disse forte il Parolini, leggendo sopra il braccio del suo collega e staccando le sillabe, _ipoteche_ conchiuse brevemente. Possiamo proseguire.
— Voglio, disse l’ammalata, che tutti i miei gioielli appartengano alla contessa Beatrice, mia nuora — coll’obbligo, soggiunse voltandosi a ricercare con uno sguardo carezzevole la vaga donnina, coll’obbligo di portarne sempre qualcuno, anche quando non saranno più di moda.
Beatrice era venuta al capezzale del letto senza far rumore, e fu pronta a ringraziare ed a promettere solennemente con un bacio.
Il Parolini ed il suo egregio collega consegnarono alla carta bollata anche questa suprema volontà della testatrice, la quale poco dopo proseguì:
— Al mio caro amico Ambrogio Cima....
Ambrogio si svegliò dal suo sogno ed aprì tanto d’occhi.
— Lascio l’orticello Giuncheddu che posseggo in Sorso, oppure una somma di lire _cinquemila_ in denaro, a sua scelta.
— Ma io... cominciò Ambrogio con cupo accento...
Gli fu imposto silenzio, e la penna del dottor Larucci ripetè scricchiolando questo legato.
— Ognuno de’ miei servi avrà alla mia morte lire mille.
— Quanti servi? chiese il notaio magro senza staccare gli occhi dalla carta bollata.
— Quanti sono i suoi servi, signora contessa? ripetè il Parolini.
— Il cuoco, lo sguattero, lo stalliere, il cocchiere, il domestico...
— E si chiamano? insistè il Larucci.
— Il nome de’ suoi servi, signora contessa... Ce lo vuol dire il nome?
— Chi vuole che sappia il nome dei propri servi? Il cuoco si chiama Giovanni, lo stalliere Stefano, il cocchiere... Lo sai tu Beatrice come si chiamano i miei servi?
Beatrice rispose ridendo, segno che non lo sapeva.
— E tu Ambrogio lo sai? chiese l’inferma.
— Lo so, sissignora, e se permette....
Si fece, in punta di piedi, alle spalle del dottor Larucci e gli suggerì ad uno ad uno i nomi richiesti, poi se ne tornò tranquillamente al suo cantuccio.
— Alla mia cameriera Annetta... che Annetta?... Beatrice mia, che Annetta?
Questa volta i neri occhi della giovine donna sfavillarono di malizia, e la compiacenza le scavò due fossette nelle guancie.
— Annetta Baroni... lo so benissimo.
Certo il conte Cosimo aveva trovato nelle sue fantasie nere uno spiraglio allegro, perchè a queste parole si volse, fingendo uno stupore eccessivo, e venne con gravità scherzosa a fare tante congratulazioni alla moglie, la quale non le avrebbe voluto tacite, e senza abbandonare la mano del marito protestò che non ci aveva poi molto merito, perchè Annetta, orgogliosa del proprio casato, a cui attribuiva una certa origine cavalleresca, non si era lasciata sfuggire nessuna occasione di ripeterlo.
— Alla mia cameriera Annetta Baroni, ripigliò a dire l’inferma, e subito si allentò la stretta che allacciava la mano di Beatrice, mentre le nuvole oscuravano un’altra volta l’orizzonte del conte Cosimo — lascio tutti i miei oggetti di vestiario, e un regalo di lire mille in denaro.
Proprio in quel punto, tale e quale come una servetta di commedia, Annetta Baroni si affacciò all’uscio; con un suo meraviglioso istinto comico indovinò la situazione, e ne fu lieta; e per istare degnamente in iscena si circondò d’una confusione eccessiva.
— Gran Dio! disse — posso entrare?
Essa interrogò successivamente tutti i personaggi di quella scena: la vecchia contessa, che aveva chiuso gli occhi, il conte Cosimo, che non le badava, il notaio Parolini, che si fregava le mani, seguendo la penna stridula del suo collega, e infine la contessa Beatrice, la quale era la sola che avesse lo sguardo rivolto a lei.
— Entra, le rispose costei ridendo, entra pure Annetta.
Ed Annetta entrò in punta di piedi, rialzando un tantino le ali, vogliamo dire le braccia, per farsi più leggiera, con qualche cosa da dire, visibile sulla bocca semi-aperta, ma trattenendo il fiato, perchè le parole non venissero fuori prima d’essere a tiro. Tutte queste precauzioni, consigliate dall’arte scenica, per non disturbare, ottennero il risultato opposto; l’inferma aprì gli occhi, il conte Cosimo si volse, Parolini alzò il capo.
— Che è stato? domandò forte la contessina Beatrice, e con questa domanda sembrava suggerire l’abbandono di tutte le grandi precauzioni prese dalla prudente Annetta; ma la prudente Annetta sapeva la sua parte a memoria e tenne duro; padroni gli altri di sbagliare l’accento, il gesto e magari le parole; padronissimi di confondere anche la scena prima colla scena ultima; essa però non doveva violare nemmeno uno dei grandi principii di un’arte ammaliatrice, e rispose con un filo di voce:
— Ci è di là il professore Silvio.
La contessa Beatrice battè le mani e disse che andava lei a riceverlo, invitando Annetta a seguirla. Ma nella parte della servetta ci era qualche cosa ancora.
— La signora contessa non desidera nulla da me?
La madre nobile non desiderava nulla; allora Annetta uscì, come era entrata, in punta di piedi, per la porta laterale.
— Dicevamo? chiese il notaio Parolini dopo un momento di silenzio.
— Per oggi punto e basta, rispose l’inferma.
— Punto e basta, ripetè il Parolini.
Il dottor Larucci era già in piedi, e si affrettava a nascondere un dito lordo d’inchiostro nel guanto.
— Domani alla stess’ora, disse la contessa.
— Siamo a’ suoi comandi, risposo il Parolini, intanto che abbottonava il farsettone da cima a fondo.
Sull’uscio d’ingresso, si arrestò per aspettare il suo collega e costringerlo a passare prima, onore a cui il dottor Larucci, tutto intento ad abbottonarsi i guanti, giunse impreparato e che accettò senza nemmeno ringraziare, da uomo che comprendeva il valore della propria fortuna.
Ambrogio seguì i due notai alle spalle; madre e figlio rimasero soli.
Si poteva credere che la contessa Veronica, tenendo gli occhi chiusi, non avesse badato a nulla; invece appena Ambrogio fu scomparso, essa chiamò: Cosimo!
Il conte venne presso il letto della paralitica.
— Che vuoi? chiese dolcemente.
— Tu sai che io sono molto curiosa, ma non ti fai un’idea di quanto mi diverto andando di stanza in stanza coll’immaginazione, dacchè non lo posso fare per davvero...
— Non ti comprendo, balbettò Cosimo.
— Voglio andare liberamente per la mia casa, e tu hai chiuso una stanza...
— Io?...
— Sì, la camera gialla; essa è chiusa da quindici giorni e non vi entra più nessuno... Che cosa hai messo in quella camera?
Il conte Cosimo si battè la fronte e rispose con disinvoltura:
— Ah! alcuni quadri antichi che non ho potuto ordinare ancora.
— La tua mania, mormorò la vecchia con indulgenza; ti rovinerai, figliuolo mio.
Balenò uno strano sorriso sulle labbra del conte, il quale si chinò a baciare la mano fredda della vecchia.
— Te ne vai ora?
— Silvio è di là, mi aspetta... vuoi vederlo?
— No, disse l’ammalata con forza — dormo.
Il conte Cosimo cacciò le due mani in tasca e si avviò tranquillamente.
Egli era appena uscito, quando si affacciò, da un’altra porta, Annetta.
Essa mandò prima un’occhiata in giro, poi si accostò in punta di piedi all’uscio, sebbene l’inferma le facesse intendere che era inutile prendere tante precauzioni.
— Annetta, diceva la contessa Veronica, che cosa ti piglia ora?
Ma Annetta proseguì ad ogni modo.
— Sei matta? insistè l’altra.
La servetta non si scompose; aveva udito ben altre parole e in accenti più aspri. La contessa stessa in qualche scena precedente l’aveva chiamata _bestia_; ma che significava questo? Che la brutta parola era scritta nella parte della contessa. Non perciò Annetta aveva mai cessato di fare la parte propria con coscienza.
Ella adunque finì di assicurarsi che nessuno poteva udire quanto stava per isvelare alla padrona, e quando ebbe con questo artifizio preparato un orecchio più attento alle proprie parole:
— Ho scoperto! disse.
— Che cosa hai scoperto?
— Ciò che si nasconde nella camera gialla.
— Quadri, disse freddamente la contessa Veronica.
Annetta rimase un po’ sbigottita di quell’intoppo, che sorgeva impreveduto nella propria particina.
E la contessa, senza carità, insistè: quadri antichi.
— Per l’appunto balbettò la cameriera; come lo sa?
— L’ho chiesto a mio figlio. Tu invece come lo sai?
— Io, rispose Annetta con un turbamento delizioso, io, credendo di far piacere alla signora, prima ho guardato attraverso la toppa e non ho visto nulla; poi....
— Poi?
— Poi... stamane di bonissima ora, sono scesa in giardino, ho appoggiato al muro la scala del giardiniere, ho guardato attraverso i vetri della finestra ed ho visto tutto... Sono quattordici quadri con cornici verdi... Ve n’è uno che... ma la signora contessa non ha bisogno che io...
La contessa accennò col capo di proseguire.
— Ve n’è uno, ripigliò Annetta, che rappresenta un uffiziale a cavallo, dico un uffiziale così per dire.... tutto coperto di ferro, con una croce sul petto.
— Imperio de Nardi! mormorò l’inferma, e un sorriso d’orgoglio le illuminò la faccia patita.
— Ve n’è un altro colla toga rossa.
— Mio nonno.
— E ve n’è uno che pare un vescovo, e alza la mano per benedire.
— Monsignor Giaime De Nardi! mio prozio. Grazie Annetta.
III.
Il professor Silvio, ritto nel mezzo del salotto, col cappello stretto fra le due mani e lo sguardo fisso a terra, non udì il passo leggiero della contessina Beatrice, la quale gli fu sopra alla sprovveduta, gli afferrò il cappello con ambe le mani, e piantandosigli in faccia in una maniera dispotica, disse:
— Di che umore è oggi il signor orso? e soggiunse senza dargli tempo:
— Il signor orso è d’umor nero, si vede subito.
Silvio a queste parole si scosse e si provò a sorridere. Aveva un sorriso dolce il signor orso; alla luce di quel sorriso, la sua faccia scura pigliava un aspetto piacevole, quasi bello. Tuttavia egli non rispose nulla e non allentava nemmeno la stretta con cui teneva il cappello, sebbene la vezzosa interlocutrice facesse un po’ di violenza per istrapparglielo di mano. Non vi riuscendo, ordinò: «lasci andare,» e Silvio obbedì chiedendo scusa.
La contessina lo minacciò col dito ed andò a deporre il cappello sopra una sedia.
— Dunque? disse poi tornando incontro all’amico con una certa gravità. Dunque ce lo vuol dire che cosa ha quest’oggi? Ci vuol dire come sta Angela?
Beatrice si era buttata a sedere sopra un divano, ed invitava l’amico a venirle al fianco, ma l’invisibile laccio d’un pensiero tratteneva Silvio in mezzo alla stanza.
— Cosimo non viene? domandò, e avvedendosi dal suono della propria domanda che egli era in debito di una risposta, fece due passi avanti e si affrettò a dire:
— Angela sta benone; però in collegio non ci vuol rimanere più, si annoia.
— Alla sua età si annoia? osservò Beatrice, comincia presto: bisognerà comperarle una bambola che dica _mamma_.
— Bambole! rispose Silvio; sentisse come ne parla! le disprezza tutte. Le piace leggere, sonare il pianoforte e sopratutto recitare la commedia. Ma in collegio non ha che libri noiosi, le fanno sonare troppi esercizi, e non si recita che un paio di volte l’anno, in carnevale. Compiangiamola.
— Povera bimba! disse Beatrice.
Entrò Cosimo.
Si accese la medesima luce nel volto abbronzato di Silvio e nella faccia pallida del conte; si strinsero la mano, si buttarono un braccio sull’omero e vennero così allacciati dinanzi alla contessina, che li guardava crollando il capo.
— Eccoli lì! disse, si vogliono bene come due innamorati.... Se pure ce n’è ancora degli innamorati che si vogliano bene così. Sapete voi altri che ce ne sia ancora?
— Io credo di sì, rispose Silvio.
— Io ne sono sicuro, rispose Cosimo.
— Una volta ci erano anche dei mariti che volevano bene così alle loro mogli! sospirò la contessa.
— Gelosa! disse il marito con tenerezza; ed aggiunse un gesto discreto, che, a saperlo intendere, era una carezza. Beatrice l’intese, ma nondimeno insistè:
— I mariti d’oggi sono affaccendati; hanno delle gravi cure, e se le tengono tutte per risparmiare le mogli. Devono essere molto riconoscenti le mogli.
Parve a Cosimo che tremasse una corda melanconica in queste parole, ma la gioconda natura riprese i suoi diritti, quando il marito stava per iscusarsi.
— Grazie, soggiunse Beatrice; meglio così, io già non saprei essere diversa da quella che sono; se è proprio necessario guardare una cosa con occhiate severe, o profonde, o cupe, non me la fate vedere.
Silvio interrogò Cosimo alla muta, ma Cosimo interrogava Beatrice, la quale rispose così:
— Che mi vuoi dire con quell’occhiata? Non mi sono spiegata chiaramente? Mi spiegherò meglio, per non farmi dare della pazzerella... stiano zitti; lei, signor marito, non me lo dice, ma lo pensa; e lei signor professore...
— Io?...
— Lei forse mi giudica con più indulgenza, diremo così. Dunque, dico io, non si potrebbe guardare il mondo e tutte le cose che vi si rappresentano con un po’ di buonumore? Io le guardo così, e rido. Ma forse non ci vedo abbastanza.
— Hai ragione, disse Cosimo, pensoso.
— Non ci vedo abbastanza? chiese Beatrice, rovesciandosi sul divano per ridere con abbandono.
— No, corresse il marito, forse le cose della vita dovrebbero essere guardate così... come tu le guardi; ma...
Quel _ma_ fece paura alla contessina... Annunziava esso un’immagine filosofica? Cielo! e allora chi potrebbe resistere? Rabbrividì eccessivamente, poi rise ancora, poi si rifece seria.
— Parliamo d’Angela, disse: lo sai, Cosimo, la cara bimba non vuol più stare in collegio, si annoia! e il signor filosofo, suo zio, fa profonde meditazioni sopra questo caso difficile.... È perfino venuto a chiedere consiglio a me, non è vero, professore? Ecco a che cosa conduce la filosofia!
— Sì, disse tranquillamente Silvio, sono venuto a chiedere consiglio.
— A me? interruppe Beatrice, dica di sì per farmi piacere.
— A lei ed a te, ed anche alla contessa Veronica, se la sua malattia mi concede un breve armistizio. Come sta oggi tua madre?
— Pare che stia meglio; ha la lingua più sciolta del solito...
— Allora avrà detto male di me, osservò Silvio con accento scherzoso.
— Tu esageri, si provò a dire il conte, non è vero che mia madre non ti possa soffrire, come ti sei messo in capo... Ci è una mala intelligenza di mezzo.
— I nostri fluidi non si combinano, disse Silvio leggermente.
— Peccato! sospirò Beatrice. La mamma è tanto buona, ed è sempre tanto allegra, tanto forte, anche quando soffre!...
— Ah! sì, è allegra, è forte, confermò il professore, ed è anche buona....
Cosimo interruppe:
— Il consiglio che ti bisogna riguarda Angela?...
— Angela ed un altro....
