Al polo australe in velocipede
Emilio Salgari and G. G. (Giuseppe Garibaldi) [Illustrator] Bruno
E. Salgari
Al Polo Australe In Velocipede
con 30 Illustrazioni di G. BRUNO e Carta geografica del viaggio.
DITTA G. B. PARAVIA E COMP. (Figli di I. Vigliardi-Paravia) Tipografi — Librai — Editori Torino — Roma — Milano — Firenze — Napoli
Proprietà Letteraria
Torino — Stamperia Reale di G. B. Paravia e C. 1630 (M) XII-95.
Capitolo I.
Il naufragio dell’Eira.
— È vero ciò che si dice, signor Linderman?
— A proposito di cosa, signor Wilkye?
— Che la spedizione polare organizzata dai vostri compatriotti, è miseramente naufragata?
— È vero, rispose con voce secca, colui che si chiamava Linderman.
— Dunque il vostro illustre esploratore polare, è stato vinto dai ghiacci anche questa volta?
— Cosa v’importa?
— _By-god_!... Ad un onorevole membro della società geografica degli Stati Uniti, può interessare molto.
— Me lo dite con una certa ironia, signor Wilkye, da farmi supporre che voi siate contento che il mio compatriota Smith non sia riuscito.
— Può essere, signor Linderman. Che volete? Sarei più contento che scoprisse il polo un americano, anzichè un inglese.
— Infatti, si è veduto come l’hanno scoperto i vostri compatriotti della _Jannette_.
— La loro missione era diversa, signor Linderman. La Jannette andava in cerca di un passaggio libero fra lo stretto di Behering e quello di Davis, e non del polo nord.
— Ed è naufragata miseramente, disse il signor Linderman, con ironia.
— Ma se si fosse diretta verso il polo, senza perdere tanti mesi a cercare il passaggio, forse sarebbe riuscita.
— A farsi schiacciare dai ghiacci qualche mese prima.
— Troppa fretta, signor Linderman.
— Eh!... Pretendereste voi che gli Americani debbano riuscire in tutto?... E chi credete che siano gl’Inglesi?... Degli uomini di carta-pesta forse?... I miei compatriotti navigavano già nei mari polari, quando in Europa non si sapeva ancora che esistesse un’America.
— Colpa dei vostri grandi navigatori che non l’hanno scoperta prima, questa America che dà tanta ombra, al vostro paese, rispose con accento acre il signor Wilkye. Ci voleva un italiano, un Cristoforo Colombo, per far sapere ai vostri navigatori che esisteva un altro continente!
— Basta!... M’avete seccato abbastanza.
— To’!... Un flemmatico inglese che prende fuoco come un zolfanello! Avete mai veduto una cosa simile, signori miei?...
Un allegro scroscio di risa echeggiò intorno ai due litiganti. Il signor Linderman s’alzò rosso come una peonia di China e lasciò cadere, sul tavolo che gli stava dinanzi, un pugno così formidabile, da far traballare le tazze ricolme o semi-piene di birra, che vi stavano sopra.
— Calmatevi, signor Linderman, disse una voce. Volete diventare idrofobo?
— E vi prego di non rovesciare le nostre tazze, disse un’altra. Che diavolo!... Metterete in subbuglio tutto il club!....
Un secondo scroscio di risa, più fragoroso e più allegro di prima, echeggiò intorno al tavolo dinanzi al quale stavano sedute otto o dieci persone, fumando nelle pipe monumentali o dei _puros_ o dei veri _londres_.
— Volete farmi scoppiare? gridò il signor Linderman.
— C’è del tempo! esclamò il signor Wilkye. Un inglese non scoppia così presto!...
— Se continuate ancora, vi dico che salto in aria come una caldaia caricata a quaranta atmosfere.
— Non avete raggiunta la pressione necessaria, disse uno dei bevitori.
— Ma, infine, si può sapere il motivo di tutto questo chiasso? chiese un pezzo d’uomo, grasso come un bove, con una folta barba rossa tagliata a becco, e che allo aspetto sembrava qualche negoziante. Come è vero che sono un onorevole membro della società degli uomini grassi di Chicago, non ho capito ancora niente.
— Cosa volete saper voi di spedizioni polari, Bisby? disse il signor Linderman, bruscamente.
— È vero che io non mi occupo che del prezzo dello carni salate, rispose l’uomo mastodontico, ma giacchè siedo fra voi, onorevoli membri della società geografica, voglio che mi illuminiate.
— È vero, dissero parecchio voci. Nemmeno noi sappiamo su che cosa voi discutete.
— Dell’infelice fine fatta dalla spedizione dell’inglese...
— Scozzese, rettificò il signor Linderman.
— È tutt’uno per noi. Dunque vi dicevo che si discuteva sul naufragio della spedizione di sir Beniamino Leigh Smith.
— È andata a picco l’_Eira_? chiesero tutti, con una certa emozione.
— Gli ultimi dispacci hanno recato l’annuncio, che i superstiti della spedizione sono stati raccolti nello stretto di Matotekine.
— Quando?
— Il 25 agosto, disse Wilkye.
— È vero, signor Linderman? chiesero parecchie voci.
— Sì, rispose seccamente l’inglese.
— Ma chi è, innanzi a tutto, questo signor Beniamino Leight Smith? chiese l’onorevole membro degli uomini grassi. Io vi ho detto che non m’intendo.....
— Che dei prezzi della carne salata, lo sappiamo signor Bisby, rispose un bevitore.
— Sì, narrate signor Wilkye, dissero gli altri. Manchiamo dei particolari della spedizione.
— Lasciatemi vuotare la mia tazza di birra e vi narrerò ogni cosa . . . . . . . . . . . . . . . .
Questa discussione, che minacciava di diventare molto acre fra il signor Linderman e il signor Wilkye, aveva luogo in uno dei locali della sezione della Società geografica americana di Baltimòra, la sera del 26 ottobre dell’anno 1892.
Questa sezione, che contava fra i suoi membri i più ricchi _yankees_ della città, armatori, geografi, esploratori, negozianti che si piccavano di occuparsi di scoperte geografiche, quantunque ignorassero l’esistenza di qualche continente, ogni sera era popolatissima, essendo in quel tempo assai fiorente.
Non crediate però, che in quelle sale, quei bravi americani si limitassero a discutere di geografia e di esplorazioni. Oibò!... Affaristi per eccellenza e grandi bevitori come sono in generale tutti gli abitanti degli Stati dell’Unione, s’occupavano molto dei loro affari, e fra una discussione e l’altra, fra la scoperta di un nuovo fiume, o di un’isola, o di un nuovo popolo di selvaggi, o fra qualche comunicazione della presidenza, parlavano dei prezzi degli zuccheri, dei caffè, delle carni salate, del pesce secco o dei porci di Chicago e bevevano come otri, alternando birra e bicchieri di _wisky_ e di _grogs_.
Però dobbiamo dire, che fra quei numerosi membri contavansi delle persone di valore, dei distinti geografi che s’occupavano con vera passione delle scoperte e dei valenti esploratori che avevano già intrapreso dei lunghi viaggi su tutti e cinque i continenti. Fra questi primeggiavano soprattutto i signori Wilkye e Linderman, due fieri antagonisti che mai si trovavano d’accordo sullo stesso terreno, pel semplice motivo che uno era americano e l’altro inglese.
Il signor Wilkye, un _yankee_ puro sangue, malgrado non contasse in quel tempo che trentadue anni, era già noto negli Stati dell’Unione. Figlio di un ricco costruttore di velocipedi, morto più volte milionario, aveva già intrapresi lunghi viaggi e compiute assai ardite esplorazioni sulle coste della Groenlandia, spingendosi fino allo stretto di Smith, sulle spiaggie della Terra della Regina e della baia di Baffin, perdendo la nave che aveva armato a proprie spese, rimasta prigioniera fra i ghiacci dopo due svernamenti.
Oltre a ciò, professava un vero culto pel velocipedismo, ed aveva fama di essere uno dei più resistenti campioni. Aveva già fondato parecchi Club e di molti era il presidente.
Il secondo invece, era un ricchissimo armatore, proprietario di una trentina di navi a vela ed a vapore e di un grandioso cantiere, ed era pure noto pei suoi numerosi viaggi intrapresi in tutte le regioni del globo e particolarmente nei mari australi del circolo polare.
Bei tipi entrambi però, audaci, risoluti, decisi a tutto. Erano tutti e due di statura atletica, con membra poderose, muscoli di ferro, abituati ai più duri esercizii del corpo; erano diversi soltanto nelle tinte. Mentre l’americano aveva i capelli e la barba nera e la pelle bruna, che tradivano un incrocio di razze nordiche colle meridionali, l’altro invece aveva i capelli e la barba rossa e la pelle rosea come un anglo-sassone.
Riprendiamo ora il filo della nostra veridica istoria.
Il signor Wilkye, dopo d’aver vuotata la sua tazza di birra per umettarsi la gola, disse:
— Questa spedizione inglese, così miseramente naufragata.....
— Tagliate corto, lo interruppe Linderman.
— Adagio, caro signore, disse l’americano. Il signor Bisby deve essere illuminato.
— Grazie amico, disse il negoziante di carni salate.