— Un altro?
— Lui!
Silvio aveva abbassato la voce istintivamente nel pronunziare questa parola, che fu subito intesa.
— Ha scritto? domandò Cosimo, mentre l’amico mostrava l’estremità d’una carta nel pugno chiusa.
Beatrice non rideva più: s’era fatta un po’ pallida ed aveva il respiro breve, nell’ansia d’una curiosità intensa e punto frivola.
— Sediamo! disse con un filo di voce, ma i due amici continuarono a stare ritti innanzi a lei; ed allora essa si alzò, e pose la testina vivace presso al foglio che Silvio aveva spiegato in silenzio.
Il professore lesse con voce pacata, ma sorda:
«Perdonami se disobbedisco; ma non posso più resistere. Sono oramai vecchio e si avvicina l’ora in cui avrò finito di sognare la felicità che mi è negata. Meglio così; il sogno vano non mi contenta e il desiderio mi uccide. Non farò pazzie, fratello mio, ma tu non mi negare l’ultima carità che ti domando: fammi vedere mia figlia. Scrivo a bordo d’una barcaccia di contrabbandieri che porta un bel nome: _Speranza nostra_. Albeggia. Ho dinanzi agli occhi la spiaggia di Castelsardo. Fra un’ora sarò là, colle mie memorie più crudeli, solo. Consegnerò alla posta questa lettera e mi avvierò alla rupe di Muros. Tu sai dove trovarmi e come avvertirmi del tuo arrivo. Di me, non temere; sarò prudente; ma pensa, fratello, che sono lunghe le giornate di chi aspetta il bacio di sua figlia ed è costretto a nascondersi. Affretta, affretta, affretta.»
Sotto queste parole si leggeva un nome — _Giorgio_ — ma Silvio non lo pronunziò, e lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi, chiese con voce soffocata: — Che cosa faccio ora?
— Piglia teco Angela, e parti, rispose il conte Cosimo.
— E la contessa Veronica che cosa dirà?
— Sei nel tuo diritto.
— Le potremo far credere, suggerì la contessina, facendosi rossa rossa, che Angela era un po’ ammalata e che le fu consigliato di mutar clima o di fare un viaggio di mare....
— Bugie innocenti, mormorò il conte Cosimo, bugie generose! Qualche volta ci è del merito a saperle dire con disinvoltura.
— Forse, entrò a dire Silvio, la contessa Veronica non si ricorderà nemmeno di Angela....
— Al contrario, disse Beatrice, ne parla spesso; è da lei che ho saputo tutta la storia dolorosa; voi altri non me ne avreste detto nulla — però mi ha fatto giurare solennemente di non rivelare il segreto. Io non l’ho rivelato a nessuno, perchè lo sanno tutti.
— Fuorchè Angela! sospirò Silvio.
— È vero; ecco l’impiccio; Angela non sa nulla! Proprio nulla?
— Sa che suo padre è lontano, e che non può venire; sa che potrebbe anche esser morto — oramai si è avvezzata a questa idea, e non ne soffre più. E dovremo risvegliare nel suo cuore un sentimento che le è quasi ignoto unicamente per farla poi penare?
Al quesito dolente non vi era risposta.
Non poteva entrare nell’animo di nessuno dei tre neppur l’idea di ribellarsi a quel desiderio d’un padre. La necessità, come aveva già parlato per bocca del conte Cosimo, così parlava ancora nel silenzio; bisognava prendere Angela e partire il più presto possibile.
— Quando? disse Silvio, come interrogando sè stesso.
Allora l’amico gli prese la lettera dalle mani, e la rilesse in silenzio. Beatrice con una specie di curiosità infantile, gli si mise al fianco, e tirando a sè il braccio del marito, e rizzandosi in punta di piedi, cercò anch’essa su quel foglio la risposta.
— Subito, disse Cosimo.
— Forse no, entrò a dire timidamente Beatrice; se il professore ha modo di avvisarlo, si può aspettare qualche giorno ancora. Qui è scritto (e toccava col mignolo le parole della lettera): «Tu sai dove trovarmi e come avvertirmi del tuo arrivo.» Lo avverta che arriverà fra un mese....
Silvio prese in mano la lettera, e vi buttò gli occhi appena, poi disse senza leggere: «pensa, fratello, che sono lunghe le giornate di chi aspetta il bacio di sua figlia ed è costretto a nascondersi....» Qui sta scritto così; lo so a memoria.
— E allora fra quindici giorni, fra una settimana.... Non si può già partire all’improvviso, non sarebbe neppure prudente, consigliò Cosimo. Bisogna avvertire la mamma, preparare la ragazza, trovare qualche bugia innocente per l’una e per l’altra. Non vorrai già dire tutto il vero ad Angela? Ti aiuterò anch’io a cercare l’inganno; l’immaginazione non mi manca.
Dicendo queste parole, il conte Cosimo aveva un accento strano, una leggerezza beffarda.
Il professore stette in pensiero, col capo basso, poi si scosse e disse: «Scriverò.»
— Scriva, suggerì Beatrice, e preso l’amico per la manica dell’abito, lo condusse dinanzi ad uno stipetto, che col calare d’una ribalta si adattava a scrivania.
Aveva sotto gli occhi un piccolo calamaio galante, da cui un amorino malizioso scoccava una freccia di argento in petto a chiunque scrivesse; una penna d’avorio in forma appunto di dardo; della carta da lettere minuscola, con certe iniziali enormi che scendevano fino a piè di pagina.
Silvio sorrise pigliando la penna in mano, sorrise nell’intingerla in quel calamaio che scostò un tantino da sè, tanto per isviare il colpo del piccolo tiratore e ringraziare almeno la contessina con una celia muta, poi scrisse:
«Fratello!
»Fra quindici giorni ti condurrò la tua creatura. Prima sarebbe impossibile, senza destar sospetti. Angela non sa nulla e non saprà nulla, se tu non vuoi. Proverò a dirle che i medici le hanno ordinato di fare un viaggio di mare, ma non mi crederà, perchè è furba e sta benone. Vedrai come s’è fatta bella!
»Io tremo per te; prudenza, fratello mio; se lo puoi fare senza pericolo, scrivimi ancora. Addio per ora. Mi batte il cuore al pensiero di rivederti, dopo tanti anni, e dopo tanto dolore!»
Quand’ebbe finito, si volse e sorprese la contessa Beatrice, che, stando dinanzi al marito, si era rizzata in punta di piedi e gli aveva afferrato la testa colle mani, due manine piccolissime e bianche. Essa voltava le spalle alla scrivania, egli aveva la faccia melanconica abbassata amorosamente verso di lei.
Silvio si arrestò a contemplare quel quadro; le maniche dell’abito della contessa, che usavano corte, erano accorciate ancora dalla positura, e lasciavano vedere quasi interamente due braccia candide e tonde; la contessina aveva il corpicino snello, ma non scarno, tutt’altro; sotto il grosso mazzocchio di capelli biondi, attraverso la peluria ribelle al pettine, si vedeva un grosso neo, messo lì dalla tentazione....
Il signor orso notò tutto questo e cominciò a sorridere, proponendosi di star lì ad aspettare i comodi dell’amico per ridergli poi in faccia, allegramente. Tutto ciò nel primo istante; un momento dopo egli cessava di guardare e si rimetteva al suo scritto. Si affacciarono forse all’anima di quell’uomo invecchiato dai pensieri e dagli studi le larve d’un mondo ignorato, perchè egli ripiegò sbadatamente la lettera, la suggellò, prese la penna per fare la soprascritta e rimase lì senza scriver nulla.
— Ha finito? chiese la voce della contessa Beatrice.
— Ha finito? ribattè Silvio con accento giocondo, senza voltarsi.
Allora il professore scrisse, curvandosi molto sulla carta:
«Al Signor Efisio Pacis — ferma in posta — Sassari.»
La contessina ripeteva sottovoce al marito: «ci ha visti!» e rideva.
IV.
In campo rosso seminato di bisanti d’oro, una croce nera di Sant’Andrea; sullo scudo, un elmo disposto a mezzo profilo, tutto d’argento rabescato, bordato ed ingraticolato di diciasette pezzi d’oro, colla gorgeretta dello stesso metallo, e su quest’elmo, unico cimiero, una penna d’aquila; sopra un listello svolazzante il motto: _semper olet!_
Era questo lo stemma glorioso della nobilissima famiglia De Nardi, che aveva attraversato i secoli serbando intatta la sua gloria primitiva e raccogliendone dell’altra. Quando nel 1326 i Pisani sconfitti dagli Aragonesi abbandonarono l’isola per sempre, si erano già innestati nella famiglia De Nardi i più puri elementi della vecchia nobiltà sarda. I Pisani se ne andarono, ma i De Nardi rimasero. Ne troviamo uno — Cosimo De Nardi — delegato dal giudice di Arborea agli _stamenti_ che si tennero in Alghero dal re Pietro d’Aragona per pacificare i vassalli tumultuanti; e uno ne troviamo segretario intimo di quel Guglielmo di Narbona che si sottomise alla corona aragonese. Fra quello degli _stamenti_ e questo della sottomissione, ve ne sarebbe dovuto essere almeno un altro, più fortunato ancora, vissuto al fianco della grande Eleonora, — ma l’albero della famiglia De Nardi in quel tempo glorioso intristì, e non produsse che un Martino De Nardi, sospetto di aver voluto far parte coi repubblicani, contro la savia giudicessa.
Poi l’antico seme dell’albero gigantesco si prese la rivincita con una serie di De Nardi uno più meraviglioso dell’altro.
Un Imperio De Nardi nel 1535 si trovò alla conquista di Tunisi con Carlo V, e un Mattia De Nardi fu giudice della Corte Criminale fondata da Filippo IV; a quel tempo la famiglia De Nardi si era già riconciliata colla Spagna e le rimase fedele, attraverso le generazioni, fino al trattato di Utrecht, che dava la Sardegna all’Austria. Allora il più disgraziato dei De Nardi, per non offrirsi vittima alle persecuzioni succedute alla guerra civile, se ne andò in Ispagna, d’onde ritornava glorioso nella spedizione navale del cardinale Alberoni; ma mettendo il piede nella sua terra riconquistata, cadde ai primi colpi.
Ci furono dei De Nardi assolutamente infelici; i quali patirono la confisca dei beni, quando l’Austria riebbe la Sardegna in forza del trattato di Londra; e ce ne fu uno, il vescovo Giaime De Nardi, il quale ottenne da Vittorio Amedeo II il bene intenzionato, la restituzione dei beni alla famiglia e il riconoscimento dei diritti feudali.
I De Nardi non tralignarono più; e per tutto un secolo noi ne vediamo qualcuno del ramo laterale giudice della reale udienza, professore o monsignore; ma il capo della famiglia, il conte glorioso, non lasciò più una sua casa di Ploaghe, onorandola del nome di palazzo e della propria presenza.
L’ultimo De Nardi, padre della contessa Veronica, portò degnamente per 70 anni la gloria d’essere il rampollo autentico d’una grande famiglia, il dolore di essere il rampollo ultimo; e visse, per colpa dei tempi volgari, in guerra col cinghiale, col cervo, colla grammatica e coll’ortografia.
Sì, perchè il conte Gavino De Nardi era ignorante come un bue, ma non se ne vergognava perchè era superbo e vano come un eroe d’Omero. Quand’egli, circondato da’ suoi cortigiani, mandava in giro la vecchia malvasia e la vecchia arguzia, tutto il coro sentenziava che erano squisite entrambe. Al quarto bicchiere di malvasia, alternato coll’_almadras_ e colla _vernaccia_, il conte De Nardi era intimamente persuaso di valere assai più di certi dottoruzzi dei tempi novissimi. E quando, dopo aver vantato prodezze ed accortezze ad un pubblico sonnolento, si alzava barcollando per mettere gentilmente alla porta i proprii ammiratori, se gli veniva fra le mani la gazzetta che si faceva mandare dal continente, gli bastava leggere sulla fascia: _All’Illmo signor conte Gavino De Nardi_ per provare una segreta compiacenza, una contentezza di sè, ignota agli uomini volgari. Egli non leggeva quasi mai altro, nella sua gazzetta; quel foglio di carta stampata attraversava il mare ogni settimana per venire come un postulante in casa del magnifico conte De Nardi, che non gli dava retta. In questo modo di trattare la stampa, il vecchio metteva una certa vanagloria, di cui sarebbe stato imbarazzatissimo a dichiarare la natura, dove avesse mai avuto l’ingenuità di perdere il tempo nel ricercare l’origine e la composizione dei proprii sentimenti. «Questa è roba per lor signori, diceva un bel giorno al curato ed al giudice di mandamento, spingendo sulla tavola un fascio di gazzette intatte; se le spartiscano da buoni fratelli.» Gli altri ridevano, ma il magnifico conte Gavino De Nardi rimaneva serio per non guastare il sapore della celia.
Bei momenti quelli! e in sostanza i soli in cui trovasse un po’ di conforto l’ultimo rampollo di un albero genealogico, che aveva sfidato i secoli, e che doveva inevitabilmente cadere. La faccetta tonda e vivace della sua figliuola Veronica, il visino soave e patito della piccola Mimmia gli sorridevano inutilmente. Egli aveva pensato perfino ad un secondo matrimonio; sebbene avesse fatto il primo a quarantacinque anni e fosse rimasto vedovo a sessanta, anzi per questo appunto, dopo alcuni bicchieri di vernaccia saviamente alternati, come si è detto, coll’almadras e colla malvasia, si sentiva capace ancora di grandi cose. Ma la difficoltà di trovare una sposa giovine e di antica nobiltà, la quale fosse disposta a tentare con lui la impresa malsicura di far nascere un rampollo maschio ai piedi della vecchia pianta, questa e parecchie altre difficoltà, non confessate ma intravedute a digiuno, lo avevano serbato fedele alla memoria della sua defunta compagna.
Un giorno la contessina Veronica, il senno in persona, era venuta a dire al babbo che pensasse a darle marito.
— È vero, aveva risposto il conte, guardando sua figlia, è vero, tu hai diciannove anni — («Diciannove e mezzo,» aveva corretto la contessina) — è vero, non ci avevo mai pensato.
La contessina, arrossendo modestamente, aveva lasciato intendere d’averci pensato lei. Allora il magnifico conte aveva sentito ad un tratto il grave pericolo che lo minacciava, ma sua figlia lo ebbe rassicurato prontamente.
Non aveva fatto altro la poverina che mandare uno sguardo in giro, e pigliare informazioni e note. Di quanti nobili erano capitati a Ploaghe essa conosceva l’origine, i fasti, le ricchezze; e a conti fatti, il solo che le potesse convenire interamente era, — Chi era? aveva chiesto il conte De Nardi trattenendo il fiato — era il conte Rodriguez di Florinas.
Allora il vecchio padre tirando il fiato lungo, aveva detto:
— Il conte Rodriguez è di vecchia nobiltà...
— Vecchia quanto la nostra, aveva risposto la savia fanciulla; ci furono dei Rodriguez in tutte le crociate; lo scudo dei Rodriguez porta un’aquila in campo azzurro, e tre bisanti d’argento; l’elmo è di mezzo profilo, come il nostro, tutto d’argento rabescato, come il nostro, ingraticolato di diciasette...
A questo punto Gavino De Nardi non aveva potuto vincere i sentimenti paterni e stringendosi al petto la testina tonda di sua figlia, aveva esclamato: tu sei il mio orgoglio, tu sarai contessa Rodriguez!
Del conte Rodriguez non si erano occupati nè l’uno nè l’altra, tanto si tenevano sicuri di pigliarlo quando volessero. Infatti era notorio che quell’avanzo di tutte le crociate pativa il martirio dei creditori, ed aveva tante ipoteche sul suo feudo, che era presso a poco come se non avesse feudo, s’intende agli occhi della gente plebea. In oltre non era più molto giovine; aveva quarant’anni sonati, e non era mai stato bello.
Se non era il senno esemplare della contessina Veronica, il conte Rodriguez sarebbe morto celibe ed indebitato. Breve; si fecero i negoziati, l’alleanza fra il crociato di Florinas e quello di Ploaghe fu conchiusa, e la contessina Veronica divenne contessa Rodriguez.
Fu un bel giorno nella vita del conte De Nardi. Giorno bello, ma fuggevole. Quando suo genero se ne fu andato da Ploaghe a Milano, portandosi via la sposa e la dote, il padre abbandonato si guardò intorno cercando qualche cosa che lo compensasse di quanto perdeva, e non trovò che il visino lagrimoso di Mimmia, un visino di Madonna, con certi occhioni in cui non luceva mai lampo d’orgoglio, con una bocca troppo dolce ed un sorriso troppo buono — un angelo borghese.
Su quella fronte bianca nemmeno l’ombra del lucido senno di Veronica.
Il vecchio De Nardi comprese tutto ciò in una sola occhiata indagatrice — ma non vide il resto.
Ohimè! il resto era già l’amore!
Sì, la piccola Mimmia, a sedici anni non compiti, era innamorata. Tutte le notti, mentre suo padre si copriva della gloria degli avi al cospetto del giudice e del farmacista, essa se ne veniva sul balcone ad interrogare l’avvenire. E l’avvenire le parlava nel buio, dal ciglio d’un muricciuolo, per bocca di Gaspare Boni, giovinetto ventenne, che non aveva due goccie di sangue di crociati nelle vene, ma faceva ogni sera molta strada a piedi per dire a Mimmia che l’amava più della vita.
Quando il conte De Nardi seppe il disastro di cui era minacciata la sua casa, fu pronto a deliberare. Le porte del convento di Santa Elisabetta in Sassari si aprirono per ricevere una novizia, e fu Mimmia.
La timida fanciulla entrando nel convento non pianse; al contrario, alzò gli occhi sereni al cielo, in un certo modo rassegnato, in cui le superiore non seppero leggere altro che una rinunzia alle vanità del mondo. Ma la notte, quando la novizia andò in coro ed affacciò il viso alla grata di legno, spingendo lo sguardo nel buio della chiesa, rotto dalla lampada dell’altare maggiore, essa interrogò ancora l’avvenire, come già sul balcone della propria casa feudale. Alle funzioni religiose Mimmia cantava, e la sua voce limpida, mentre si innalzava al cielo invocando l’ostia della salvezza, scendeva pure in chiesa a ricercare fra le navate un’eco del mondo che la chiamava.
Una notte, quando la chiesa fu piena d’ombra e di silenzio, qualche cosa, che ai riflessi rossigni della lampada lontana pareva un ragno attaccato al suo filo, fece un’audace ascensione fino al coro delle monache; e un’altra notte scese e risalì. Quella cosa, che non era un ragno, sebbene fosse un’insidia del mondo, portava nel cuore di Mimmia e di Gaspare una felicità sacrilega. E dal più vicino altare un santo alzava la mano a benedire.
Vennero i giorni pasquali; le monache di Santa Elisabetta furono occupatissime a preparare colle loro mani i pasticcini di mandorle, che forse non a caso furono chiamati _sospiri_. A questa manipolazione importante pigliavano parte tutte le suore; le più abili davano lezione alle inesperte, e la notte della grande infornata, una pallida gioia accendeva tutti quei volti scoloriti dalla clausura. Mimmia volle vedere ogni cosa, venne anch’essa dinanzi alla gran bocca del forno, e si affacciò a guardarvi dentro ridendo e battendo le mani, poi finse d’andare nella sua cella, ma entrò invece nello stanzino della portinaia, prese una chiave e scese le scale al buio.
Il cuore non le batteva più; e quando fu dinanzi alla porta del piccolo giardino, per poco Mimmia non cadde — ma le fanciulle timide pigliano a volte un gran coraggio nella stessa paura; Mimmia trovò la toppa ed aprì.
Eccola in giardino, fra le braccia di Gaspare. Un’altra porticina che metteva sulla strada era socchiusa; Mimmia allora sciolse la veste d’educanda che lasciò sulla soglia di quel luogo profanato, ed apparve agli occhi dell’amante in una succinta veste di fanciulla. Uscirono. L’aria della libertà e dell’amore diede il capogiro a Mimmia, ch’ebbe bisogno d’essere sorretta da Gaspare; ma fu una debolezza passeggiera.
— Dove andiamo? — disse.
— A sposarci prima, poi a casa di mia zia, che ti accoglierà come sua figlia.
I due fidanzati attraversarono frettolosi la città addormentata, vennero a picchiare ad una casa modesta.
Fu aperto da prete Serafino in persona.
— Dio grande! — esclamò il prete con uno stupore eccessivo.
— «Questa è la mia sposa davanti a Dio» — disse Gaspare.
— «Questo è il mio sposo davanti a Dio» — disse Mimmia.
Prete Serafino si tappava le orecchie, ma Gaspare gli fece osservare che era inutile, perchè aveva udito benissimo e non poteva più negare la benedizione.
— Io vi benedico in nome del Padre — disse allora solennemente prete Serafino; — io vi benedico in nome del Figliuolo; io vi benedico in nome dello Spirito Santo. Ma badate, ragazzi — soggiunse cambiando tono — che mi avete preso a tradimento; intendiamoci, non mi fate avere dei grattacapi col vescovo.
Così Mimmia e Gaspare furono marito e moglie a dispetto dei crociati e del convento.
Sebbene a quel tempo _i matrimoni colla fuga_ fossero frequenti in tutta l’isola, questo di Mimmia fece chiasso per le circostanze che lo accompagnavano. Il vecchio conte De Nardi empì la casa feudale d’invettive, tempestò la curia vescovile di querele, ma tutto inutilmente.
Mimmia era divenuta una borghesuccia. E allora il vecchio conte fece testamento. Diseredò la figlia degenere e raggiunse gli antenati in un mondo migliore.
Mimmia era la nonna di Angela, di quella piccina che si annoiava in collegio e della quale la contessa Veronica, che era il senno in persona, non aveva mai parlato senza crollare il capo.
Più d’una volta anzi aveva aggiunto una frasetta sibillina a quella mimica di mal’augurio; e la frasetta, come la mimica, diceva press’a poco che Angela un giorno o l’altro avrebbe fatto la sua corbelleria, perchè aveva nelle vene il sangue della nonna buon’anima, quello della madre che non valeva molto più, e per sua maggior disgrazia anche quello di suo padre, che valeva meno di nulla.
La madre di Angela, l’unico frutto delle nozze celebrate da prete Serafino, era stata dotata di una di quelle bellezze che mozzano il respiro alla gente. Buona ragazza del resto, essa appena appena sapeva di esser bella; si chiamava Bebbia. Si era lasciata amare da tutti i giovinotti senza preferirne alcuno, e si era lasciata promettere in moglie per l’appunto a quello che le piaceva meno. Il fidanzato però era nobile, e alla buona Mimmia, che per unirsi al suo Gaspare aveva sceso tutta la scala dell’araldica, non ispiaceva di farne risalire qualche gradino a sua figlia, mettendola al braccio del cavalier Maurizio.
Ma intervenne l’amore, che era sempre rimasto in disparte in tutto questo negozio, ed intervenne proprio all’ultim’ora, quando i preparativi delle nozze erano fatti e le nozze imminenti. Un brutto giorno il cavalier Maurizio in persona fu testimonio dell’estasi che colpì un certo signor Giorgio vedendo la bellissima Bebbia, e del turbamento e del pallore che resero Bebbia ancora più leggiadra. Quel signor Giorgio era plebeo, ma bello, più bello del cavalier Maurizio, che non era bello niente affatto; in compenso il cavalier Maurizio era impertinente e s’immaginò di dare una lezione a Giorgio; vi riuscì male; apparve chiaro a tutti, e prima che ad ogni altro a Bebbia, che non solo Giorgio era un bel giovinotto, ma aveva spirito e cuore. E quindici giorni dopo, Bebbia, per sottrarsi al cavalier Maurizio che ormai la minacciava da vicino, se ne fuggì con Giorgio e divenne sua sposa al cospetto di Dio e dello stesso prete Serafino, che aveva unito in matrimonio suo padre e sua madre.
Questa volta la storiella fu gaia, ma non per il cavalier Maurizio e per il suo parentado; tutta Sassari ne parlò allegramente, e prete Serafino, oramai vecchio, ne empì le orecchie della gente sfidando senza paura i fulmini della curia vescovile. Giorgio condusse la sposa conquistata a Castelsardo, e visse colà solitario, nella casa dei suoi padri, in compagnia di un fratello minore, Silvio. Ma un giorno Gaspare si ammalò gravemente e volle vedere la figlia prima di morire. Da Castelsardo a Sassari, per un buon tratto di via, tutta una carovana di amici e di servi a cavallo accompagnò la bellissima Bebbia; poi i due sposi proseguirono soli con l’unica compagnia d’un vecchio pastore soprannominato _Su mazzone_[1], che aveva lo schioppo lungo e la vista lunga.
A Bebbia, sebbene sempre innamorata del marito, non piaceva viaggiare standogli in groppa e stringendoselo al petto; essa preferiva cavalcare liberamente il suo bel baio, il quale la conosceva e voltava la testa a guardare la mano bianca che gli lisciava la criniera.
Nulla si seppe mai di quel viaggio; solo quando Bebbia giunse alla casa paterna e vi trovò suo padre morto e la madre in lagrime, fu notato che essa tremava per tutta la persona, ma non pianse. Suo marito e _Su Mazzone_ lasciarono Sassari frettolosamente con un pretesto che non accontentò nessuno, e il giorno dopo, in un campo aperto sulla strada di Castelsardo, fu trovato il cadavere del cavalier Maurizio; una palla gli era penetrata in bocca spezzandogli i denti; un’altra palla gli aveva passato il cuore.
Il parentado del cavalier Maurizio accusò ad alta voce Giorgio, e la voce pubblica si unì sordamente ad accusarlo, dandogli un complice, _Su Mazzone_.
Due giorni dopo _la giustizia_ con una buona scorta di cavalleggieri entrava in Castelsardo come a dar battaglia, e veniva a schierarsi dinanzi alla casa di Giorgio, al cospetto di tutta la popolazione sbigottita. La porta era chiusa, ma al primo colpo del martello, si aprì. Apparve un giovinetto poco più che ventenne, Silvio; egli era pallidissimo, perchè la tremenda notizia era giunta fino a lui; ma quando fu interrogato, non seppe o non volle dir nulla, se non questo: suo fratello era partito colla sposa, e non si era più visto. I servi confermarono le parole del giovine; la giustizia volle guardare sotto i letti, nel granaio e nella cantina, fece _processo verbale_ e se n’andò solennemente com’era venuta.
La scomparsa di Giorgio aggravava l’accusa, la quale, sostenuta vigorosamente in contumacia dal rappresentante della legge, produsse una magnifica sentenza capitale, che per parecchi giorni fu letta con avidità su tutte le cantonate di Sassari e di Castelsardo.
Dov’era intanto Giorgio? Si diceva che avesse lasciato l’isola di notte, sopra una barca di contrabbandieri, salpando dalla spiaggia di Castelsardo. Era stata una fuga ardita e difficile; durante un uragano, si diceva, oppure in una notte di bonaccia, ma senza luna; — Giorgio aveva acceso un fuoco sulla costa, od aveva sparato due schioppettate al vento, per dare il segnale ai contrabbandieri; la barcaccia si era accostata, l’omicida aveva però dovuto fare un tratto a nuoto fra gli scogli, ed era andato.... dove? a Tunisi, oppure sopra un’isoletta del Mediterraneo a vivere di rimorsi e di digiuni.
La sostanza di tutte le ciance è che Giorgio, scomparso veramente, non aveva più dato notizie di sè, almeno alla _giustizia_. Forse la giovine moglie abbandonata ne sapeva qualche cosa, ma essa non parlava più dopo la sciagura che l’aveva colpita, e molti credevano che il terrore le avesse veramente tolto la favella. La poverina pagava cara la sua scappatella, era questa l’opinione di tutti; già, di matrimoni colla fuga non ne riesce mai bene uno; è la morale pubblica che lo insegna. Sì, la bellissima Bebbia pagava caro, fin troppo, perch’era stata buona colla gente e si trovava alla vigilia di diventar madre. Se non parlava più di sua volontà, faceva bene; che cosa mai avrebbe potuto dire la disgraziata? Quando la gran mano che ci sta sopra, ci cade addosso e ci schiaccia, è meglio star zitti....
Così diceva la gente con cui Bebbia era sempre stata buona. Dell’altra gente, a cui la poverina non aveva fatto nè bene nè male, sentenziava: «Aveva gli occhi troppo belli, e si è sempre visto che gli occhi troppo belli sono fatti per piangere o per far piangere; povera la creatura che nascerà da lei! povera la mamma che l’ha fatta!»
Ah! sì, Mimmia era veramente da compiangere; era stata punita dove aveva peccato, perchè si sa anche questo, che le colpe dei genitori sono espiate dai figli. Mimmia, non più giovane, ma bella ancora, circondata dal cattivo mondo, in cui il suo Gaspare l’aveva lasciata sola; Mimmia, che aveva visto nella fuga della figliuola la propria condanna, ora, nella orribile sventura che la colpiva, intravide l’espiazione. E fu forte la povera Mimmia; nell’asciugare le lagrime di sua figlia, essa spese tesori di tenerezza materna. Accusando sè stessa del dolore della sua Bebbia, le aveva chiesto perdono umilmente ed era andata nella chiesa, già profanata coll’amor suo, per pregare santa Elisabetta di accontentarsi delle pene che erano entrate nella sua casa e di non far soffrire anche il nascituro di Bebbia.
Poi indusse il fratello del suo disgraziato genero a lasciare Castelsardo e venirsene a Sassari, per curare la faccende comuni, e chiuse la porta della propria casa al mondo.
Bebbia morì, sorridendo ad una creaturina innocente, che si chiamò Angela. Le donne che vegliavano il cadavere della povera madre, narrarono d’aver visto penetrare di notte nella stanza mortuaria un uomo alto, colla barba nera e folta che gli scendeva sul petto, i capelli lunghi ricadenti sulle spalle, e nello sguardo una gran luce, velata da un gran dolore. Quell’uomo, o quel fantasma, aveva imposto silenzio a tutti, senza dir nulla, si era accostato al cadavere di Bebbia, le aveva scoperto il volto per guardarla lungamente, poi era caduto in ginocchio ed aveva pianto come un fanciullo. A quel segnale tutti avevano incominciato a piangere, senza eccettuare la neonata, che gemeva nella vicina stanza, perchè non aveva il latte di sua madre.
Quell’uomo era scomparso nella medesima notte; e due giorni dopo la _giustizia_ aveva mandato a fare una perquisizione nella casa della sventura. Mimmia, dopo aver chiuso i grand’occhi della sua morta e messole un crocifisso fra le mani, l’aveva vista andare al camposanto, senza piangere; poi si era presa in braccio la piccola Angela e le aveva detto mestamente: «la nonna vorrebbe vivere per te, bimba cara, ma non può.» Visse nondimeno parecchi anni ancora co’ suoi morti e con Angela, e prima che il dolore finisse di ucciderla, si fece promettere da Silvio, che egli sarebbe stato per la bambina come un padre.