— Questa spedizione adunque, era stata organizzata da Leight Smith, un uomo che aveva già conoscenza dei mari polari. Era partita da Peterhead il 14 giugno dello scorso anno, diretta al polo, portando provviste per quattordici mesi.
Componevasi di Smith, d’un capitano, d’un chirurgo e di ventidue marinai. Il 23 luglio l’_Eira_, tale era il nome della nave, giungeva alla terra Francesco Giuseppe, ma colà si vide la strada chiusa dai ghiacci.
La spedizione ritornò, sperando di trovare un altro passaggio, ma presso le isole Bell la nave veniva imprigionata dai campi di ghiaccio.
Il 7 agosto riusciva ad aprirsi un varco ed a ripartire, ma otto giorni dopo veniva rinchiusa dai ghiacci presso il capo Flora, ed il 21 affondava sotto la pressione dei banchi.
L’equipaggio s’accampò a terra, passò l’inverno vivendo di carni d’orsi bianchi e di morse e il 22 giugno di questo anno s’imbarcava nei canotti che aveva salvato, cercando di guadagnare le coste della Russia settentrionale.
Dopo sei settimane impiegate ad attraversare un immenso campo di ghiaccio, giungeva al mare libero ed approdava alla Nuova Zembla. Ora il telegrafo annunziò che la spedizione è stata raccolta nello stretto di Matotkine dallo steamer _Hope_ comandato da sir Allen Young, che era stato mandato in cerca dell’_Eira_ dal governo inglese. Ecco il motivo della nostra discussione.
— Io non m’intenderò che di carni salate, ma mi pare, signor Linderman, che quella spedizione abbia fatto una magra figura, disse Bisby.
— Andate a parlare di buoi, voi! esclamò l’inglese, con tono acre. Cosa ne sapete voi di spedizioni polari?
— Sono un membro della società geografica anch’io e...
— Degli uomini grassi che non s’occupano che di mangiare.
— Ma io dico che se quei signori che montavano quel bastimento fossero stati americani.....
— Si sarebbero affogati, signor negoziante di carni. La fine della vostra _Jannette_, informi[1].
— Ma, disse uno dei bevitori. Che non si possa proprio andarci al polo, signor Linderman?
— Sì e no.
— Eh!... esclamò Wilkye.
— Sì e no, ripetè l’inglese. Io dico che finchè cercheranno di andarvi con delle navi che camminano come le lumache, le lascieranno fra i ghiacci.
— Vorreste andarci a piedi? chiesero alcuni.
— No, lo scorbuto, le fatiche, i grandi freddi ridurrebbero i marinai in tali condizioni, da non poter avanzare per lungo tempo.
— E allora?
— Io sono convinto che con una nave rapidissima si potrebbe giungervi.
— Vorrei vederla alla prova, disse Wilkye. Io invece affermo che solo con dei velocipedi montati da uomini robusti, si potrebbe raggiungere il polo.
Un oh! di sorpresa echeggiò nella sala, a quella strana affermazione. Il signor Linderman proruppe invece in una clamorosa risata.
— Si è mai udita una cosa simile! esclamò. Ma voi impazzite, signor Wilkye...
— Con vostro permesso, non ancora.
— Ma vi pare!...
— Cosa vi trovate di così strano? Ragioniamo, signor Linderman.
— Ma fin che lo desiderate. Sarei curioso di conoscere il vostro sbalorditivo progetto.
— Una nave, credete che possa spingersi fino all’80° di latitudine?
— Sì, se la stagione è propizia.
— Quale distanza corre dall’80° di latitudine al polo?
— Dieci gradi.....
— Ossia 600 miglia geografiche. Questa distanza sarà immensa per un equipaggio che deve percorrerla a piedi, traendosi dietro i viveri, le scialuppe, le slitte, le tende per l’accampamento, insomma tutto il pesante bagaglio necessario; ma cosa sono 600 miglia per un velocipedista? Sei giorni di viaggio, sette, ammettiamone pure otto.
[Illustrazione: .... che solo con dei velocipedi montati da uomini robusti..... (pag. 8)]
— È vero, esclamarono gli astanti, con vivo stupore.
— Dunque in sette od otto giorni un velocipedista destro, robusto, può giungere al polo; in altrettanti voi ammetterete che possa ritornare.
— Ma i viveri, la tenda, la cucina per riscaldarsi le vivande.....
— Si possono portare, signor Linderman.
— Non datemi da bere delle frottole. Vorrei vedere anch’io alla prova i vostri soci del Club velocipedistico.
— Vi dico che riuscirebbero meglio di una rapida nave.
— Storie!
— Sono pronto a dimostrarvelo coi fatti mentre voi, signor inglese, non osereste farlo! esclamò l’americano, riscaldandosi.
Il signor Linderman impallidì, poi s’alzò e percuotendo per la seconda volta il tavolo, esclamò:
— È una sfida che voi, signor americano, gettate a me?
— Prendetela come volete, mi troverete sempre pronto.
— Credo che siate ricco voi.
— Almeno così si dice.
— E che abbiate del tempo da perdere.
— Sì, signor Linderman.
— E che non abbiate tanto cara la vostra pelle.
— Peuh!... L’ho giuocata tante volte!...
— E ci tenete?
— A cosa, signor Linderman?
— Ad andare al polo?...
— Scherzate? chiesero gli astanti.
— No, parlo seriamente, disse l’inglese con voce grave. Io andrò alla scoperta del polo con una delle mie navi che fila venti nodi all’ora e voi, se non avete paura, ci andrete coi vostri velocipedi.
— Sia!...
— Fra otto giorni metterò a vostra disposizione la mia nave e andremo a sbarcare sulle terre australi.
— Australi?...
— Sì, signor Wilkye. Scelgo un terreno quasi vergine: andremo a scoprire il polo sud, anzichè quello nord. La stagione è propizia, poichè nelle regioni australi comincia l’estate.
— Accettato, ma una osservazione prima.
— Parlate.
— Gli affari sono affari e non voglio dovere all’Inghilterra, che ora voi rappresentate, alcun debito. Fissate il prezzo pel trasporto di undici persone.
— Duemila dollari.
— Benissimo.
— Ho una osservazione da fare anch’io ora.
— Parlate.
— Quando saremo giunti sulle spiagge delle terre australi, ricordatevi che io sono inglese e voi americano e che ognuno agirà per proprio conto.
— Saremo nemici.
— Mortali nemici, signor Wilkye. Io lotterò esclusivamente per la mia bandiera.
— Ed io per la mia.
— E non vi porgerò aiuto alcuno.
— E nemmeno io.
— Basta così: fra otto giorni, all’alta marea, noi salperemo.
— A due bandiere.
— Cosa volete dire?
— Che sul picco della randa, accanto alla bandiera inglese si spieghi quella degli Stati dell’Unione.
— Avete ragione: pagate, e il diritto vi spetta: fra otto giorni vi attendo dinanzi ai miei cantieri!...
Capitolo II.
Un uomo che va al polo per ingrassare.
Il 3 novembre, ossia otto giorni dopo la scena descritta, una nave a vapore della portata di trecentosessanta tonellate, attrezzata a goletta, fumava dinanzi ai grandiosi cantieri del signor Linderman, situati all’estremità del quartiere di Fell’s Point.
Era una bella nave, che aveva più l’aspetto di un yacht di piacere, che d’uno _steamer_. Il suo sperone, tagliato ad angolo retto come quello dei moderni piroscafi, i suoi fianchi stretti, la sua alta alberatura, la davano subito a conoscere per una nave da corsa; i suoi ampi sabordi che s’aprivano sul quadro di poppa, le sue numerose cabine situate perfino sopra coperta, la minuziosa pulizia che regnava sul ponte, la lucentezza de’ suoi metalli, l’ordine perfetto che si ammirava da prua a poppa, indicavano che il suo proprietario l’avea destinata a ben altro motivo che a quello del trasporto dei carichi americani o d’oltre Atlantico.
Da tre giorni era uscita dal cantiere di raddobbo del signor Linderman e l’istesso giorno il suo equipaggio, che era molto numeroso, aveva cominciato a caricare cassette, casse, colli, valigie, botti, enormi involti e pacchi in così grande quantità, da attirare l’attenzione non solo degli sfaccendati che passeggiavano sul _quai_, ma anche degli equipaggi delle navi ancorate lì presso.
La curiosità degli uni e degli altri, era però rimasta insoddisfatta, poichè l’equipaggio di quella nave, come se obbedisse ad un ordine ricevuto già prima, non avea date che delle risposte molto evasive ed oscure. Tutto quello che gli sfaccendati e gli equipaggi avevano potuto sapere, si riassumeva in quattro parole: Il signor Linderman parte.
Il 3 novembre quella nave misteriosa, poco prima dell’alba aveva acceso i suoi fuochi, si era scostata dalla banchina per essere più pronta a prendere il largo; avea ritirate le gòmene che la tenevano ormeggiata a terra, conservando la sola catena attaccata al gavitello galleggiante, ed aveva posto in acqua la grande baleniera.
Il suo equipaggio, composto di ventisei marinai, s’era allineato sulla coperta, come in attesa del proprietario, e non fiatava. Il secondo ed il capitano passeggiavano invece sul ponte di comando, lanciando di quando in quando degli sguardi a terra.