Rimasto solo colla nipotina, Silvio si sentì imbarazzato della promessa fatta, e pensò di andare a Milano, per affidare l’educazione di Angela ad un buon collegio di fanciulle. Non a caso egli aveva scelto Milano; in questa città viveva la savia contessa Veronica, confortata nella vedovanza dallo splendore de’ suoi antenati, dalla pace della sua coscienza e da un figlio, il quale si era unito in matrimonio ad una signorina del più puro sangue lombardo.
Silvio immaginava che la sorella di Mimmia si sarebbe intenerita alla vista di quell’ultima gemma di un ramo fulminato, tanto più che Angela era bella come il suo nome, bianca e sorridente come l’innocenza.
Ma anche in questa congiuntura la contessa Veronica non ismentì il vecchio senno; essa accolse Silvio con molta indulgenza, sebbene fosse fratello d’un bandito, che aveva fatta la rovina di Bebbia; non disse, ma pensò e lo lasciò intendere, che Bebbia si sarebbe perduta ad ogni modo, perchè le era entrato nel sangue il sacrilegio di sua madre, disse invece che bisogna essere umili nel mondo e perdonare le diavolerie commesse dagli altri, pensando che il demonio poteva farle commettere a noi stessi.
A quest’ultima frase Silvio perdette la flemma e ricordò alla savia contessa che Mimmia e Bebbia erano morte entrambe. Osservazione imprudente che la savia Veronica ribattè con pacatezza, sentenziando che l’indulgenza è utile solo coi vivi, perchè i morti non ne hanno bisogno. Che cosa avrebbe potuto rispondere Silvio? Fortunatamente Cosimo e Beatrice gli vennero in aiuto pigliandogli di mano la piccola Angela e coprendola di baci e di domande.
Allora la contessa Veronica lanciò al fratello del bandito un ultimo sguardo severo, si rivolse anche lei ad Angela e si degnò di farle un interrogatorio.
— Come ti chiami? le disse.
La fanciulla si voltò appena per rispondere frettolosamente: Angela! e immaginò d’essersi sbarazzata della seccatura.
— Quanti anni hai? insistè la contessa chinando il capo per guardare di sotto in su con un’occhiata scrutatrice.
— Sette.
— Dicono che questa è l’età del giudizio! sospirò la contessa Veronica.
— Lo dicono, confermò Silvio con un po’ di sarcasmo.
— Angela, proseguì la contessa senza badare al giovane; avvicinati; metti le tue mani nelle mie, e lascia che io ti guardi bene in faccia.
La piccina stentò ad adattarsi a quella positura incomoda; avrebbe preferito lasciarsi accarezzare da quella signora giovane, che rideva con tanto abbandono o da quel signore che aveva gli occhi tanto dolci, guardandola.
— Aspetta, disse alla signora giovine, mentre porgeva le mani alla vecchia, non te ne andare.
— Hai gli occhi di tua nonna, sentenziò gravemente la contessa Veronica.
Qualcuno sospirò in maniera d’essere udito, Silvio forse, ma la contessa Veronica non si degnò d’avvedersene.
— Chi può sapere che cosa celi tu in questa testina bionda? proseguì la donna savia; oggi i tuoi occhi sono sereni, il tuo sorriso è dolce, ma domani forse...
— Domani andrò in collegio, disse Angela.
— Domani andrà in collegio, ripetè Silvio.
Allora la contessa Veronica si rassegnò a baciare in fronte la fanciulla, e l’interrogatorio finì.
Quando Angela se ne fu andata, la contessa si affrettò a sospirare al cospetto di sua nuora, dichiarando che le era sembrato di vedere nella faccia della fanciulla qualche cosa di strano, come chi dicesse lo embrione di una corbelleria che doveva commettere più tardi.
Non si dichiarò neppure molto contenta di Silvio; prima di tutto egli era troppo grave per la sua età, — l’esperienza le aveva insegnato che la gravità anticipata va a male nell’età matura, — e poi aveva un sorriso corbellatorio, e poi... insomma non le piaceva. Basta, si consolava pensando che nel mondo ci è posto per tutti... non è così?
Beatrice, per non dire nè sì nè no, quella volta rise; in seguito, divenuta amica di Silvio e amicona di Angela, non rise più — e allora la contessa Veronica fece il sagrifizio di tenere celati i suoi cattivi presentimenti; non così però che non ne trapelasse ogni tanto qualche cosa; ma si sa bene, la verità è come il fumo, si fa strada da sè, ed è impossibile nasconderla.
Dal giorno in cui Angela aveva fatto la prima visita alla sorella di sua nonna erano passati cinque anni. In questo tempo la contessa Veronica aveva continuato a sostenere in Milano il decoro delle due casate Rodriguez e De Nardi, spendendo nella difficile impresa un po’ più delle sue rendite, e non risparmiando il suo grosso capitale di prudenti aforismi e di savie sentenze.
Silvio, per far qualche cosa, aveva studiato l’agronomia.
Angela aveva studiato il francese, il pianoforte e meno spontaneamente l’aritmetica.
La contessina Beatrice, docile ai voleri di sua suocera, aveva portato nelle feste milanesi gli strascichi più lunghi, le più belle spalle ed il sorriso più spensierato.
E in tutto questo tempo, Giorgio, non aveva dato segno di vita. _Su Mazzone_, il quale dopo l’_affare_ si era dato alla campagna sfidando col suo lungo schioppo tutta quanta la civiltà, era stato preso dieci volte — ma la notizia era stata smentita dieci volte. _Su Mazzone_ era da per tutto, fuorchè in carcere; dicevano che avesse un sottile veleno nascosto nell’unghia del mignolo della mano mancina, e che, ridotto agli estremi, per non cadere vivo nelle mani della giustizia, gli sarebbe bastato succhiarsi il dito — ma persone meglio informate sostenevano che portasse invece una pistola corta, sempre carica e sempre pronta, appesa al collo per il grilletto, colla bocca in su; un giorno o l’altro, bruciata tutta la polvere della sua fiaschetta e stesi al suolo moltissimi cavalleggieri, gli basterebbe incrociare le braccia sul petto, e rialzare il capo bruscamente per presentarsi, carico d’un nuovo delitto, al tribunale celeste.
V.
Era stata un’impresa difficile condurre a termine il testamento della contessa Rodriguez-De Nardi, ma il notaio Parolini vi aveva messo tanta grazia verbosa, e il suo egregio collega tanta docilità muta, che il negozio era finalmente riuscito. La contessa Veronica aveva potuto scrivere il proprio nome colla mano mancina, dopo di che aveva dichiarato «che ora poteva morire,» melanconia subito smentita dal notaio Parolini, dalla contessina Beatrice e da un sorriso della medesima inferma, che tutti e tre insieme avevano detto: «ora può vivere.»
Per incominciare, la nobil donna provò a farsi venire in mente una di quelle sue bizzarre idee di persona sana, che già avevano variato piacevolmente la noia d’una carriera mortale tutta percorsa nei sentieri delle virtù cardinali e teologali.
— Bambina mia, disse a sua nuora, mi pare che se facessi venire un paio di concertisti che mi sonassero tutta la mia vecchia musica, guarirei più presto; tu che ne dici?
La contessina stette un po’ a riflettere, e fece notare timidamente che forse le darebbe noia aver due concertisti nella camera; piuttosto, se voleva, farebbe spingere il suo Erard nella camera e si proverebbe lei a sonare la vecchia musica.
La contessa Veronica non disse nè sì nè no, e quel giorno stesso il disgraziato Cilecca, essendo venuto con un cattivo pretesto per visitare la sua roba, fu colto da un comico terrore quando notò la scomparsa del pianoforte a coda dalla gran sala.
Il minuetto di Boccherini e la marcia turca di Mozart non produssero l’effetto che l’ammalata sperava, e lo confessò essa stessa svegliandosi, mentre la contessina Beatrice, credendo che avesse chiuso gli occhi per crescere il godimento, sonava ancora.
— Non è la musica che mi bisogna, disse l’ammalata, ho sbagliato; siamo tutti soggetti all’errore, bimba mia; sì, l’uomo è una creatura soggetta all’errore.
— Come la donna, aggiunse Beatrice ridendo, nel chiudere il pianoforte.
— Ma che cosa mai mi piacerebbe? Lo sai tu, fringuellino mio, che cosa mi piacerebbe?
Beatrice non lo sapeva. Ma la suocera, pensandoci molto, trovò che forse una fetta d’ananasso e un bicchiere di vino del Reno, — non era sicura, ma forse... sì, forse, una fetta d’ananasso e un bicchiere di vino del Reno...
Le fu portata prontamente ogni cosa; invano; l’uomo e la donna sono due fragili creature soggette all’errore, e la contessa Veronica aveva sbagliato ancora.
Il conte Cosimo, durante queste scenette che si rinnovavano con poche varianti ogni giorno, entrava più volte nella camera, si avvicinava al letto di sua madre, costringendo il proprio sguardo a splendere e le proprie labbra a sorridere; ma aveva le mosse a scatti, la parola breve e rauca, e nella faccia pallida un misto di bontà inquieta, di irresoluzione e di disgusto.
Per fortuna sua madre da molto tempo non si occupava che di sè stessa, e sua moglie girava la testina leggiadra colla spensieratezza d’un fringuello, come se avesse la missione di passare sulla terra senza riconoscere il dolore.
Il povero conte era dunque lasciato solo a portare il peso di un segreto, che l’opprimeva! Solo no; se Ambrogio da un anno camminava più curvo, era perchè molto gli pesava la confidenza avuta, e molto tutto ciò che egli era venuto indovinando man mano cogli occhi dell’affetto. Vi era di peggio: il buio, in cui il povero vecchio doveva camminare tentoni, sapeva Dio fino a quando; perchè quel cuor d’oro, quell’anima bella, quell’uomo generoso, il conte Cosimo, in una parola, aveva avuto il torto di mettere il vecchio al cospetto d’una rovina e di lasciarlo solo a frugare nei rottami. Ambrogio aveva frugato molto; ma molto gli rimaneva da frugare, e in sostanza non sapeva ancora dare un nome al disastro.
Era il fallimento, collo strascico vergognoso de’ debiti non pagati, od era semplicemente la povertà? Chi sa! forse nè l’uno nè l’altro; un’agiatezza modesta forse, una vita borghese, che renderebbe infelicissima la contessa Veronica, ma non già il conte Cosimo. Quell’uomo aveva la fibra capace di sopportare il dolore, Ambrogio ne era sicuro — ma come lo sopporterebbe la contessa Beatrice? Alla fragile donnina rimarrebbe, è vero, la sua dote, ma ahi! la sua dote non era gran cosa; anche gli antenati di Beatrice nel giro dei secoli si erano coperti di gloria e spogliati quasi interamente del resto; negli ultimi tempi, per oscurare una borghesia sfacciata, avevano speso anche essi un po’ più delle loro rendite; nondimeno Beatrice, andando a nozze, aveva ancora portato la dote; molte amiche sue, discendenti dagli eroi di Terra Santa, non potevano vantare altrettanto.
Ma era poi integra la dote della contessa Beatrice?
Ambrogio, a forza d’interrogare nel buio, si trovava preparato a tutto. Ma intanto, quando il signor Cilecca veniva ad informarsi della salute della contessa Veronica, il vecchio non gustava neppure il sapore della malignità rispondendogli che si notava nell’inferma un leggiero miglioramento, che la paralisi progressiva sembrava essersi arrestata e che il medico non disperava di salvarla.
Il disgraziato Cilecca gemeva, lasciandosi cadere nelle mani l’occhialetto, e Ambrogio pensava che quello strozzino non era un ipocrita, che egli gemeva apertamente, alla luce del sole, mentre lui, il generoso Ambrogio, quando si lasciava sfuggire un sospiro, era costretto a lasciarlo andare solo, perchè non sapeva bene dove lo avrebbe menato. La coscienza turbata non gli faceva ancora dei rimproveri aperti; ma era quasi peggio, perchè così egli continuava forse il proprio peccato senza potersi nè discolpare nè pentire.
E qual’era il suo peccato? Più volte aveva creduto di indovinarlo, rannicchiato nel proprio cuore come un codardo, ma non lo vide bene, nella sua mostruosità orrenda, se non una mattina che la contessa Veronica, sentendosi un po’ meglio, aveva annunziato dal suo letto che era guarita e che il giorno anniversario della sua nascita, il fausto 15 aprile, avrebbe dato una festa da sbalordire tutta Milano — Sta allegro Ambrogio! E Ambrogio si era provato, aveva sorriso, aveva riso, l’ipocrita, aveva detto anche qualche parolina incoraggiante, mentre nel fondo nero del cuore, il suo peccato gli si mostrava tutto, ed egli lo guardava senza ribrezzo. E qual’era il suo peccato? Era un desiderio, ma un desiderio robusto, impaziente, feroce che la contessa Veronica si decidesse a togliere l’incomodo a’ suoi cari e se ne andasse ad un mondo migliore, su cui non gravano le ipoteche.
Invano Ambrogio ricordò che da vent’anni la contessa Veronica gli aveva consegnato le chiavi della casa, che era stata con lui generosa, che anche quando la salute florida le permetteva e il temperamento le consigliava di dar largamente della bestia alla gente plebea, con lui non ne aveva abusato. Tutte queste riflessioni servivano a rendere Ambrogio più docile ai capricci dell’inferma, più maligno col Cilecca, più scontento di sè, ma a nient’altro; ed egli era press’a poco sicuro che quando l’anima della contessa Veronica fosse tornata al Creatore, il proprio peccato uscendogli finalmente dal cuore, avrebbe gridato: _Deo gratias!_
I giorni passavano, e Ambrogio che veniva interrogando ad ogni ora la faccia del conte Cosimo, vi leggeva cose nere, miserabili cose. Non giungeva più corriere che non portasse a quel povero rampollo dei crociati una lettera di qualche creditore indiscreto, che domandava villanamente d’esser pagato; e una volta la domanda fu presentata in carta bollata da un piccolo usciere, il quale sul pianerottolo della scala, a dodici metri di distanza dal suolo sottostante e alla presenza di Ambrogio, si era nondimeno sentito così sicuro e così forte in nome della legge, da chiedere la penna e il calamaio per riempire una lacuna lasciata nello scritto.
Ambrogio afferrò la carta bollata con una mano, spinse coll’altra l’usciere, stando nei limiti della legalità, e se ne andò nella propria camera per aver tempo a riflettere sul caso nuovo. Non si trattava che di tre mila lire, e Ambrogio, guardandosi intorno come chi sta per commettere una cattiva azione, aprì un cassetto dove celava al mondo i propri risparmi.
Era ricco Ambrogio. Aveva un libriccino verde della Cassa di Risparmio, in cui era scritta una somma tonda, che rappresentava per lui l’avvenire. Quale avvenire? Non lo aveva mai chiesto a sè medesimo, e pure quel gruzzolo gli era caro. Quante volte aveva aperto il suo libretto verde! Lo aprì ancora e gli si spianarono tutte le rughe della fronte, perchè la somma tonda non si era cancellata. Quanto era ricco Ambrogio! E di quanta pietà non si sentiva preso confrontando la propria floridezza colla rovina di quella casa, che gli aveva dato il pane per tanti anni!
Ambrogio non aveva parenti prossimi; nei suoi testamenti, perchè egli ne aveva fatti parecchi col pensiero, destinava tutte le proprie ricchezze a rizzare un campanile, che si alzasse nella piazza del suo paesello come il gran dito della parrocchia, ad accennare il cielo; oppure all’aggiunta di alcuni letti nell’ospedale provinciale, perchè vi potessero andare a morire i suoi vecchi compaesani poveri; oppure a fare la fortuna d’una trovatella ch’egli andrebbe ad arricchire appena nata; o infine a dar la dote ad una bellissima bambina di sei anni che egli aveva visto un giorno far la rana nella strada fangosa, sopra un cencio di tappeto, dinanzi ad un pubblico di monelli. Queste ed altre ultime volontà egli aveva avuto e mutato più volte; non era punto frettoloso Ambrogio, si sentiva sano e robusto, e sapeva anche, perchè lo diceva spesso la sentenziosa contessa Veronica, che molti sono i modi di spendere il denaro, uno solo quello di conservarlo. Le buone occasioni di fare il bene, per chi ha dieci mila lire alla Cassa di Risparmio — diciamo _dieci mila lire_ tonde — non mancano; solo bisogna saperle aspettare, e Ambrogio sapeva aspettare quanto chicchessia, meglio di chicchessia.
Delle occasioni di fare il bene, eccone una per esempio: «Ambrogio va alla Cassa, riscuote tre mila lire delle diecimila; paga il debito del conte, si fa fare la ricevuta e raccomanda all’usciere di passare in ogni tempo a conveniente distanza dalla casa della contessa Rodriguez De Nardi. Il conte non andrà in collera perchè non saprà nulla, e Ambrogio gusterà segretamente il sapore d’un’azione generosa.»
Ma Ambrogio vide subito che non ne avrebbe fatto nulla, e crollò il capo mestamente; il desiderio ce l’aveva, e se fosse bastato quello, non tre mila lire soltanto, ma tutte quante le diecimila egli avrebbe speso per venire in aiuto del suo padrone; ma poi?... Il conte Cosimo non si sarebbe trovato meglio niente affatto, e le diecimila lire sarebbero ridotte necessariamente, inesorabilmente a settemila. Che bella cosa essere generosi, fare il benefizio e nascondersi, andare incontro alla rovina, spendendo tremila lire quando se n’ha appena diecimila, e non fiatare neppure per sottrarsi alla gratitudine! Ambrogio sentiva che avrebbe ammirato molto un altro Ambrogio che avesse fatto tutto ciò. Ma di farlo lui non se ne sentiva proprio la forza. Domandava a sè stesso: «Forse che io non voglio bene al mio padrone, a quel povero conte Cosimo, come ad un figliuolo? Non è forse vero che, per risparmiargli un dolore, farei venti chilometri a piedi sotto il sole di luglio? Non è forse vero che darei per lui mezzo il mio sangue, tutto il mio sangue?» — È verissimo, povero Ambrogio!
Intanto che si accumulavano i nugoli d’uragano sull’anima del vecchio, il cielo esaudiva i voti del suo cuore feroce. Egli non aveva ancora riposto nel cassetto il prezioso libretto verde, quando qualcuno, dietro l’uscio della sua camera, gridò: «Signor Ambrogio, la contessa muore!» — «La contessa muore!» ripetè Ambrogio, facendosi sull’uscio, incontro ad Annetta, la quale, giunta impreparata a questo momento difficile, sbarrava gli occhi e cercava inutilmente le parole.
E una voce suggerì: «È il tuo desiderio che la uccide,» ma la intese Ambrogio soltanto.
— È un colpo, un altro colpo — assicurò la servetta, ridiventando padrona della scena — cioè un accidente; non si muove più; gira solo gli occhi e parla.... Accorriamo, signor Ambrogio, accorriamo.
Annetta non aveva esagerato la sua parte; era proprio un colpo, cioè un accidente, quello che riduceva all’immobilità la contessa Veronica.
Suo figlio, sua nuora e Geromina, accorsi al capezzale del letto dell’inferma, le spruzzavano in viso dell’acqua, le accomodavano i cuscini in modo da tenerle alta la testa. La contessa guardava di qua e di là inquieta; non si moveva affatto e diceva colla lingua imbrogliata: «Non posso, non posso,» quasi che gli inutili sforzi di volontà che faceva per muoversi fossero visibili a tutti.
Si aspettava il medico che tre servi erano andati a chiamare in casa, in farmacia e all’ospedale, e intanto il conte Cosimo pareva cercare intorno a sè qualche cosa che desse sollievo a sua madre morente.
Allora Ambrogio, che aveva l’anima turbata dal rimorso, ebbe un’ispirazione suggerita dal pentimento e si offrì per cavar sangue alla signora contessa.
— Sai fare un salasso tu? domandò l’ammalata.
Ambrogio confessò umilmente la sua abilità.
— Sono vecchio, disse per giustificarsi.
— Cavami sangue, ordinò l’ammalata.
E Ambrogio, chiedendo al rimorso una forza proporzionata al difficile cimento, sollevò il braccio inerte della padrona e lo appoggiò con cautela sopra un ampio lavamani. Già si accingeva senza scrupolo a far scorrere per l’ultima volta il nobilissimo sangue della razza De Nardi, quando giunse il medico. Il dottor Serafini, luminare della giovane allopatia, vide dall’uscio l’errore che si stava commettendo e corse con impeto alle spalle di Ambrogio per impedirlo.
— La volete ammazzare? — chiese poi freddamente.
Ambrogio fu preso da un tremito, come se avesse commesso veramente il reato, di cui gli veniva attribuita l’intenzione, e l’ammalata stessa, per iscusarlo, disse: «Gliel’avevo ordinato io, mi pareva che dovesse sollevarmi; i De Nardi hanno sempre avuto molto sangue nelle vene.» Ma il dottore Serafini, senza alcun riguardo per la razza De Nardi, sentenziò crudamente che ogni uomo ha il sangue necessario alla propria esistenza e niente più; dopo di che, parendogli aver difeso con bastante energia il principio sacrosanto che nessuno è padrone d’andare all’altro mondo senza il consenso del medico, cominciò ad informarsi del male.
Ad ogni parola dell’inferma egli faceva di sì col capo. — Aveva avuto la signora contessa un gran sonno? — Sì, dopo la colazione, aveva avuto un gran sonno. — Bene. — Aveva dormito. — Benissimo. — Si era svegliata con un tremito nervoso. — Benone. — Per un poco le era sembrato di sprofondare in un abisso. — Sempre bene. — Di perdersi. — Benissimo. — Poi non aveva sentito più nulla. — Benone.
Era chiaro che il male non aveva violato nessuna delle condizioni stabilite colla giovane allopatia — era rimasto nel suo diritto, e il dottor Serafini se ne mostrava proprio contento. Toccò poi lungamente il polso dell’ammalata, le ascoltò il petto, pregandola di respirare forte; in ultimo si fece da parte per iscrivere una ricetta.
— Guarirò ancora? chiese la contessa.
— È una cosa da nulla, rispose il medico; tornerò a vederla stassera.
Ma quando fu nell’altra stanza, disse al conte Cosimo:
— La paralisi non ha ancora toccato il cuore, nè i polmoni, nè il cervello, può vivere qualche giorno; può morire fra un’ora.
Se ne andò.
— Mi pare, disse Ambrogio con un falso sospiro, che se le avessi potuto cavar sangue...
Il conte Cosimo gli pose una mano sull’omero e gli disse con un singolare accento, come se gli leggesse nell’anima:
— Povero Ambrogio! poi tornarono entrambi al capezzale della morente.
La contessa De Nardi aveva ripreso animo; non viveva più che col cervello, ma conservava tutte le sue idee, tutte le sue speranze, e una forza singolare. Si lamentava che la lingua non le obbedisse prontamente o che qualche volta le facesse dire degli spropositi. — Cannetta... — diceva. — Cannetta, no, perchè Cannetta? Aiutatemi a dire... _Angela_ — pronunciava con forza.
— Vuoi vederla? chiose Cosimo; la manderemo a prendere.
— No, disse l’inferma; — pensavo che quella disgraziata ha nel sangue la sua corbelleria... bisogna impedirgliela... Stette un po’ in silenzio, poi disse forte: — Quell’altro non mi piace.
Quell’altro era Silvio.
La lingua dell’ammalata si faceva sempre più ribelle, e le parole venivano fuori stentate e storpie; nondimeno la contessa parlò fino a sera, divagando molto.
— Cannetta... disse più volte — no, Cannetta... — e senza perder tempo a rinnovare il tentativo d’esprimere quel pensiero, ne esprimeva un altro, sempre colla testa immobile, affondata nei guanciali e girando gli occhi inquieti.
E la lingua le si impastoiava e le parole storpie erano in maggior numero delle altre, quando la cameriera portò i lumi.
Appena la vide, l’inferma chiamò:
— Cannetta!
— Cannetta? ripetè Annetta interrogando prima i padroni, poi sè stessa.
— Cannetta! insistè la contessa.
— Sono qua! rispose la cameriera, indicando con uno sguardo al soffitto che per amore della padrona si rassegnava a tutto, anche a ricevere quel nome stravagante. Si accostò al capezzale, e la contessa le disse all’orecchio, ma così forte che udirono tutti: «i quadri.» Nondimeno Annetta seppe mostrarsi degna della confidenza ricevuta, e venne a ripetere sottovoce al conte Cosimo che la signora contessa voleva i quadri.
— Quali quadri? aggiunse con molta ingenuità; lo sa lei?
— Lo sai, lo sapete, disse l’ammalata, presto... essi sono là! uno addosso all’altro; sono venuti da lontano per far visita all’ultimo rampollo della loro razza: vengano; fateli entrare ad uno ad uno... tiratemi su perchè possa riceverli.
Annetta, senza alcuna prova, faceva una parte ingenua alla perfezione; girava la sua piccola testa ora verso il conte Cosimo, ora verso l’ammalata, cogli occhi sbarrati e fissi e la bocca semiaperta.
Diveniva chiaro che la contessa Veronica vaneggiava; le sue parole erano ancora abbastanza limpide, ma nelle sue idee cominciava la confusione delle immagini colla realtà.
Il conte Cosimo non si lasciò ingannare dalla controscena di Annetta, e le fece intendere alla muta che aveva capito benissimo, poi si accostò al capezzale del letto.
— Madre mia, disse, sono i ritratti che tu vuoi vedere?
— Vengano! rispose la contessa dando gli ordini a molti servi invisibili — entrino ad uno ad uno.
— Avevo pensato di farti un’improvvisata, balbettò il conte arrossendo. Ma l’inferma non gli badò.
— Imperio! disse; e strinse le labbra aspettando che l’illustre antenato rispondesse all’evocazione.
Ad un cenno del conte, Ambrogio aveva lasciata la camera; e un momento dopo rientrava camminando di fianco, abbracciato ad un quadro colla cornice verde che andò a deporre sopra una seggiola in faccia al letto. Sciolto da quell’amplesso plebeo, apparve agli occhi della contessa Veronica, il suo illustre antenato.
— Imperio! disse allora l’inferma, biascicando le parole. Imperio, mi riconosci? Sono mutata molto; è un pezzo che non ci vediamo. Anche tu hai sofferto.
Infatti Imperio De Nardi aveva una scrostatura maligna sulla punta del naso, e sul petto una ferita da taglio che riduceva a poca cosa il prestigio della sua corazza.
Gli astanti guardavano muti quella scena grottesca, cui la morte concedeva una strana solennità.
L’ammalata si trattenne lungamente con Imperio De Nardi, poi lo licenziò con due parole: ho sonno!
Essa chiuse gli occhi, ma Imperio rimase sulla seggiola, perchè nessuno pensava a portarlo via, e continuò a guardare la sua ultima nipote, con un’occhiata fissa e severa, che metteva paura. Infatti, quando la contessa Veronica si destò e vide ancora dinanzi a sè quell’illustre fantasma, gli disse che essa non aveva fatto nulla, che era innocente, che non stesse a guardarla a quel modo. E allora Ambrogio avvinghiò un’altra volta Imperio De Nardi con un amplesso plebeo e lo depose a terra colla faccia rivolta alla parete, perchè non potesse fulminare collo sguardo la moribonda.
— Gli altri, balbettò l’ammalata.
Molti erano lì, schierati lungo le pareti, in giro alla camera, e Ambrogio andava e veniva portando sulle braccia quelli che ancora mancavano. Fecero così il loro ingresso Sofia De Nardi, antica madre badessa del Convento delle Cappuccine, Efisio De Nardi, giudice della Reale Udienza, e presero il loro posto accanto agli altri.
Ma la contessa Veronica li vide appena.
— Mi sento male! disse — mi pare di morire! Dio mio! così presto?
Il terrore arrestò sull’uscio Ambrogio e Baingia De Nardi, bisnonna della morente.
— Un prete! disse Veronica, come se pensasse finalmente all’anima sua; fate venire un prete... Dov’è Giaime De Nardi?
Giaime De Nardi era rimasto ancora di là, e Ambrogio depose Baingia in un canto per andarlo a prendere.
Quando il vescovo Giaime De Nardi, posto sulla seggiola in faccia al letto, alzò due dita a benedire sua nipote, la contessa Veronica mandò un gran sospiro... La razza De Nardi era spenta.
In un momento la camera fu piena di singhiozzi.
La contessa Beatrice si era buttata sul corpo inerte della defunta e piangeva in silenzio, ma Annetta e Geromina facevano la loro parte rumorosamente. Il conte Cosimo si era lasciato cadere sopra una seggiola. — Il solo Ambrogio si sforzava inutilmente a piangere. Il suo cuore di sasso non gli dava una lagrima.
Tutt’in giro alla camera, i membri della razza spenta guardavano impassibili e severi, nei loro atteggiamenti teatrali.
VI.
Quando l’alba luminosa di marzo entrò dalle ampie finestre nella camera della morta, e impallidirono le candele accese ai lati del letto, due sole persone facevano la veglia al cadavere — ma una lottava ancora col sonno, ed era Annetta; l’altra non lottava più da un pezzo, ed era Geromina.
La contessa Beatrice aveva ceduto alle preghiere del marito, ed era andata a riposarsi un poco, e Ambrogio aspettava gli ordini del padrone, il quale da un’ora andava su e giù in una gran sala appartata.
— La commedia è finita! pensava Ambrogio accompagnando mentalmente i passi del conte, che risonavano nel silenzio con una monotonia severa — ma che va farneticando ancora?
Alla fine il passo si arrestò dinanzi all’uscio socchiuso, e una voce rauca disse piano: è ancora lì, signor Ambrogio?
— Signor sì, mi aveva detto di aspettarlo.
— Mi era uscito di mente, scusi.
— Non importa, non ho sonno e non ci è nulla a fare finchè non sia giorno.
— È giorno, disse semplicemente il conte.
Il vecchio era entrato nella sala, e vedendo il lume che si andava scolorando alla luce del mattino, si affrettò a spegnerlo. Gli parve allora che si cancellasse, con quel pallido bagliore, l’ultima traccia della melanconia notturna.
Si spensero sui mobili i riflessi sanguigni; dove erano ombre si accesero nuove luci, la zona luminosa si allargò ed invase tutto lo spazio dal pavimento al soffitto.
Ma le prime parole del conte diedero una crudele mentita al pensiero di Ambrogio; e pure gli parvero meno amare e più serene in quella sala interamente trasformata.
— La commedia non è finita ancora! disse Cosimo, tocca a lei, Ambrogio, una parte tediosa.
— Sono qua, rispose il vecchio.
— È stato nella camera di mia madre, stanotte?
— Due volte, disse Ambrogio, abbassando la voce.
Non disse altro. Nel breve silenzio che seguì, il conte Cosimo domandò evidentemente se sua madre era proprio morta, se non si era svegliata nella notte, e Ambrogio rispose che la contessa non si sveglierebbe mai più.
Ma non parlarono.
— Vada prima di tutto ad avvertire Silvio; gli dica di venir subito, che ho bisogno di lui; poi vada al Municipio a dichiarare la morte della contessa e ordinare un funerale di prima classe. Dal Municipio si rechi alla parrocchia di S. Francesco e faccia preparare un servizio funebre.
— Di prima classe, disse Ambrogio senza speranza d’essere contradetto.