L’alta marea stava per toccare la sua massima altezza, quando una lancia montata da due rematori e da un uomo grasso come un rinoceronte, con una barba rossa tagliata a becco, un faccione rossastro che somigliava a quello della luna veduta all’orizzonte dopo un tramonto infuocato d’estate, o con certe braccia e certe gambe che sembravano colonne, venne ad ormeggiarsi sotto la scala di tribordo.
L’uomo mastodontico s’alzò soffiando come una foca, e con un vocione da rompere i timpani più solidi, chiese:
— Ehi!... della nave!... È giunto il signor Wilkye?
— No, rispose il capitano, curvandosi sulla murata.
— Ed il signor Linderman?
— Non ancora.
— Fa lo stesso: sarò il primo io.
Si caricò d’una grossa coperta di lana che non doveva pesare meno di venti chilogrammi e salì faticosamente la scala, brontolando contro i costruttori che l’avevano fatta fabbricare così stretta da permettergli a malapena di passare. Dietro di lui salirono i barcaiuoli portando altre pesanti coperte, poi valigie enormi e per ultimo una grande pelle di bisonte.
Il capitano, sceso dal ponte, gli mosse incontro salutandolo cortesemente, poi gli chiese:
— A chi ho l’onore di parlare?
— Col signor Bisby, comandante.
— Non vi conosco, signore.
— Come! esclamò l’uomo grasso, sbarrando due occhi grossi come quelli d’un bue. Non conoscete Bisby, il negoziante di carni salate e...
— Ma vi dico...
— Membro della sezione geografica di Baltimòra?
— Non ho questo onore.
— Fa lo stesso: io sono il signor John Bisby.
— Con vostro permesso non la lo stesso, rispose il capitano. Il vostro nome non figura fra le persone che devono imbarcarsi.
— Vi dico che fa lo stesso, rispose l’uomo grasso, piccato. Oh che?... Si pretenderebbe che io chiedessi a voi il permesso d’imbarcarmi?... Per mille quintali di carne salata!... Voglio andare al polo anch’io, se vi garba!... Pago... e basta!...
— Ed io vi ripeto che non vi conosco, che non ho ricevuto alcun ordine a vostro riguardo e perciò vi prego di andarvene.
— Io andarmene! tuonò l’uomo grasso, con un vocione da essere udito a due chilometri di distanza. Per chi mi prendete voi? Per un mariuolo forse? Vi dico che voglio andare al polo poichè voglio diventare il presidente degli uomini grassi e gettare giù di scanno quel signor Dorkin, che infine non pesa che dodici libbre più di me. To’! c’era motivo di far lui presidente per poche libbre?... Cosa ne dite?
Il comandante della goletta non rispose: guardava il signor Bisby con certi occhi stupiti, come se avesse dinanzi un pazzo o per lo meno un gran originale.
— Mi avete capito? chiese l’uomo grasso, dopo un istante di silenzio.
— Niente affatto, signore. Io non so comprendere cosa c’entrano gli uomini grassi col polo e questa nave col signor Dorkin, che non ho l’onore di conoscere.
— Come! esclamò Bisby, scandolezzato. Non conoscete il signor Dorkin?
— No, e non mi occupo di saperlo. Vi dico e vi ripeto però di lasciare questa nave.
— Con o senza vostro permesso, io vi dico che non la lascierò.
— Sarò costretto a farvi prendere dai miei marinai e condurvi a terra per forza, disse il capitano con tono reciso.
— Vorrei vederlo! esclamò l’uomo grasso, diventando rosso come una melagrana matura. Condurre me a terra e per forza! Corpo di centomila quintali di carne salata!... Mi credete un bamboccio? Peso centodieci chilogrammi e sei ettogrammi e malgrado i miei quarantadue anni, ho ancora dei buoni nervi per dare una lezione di boxe al primo che alza una mano su di me. Vi dico che voglio andare al polo!...
— Cos’è questo baccano? chiese una voce.
Il signor Bisby che pareva fosse lì lì per iscoppiare, si volse verso la scala e si trovò dinanzi al signor Wilkye, che era giunto allora a bordo di una scialuppa. Vedendolo, l’uomo mastodontico gli gettò le braccia al collo con tale impeto, che per poco non lo rovesciò, gridando:
— Ah! caro amico! Giungete in buon punto!... Figuratevi che questi arrabbiati marinai, volevano condurmi a terra per forza!
— È vero, signor Bak? chiese Wilkye, volgendosi verso il capitano, che s’era levato cortesemente il berretto.
— Verissimo, signore. Nell’elenco delle persone che devono prender parte alla spedizione, non trovo il nome di Bisby ed avevo pregato il signore di ritornare a terra.
— È uno dei nostri, signor Bak.
— Lo udite? chiese l’uomo grasso con aria trionfante, rivolgendosi al capitano. Senza di voi, Wilkye, qui stava per nascere una zuffa.
— Ma cosa siete venuto a fare qui, Bisby? chiese Wilkye. Vedo intorno a voi delle coperte e delle valigie.
— Venivo a domandarvi di prendere parte alla spedizione polare.
— Voi! esclamò Wilkye, al colmo dello stupore. Ma siete pazzo, Bisby?
— E perchè, caro amico?
— Ma vi pare? Voi venire al polo?... Voi affrontare i disagi di una simile campagna, tra i freddi intensi?
— Me ne infischio io del freddo. Ho portato con me una pelle di bisonte.
— E credete che basti? chiese Wilkye, scoppiando in una risata. Ci vuole altro che una pelle di bisonte per quei freddi!
— Chi ve lo dice?
— Lo proverete più tardi.
— Non importa: ho deciso di venire al polo anch’io, caro amico. Sono arcistucco di udire i miei onorevoli colleghi della Società geografica a dirmi, ogni qualvolta che succede una discussione, cosa ne sapete voi di spedizioni? Cosa ne sapete voi di geografia? Così ho deciso di viaggiare anch’io e di accompagnarvi al polo.
[Illustrazione: Linderman, Bisby e Wilkye.]
— Avete mai viaggiato?
— Ho attraversato due volte il lago Ontario. Non basta?
Wilkye scoppiò in una sonora risata.
— Bel viaggio! esclamò. È la traversata d’una scodella d’acqua. Soffrite almeno il mal di mare?
— No, anzi in quelle due traversate ho mangiato per quattro, quantunque il lago fosse burrascoso.
Poi prese il suo amico per un braccio e traendolo verso poppa, gli disse con fare misterioso:
— Vengo al polo perchè ho una speranza.
— Quale?
— Una domanda prima, caro amico. È vero che nelle regioni polari si è costretti a mangiare assai?
— Sì, per mantenere una forte dose di calorico nel corpo, onde combattere meglio il freddo.
— Vittoria! urlò Bisby.
— Impazzite?
— No, Wilkye. L’anno venturo diverrò il presidente degli uomini grassi di Chicago.
— In qual modo?
— Perchè mangerò tanto da diventare grosso come un elefante e getterò di scanno Dorkin, l’attuale presidente.
— Ma se siete già troppo grasso!
— Non basta, amico mio, non basta. Hurrà pel polo!... Ma..... non conducete con voi nessuno? Volete andare solo al polo?
— No, Bisby. Ho condotto con me due valenti velocipedisti e sei bravi marinai.
— Non li vedo.
— Sono imbarcati fino da ieri.
— Ed il signor Linderman?
— Sarà qui presto... to’!... Eccolo che giunge.
Infatti una terza scialuppa montata dal signor Linderman e da sei remiganti, s’avvicinava rapidamente.
Il capitano scese la scala e lo ricevette sulla piattaforma inferiore. L’armatore gli strinse la mano, poi salì sul ponte e strinse quella del suo rivale.
Vedendo avanzarsi Bisby, non potè trattenere un’esclamazione di meraviglia.
— È deciso di venire al polo con noi, disse Wilkye, prevenendo la sua domanda. Egli desidera d’istruirsi.
— Ben venuto sulla mia nave, disse l’armatore. C’incaricheremo noi della vostra istruzione, Bisby.
— Grazie, amico, rispose il mercante di carne salata. Vi sarò obbligatissimo.
— Vi prevengo però, che la vita dell’esploratore è poco allegra.
— Non mi spaventa.
— Che laggiù fa molto freddo.
— Mi coprirò per bene.
— Che possiamo soffrire anche la fame.
— Oh! questa poi...
Poi alzando le spalle:
— Bah!..... Mangerò delle foche, se sarà necessario, o degli orsi bianchi.
— Non ve ne sono.
— Delle renne.
— Nemmeno.
— Dei buoi muschiati.
— Niente.
— To’!... esclamò Bisby, al colmo della sorpresa. Ma cosa narrano gli esploratori che al polo vi sono tanti animali?
— Ma il polo australe non è quello settentrionale.
— Ma che! Deve essere lo stesso.
— Vi dico di no.
— Chi ve lo dice?
— Ve lo dimostrerò quando sbarcheremo sulla terra di Palmer o di Graham.
— Signore, disse in quel momento il capitano, avvicinandosi. Abbiamo la massima pressione e la marea è alta.
— È stato imbarcato tutto?
— Tutto, signor Linderman.
— I velocipedi del signor Wilkye, i viveri...
— Non manca nulla, signore.
— Desiderate nulla d’altro, signor Wilkye?
— No, rispose l’americano.
— Partiamo adunque.
— Ma i nostri amici? chiese Bisby.
— Li abbiamo salutati ieri sera, disse Linderman. Avanti, signor Bak!
Al comando dato dal capitano, alcuni marinai scesero sul gavitello galleggiante e staccarono la catena, che venne subito ritirata a bordo. Tosto l’elice si mise in movimento facendo spumeggiare l’acqua attorno alla poppa; dalla ciminiera uscirono neri nuvoloni di fumo e la goletta si mise a filare verso l’uscita del porto, passando fra un gran numero di navi ancorate.
Bisby, Linderman e Wilkye, ritti sul cassero, guardavano la città che si estendeva dinanzi a loro, ma che impiccioliva rapidamente. I due rivali parevano tranquilli; ma il negoziante di carne salata sembrava estremamente commosso e si grattava nervosamente la testa.
— Sarà un po’ di emozione, diss’egli, dopo un lungo silenzio, pure vi confesso, amici miei, che mi sento scombussolato.
I due rivali si misero a ridere.
— Il polo vi farebbe di già paura? chiese ironicamente l’armatore.
— Non è il polo, ma..... se non si tornasse più?
— Bell’esploratore che siete voi!
— Comincio ad esserlo ora; è quindi perdonabile la mia emozione. La cosa però mi sembra strana, perchè quando ho attraversato il lago Ontario non lo era affatto.
— Lo chiamate un viaggio d’esplorazione quello?
— No, ma infine.....
— Vi vedremo alla prima burrasca, Bisby.
— Non mi fa paura.
— O fra i ghiacci del polo.
— Indosserò la mia pelle di bisonte.
— Vi farà molto quella!... Addio Baltimora e chissà se ti rivedremo.
— Diavolo! brontolò Bisby. Che funebre augurio.
In quell’istante la goletta, superata l’estremità della gettata ed il faro, si lanciava a tutto vapore sulle acque azzurre della profonda baia di Chesapeak.
Capitolo III.
A bordo della «Stella Polare».
La _Stella Polare_, tale era il nome della goletta del signor Linderman, era una vera nave da corsa, capace di percorrere circa cinquecento miglia in sole ventiquattro ore, essendo dotata di una velocità di venti nodi all’ora ed anche di più, a tiraggio forzato. Non doveva quindi impiegare molto a percorrere la baia di Chesapeak, che ha una lunghezza mediocre.
In tre ore, continuando con quella velocità, che il signor Linderman pareva deciso di mantenere, poteva avvistare i due capi Charles ed Henry, che la rinserrano verso l’Atlantico.
Guidata da uno dei suoi migliori timonieri, filò dritta verso Annapolis, piccola città che dista poche miglia da Baltimora, passò dinanzi ai numerosi battelli ancorati dinanzi alla spiaggia e scese verso il sud, fendendo impetuosamente le acque, le cui ondate andavano ad infrangersi, con sordi fragori, sulle frastagliate coste occidentali.
Alle sette del mattino la _Stella Polare_ aveva già raggiunta la foce del Potomac, grosso fiume che scaricasi nella suddetta baia, ed alle 9, dopo aver avvistato il forte Monroe che difende la foce del James, sulle cui sponde sorge la città di Norfolk, superava il capo Henry, lanciandosi a tutto vapore sulle onde dell’Oceano Atlantico.
Bisby, che non aveva abbandonato il cassero della rapida nave, vedendo stendersi dinanzi a lui quell’immensa massa d’acqua che pareva non avesse confine e scorgendo le coste americane allontanarsi e rimpicciolire con fantastica rapidità, emise un sospiro così profondo, da essere udito da Wilkye e da Linderman.
— Ohe, Bisby! esclamò l’americano, sorridendo. Mi pare che l’Oceano Atlantico vi faccia un po’ d’effetto.
— Diamine! rispose il negoziante di carni salate, con aria imbarazzata. Vi confesso che tutta quest’acqua produce su di me una certa impressione. Non credeva che l’Oceano fosse così vasto.
— Speravate di scorgere le coste europee?
— Non dico che avessi questa speranza, ma vedo che ci allontaniamo dalle coste mentre potremmo tenerci vicini.
— Ho fatto mettere la prua verso le Bermude, disse Linderman. Preferisco girare al largo ora, per evitare le isole Lucaie e le Antille e muovere dritto sul capo S. Rocco. In tal modo non incontreremo la grande corrente del Gulf-Stream che sale verso Terranuova lambendo le spiaggie americane.
— Avete ragione, signor Linderman, rispose Wilkye. Perderemo meno tempo.
— Ma ditemi, caro amico, avremo da percorrere molta acqua, prima di giungere alle terre polari? chiese Bisby.
— Circa cinquemila miglia.
— Per mille quintali di carne salata! Che estensione ha dunque quest’Oceano?
— Considerevolissima, Bisby. La sua lunghezza, che va da un polo all’altro, è stata calcolata a ottomila miglia.
— Non sarà però così largo, suppongo.
— Oh no! Anzi in certi punti l’Oceano si restringe assai. Tra le coste della Groenlandia e della Norvegia, per esempio, non ha che una larghezza di ottocento miglia; fra quelle del Brasile e della Sierra Leone ne ha millecinquecento, e fra quelle della Florìda e del Marocco o della Plata e del Capo di Buona Speranza, supera le tremilaseicento.
— Una estensione d’acqua così immensa deve avere anche delle profondità considerevoli.
— Dei baratri spaventevoli, Bisby. Gli ultimi scandagli fatti dalle navi da guerra, hanno dato degli abissi capaci di sommergere delle montagne altissime. Fra l’Islanda e l’Inghilterra, per esempio, ve n’è uno profondo novemila piedi e largo milleduecento miglia; ma questo è nulla a paragone di molti altri. Fra le Canarie e Madera se n’è misurato uno di quindicimila piedi e fra le isole Azzorre e la costa del Portogallo un altro che oltrepassa di qualche po’ quella cifra.
— Che discesa, se la _Stella Polare_ dovesse andare a picco sopra uno di quei baratri! esclamò Bisby, rabbrividendo. Ma.....
— Cosa desiderate?
— Devo dirvi che sono immensamente contento di essermi imbarcato.
— Perchè, amico mio?
— Perchè comincio a credere che ingrasserò come un elefante. Ho fatto una lauta colazione prima di uscire di casa ed ecco che provo di già una fame formidabile. L’aria di mare mi conferisce straordinariamente.
— Temevo il contrario, disse Linderman, sorridendo. Se il mal di mare non vi coglie, ingrasserete Bisby. Se lo desiderate, andiamo pure a far colazione.
Lasciarono il ponte e scesero nella sala da pranzo, dopo d’aver dato ordine allo _stewart_ di preparare la colazione.
Il signor Linderman, da vero gran signore, nulla aveva risparmiato per rendere la sua nave comoda ed elegante.
Il salotto da pranzo della sua _Stella Polare_ poteva gareggiare con quelli dei più splendidi _steamer_ transatlantici.
I puntali, in forma di colonne, erano dipinti di bianco ed adorni di fregi; le pareti sparivano sotto un grosso feltro, eccellente riparo contro i grandi freddi; il tavolato era coperto di tappeti soffici e variopinti; i sabordi che davano la luce, erano riparati da vetri dello spessore di mezzo pollice e in fondo, una grande stufa di ferro, non aspettava che i primi geli per mettersi a russare.
Udendo suonare la campana che annunciava la colazione, il capitano Bak, comandante della goletta, era già disceso e li aspettava nel salotto. L’armatore, Wilkye e Bisby stavano per sedersi quando entrarono due giovanotti.
— Permettete, signori, disse Wilkye alzandosi, che vi presenti i miei due compagni di viaggio, il signor Ugo Peruschi, italiano naturalizzato americano, e il californiano John Blunt, due dei più valenti velocipedisti del Club di Baltimora.
— Siano i benvenuti a bordo della mia nave, disse Linderman, porgendo a loro la mano. Mi auguro che siano due buoni rivali.
— Lo saranno, signor Linderman, disse Wilkye. Hanno accettato con vero entusiasmo di seguirmi al polo e lotteranno fino all’estremo per la causa dell’America.
— Ed i miei marinai non saranno da meno dei vostri compagni, ve lo assicuro, signor Wilkye, disse l’armatore.
— Lo vedremo in seguito.
— Osereste dubitarne? chiese Linderman, piccato.
— Non ho mai avuto quest’intenzione. Alludevo al vostro progetto e alle difficoltà che dovranno superare i vostri uomini.
— Ne parleremo quando saremo di ritorno.
— Basta, signori, disse Bisby. Io ho fame.
— Avete ragione, signore, disse il capitano. Non è il momento di guastarsi il sangue, ora che il viaggio è appena cominciato. Al momento opportuno ognuno lotterà pel trionfo della propria bandiera.
Si assisero attorno alla tavola e assalirono vigorosamente i _beef-steaks_, le patate arrostite nel burro e il pane burrato.