Il conte accennò di sì col capo, e tirò innanzi.
— Provveda perchè ai funerali intervengano le Stelline e la musica...
— Le Stelline? chiese Ambrogio, tutte?
— Tutte.
— Canteranno? domandò Ambrogio, tanto per dire qualche cosa.
— Credo di sì, Ambrogio; ma se è necessario pagare perchè cantino, lei paghi. Ai poveri della parrocchia che seguiranno il corteo, la torcia...
— La torcia... ripetè il vecchio.
— Faccia preparare la ghirlanda di semprevivi per la bara.
— La ghirlanda.
— La doppia bara di zinco.
— Di zinco.
— E s’informi bene delle pratiche che s’hanno a fare per ottenere il permesso di trasportare il cadavere in Sardegna.
Ambrogio questa volta non ripetè nulla, era senza fiato addirittura.
Tante istruzioni penose pareva che avessero affaticato molto il povero conte, perchè egli ansimava, e stette un po’ in silenzio, a capo basso, prima di soggiungere:
— Faccia attaccare la carrozza; si spiccerà più presto. Non ho dimenticato nulla, Ambrogio? Ci pensi un poco lei... ho la testa così confusa.
— Farò stampare le partecipazioni... andrò io stesso alla tipografia.
— È vero, ci avevo già pensato; ho preparato la formula, eccola.
Ambrogio seguì lo sguardo del conte e vide sopra un tavolino un foglio piegato; lo prese, lo aprì, lo richiuse senza leggerlo.
— Faccia anche stampare i nostri biglietti di visita, la carta da lettere e le buste da lutto.
— Bisognerà anche chiamare il sarto, sospirò il vecchio.
— E la sarta... povero Ambrogio! potrà far tutto? Ah! dimenticavo il più importante; bisogna avvertire il dottor Parolini, notaio, perchè venga domani a dar lettura del testamento, alla presenza degli interessati...
— Il notaio.... il testamento.... balbettò Ambrogio.... Ma la signora contessa...
— Mia madre ha fatto testamento, l’altro giorno; lei lo sa, perchè fu uno dei testimoni...
— E vossignoria intende? cominciò Ambrogio, ma non ebbe cuore di proseguire, perchè la pietà gli faceva nodo alla gola e gli empiva il petto di singhiozzi.
— Vado, disse con voce catarrosa — ma non si moveva; solo quando il conte Cosimo, senza più guardare il vecchio amico, ebbe ripreso, in quel camerone melanconico, il suo lungo viaggio attraverso il dolore, solo allora Ambrogio volse le spalle ed uscì in silenzio, come un fantasma. Ma prima d’andar fuori di casa, intanto che si attaccava il legno, volle vedere la camera della morta. Anche là dentro era entrata la bella luce dell’alba, ad imbiancare ogni cosa; le due candele gettavano a stento un riflesso rossigno sul lenzuolo, che copriva il cadavere della contessa Veronica e sul damasco giallo del parato. Annetta aveva finito coll’addormentarsi nelle braccia d’una poltroncina, e Geromina, chiusa in uno stretto vano, fra due grandi armadi, colle spalle addossate alle parete, sembrava impietrita dal sonno. Tutto in giro alla sala, i grandi personaggi della razza spenta, dimenticati a terra fino a quel momento e avvolti dall’ombra, avevano l’aria di volersi celare nel loro fondo nero, e di non potervi riuscire per causa delle cornici verdi. Il solo vescovo Giaime De Nardi, stando sulla seggiola in cui l’avevano messo e ricevendo la luce dalla finestra accanto, benediceva ancora l’ultima morta della sua famiglia. Quella mostra di antenati a quell’ora e in quel luogo parve ad Ambrogio un’ironia crudele, e intraprese egli stesso l’opera di trasportarli altrove ad uno ad uno.
Il rumore svegliò Annetta, la quale si stropicciò gli occhi con grande naturalezza, balzò in piedi, tentennò alquanto, poi disse con misterioso accento: — Gran Dio! il brutto sogno che ho fatto! mi volevano far confessare che la contessa era morta, ed io soffriva la tortura per sostenere che non era vero niente. A che cosa ha servito? dica lei, signor Ambrogio, a che cosa ha servito?
Il vecchio guardava senza rispondere.
— A nulla, conchiuse Annetta con mistero crescente, la povera anima ci ha proprio lasciati, se n’è andata.
Essa si arrestò a queste parole, come se improvvisamente le venisse rivelato un loro significato riposto; con un lungo sguardo alla finestra accompagnò un tratto la povera anima che se n’era andata, poi si offrì d’aiutare Ambrogio a trasportare di là il vescovo Giaime rimasto ultimo.
La notizia della morte della contessa Veronica doveva essere uscita di casa prima assai di Ambrogio, perchè quando il vecchio scendeva le scale, si incontrò faccia a faccia con Silvio, che saliva frettolosamente.
Il professore si arrestò ansimante, poi fece una di quelle mezze interrogazioni, che non aspettano risposta.
— Dunque? disse.
— Ieri notte alle dieci, rispose Ambrogio.
Ed aggiunse:
— Vado per la dichiarazione di morte, per il funerale, per il lutto... venivo anche da lei; il signor conte lo aspetta.
— Dov’è?
— Nella sala verde.
— La contessa Beatrice?
— È andata a riposare..... ha vegliato fino ad ora tarda.
— Addio, Ambrogio.
Silvio salì frettolosamente gli ultimi gradini, entrò in casa del conte, facendosi appena vedere ad un servo in anticamera, e si avviò difilato alla sala verde.
Sull’uscio si arrestò; si udiva rumore di passi sul pavimento sonoro; il conte ruminava ancora, qualche cattiva idea forse, e tanto era assorto in essa, che alla prima non udì la voce dell’amico che lo chiamava per nome. — Cosimo! Cosimo! — ripetè Silvio stando sull’uscio. Il conte Rodriguez si volse, e senza dir parola venne a buttarsi nelle braccia dell’amico. Dopo un breve silenzio: — Ti aspettavo, disse.
Sedettero l’uno accanto all’altro sopra un divano, e Silvio lesse in faccia all’amico qualche cosa che non si aspettava di trovarvi anche dopo la temuta catastrofe. — Sarà la veglia — pensò, e lo disse.
— Non hai riposato stanotte?
— No, rispose il conte, non avrei potuto chiudere occhio; ho lavorato un’ora a far conti, poi ho passeggiato fino all’alba.
— Conti? mormorò Silvio.
— Sì, amico; finchè viveva mia madre, rimaneva una partita aperta; ora l’ho chiusa...
Abbassò il capo sul petto, poi rialzandolo risolutamente, ripigliò:
— Non è più ora di misteri; ho finito di mentire; e ti aspettavo appunto per dirti tutto.
— Tutto?...
— In due parole: sono rovinato!
Nel silenzio penoso che seguì a questa rivelazione, si udì il respiro di quei due petti scaldati dall’amicizia. Fu ancora Cosimo che riprese a dire con voce pacata e monotona, in cui non vibrava nemmeno più la corda dell’amarezza:
— Sì, amico, sono rovinato; tu ne sospettasti qualche cosa il giorno che fu annunziato lo scioglimento del Banco Universale. Tu sai come andò quel triste negozio. Mia madre non ci ha colpa, era stata tentata con arte a sottoscrivere molte azioni; non mi vanto di averci visto più chiaro di lei; ebbi fede anche io nella nuova istituzione; le azioni si vendettero con un premio quasi prima dell’emissione, perchè la speculazione le aveva accaparrate; pochi mesi dopo il Banco si chiudeva per difetti di amministrazione. Il premio, che rappresentava un terzo del capitale, era sfumato. Mia madre perdette in quell’occasione più di cento mila lire, ma le perdette allegramente, perchè si credeva sempre milionaria. Aveva il suo denaro collocato in mani sicure, diceva lei, — non sapeva che due dei suoi debitori non le pagavano più gli interessi e non le pagherebbero il capitale, perchè avevano fallito entrambi.
— Bisognava dirle... sfuggì a Silvio.
— Silvio mio, gli rispose prontamente Cosimo, ponendogli le mani sugli omeri; Silvio mio, quando mi provai a dirle qualche cosa, rise del mio sgomento; e quando volli toccare il fondo della nostra disgrazia, mi sgomentai io stesso, perchè vidi una rovina irrimediabile; sopra i terreni, sul palazzo di Ploaghe, sul mulino, sugli oliveti, sugli orti, su ogni cosa pesavano delle ipoteche antiche, che si mangiavano le rendite; i terreni, gli oliveti, gli orti e il resto abbandonati laggiù deperivano; una metà dei fitti non ci era pagata, l’esattore e le riparazioni si pigliavano l’altra metà. Io vidi il male e vidi pure il rimedio....
— Andare in Sardegna, disse Silvio, ripigliare l’amministrazione...
— Appunto, disse Cosimo colla inalterabile monotonia dell’accento, appunto; andare in Sardegna, amministrare i propri beni, vivere alcuni anni facendo economia e ricuperare il patrimonio dell’antica casa De Nardi; io voleva far questo, ma mia madre si oppose all’idea di abbandonare Milano; non sapeva come si potesse vivere a Sassari od a Ploaghe. Mi ordinò di vendere qualche cosa per rattoppare il resto; e rise ancora, la poveretta, rise delle mie paure. Ma non era un riso sano, nè forse sincero. Pochi giorni dopo ebbe il primo segnale della tremenda malattia, che doveva inchiodarla sul letto per un anno. E allora, amico, non si parlò più di miserie: ho lasciato che morisse tranquillamente nel suo inganno; le cose, te lo puoi immaginare, non si sono migliorate in questo tempo; il palazzo di Ploaghe è vuoto; dei vecchi mobili di casa De Nardi ho salvato appena gli antenati di mia madre; sono qua, li vedrai; spero che essi l’abbiano consolata nell’agonia, più di suo figlio. I terreni di Ploaghe sono venduti; a Sorso non ci rimane più nulla; ma abbiamo ancora una falda di monte ad Iglesias, la casa di mio padre a Florinas e qualche terreno; su tutto pesano ancora delle ipoteche; non ci mancano crediti inesigibili; aggiungi un capitale di cinquanta mila lire in cedole nominative e poco meno di trenta mila lire in denaro che Ambrogio ha ricavato vendendo tutti i mobili di casa al signor Cilecca, col patto di non ritirarli..... se non dopo la morte di mia madre.
Dicendo queste ultime parole, Cosimo si coprì la faccia colle mani.
— Non vi era rimedio, soggiunse con voce sorda, bisognava far denaro in qualche modo, per le spese d’ogni giorno, e anche per quelle del funerale.... che non potevano tardare, ce lo assicurava il medico.
— Amico mio, cominciò a dire Silvio; amico mio, coraggio...
— Ne ho, rispose il conte con fermezza; il coraggio non mi è mancato quando era difficile averne; al capezzale di quella povera donna che soffriva, che mi parlava dell’avvenire colla fiducia d’una bambina e si pagava ogni giorno un capriccio di falsa milionaria allora ci voleva coraggio per tacere, per sorridere, per aspettare la morte senza aggiungervi nemmeno l’ombra d’un desiderio. Questo coraggio l’ho avuto.
Silvio stringeva la mano dell’amico, ma ancora non sapeva trovar parole.
— Mia madre è morta e quel che mi rimane a fare è facile al paragone, disse il conte ripigliando la sua pacatezza; ho fatto chiamare il notaio, domani si leggerà il testamento della contessa De Nardi.
— Il testamento?...
— Non aver timore, l’erede universale sono io stesso; i piccoli legati ai suoi amici ed ai suoi servi sono già entrati nel mio conto; li so a memoria; credo di non averne dimenticato alcuno; domani faremo pure il funerale e doman l’altro le valigie.... perchè noi partiremo, amico, lasceremo questa gran città, a cui ci siamo fatti credere milionari e che si è vendicata affrettando la nostra rovina.
— E dove andrete?
— Me lo chiedi?
— In Sardegna?
— Sì, verremo teco; quando ti proponi di partire con Angela?
— Noi siamo pronti.... disse Silvio; ma se dobbiamo partire per non ritornare forse mai più, la cosa muta; qualche giorno ancora.
— Qualche giorno mi basta.
— E Giorgio? domandò Cosimo, mentre Silvio chiedeva: — E la contessa Beatrice?
La faccia del conte si oscurò.
— Va di mala voglia in Sardegna? insistè Silvio cercando di leggere il pensiero dell’amico. Non ha torto; non è la sua patria; ed è l’ignoto per lei.
Ma Cosimo aveva abbassato il capo sul petto e non rispondeva.
— Che cosa ci è? domandò allora Silvio abbassando la voce.
— Ci è, disse il conte, rialzando il capo e stringendo le braccia dell’amico colle mani tremanti, ci è che Beatrice non sa nulla; ci è che essa ha vissuto finora come un uccelletto prigioniero, empiendo di canti la sua gabbia dorata, e della vita non conosce se non ciò che si può vedere in teatro, nelle sale dell’aristocrazia, e sulle vie... attraversandole di trotto in carrozza.
— Tua moglie ha buon senso... osservò Silvio.
— Non dico il contrario, e mia madre non aveva forse buon senso? Una cosa è il criterio, e un’altra la volontà. Che cosa può volere mia moglie, lo sai tu? Come accoglierà essa la notizia che non siamo più milionari, te lo immagini tu?
— Bisognava dirglielo prima, osservò Silvio, bisognava prepararla.
— Bravo! così dicevo anch’io, ogni giorno: «bisogna dirglielo, bisogna prepararla;» ma poi la vedevo spensierata e sorridente accanto al dolore e mi mancava il coraggio di far tacere quella musica e di spegnere anche quel po’ di luce intorno a me. Sono stato un egoista, non lo nego. Del resto in questi ultimi mesi Beatrice era più di mia madre che mia; la povera paralitica me l’aveva presa. Ero paralitico anch’io, perchè tutte le mie speranza erano morte; ma io rappresentai la commedia dell’uomo sano, e forse mi sembrò virtù soffrire senza guastare la spensieratezza di mia moglie, che tanto tanto non avrebbe potuto darmi alcun rimedio.
— Dov’è ora?
— Dorme, ed io mi sono appostato qui, aspettando che si svegli e che mi venga incontro sbigottita ancora dallo spettacolo della morte, per dirle che si prepari a vedere altre cose orrende.
— Non si può nasconderle ancora?...
— Il signor Cilecca verrà certamente domani a prendersi la sua roba.
— Finchè la contessa non sia partita gli vieteremo l’ingresso.
— A chi vuol vietare l’ingresso, signor Silvio? domandò Beatrice entrando improvisamente.
— Buon giorno, contessa, disse Silvio un po’ turbato, come sta?
Beatrice non aveva negli occhi e nel sorriso la luce d’ogni giorno; sorrideva e guardava con una certa stanchezza, e nella faccia pallida le si vedevano le tracce d’una notte insonne ed agitata.
Cosimo, venendole incontro amorosamente, pensò che per quella creatura fragile cominciava il mattino d’un lungo giorno melanconico, fra le privazioni e la solitudine, in un paese non suo, e si sentì mancare un’altra volta il coraggio di dirle tutto.
— Sto bene, disse la contessa, cercando una seggiola intorno a sè, ma mi sono levata or ora e mi sento già stanca.
Cosimo e Silvio si precipitarono ciascuno ad offrirle una poltrona, e questa premura di due uomini che le volevano bene, fece sorridere la pallida donnina.
— Dunque, disse poi facendo uno sforzo visibile sopra sè stessa, dunque, a chi voleva vietare l’ingresso, signor Silvio?
— Al dolore, alla sventura, alla noia, a tutte le cose brutte e tediose per non lasciar entrare in casa nostra, che la pace, il lavoro, l’affetto.