Due parole innanzi a tutto sui due compagni di Wilkye. Erano entrambi giovani, poichè non avevano che ventiquattro o venticinque anni, ma erano diversi nei tipi. L’italiano, naturalizzato americano, era un bel giovanotto, alto, magro, tutto muscoli, colla pelle abbronzata, i lineamenti arditi; l’altro, invece, era di statura bassa con spalle larghe, petto ampio, braccia e gambe grosse, ma nervose, che dinotavano una forza poco comune ed una resistenza straordinaria. Era bruno come il compagno, ma i suoi lineamenti non erano così arditi; doveva essere invece un uomo dotato d’un sangue freddo e d’una calma tale, da dare dei punti ai migliori campioni della razza anglosassone.
Questi due velocipedisti formavano l’orgoglio del Club di Baltimora, ed i loro nomi erano sempre figurati primi in quasi tutte le gare velocipedistiche date nelle città dell’Unione Americana. Erano noti soprattutto per la loro resistenza ed avevano di già compiuto delle corse di parecchie centinaia di miglia, vincendo i migliori campioni, non solo canadesi, ma anche inglesi.
Come aveva detto il signor Wilkye, avevano accettato con entusiasmo la difficile e pericolosa impresa di seguirlo nelle terre dei mari del Sud, decisi a sfidare i terribili freddi delle regioni polari, purchè trionfasse la bandiera americana.
La colazione in pochi minuti fu divorata. Bisby, che si trovava molto bene sulla _Stella Polare_, e che non voleva perdere tempo, diede un saggio della capacità del suo stomaco e della sua buona volontà d’ingrassare rapidamente, facendo sparire in un batter d’occhio una mezza dozzina di _beef-steaks_,un canestro ricolmo di biscotti e quattro litri di birra. Malgrado ciò asseriva di avere nel suo stomaco un posticino ancora libero, ma che riservavasi di riempirlo alla seconda colazione delle 4 pomeridiane.
Terminato il pasto, americani ed inglesi accesero le loro pipe e intavolarono i discorsi fra un sorso di wisky e di gin.
— Signor Wilkye, disse Linderman, se non vi dispiace, finchè abbiamo tempo, vorrei farvi una domanda che riguarda la vostra spedizione, perchè io ignoro ancora dove dovrò sbarcarvi.
— Infatti, signore, non vi ho ancora detto su quale spiaggia io intendo di discendere.
— Sulla nostra rotta abbiamo parecchie terre e per me poco mi cale di sbarcarvi o su quella di Luigi Filippo, o di Trinity, o di Palmer o più lontano ancora, a quella di Graham, o a quella d’Alexandra.
— Io desidererei sbarcare sulla costa che è più vicina al polo.
— Ritengo però, che non spererete di seguirmi fin dove lancierò la mia nave. Voi avete i velocipedi ed io i miei uomini che saranno costretti a procedere colle loro gambe.
— Ma fin dove credete di giungere colla vostra nave? Il polo sud non ha le immense aperture che presenta il polo nord.
— E chi ve lo dice?
— Gli esploratori hanno trovato quasi dovunque una costa che s’oppose al loro avanzarsi.
— È vero, ma le loro esplorazioni si sono fermate a metà via. Chi vi dice che al sud della terra di Graham, fra questa e quella Alexandra, non esista un passaggio? Ambe le coste s’incurvano in dentro e i più suppongono che la terra Alexandra sia semplicemente un’isola. Raggiunto quel punto, la mia nave si troverà già al 70° di latitudine e quel passaggio può condurci, se non direttamente al polo, almeno molto vicino.
[Illustrazione: La colazione in pochi minuti fu divorata.... (pag. 27)]
— La vostra è una supposizione, signor Linderman.
— Sarà un tentativo che potrò ripetere altrove. La mia _Stella Polare_ è dotata d’una velocità straordinaria e potrà rifare la via percorsa nel colmo dell’estate, cioè nel gennaio e anche prima.
— Avrete un osso duro da rodere.
— Ed anche voi, signor Wilkye. Voglio vedere cosa faranno i vostri velocipedi fra le nevi e quando la temperatura scenderà a 40° o 50° sotto lo zero.
— Mi basteranno pochi giorni per toccare il polo.
— Lo vedremo, disse l’armatore, con ironia. Orsù, dove dovrò sbarcarvi?
— Se non vi rincresce, alla Terra di Graham, al di là dello stretto di Bismark, di fronte alle isole Krogman, Peterman e Boot.
— Non sarete che al 65° 40′ di latitudine, ossia ad una distanza di mille cinquecento e ottanta miglia dal polo. Come farete a percorrere una simile distanza coi velocipedi, che non possono portare un bagaglio pesante?
— Ho pensato a tutto, signor Linderman, ed ho tutto calcolato scrupolosamente.
— Ma dei vostri sei marinai che avete imbarcati, cosa farete?
— Mi seguiranno.
— Al polo?
— Non ho questa pretesa, ma mi aiuteranno nell’impresa.
— Ma voglio venire anch’io al polo, disse Bisby.
— Ci vorrebbe una macchina apposita per portarvi, disse Wilkye, ridendo. Resterete coi miei marinai.
— Ci verrò, vi dico. Le mie gambe sono solide e ci andrò a piedi.
— Con quel freddo? disse l’armatore, ironicamente.
— Ho la mia pelle di bisonte.
— Vi farà molto!
— E vorreste che io rimanessi indietro? Voglio vederlo anch’io, questo famoso polo.
— Ma cosa credereste di vedere? chiese Wilkye.
— Io non lo so, poichè non m’intendo che di carni salate, ma giacchè da molti anni partono navi per scoprirlo, suppongo che ci sia qualche cosa di straordinario.
— Niente affatto, Bisby.
— Ma allora per cosa vanno al polo? Spiegatemi voi il motivo.
— Ci vanno per accertarsi dell’esistenza di un mare libero di ghiacci e per chiarire, se nei paraggi settentrionali od australi, vi si goda una temperatura meno fredda delle regioni che li circondano.
— Cosa dite?.....
— Dico che gli scienziati sono concordi nell’affermare che al di là della barriera dei ghiacci che circondano i poli, vi sia un clima più mite, e perciò da anni e anni arditi navigatori affrontano i rigori polari per accertare questa supposizione. Questo è il movente principale, ma vi sono annesse altre questioni importantissime per la scienza, soprattutto questioni meteorologiche.
— Ci vanno per una curiosità adunque?
— Sì, se volete chiamarla con questo nome, ma quanti problemi che tormentano gli scienziati, si scioglierebbero se si potesse giungere al polo. Forse l’inclinazione dell’ago magnetico, la formazione delle aurore boreali, ecc. non sarebbero più un mistero impenetrabile.
— Se sapevo così.... mormorò Bisby, non sarei venuto, amico. Credevo di vedere qualche cosa di meraviglioso.
— Ma laggiù ingrasserete, Bisby. Mangerete per dieci, con quel freddo.
— Purchè non mangi tutte le provviste e ritorni magro come un’aringa!... Che disgrazia mai sarebbe!...
— È probabile, aggiunse Linderman, crollando il capo e come parlando fra sè. I morti di fame nelle regioni polari non si contano quasi più.
— Che lugubre augurio, mormorò Bisby, rabbrividendo. Ah! cane d’un polo!....
Capitolo IV.
Dalle Bermude alle Falkland.
La mattina del 4 novembre, la _Stella Polare_, che aveva mantenuto una velocità media di quindici miglia all’ora, avvistava le Bermude ad una distanza di sette leghe.
Queste isole sorgono in pieno oceano Atlantico, e la loro scoperta rimonta al 1522, nella cui epoca furono per la prima volta visitate dal navigatore spagnuolo Bermudes. Fu secondo l’inglese Pommers, che vi fu spinto dai venti nel 1609, rimanendovi per oltre nove mesi, essendo la sua nave naufragata.
Sono in numero di quattrocento, ma poche sono le abitabili, parecchie essendo semplici scogliere. Bermuda è la più grande avendo ventidue chilometri di lunghezza e due di larghezza; poi vengono S. Giorgio, S. David, Somerset, ecc. Vi sono parecchi buoni ancoraggi, ma quanto è triste il soggiorno in quelle isole perdute in mezzo all’Atlantico! L’aridità dei loro monti e delle loro coste, la tinta grigia, nebbiosa del loro cielo, i loro villaggi che sono formati da casette basse, costruite con una pietra molle come la pomice e coperte di foglie di palmizio; il puzzo che tramandano i pesci messi a seccare sulle spiagge, gli uragani formidabili che di frequente le devastano, danno a loro un aspetto che non è certo rallegrante. Pure contano circa diecimila abitanti, per la maggior parte negri, tutti valenti marinai che pescano da mane a sera e che lavorano accanitamente le terre per non morire di fame. Nei mesi di marzo e di aprile, quella popolazione cresce, giungendovi i pescatori di balene, essendo quelle isole di frequente visitate dai giganti dei mari.
Quantunque sian poco fertili, pure dànno aranci, cotone, tabacco e frumento il quale matura due volte all’anno. Producono certe specie di ginepri (_juniperus bermudiana_) i quali raggiungono un’altezza di sedici a venticinque metri e servono per la costruzione di leggieri navigli.
I viveri sono però carissimi, mancando quasi totalmente il bestiame e la selvaggina. Non vi sono che pochi volatili e brutti ragni neri e grossi, che tessono ragnatele così resistenti da prendere perfino gli uccelli.
— Ecco delle isole che non avranno lunga vita, disse Linderman, che le osservava assieme a Wilkye ed a Bisby.
— E perchè? chiese quest’ultimo.
— Pel motivo che le onde dell’Atlantico, che le investono furiosamente, le rodono costantemente.
— Sono parecchi secoli però, che oppongono una fiera resistenza, disse Wilkye. I polipi coralliferi sanno costruire robustamente le loro isole.
— Non sono di natura vulcanica?
— No, signor Linderman. Le Canarie, le Azzorre, Sant’Elena, Tristan d’Acunha e S. Paolo sono tutte isole vulcaniche, ma queste sono state costruite dai polipi coralliferi.
— Ma chi sono questi signori polipi? — chiese Bisby. — Voi sapete che io non m’intendo che.....
— Di carni salate, lo sappiamo, disse Wilkye. Vi dirò adunque allora, signor curioso, che quei polipi che le hanno costruite, sono esseri infinitamente piccoli, che vivono sotto le acque in gran numero. Si radunano per lo più sulle cime dei monti sottomarini, vi fondano le loro colonie, vivono, muoiono e morendo formano, coi loro corpicini, degli strati rocciosi d’una robustezza infinita.
— Ma non comprendo come possano costruire delle isole, finchè lavorano sott’acqua.
— Adagio, signor curioso. Di strato in strato, quei piccoli fabbricatori si alzano verso la superficie dell’Oceano, ed ecco costruita l’isola. Alcuni, dotati forse di maggior vitalità, continuano a costruire sopra l’acqua nutrendosi della spuma delle onde ed alzano ancora l’isola. Più tardi le piogge, convertiranno quello strato calcareo in terriccio; i cadaveri dei pesci o le alghe ingrasseranno quella terra, il vento porterà dei semi, gli uccelli popoleranno l’isola, quindi verrà l’uomo. Non vi pare che sia semplice tuttociò?
— Sì, ma anche meraviglioso! esclamò Bisby, stupefatto. Ah! come è bella la scienza!... Ed io che la credevo inventata per fare ammattire le persone!... Viaggio fortunato! Tornerò in America grasso e scienziato!...
Intanto la _Stella Polare_ filava a tutto vapore verso il sud, allontanandosi rapidamente dalle Bermude, che una fitta nebbia già avvolgeva.
L’Oceano Atlantico era un po’ agitato e scrollava vivamente la leggiera goletta. Dall’est venivano, brontolando minacciosamente, lunghe ondate colle creste irte di candida spuma e venivano a sfasciarsi sul tribordo con grande fracasso, lanciando, fino sulle murate, larghi sprazzi.
Nessuna nave vedevasi in quei paraggi, nemmeno una di quelle barche da pesca che sono tanto numerose nei pressi delle Bermude. Solamente in acqua si vedevano alcune coppie di delfini che giuocherellavano nella scìa biancheggiante della nave ed in aria parecchi stormi di quegli uccelli acquatici detti rincopi, somiglianti alle anitre; volatili disgraziati, poichè hanno il becco inferiore di molto più corto del superiore, rendendo così a loro molto difficile la pesca. Indicano la vicinanza dei tropici, poichè infatti quasi mai si scostano da quello del Cancro e da quello del Capricorno.
Fu segnalato anche un grosso stormo di quei bizzarri pesci che i marinai chiamano volanti e gli scienziati _Exocoetus volitans_ o _cyanopterus_. Questi pesci sono senza dubbio i più stravaganti abitatori degli Oceani, ma sono contemporaneamente anche i più disgraziati, poichè sono cacciati in acqua ed in aria.
Ve ne sono di due specie: gli uni piccoli, toccando appena una lunghezza di venti centimetri, colla pelle azzurra ed argentea che li fa rassomigliare a grosse sardine; gli altri invece sono lunghi un piede, ma bruttissimi tanto che si stenterebbe a mangiarli, se non si sapesse che sono invece deliziosi.
La pelle di questi ultimi è rossastra, le pinne sono nerastre, il loro capo somiglia ad un casco irto di pungiglioni bizzarri ed adorno di barbe che dànno a loro un aspetto tutt’altro che attraente.
S’incontrano per lo più nei climi caldi, ma a centinaia ed anche a migliaia, e vengono accanitamente inseguiti dai delfini, dai tonni, dai pesci velieri e dai pesci-cani.
Non possedendo armi difensive, quei disgraziati pesci cercano la loro salvezza in aria. Essendo dotati d’uno slancio poderoso e possedendo delle pinne assai lunghe e larghe, si slanciano fuori dell’acqua, vibrano quelle pinne rapidamente, tanto che a guardarle non si scorgono quasi più e spiccano una volata che dura circa 40 secondi.
Non crediate però, che i loro voli siano molto lunghi ed alti; perchè di rado percorrono più di centosettanta o duecento metri, mantenendosi ad un’altezza dai settanta centimetri ad un metro.
La banda segnalata dall’equipaggio della _Stella Polare_ pareva in preda ad un vivo terrore. Senza dubbio era stata assalita dai delfini o dai velieri.
S’alzavano in tutte le direzioni con un sordo ronzìo, incrociandosi in tutti i versi, facendo balenare ai raggi del sole la loro pelle azzurro-argentata e bruno-dorata. Volavano all’impazzata senza badare dove ricadevano, sempre pronti a risalire appena toccata l’acqua, per sfuggire ai denti degli affamati nemici.
Disgraziatamente, fuori dall’Oceano, non avevano scampo, poichè si vedevano piombare su di loro in grossi stormi, non solo i rincopi, ma anche i fetonti dalle ali forcute, gli alcioni dal fulmineo volo e perfino alcune procellarie, i funebri uccelli delle tempeste.
Parecchi di quei pesci, nella loro cieca fuga caddero sulla tolda della goletta e andarono a finire nella dispensa del cuoco, con grande soddisfazione di quel ghiottone di Bisby, che cominciava a lamentarsi della mancanza di carne fresca.
Il 5 la _Stella Polare_ tagliava il tropico del Cancro presso il 319° di longitudine a mille miglia dalle isole Bahama e metteva la prua verso il capo Orange, volendo passare al largo delle Piccole Antille, isole che non godono troppo buona fama in causa dei frequenti uragani che le visitano, mettendo a dura prova le navi che percorrono quei paraggi.
Il 7 già l’equipaggio della goletta avvistava l’isola di Fonseca che è la più orientale delle Antille, la prima quindi che s’incontra venendo dall’Europa o dai porti dell’Africa settentrionale.
Quel giorno, l’oceano che fino allora si era mantenuto calmo, cominciò a montare, mentre il cielo si abbuiava rapidamente nascondendo il sole. Dall’est soffiavano, di quando in quando, raffiche impetuose, le quali sollevavano la superficie dell’Atlantico in ondate enormi e nel seno delle nubi rullava, ad intervalli, il tuono, mescendosi ai muggiti ed ai cozzi furiosi delle acque. La tinta dell’oceano, che fino allora erasi mantenuta d’un azzurro carico, si alterò diventando verdastra.
[Illustrazione: Il giorno 5 la «Stella Polare» tagliava il tropico del Cancro... (pag. 36)]
— Questo cambiamento di tinta lo dobbiamo ai flutti di fondo, disse Wilkye, che si trovava sul ponte in compagnia dell’inseparabile Bisby, il quale non lo lasciava un solo istante.
— Cosa sono questi flutti di fondo? chiese il negoziante.
— Sono ondate formidabili che si formano là dove il fondo del mare ha dei bruschi rialzi. Forse sotto di noi il fondo si alza in forma di dirupate montagne.
— Sicchè le onde urtandovi contro rimbalzano.
— Proprio così, amico mio, e rimbalzando muovono le sabbie del fondo.
— Quante cose sapete voi! Ma, ditemi, senza quei flutti di fondo, sarebbe sempre uguale la tinta degli oceani?
— No, Bisby, varia in molti luoghi. Generalmente la tinta degli oceani è azzurro-verdastra, che diventa più chiara avvicinandosi alle coste dei continenti, ma alcuni mari hanno colori diversi. Alle isole Maldive, per esempio, terre che si trovano nell’oceano Indiano, l’acqua che le circonda è nerastra.
— Sorgono adunque sopra un mare d’inchiostro? Ciò deve produrre un effetto poco allegro.
— Nel golfo di Guinea, in Africa, l’acqua è invece biancastra.
— Un mare di latte! Deve essere bizzarro.
— Fra la China ed il Giappone vi è un mare le cui acque sono giallastre e perciò fu chiamato mar Giallo; presso la California, invece, il mare assume tinte o riflessi rossastri, e presso le Canarie e le Azzorre l’acqua è verde.
— Ma da cosa derivano quelle tinte?