— E tutto questo dove?
— In casa nostra, in Sardegna. Noi ce ne andiamo in Sardegna, contessa Beatrice; Angela ed io siamo pronti; stavo tentando suo marito..... ma non ne vuol sapere...
— È vero che non ne vuoi sapere? domandò Beatrice guardando la punta del proprio stivaletto, ed aspettando la risposta a capo chino.
— Non ho detto nè sì nè no; e se tu avessi tardato un poco a venire, avrei detto forse sì; un viaggio in Sardegna lo dobbiamo fare; ma non sarà un viaggio allegro, come lo immagina Silvio.
— Lei non sa, disse Beatrice a Silvio, che la povera mamma vuole essere sepolta in Sardegna, in una delle sue terre; dovremo accompagnarla.
— La contessa Veronica?... domandò il professore.
— Ha ordinato così nel suo testamento.
— Nel suo testamento...
Il professore mandò giù il rimanente di quanto stava per dire.
— E allora tanto meglio, disse, faremo una piccola carovana; si andrà in Sardegna tutti insieme, e chi sa che la contessa Beatrice non s’innamori di quei luoghi e non si appassioni al nostro disegno...
— Qual è il loro disegno? dimandò Beatrice fissando lo sguardo in faccia al marito, ma ritirandolo subito.
— Di farci agricoltori... non è vero, Cosimo? industriali all’occorrenza, commercianti se si darà l’occasione, di dar l’esempio dell’operosità e del coraggio...
— Del coraggio? ripetè Beatrice senza alzare il capo.
— Dico per dire... dell’operosità soltanto, dell’operosità senza coraggio...
— E a chi s’ha a dare questo esempio?
— Agli oziosi, agli inerti, agli eterni scontenti — anche in Sardegna ce ne è più di uno.
— Ed è questo il tuo disegno? domandò la giovine donna rivolgendosi finalmente al marito.
— È il mio, rispose Silvio; mi sembra venuta l’ora di far servire quel poco che ho studiato a qualche cosa; devo andare in Sardegna e credo che vi rimarrò.
— E che bisogno ha lei di far servire quello che ha studiato a qualche cosa? domandò Beatrice con una ingenuità, che poteva sembrare esagerata, non è ricco lei?
La domanda offrì a Cosimo una risposta, ed egli la fece prontamente, rubando le parole di bocca a Silvio.
— La Sardegna ha un tarlo, ed è che la gente fornita d’un po’ di cultura non conosce il bisogno; i veri bisognosi sono pochi; ignoranti e schiavi dei pregiudizi. Arricchirsi in Sardegna è un’opera buona; perchè vi è quasi impossibile far danaro senza insegnare qualche cosa a chi sta a guardare.
Cosimo pronunziò queste parole con una vivacità, di cui fu impressionato egli stesso.
— Andremo in Sardegna, disse semplicemente Beatrice.
Tanta docilità stupiva i due amici, che non vi erano preparati. Per un poco nissuno trovò parole, e fu ancora Beatrice la prima a porgere la mano alla conversazione sviata. Lo fece in un modo poco allegro veramente, ma il più naturale.
— Vorrei _vederla_, disse, e ognuno intese di chi parlava; quando me ne dimentico un momento, mi sembra di essere un’ingrata.
S’avviarono tutti e tre alla camera della morta, ma prima di lasciare la sala verde, Silvio, con uno sguardo, fece intendere all’amico che era meglio non dir nulla ancora.
VII.
Lo dicevano tutti: era proprio un peccato che l’abitazione della nobile contessa Rodriguez De Nardi non fosse distante dalla chiesa di San Francesco di Paola, almeno tanto da lasciar distendere interamente la lunga processione di preti, di Stelline, di signore velate, di servitori in livrea, di poveri colla torcia, di carrozze stemmate e di carrozzelle da nolo. Tutta la prima parte di quel magnifico funerale — la parte che sarebbe riuscita più solenne, perchè doveva condurre la folla, a suon di marcia funebre, dinanzi alla facciata della chiesa coperta di panno nero a strisce d’argento, a leggere a bocca aperta una gran scritta che raccomandava al cielo l’anima pia della defunta — tutta questa prima parte dello spettacolo era sciupata. Dal portone di casa Rodriguez ai gradini della chiesa non vi erano nemmeno cento passi! E quando i necrofori si furono avviati lentamente, come se dovessero fare un lungo viaggio, e dietro a loro i preti e poi la musica, bisognò far seguire il carro inghirlandato e stemmato e lasciare che il resto uscisse alla meglio dalla confusione per entrare in chiesa senza ordine e senza solennità.
In compenso la cerimonia religiosa fu lunga assai; la contessa Rodriguez de Nardi era entrata in chiesa per l’ultima volta alle 10 del mattino, ed alle 11 vi era ancora folla di curiosi dinanzi ai gradini per aspettare l’uscita. Il carro nero col baldacchino, coi cordoni d’argento abbrunato, coi grossi fiocchi, coi pennacchi, colle ghirlande di semprevivi, coi quattro cavalli coperti di gualdrappe nere, ricadenti fino a terra, non avrebbe fermato i passanti, se non avesse portato appesi ai due lati gli stemmi gloriosi dei Rodriguez e dei De Nardi. Persone di buona volontà, alle quali l’araldica non aveva mai detto una parola, pur s’ingegnavano di decifrare i segni misteriosi di quei due scudi, arrischiando le più bizzarre ipotesi, per ingannare il tempo; ogni tanto qualcuno dava una capata in chiesa e veniva ad annunziare che si era all’elevazione, all’_ite missa est_, al _Requiem æternam_; allora dal crocchio degli sfaccendati se ne staccava uno crollando il capo e dichiarando che non aveva altro tempo da buttar via.
Nell’interno della chiesa lo spettacolo aveva una solennità di apparato, che non toccava il cuore; i preti seduti tranquillamente gli uni in faccia agli altri, negli stalli dell’altare maggiore, cantavano forte, trascinando certi voci voluminose in cadenze pigre, non mai finite; uno scaccino fendeva a stento la folla brandendo una seggiola sopra le teste chine dei devoti, finchè non aveva collocato la sua mercanzia; un sagrestano andava in giro a fare la questua, facendo sonare sotto il naso dei fedeli una gran tasca che si veniva empiendo di soldi, non ostante le distrazioni di chi non aveva spiccioli o non se li voleva cavare di tasca. Tutto ciò faceva un bizzarro contrasto colle colonne tappezzate di nero, col catafalco eretto nel mezzo della chiesa, e con quei lunghi ceri, ardenti intorno alla bara.
Ci era in un canto della chiesa qualcuno che osservava amaramente queste cose — Silvio; egli era venuto per accompagnare al funerale la nipotina, che si trovava in compagnia d’Annetta, in mezzo alla folla di signore; sapeva quanto Angela fosse irrequieta per natura e l’aveva vista voltare il visino sconfortato; allora aveva pensato di mandarle una seggiola, come per raccomandarle la pazienza, e infatti la fanciulla si era messa a sedere e pareva rassegnata alla propria sorte, perchè non si voltava più. E Silvio, dal suo cantuccio, guardava e pensava liberamente; immaginava, entro la bara, la salma della defunta, come se avesse ancora coscienza di quanto si faceva intorno a lei, e gli pareva che la contessa Veronica dovesse godere di tutta quella folla, di quei ceri che agitavano le grosse lingue di fiamme, di quel vocione che ogni tanto intonava il _Dominus vobiscum_ e del confuso intreccio di voci che rispondeva _et cum spiritu tuo_. Ogni tanto il pensiero di Silvio usciva di chiesa e risaliva fino alla casa della vera afflizione, dove Cosimo, asciugando le ultime lagrime di sua moglie, si lasciava rodere il cuore dal proprio segreto. Ma la voce grossa dei sacerdoti lo richiamava in chiesa, e quello spettacolo nero gli sembrava una cosa indifferente al paragone della desolazione che egli aveva visto nel cuore dell’amico.
L’ufficio funebre finì all’improvviso, con un _Amen_ lungo e sonoro, dopo il quale il silenzio non parve sincero a Silvio; ma gente di lui più pratica e più vicina alla porta, imboccò l’uscita.
Un momento dopo la contessa Rodriguez De Nardi era sul suo gran carro, e la banda cittadina sonava quella marcia funebre della _Jone_, che sembra scritta in sepoltura.
Cominciò la lunga sfilata. La gente che faceva ala al corteo, vedendo quello spettacolo, esagerava le ricchezze della defunta; e un filosofo in maniche di camicia assicurava ogni tanto che egli era più ricco della contessa Rodriguez. Un’ora dopo la defunta aveva finito di sbalordire Milano col suo fasto. Già molto prima di giungere al cimitero, la folla si era dispersa, perchè aveva piovuto da poco e il viale non lastricato era fangoso, ed anche perchè a quell’ora la gente viva usa far colazione.
E la contessa Veronica rimase là, in uno stanzino chiuso a catenaccio, ad aspettare che suo figlio venisse a pigliarla per andare in Sardegna.
Nell’uscire ultimo da quello stanzino, parve a Silvio che l’anima pentita della contessa gli dicesse lo strazio di dover aspettare là sola, e il rammarico inutile di non aver voluto una sepoltura in Milano, e la penosa incertezza di non sapere dove avrebbe dormito il suo lungo sonno.
— Dove la seppelliscono? chiese Angela, alzando il visino bianco e gli occhi sereni a guardare suo zio.
Silvio rispose che non lo sapeva ancora; e il suo pensiero era già lontano.
— Andiamo a casa, disse, è tardi.
— Mi riconduci in collegio? chiese Angela; mi avevi promesso di togliermi di là.... io voglio rimanere con te, sempre con te... vuoi?
Silvio era distratto e guardò il volto soave della fanciulla e poi lungamente innanzi a sè, prima di rispondere.
— Fra pochi giorni, disse, sarai contenta.
Annetta, che era andata fra le tombe in cerca di un barone suo parente lontano, per dirgli che essa pensava sempre a lui, raggiunse allora di corsa il professore e la fanciulla.
— Non l’ho trovato, disse, ma lo troverò.
— Chi sa come si è nascosto bene! osservò Angela.
Silvio la guardò in faccia. Splendeva proprio un’intenzione beffarda sul viso di Angela, ma senza ombra di cattiveria: era furba Angela, ed era bella, proprio bella. E Silvio pensò che sua nipote fra pochi anni avrebbe fatto girare la testa a più di un giovinotto.
Angela aveva cacciato una mano sotto il braccio di suo zio, e gli camminava al fianco facendo i passi lunghi come una sposina. Sì, come una sposina, e fu essa stessa a farne l’osservazione.
— Se non avessi il vestito corto, disse ridendo, la gente mi piglierebbe per tua moglie.
— Pazzerella! rispose Silvio; e guardò stupito nel proprio cuore, dove seguiva uno strano rimescolio di vecchi sentimenti dimenticati.
VIII.
Ci fu una breve agitazione dietro l’uscio della gran sala verde; e solo dopo uno scalpiccio confuso e un bisbiglio sommesso, la porta si aprì bruscamente, ed irruppe, come spinto da una molla invisibile, Cecchino, lo sguattero. Il povero ragazzo si arrestò appena gli fu possibile, per raccomandare a’ suoi padroni, senza guardarli in faccia, anzi voltandosi verso l’uscio, non istessero a credere che egli avesse in qualche parte del corpo una molla tanto impertinente, e far loro intendere che aveva ricevuto uno spintone da Giovanni. Infatti il cuoco veniva alle spalle di Cecchino, e per quanta falsa bonarietà mettesse nella faccia carnosa, sotto il piccolo fulmine lanciatogli dal suo schiavo ribelle, fu visto barcollare come un colpevole. L’ingresso riuscì meglio allo stalliere Stefano, vestito della sua giacchetta festiva a grandi scacchi di molti colori, a Pantaleo, il cocchiere più sbarbato di Milano, e riuscì benissimo al domestico Francesco, il solo a cui i seggioloni antichi di casa Rodriguez non mettessero soggezione, perchè egli aveva visto il fondo di queste e di altre cose.
Ritta a breve distanza dal tavolino, intorno a cui sedevano, coi due notai, la contessa Beatrice e il professor Silvio, Annetta accoglieva gli ultimi arrivati con un sorriso d’incoraggiamento.
Ambrogio, col capo chino sul petto, guardava sott’occhi il conte Cosimo, il quale, rimasto in piedi, a testa alta, aveva l’occhio fisso e lucente.
— Avvicinatevi, disse il Parolini, senza levare lo sguardo dalle carte che aveva dinanzi — il signor conte lo permette. Allora il cuoco, abbrancando per gli omeri il suo sguattero, se lo spinse avanti alcuni passi; il cocchiere e lo stalliere li seguirono, e Francesco, con una disinvoltura che formò l’ammirazione della cucina e della rimessa, fece un giro largo, rasente alle pareti, e si andò ad arrestare accanto ad Annetta, che lo accolse con un saluto dignitoso.
— La nobilissima contessa Veronica Rodriguez di Florinas, dei conti De Nardi di Ploaghe, cominciò il Parolini, allungando quanto era possibile i nomi e i titoli, prima di morire si degnò di dettare al dottor Larucci, mio egregio collega, ed a me, le sue ultime volontà; noi siamo qui per dare appunto lettura del testamento della contessa.
Pausa.
— Dottor Larucci, soggiunse il Parolini con garbatezza squisita, vuole compiacersi di legger lei?
Il dottor Larucci, sempre previdente, aveva intanto ripulito le lenti del suo occhialetto e messolo a cavalcioni sul naso; gli bastò tirare indietro il capo, e sollevare un tantino la carta per poter leggere con voce desolata: «Oggi diciannove marzo 18... regnando felicemente Vittorio Emanuele II, nella casa d’abitazione della nobilissima signora contessa Veronica Rodriguez di Florinas, dei conti De Nardi di Ploaghe, posta in via dei Giardini al numero civico 24, al primo piano nobile, alla presenza di me notaio dottor Giovanni Parolini e del dottor Lazzaro Larucci, pure notaio, entrambi di Milano, dell’eccellentissimo conte Cosimo Rodriguez di Florinas e del signor Ambrogio Cima, testimoni a me cogniti, idonei e sottoscritti, è comparsa la nobilissima signora Veronica contessa Rodriguez di Florinas, dei conti De Nardi di Ploaghe, nata in Ploaghe, Sardegna, con domicilio e dimora stabile in Milano, la quale nel pieno possesso di tutte le sue facoltà mentali, sebbene costretta a letto da malattia, mi ha dichiarato di voler fare testamento ed ha espresso a chiara ed intelligibile voce le sue ultime volontà in questi termini:»
Pausa.
Cecchino, buona creatura che aveva già dimenticato lo spintone ricevuto, cercò di leggere sulla faccia del cuoco il significato occulto di quelle parole insolite — invano; la faccia tonda del cuoco era come una casseruola appesa al suo chiodo — non diceva ancora nulla. Allora Cecchino interrogò la faccia del cocchiere, ma ahi! poche ore prima il rasoio ne aveva raschiato ogni espressione; quando Cecchino volle interrogare lo stalliere, che aveva l’aspetto meditabondo, la voce desolata del dottor Larucci ripigliò:
«Nomino erede universale ed esecutore testamentario mio figlio Cosimo, che da parecchi anni amministra il mio patrimonio, ascendente a un milione e dugento mila franchi, sul quale gravano alcune piccole ipoteche.»
Il milione della defunta, col suo strascico dei dugento mila franchi, fu inteso subito; esso formò l’ammirazione incondizionata di Cecchino; fece sorridere il cuoco, che aveva creduto più ricca la padrona, corrugò il sopracciglio dello stalliere, lasciò intatta la faccia rasa di Pantaleo.