— Il colore azzurro verdastro dell’oceano, deriva senza dubbio dalle stesse cause che fanno parere azzurri i monti veduti ad una certa distanza e che danno all’atmosfera quel colore azzurro che chiamasi cielo. In taluni luoghi, però, la maggiore o minor intensità della tinta deriva dalla maggiore o minore profondità delle acque o dalla salsedine. Infatti, la grande corrente del Gulf-Stream, che è più salata dell’acqua dell’oceano, è più cupa; in altri luoghi è più oscura in causa della maggior quantità di corpuscoli in sospensione e sui quali viene a rinfrangersi la luce solare.
— Ma i mari gialli, rossi, bianchi.....
— Hanno altre cause. Taluni sembrano tali, ma in realtà non lo sono; assumono quelle tinte per illusioni ottiche. Il mar Rosso però, deve la sua tinta ad un essere microscopico intermedio fra l’animale ed il vegetale, ad una specie particolare di oscillaria.
— È vero che ci sono anche dei mari limpidissimi?
— Sì, Bisby, ma la loro limpidezza non è immensa, nè tale da permettere di scorgere il fondo marino. Quella limpidezza si osserva per lo più negli oceani situati presso le regioni polari e specialmente nell’oceano Antartico; anche nei mari situati fra i tropici, la trasparenza è notevole. In taluni luoghi si possono vedere dei pesci a nuotare ad una profondità di ben centotrenta metri.
— Un’altra domanda.
— Sono a vostra disposizione.
— Hanno voluto farmi credere che l’acqua del mare, oltre contenere il sale, ha pure dell’argento.
— È vero Bisby; il mare contiene tanto argento, tanto ferro, rame e piombo, da arricchire tutti i popoli, se quei metalli si potessero estrarre. Si afferma che l’argento che contiene è così enorme, da superare tutto quello che possiede la popolazione della terra, più quello che contengono ancora le miniere del Perù e del Messico.
— Ma perchè non lo estraggono?
— Perchè bisognerebbe far evaporare un mare per ottenere forse tre o quattrocento chilogrammi del prezioso metallo, ed il carbone occorrente per tale immensa evaporizzazione, costerebbe cento volte il doppio.
— Ma allora la massa d’acqua che circonda la nostra terra deve essere immensa.
— Tale da formare una sfera sedici o diciasette volte più grande di quella che darebbe la terra dei nostri continenti e delle nostre isole riunite.
— Che disgrazia!..... Avrei voluto tentare il ricupero di così enormi ricchezze.
— Siete americano e ciò non mi sorprende. I progetti colossali sono una specialità della nostra razza. Andiamo sotto coperta, Bisby, che le onde invadono il ponte.
L’Atlantico cominciava ad assalir con furore la goletta, facendola beccheggiare e rollare violentemente e lanciando sul ponte di essa vere ondate, le quali correvano impetuosamente da prua a poppa, rovesciando gli uomini di quarto.
Si dovettero chiudere i sabordi di poppa e le aperture di babordo e di tribordo per non inondare le cabine e le sale, ed imbrogliare i fiocchi che erano stati spiegati per dare alla nave un po’ di stabilità.
Fortunatamente la _Stella Polare_ filava come una rondine marina e nella notte attraversò quella porzione dell’Atlantico sferzata dalla bufera.
Due giorni dopo avvistava il capo Orange che è situato fra il confine della Gujana Francese ed il Brasile; il 10, poco prima del tramonto, fu rilevato dal capitano Bak il capo di S. Rocco, che è il più avanzato, verso oriente, delle coste dell’America del Sud.
Il 14 la _Stella Polare_ passava al largo del Rio della Plata e il 16 gettava l’ancora nel porto di Egmont, stazione principale delle isole Falkland, dove contava di rifornirsi di carbone, prima di avventurarsi tra i gelidi mari del polo australe.
Capitolo V.
Le coste della Patagonia.
Le isole Falkland o Maluïne, si trovano presso l’estremità dell’America meridionale a circa quattrocentocinquanta chilometri dallo stretto di Magellano ed a trecentotrenta dall’isola degli Stati.
Sono novantadue, ma la maggior parte sono piccole e non abitabili; due solamente sono vaste e popolate: West Falkland e Ost Falkland e sono separate da un canale detto di S. Carlo.
Sono sterili per lo più, hanno montagne poco elevate e le pianure sono formate da strati di quarzo, di pirite, di ocra gialla e rossa e di buona torba. Malgrado i reiterati tentativi degli isolani, su quelle terre non crescono che erbe le quali raggiungono uno sviluppo enorme, formando dei veri boschetti; tutti gli alberi trapiantati colà muoiono in breve, eccettuati alcuni importati con grandi spese dal Canadà, come i _tithymalus spinosi_, gli _epipactis_ e le _azoldaracks_.
Malgrado ciò, gli abitanti non sono esposti al pericolo di morire di fame, poichè su quelle isole si propagano rapidamente gli animali bovini, acquistando una fecondità straordinaria. Infatti gli ottocento capi di bestiame colà importati dagli Spagnuoli nel 1780, sono diventati ora 10,000, malgrado il continuo consumo e l’esportazione di carni salate.
Fino al 1700 rimasero sconosciute; i primi a visitarle furono alcuni naviganti di S. Malò che le chiamarono Maluine, poi furono occupate dagli Spagnuoli, quindi dagli Inglesi i quali fondarono parecchie borgate, specialmente nei porti di Egmont, di Etienne e di Volunter e nei dintorni della baia di Melville.
Oggi sono diventate importanti stazioni pei balenieri, e tutti gli anni al principiare della stagione calda, si radunano colà navi baleniere per fare le loro provviste, prima di affrontare i ghiacci polari ed i giganti della creazione.
La _Stella Polare_ contava di fermarsi poche ore, il tempo strettamente necessario per completare la provvista di carbone che era assai scemata in quella rapidissima corsa.
Accostatasi alla banchina, di fronte ai magazzini, l’equipaggio sbarcò per sollecitare l’imbarco del combustibile. Linderman, Wilkye, Bisby e i due soci del Club, approfittarono per sgranchirsi le gambe e fare una gita nei dintorni del porto.
Vi era ben poco però da vedere a porto Egmont. Alcune misere abitazioni, sette od otto alberi, dei boschetti di erbe giganti, dei buoi che pascolavano pacificamente fra le ubertose praterie, enormi quantità di pesci messi a seccare e due bastimenti che caricavano una materia rossastra o grigia, che tramandava un puzzo insopportabile.
— Che specie di robaccia imbarcano quelle navi? chiese Bisby, che si turava il naso.
— _Guano_, rispose Wilkye.
— Cos’è? Ho udito parlare altra volta di questo _guano_, ma non so precisamente cosa sia.
— È un concime animale misto ad ammoniaca ed a fosfato di calce, elementi necessari ad ogni buona vegetazione. Se ne fa un consumo enorme ed a centinaia si contano i bastimenti che lo caricano per conto di grandi piantatori delle Antille, delle isole Mascarene e delle Indie orientali. Esso ha la proprietà di raddoppiare o di triplicare i raccolti.
— E vengono qui a caricarlo?
— Alcune navi sì, ma i grandi depositi si trovano alle Chincha, isole situate presso le coste del Perù.
— Ma chi produce quel prezioso concime?
— Vedete volare laggiù, presso quelle isole, quegli stormi di uccelli? Sono _sarcillos, piqueros, gaviotas, alcatraces, paiaros ninos, patillos_, ecc., e sono loro che depongono il _guano_.
— Non vi comprendo bene, Wilkye. Ho la testa un po’ dura io.
— Mi spiegherò meglio. Quei milioni di uccelli, che appartengono alla specie marina, pescano, si rimpinzano di pesci, poi tornano sulle isole e cominciano una lenta e laboriosa digestione, poichè vi sono alcuni che sono così ghiotti, che non si possono muovere per lunghe ore e altri che sono costretti a rigettare dei pesci interi.
Formano in tal modo degli strati di sterco, i quali, cogli anni si alzano gradatamente e si fossilizzano. Non piovendo quasi mai in queste regioni australi, quegli escrementi si condensano e si comprimono, senza che ne vada perduta una sola particella.
In tal modo a poco a poco si formano dei veri _huaneras_, cioè delle cave di _guano_. Basta solo che gli uomini vadano a lavorarle.
— Cosa facile, poichè suppongo che quegli escrementi non siano molto resistenti.
— È vero, ma l’estrazione è difficile, Bisby. Fra quei depositi, allorchè sono lavorati, s’innalzano una polvere gialla e salina e tali esalazioni ammoniacali da asfissiare. Non vi sono che i chinesi ed i negri che s’addattino a tale lavoro e sono costretti a scavare il _guano_ di notte, poichè la polvere sospesa in aria ed il riverbero del suolo, di giorno rendono la temperatura insopportabile.
— Sono grandi quei depositi, Wilkye?
— Alle Chincha s’innalzano sovente per trenta e più metri.
— Quanti secoli devono essere stati necessarii agli uccelli!
— Molti, senza dubbio.
— Vi è una sola specie di guano?
— No, due: il _guano blanco_, che consiste in escrementi recenti e il _guano pardo_ che è il più vecchio.
— E si pagano cari?
— Il governo peruviano, che è proprietario delle isole Chincha, ricava parecchi milioni, poichè l’esportazione di quelle isole tocca annualmente le 400,000 tonellate. Quando visiteremo le isole dell’Oceano australe, troveremo dei grandi depositi, Bisby, e....