E il dottor Larucci continuò a desolarsi così:
«Voglio che tutti i miei gioielli appartengano alla contessa Beatrice, mia nuora, coll’obbligo di portarne sempre qualcuno, anche quando non saranno più di moda.»
Il notaio Parolini a questo punto intervenne per dimostrare alla contessa Beatrice che l’_obbligo_, di cui parlava la testatrice, si doveva intendere _cum sale discretionis_, cioè come una preghiera fatta in modo scherzoso, ma che non poteva avere valore legale. La contessa Beatrice aveva lo sguardo fisso sul marito, e lo voltò un momento verso il notaio per ringraziarlo.
Il dottor Larucci tirò innanzi:
«Al mio caro amico Ambrogio Cima lascio l’orticello Giuncheddu che posseggo in Sorso, oppure una somma di lire _cinquemila_ in denaro, a sua scelta. Ognuno de’ miei servi avrà alla mia morte lire mille; i miei servi sono cinque: Giovanni Menichi cuoco, Stefano Gabutti stalliere, Pantaleo Pantalei cocchiere, Francesco Diodato domestico, Cecchino Misirolli sguattero.»
Era curioso vedere la trasformazione delle faccie dei servi, man mano che venivano nominati; l’allegrezza del legato, che era difficile nascondere, cercava per dimostrarsi una via indiretta, e la trovò all’ultimo, quando fu pronunziato il cognome di Cecchino Misirolli. Misirolli! Chi aveva inteso mai un casato così burlesco? Era impossibile star serii, ne conveniva lo stesso Cecchino, il quale fece anch’egli la faccia da ridere.
La contessa Beatrice sorrideva guardando i suoi servi, segno che si godeva quella scena; e Annetta esagerava il proprio godimento, sorridendo a bocca aperta, ma coll’orecchio teso verso il dottor Larucci.
«Alla mia cameriera Annetta Baroni, lesse il notaio, (e una melanconia profonda oscurò improvvisamente la faccia della protagonista del legato), alla mia cameriera Annetta Baroni lascio tutti i miei oggetti di vestiario e un regalo di lire mille in denaro.»
«Desidero che il mio corpo abbia sepoltura in Sardegna.»
«Ordino che al mio funerale intervengano tutti i poveri della parrocchia, i quali riceveranno la torcia e un’elemosina.»
«Lascio alla parrocchia di S. Francesco lire mille, da essere spese in tante messe per la salute dell’anima mia.»
A questo punto Geromina, l’unica persona rimasta in anticamera, si affacciò all’uscio e agitò la mano cercando evidentemente di chiamare l’attenzione di Ambrogio, che la vide ed accorse per non disturbare la testatrice. La quale, per bocca del dottor Larucci, conchiudeva nella massima desolazione, invocando il perdono dei peccati dagli uomini e da Dio.
Il vecchio Ambrogio non si fermò sull’uscio ad ascoltare, ma spinse Geromina nell’altra sala, e allora soltanto intese con raccapriccio che si era radunato in cortile un esercito di poveri della parrocchia, e che un signore aspettava da mezz’ora nella gran sala. Nella gran sala? Un signore? Chi?... Il signor Cilecca!
Egli era là, come in casa sua; andava in giro per la gran sala con una nota in mano, riconoscendo ad uno ad uno i mobili che gli appartenevano. E faceva ogni tanto qualche scoperta dolorosa, il pover’uomo; già aveva notato la cornice d’un quadro scrostata in un angolo, e Ambrogio lo trovò curvo a guardare fra le gambe torte d’una mensola, a cui mancava un piccolo fregio di bronzo.
— Signor Cilecca! disse il vecchio dall’uscio.
— Signor Ambrogio! rispose l’intruso senza voltarsi; qui manca un riccio di bronzo; l’avranno messo da parte, spero...
— Signor Cilecca! ripetè Ambrogio.
E allora Cilecca si alzò e venne senza paura incontro a quell’uomo severo. Ahi! l’uomo severo capì subito che la severità era inutile, e lo capì da un indizio apparentemente frivolo: Cilecca non portava l’occhialetto; da uomo che sa di non avere bisogno di nulla e di nessuno, dimenticava quell’ausiliario in fondo al taschino del panciotto.
— Signor Cilecca, disse Ambrogio mutando accento; so bene che lei è nel suo diritto... perchè la contessa Veronica è morta...
— Sono entrato in chiesa ed ho seguito per un poco il funerale... un magnifico funerale; dev’essere costato di bei quattrini...
— So bene che è nel suo diritto, ripetè Ambrogio, ma io faccio appello alla sua delicatezza...
— Cioè... interruppe Cilecca, asciutto asciutto.
— Sono tutti in casa; si sta leggendo il testamento.... la contessa Beatrice non sa ancora nulla; fra tre o quattro giorni partiranno.... andranno in Sardegna. Dunque abbia pazienza ancora un poco; non ci perderà nulla; nessuno vuole portarle via la sua roba.
— Partiranno... disse Cilecca senza nemmeno la ricordanza dell’amabilità insinuante d’una volta — e chi rimane per assicurarmi?
— Rimango io, balbettò Ambrogio; le farò la consegna io stesso, e poi lasci passare un paio di giorni, un giorno, ci dia tempo a riflettere, forse le potremo dire di venirsi a prendere i mobili domani stesso — ma non si faccia scorgere prima... la contessa Beatrice, poverina...
Argomento inutile quello, e Ambrogio ebbe l’accortezza di cercarne un altro.
— Nulla di più facile, disse, che ci sia un altro buon negozio da fare per lei...
— Un negozio...
— Lei ha comperato una gran parte dei mobili; ma il quartierino della contessa Beatrice e del conte Cosimo, lo sa bene, non sono entrati nell’affare — se verrà deciso di vendere ogni cosa, lei sarà il primo offerente, forse il solo...
Cilecca tentennava ancora.
— Che premura ha? insistè Ambrogio.
— Che sicurezza ho? chiese bruscamente l’uomo di affari — nei mobili il possesso equivale a titolo fino a prova contraria; lo sa lei questo, signor Ambrogio? Se vi sono altri creditori, se qualcuno si fa innanzi prima di me e mette le mani sulla mia roba, mi toccherà fare una lite di rivendicazione...
Ambrogio confortò l’animo pauroso di Cilecca con poche parole.
— Se qualcuno avesse potuto ottenere il sequestro della roba, l’avrebbe fatto prima d’ora — il padrone di casa è pagato fino a S. Michele, creditori in Milano non ce n’è; glie lo assicuro io; gli altri creditori si sono rifatti col patrimonio, in Sardegna.
Dopo molto discutere, Cilecca si rassegnò ad andarsene; ritornerebbe fra un paio di giorni, se pure Ambrogio non lo mandasse a chiamare prima per quell’altro negozio, come prometteva.
— Ho un cuore anch’io, annunziò due volte, ma ignorantissimo di anatomia, come deve essere un uomo d’affari, metteva il dito sulla regione epigastrica.
Nel passare davanti al camerino del portinaio, chiamò il brav’uomo con un cenno, e gli disse:
— Il conte Rodriguez, dopo la disgrazia, lascia Milano; credo che se ne vada in Sardegna; vende tutti i mobili di casa, ed io ne ho già comprato qualcuno, sto facendo contratto per gli altri.... Io abito in via della Stella, n. 4, a terreno — se vedete portar via dei mobili o venire in casa altri negozianti, correte ad avvertirmi subito, ci sarà una buona mancia per voi... Avete capito?
Il brav’uomo aveva una buona testa, che gli serviva benissimo da un pezzetto.
— Ho capito, disse.
— E mi posso fidare? insistè Cilecca.
— Ma!... rispose il brav’uomo; dipende dalla sorte, dipende; se io non mi trovo alla porta, oppure se sono occupato... ci è la mia vecchia, che è un poco sorda... Sa bene, capisce anche lei: — dipende da tante cose, dipende.
Allora Cilecca cavò di tasca uno scudo d’argento, e lo pose, senza dir altro, nelle mani del portinaio, che andò in estasi.
Si può intendere quell’estasi a quello spettacolo senza pensar male del prossimo; basta considerare che erano già i tempi della carta moneta, a corso _forzoso_ inconvertibile.
IX.
Un’ora dopo seguivano, fra lo studiolo del conte e la vicina anticamera, parecchie scenette nuove e singolari, che cominciavano coll’allegria nervosa ed andavano a finire nel tenerume.
I cinque servi del conte erano là, in anticamera, aspettando d’essere chiamati ad uno ad uno, e ridevano tutti, perchè Cecchino colle mille lire ereditate si proponeva di ritirarsi in campagna a vivere di rendita. Veramente Cecchino non aveva detto questo; egli prometteva solo di girare così bene fra le dita quel biglietto da mille, da potersi ritirare in campagna quando fosse vecchio; ma il cuoco pigliò le prime parole sfuggite al guattero e le condì d’una sua salsa così ghiotta, che bisognò ridere ad ogni costo, finchè la porta dello studiolo si aprì per lasciar passare la testa di Ambrogio, il quale chiamò: Cecchino! Si aspettò che l’uscio si fosse chiuso alle spalle del piccolo possidente campagnuolo, e allora Giovanni diede in uno scoppio di risa, che gli spartì la faccia come una mela; gli altri tre fecero coro.
Ma poco dopo Cecchino riapparve colle lagrime agli occhi e col biglietto da mille che doveva asciugarle, come il povero figliuolo pareva tentato di fare, e allora Giovanni fu il primo a domandare sul serio che cosa era stato.
— È stato, rispose Cecchino, che il padrone se ne va, la padrona se ne va, tutti se ne vanno, e mi hanno licenziato.
Ambrogio riapparve e chiamò: Giovanni! — e il cuoco non potè manifestare il proprio pensiero al suo aiutante.
Ma non si tardò a vedere che anche la faccia del cuoco si era allungata, che pareva così difficile, perchè a lui pure il conte aveva detto che se ne andava, che se ne andavano, e che non era più in grado di mantenere tanti servi.
— Non è la cosa in sè, assicurava Giovanni; è il modo con cui me l’ha detta. — Giovanni, mi ha detto: da quanto tempo eri al servizio di mia madre? — Da dieci anni; ho detto — E lui ha detto: tu sei un vecchio amico di casa — Oh! sì! sì! ho detto — E lui: ci dobbiamo lasciare; ha detto — E aveva la voce tremante. — Vado in un paese dove non avrò bisogno di essere molto servito, vado per lavorare anche io — Ha detto così per dire, si capisce, ma l’ha detto, e non so perchè mi ha fatto pena l’idea di vederlo lavorare. Che cosa vuol fare?
— Stefano! chiamò sommessamente Ambrogio; dalla porta socchiusa si vide un momento il conte Cosimo, che teneva la fronte appoggiata alla mano sinistra, mentre colla destra scriveva. A Stefano pure ed a Francesco ed a Pantaleo in ultimo seguì lo stesso caso. Se non si ride, se non si fa il chiasso quando si ha un biglietto di mille lire in tasca, quando mai si può stare allegri? Così diceva il cuoco; e pure Stefano, Francesco e Pantaleo ne avevano meno voglia di prima — tale e quale come il cuoco. In quello stanzino del conte si era mostrata a ciascuno di loro l’immagine confusa di una sventura a cui non sapevano dare un nome, e mentre si consolavano a vicenda, dicendo forte che essere licenziati da una buona casa, col _ben-servito_ in regola, non è un male da morirne, che in Milano le case dei signori non mancano, mentre dicevano questo, erano stupiti di scorgere dentro il loro cuore un sentimento, che valeva più di mille lire e che toglieva valore a quel biglietto della Banca Nazionale. Cecchino, per esempio, era sicuro che se il signor conte gli avesse detto: «restituiscimi il tuo biglietto da mille e ti conduco meco in Sardegna,» egli avrebbe detto di sì. — Giovanni, più sincero o più avveduto, confessava che avrebbe chiesto tempo a riflettere e che avrebbe finito col dire di no; ma erano tutti certi d’aver dentro qualcuno, il quale aveva una gran voglia di fare questo contratto rovinoso.
Mentre duravano i commenti, venne nell’anticamera Ambrogio.
— Ragazzi, disse egli con voce sepolcrale, il signor conte partirà fra due giorni; sono incaricato di pagarvi, oltre il salario, un’indennità per gli otto giorni d’uso. Assesteremo i conti domattina; ma se qualcuno di voi vuole andarsene subito, lo dica.
— Se io me ne vado, disse Giovanni, chi fa la cucina?
— Non si fa più cucina, si mangia dal trattore.
— Ed io rimango! disse Giovanni con enfasi; io farò la cucina fino all’ultimo momento; le ultime due braciuole che il conte Cosimo e la contessa Beatrice mangeranno in Milano, devono passare per le mie mani.
I colleghi di Giovanni lo guardavano a bocca aperta, ammirandolo senza domandarsi perchè.
— Anch’io rimango fino all’ultimo! annunziò Francesco.
— Anch’io! Anch’io!
Era cosa intesa. Rimarrebbero fino all’ultimo tutti.
E Ambrogio? E Annetta?
Ambrogio e Annetta facevano anche di meglio, accompagnavano i loro padroni in Sardegna. Nessuno fiatò a questa notizia; ma l’invidia parlò nel silenzio.
— Bella prova! disse; chi di noi non andrebbe volentieri in Sardegna per continuare a servire la contessa Beatrice e il conte Cosimo? Ma non ci vogliono, ci hanno licenziato.
— Questa Sardegna, domandò poi Giovanni, che cosa è?
— È un’isola, rispose Cecchino, affrettandosi a far pompa del profitto fatto a scuola; le grandi isole del Mediterraneo sono tre: la Sicilia, la Sardegna e la Corsica.
— Lo so che è un’isola; ma io domando che isola è, se è come da noi, se la gente parla un linguaggio che si capisce; questo domando io, nient’altro. Perchè, caro il mio figliuolo, tu non eri ancora venuto al mondo, quando io sapeva che l’isola è una cosa, la terra ferma un’altra. La terra ferma è questa qui: Milano, Como, Pavia e Brescia. La Sardegna invece è un’isola.
Cecchino, umiliato dalla dottrina prepotente del suo tiranno, non osò fiatare.
— Da quel poco che ho potuto capire, disse allora Ambrogio, la Sardegna è un paese grande grande, un paese che ha ogni ben di Dio, un paese dove non ci è nemmeno bisogno di lavorare la terra. Voi date due colpi di zappa prima di seminare, tirate quattro calci dopo seminato, e vedete spuntare le biade alte un metro e mezzo, con certe spighe grosse quanto il pugno, con certi grani grossi più de’ fagiuoli. E vi fanno un vino! un vino!... — Ah! poi si va a caccia dei cinghiali e dei cervi come da noi alle quaglie — E che altro? ah! invece di pescare gli agoni cogli ami e col tramaglio, si fa la pesca dei tonni grossi come vitelli. — In Sardegna non vi è polenta, ma non vi sono affamati; il contadino mangia il pane di farina, non abita la campagna, lavora i campi colla pipa in bocca e fuma tabacco di contrabbando.
Le cognizioni di Ambrogio sulla Sardegna non andavano molto più in là; egli ne aveva inteso parlare tante volte in vario senso e se n’era fatta un’idea a mosaico, in cui entrava un po’ di tutto, non escluso lo sgomento. Credeva, per esempio, che in Sardegna bastasse mettere il naso a una finestra, di notte, per buscarsi la terzana; era certo che la campagna fosse popolata di banditi; e che le vendette e gli omicidi funestassero le famiglie. Diceva per conchiudere: «Insomma è un paese che vi nutre bene e
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