— Un momento!... Vedo una bilancia!...
Bisby, abbandonando bruscamente il compagno, s’era precipitato verso un gruppo di uomini cenciosi e luridi che stavano pesando degli ammassi di guano, prima di caricarlo sulle navi.
Respinse bruscamente quegli uomini, gettando addosso a loro una manata di dollari, rovesciò il _guano_ e si sedette trionfante sulla grande bilancia, accennando di pesarlo. Un istante dopo un formidabile _urrah_ usciva dalla gola del negoziante.
— Ohe, Bisby, siete impazzito? chiese Wilkye.
— No, amico mio, gridò l’omaccio. _Urràh! urràh!_
— Ma cosa avete trovato infine?...
— Ho... ho... che sono cresciuto di due libbre!..... Capite, amico mio, due libbre guadagnate in pochi giorni! Urràh pel mare!... Viva il polo!... Diventerò presidente della Società degli uomini grassi e detronizzerò Dorkin!
Un fischio acuto echeggiò in quell’istante nella baia.
— A bordo! disse Wilkye. La _Stella Polare_ sta per ripartire.
— Sì, a bordo, a bordo!... gridò Bisby, che pareva fosse impazzito per la gioia. È sul mare che io ingrasso! Ah! non averlo saputo prima! A quest’ora sarei grasso come un ippopotamo!
L’equipaggio della goletta aveva completato le provviste di carbone e il capitano Bak chiamava a bordo le persone che si trovavano a terra. La macchina era sotto pressione e dalla ciminiera uscivano fitte nubi di fumo nerissimo.
Linderman, Wilkye, Bisby ed i due velocipedisti si affrettarono a imbarcarsi.
La _Stella Polare_ si scostò dalla banchina, uscì dal porto e s’inoltrò nel canale di San Carlo, passando fra le due isole maggiori di West Falkland e di Ost Falkland. Le spiaggie di quelle isole apparivano aride, ruinate e sventrate dall’eterno corrodere delle onde e affatto deserte. Solo di quando in quando, in fondo a qualche baia, appariva qualche capanna o sull’alto delle rupi si scorgeva qualche uomo occupato a raccogliere i _tussak_, specie di vimini che crescono presso le spiaggie e che vengono adoperati nella costruzione delle capanne, o dei canestri e delle stuoie.
Su quelle isole, la popolazione è scarsa assai, quantunque abbiano una superficie di 11,500 chilometri quadrati. Si contano tutt’al più quattrocento abitanti, compresa la piccola guarnigione inglese che è accasermata a Porto Guglielmo, all’ingresso meridionale dello stretto di Berckeley, ove vi è la sede del governo.
Abbondavano invece gli uccelli i quali volteggiavano in grandi stormi presso le spiagge, mandando grida discordi. Si vedevano, oltre gli uccelli che producono il guano, gran numero di pinguini, volatili assai agili quando si trovano in acqua, tanto anzi che sovente furono confusi colle rapide bonite, ma goffi e pesantissimi quando si trovano a terra; poi bande di chioni, appartenenti alla famiglia dei trampolieri, grossi come piccioni, colle penne bianche, il becco corto e conico e gli occhi racchiusi entro un cerchio rossastro, e stormi di aptenatidi, uccelli grossi come le oche, colle penne color ardesia sul dorso e bianche sotto.
Anche qualche animale si mostrava fra le scogliere di quelle isole: erano _warrah_, una specie di lupi assai grassi ma però niente affatto aggressivi ed eccellenti a mangiarsi.
La _Stella Polare_, percorso il canale, s’addentrò in mezzo ad un vero labirinto d’isole, d’isolotti e di scogliere, passando successivamente dinanzi a Borbon, Salvas, Kermolinas, Swan, Peble, Lively, ecc., poi uscì in pieno mare, filando parallelamente alla costa patagone, ma a tale distanza che quella terra appariva visibile come una leggiera sfumatura.
— È laggiù che vivono gli uomini più alti del globo? chiese Bisby a Wilkye ed a Linderman che osservavano la costa coi cannocchiali.
— Sì, rispose l’americano.
— Ma che sia vero che sono di statura colossale? Mi hanno detto che gli uomini più alti della razza bianca, non giungono alla loro cintola.
[Illustration:ill-047.jpg ... sull’alto delle rupi si scorgeva qualche uomo... (pag. 45)].
— Frottole, disse Linderman. I primi navigatori che li hanno veduti hanno affermato questo, ma hanno solennemente mentito.
— E perchè, signor Linderman? chiese Wilkye.
— Perchè si è positivamente constatato che la statura dei Patagoni di rado supera i due metri. È bensì vero che taluni navigatori ne hanno veduti di quelli assai alti, come Falkner che nel 1740 ne misurò uno che era alto due metri e trentatre centimetri; Mayne e Cunningham che videro un capo alto metri due e otto centimetri, ma sono eccezioni.
— Eppure, signor Lindermann, io credo che i Patagoni un tempo siano stati assai più giganteschi ed anche altre tribù indiane dovevano avere delle stature eccezionali. I navigatori Le-Maire e Schouten che visitarono la Patagonia nel 1615, asserirono di aver trovato degli scheletri umani che avevano undici piedi d’altezza, cioè quattro metri e trentatrè centimetri.
— Ci credete?
— Oh non sono i soli che hanno veduto scheletri così mostruosi. Il signor Halmas che percorse il Perù nel 1515, vide delle ossa umane di una lunghezza eccessiva, ma che, secondo lui, dovevano rimontare ad epoche assai remote; Gentil vide quelle ossa nel 1715 e ne accertò l’esistenza; Acosta, che fu nel Messico nel 1588, trovò pure degli scheletri giganti ed i messicani presentarono a Cortez delle tibie e dei teschi enormi.
— Adunque, se si deve credere a queste cose, l’America deve essere stata popolata da tribù di giganti. Ma allora, da chi deriva la razza ramigna?
— Ecco quello che ancora si ignora, signor Linderman. È derivata dall’incrocio di due razze, dalla nera e dalla mongola od è una razza speciale?
— Taluni scienziati propendono per quell’incrocio?
— Sì, signor Linderman.
— Ma quei negri e quei mongoli devono essersi fusi in tempo remotissimo.
— Certamente.
— Pure mi sembrerebbe una ipotesi assai ardita, calcolata la distanza che corre fra l’Africa e l’America; pei mongoli non deve essere stata cosa difficile non avendo avuto d’attraversare che lo stretto di Behering.
— Voi non dovete però ignorare che gli antichi fanno menzione dell’Atlantide, ossia di una grand’isola che si sarebbe sommersa più tardi, ma che si trovava a non molta distanza dalle coste africane ed europee. Se è realmente esistita, non doveva essere impossibile agli africani di raggiungere l’America, malgrado l’imperfezione delle loro barche.
— Ma quei giganti americani, come sono scomparsi?
— Non lo si sa, ma forse l’antica razza a poco a poco è deperita. Tuttavia, nei Patagoni conserva ancora dei campioni notevoli.
— Ed anche di quelli straordinariamente deperiti.
— Cosa volete dire, signor Linderman?
— Che se in Patagonia vi sono ancora dei giganti, a poche centinaia di metri da loro vivono dei pigmei o quasi.
— Infatti, ciò è vero. Al di là dello stretto di Magellano, che in tali punti misura una così breve larghezza che si potrebbe attraversarlo scagliando un ciottolo, vivono i Fuegiani, che si possono considerare gli indiani più piccoli della razza americana. La loro statura non supera i quattro piedi e cinque pollici, ossia un metro e quarantotto centimetri.
— E come mai questa diversità di statura ad una distanza così breve? chiese Bisby, che prestava somma attenzione a quel dialogo.
— Forse perchè appartengono ad un’altra specie e forse in causa del clima che è più freddo e dei patimenti, vivendo come le bestie selvagge ed essendo sempre alle prese colla fame, rispose Wilkye.
— Sono almeno begli uomini?
— Sono i più brutti della razza umana ed i più miserabili. Fra poco ne vedremo qualcuno costeggiando la Terra del Fuoco ed avrete occasione di persuadervene.
Capitolo VI.
I furori del Capo Horn.
Il 17 novembre la _Stella Polare_, che affrettava la marcia per raggiungere le regioni polari prima del solstizio di estate, che in quelle desolate terre scade il 21 dicembre, si trovava già nei paraggi dello stretto di Magellano.
In sole trentadue ore, tenuto conto del tempo impiegato a uscire dai canali delle isole Falkland, entro i quali aveva dovuto diminuire considerevolmente la velocità, aveva superata la distanza che divide porto Egmont dalla punta meridionale della Patagonia, che è di quattrocentocinquanta chilometri.
Lo stretto di Magellano, scoperto nel 1520 dal celebre navigatore omonimo che pel primo compiè il giro del mondo, dalla parte dell’oceano Atlantico ha una larghezza di chilometri cinquantuno fra i capi di Las Vergines e di Espirito Santo, mentre verso il Pacifico è largo cinquantasei fra i capi Pilares e Vittoria. La sua lunghezza è invece di cinquecentotredici chilometri, descrivendo molte curve.
Traversare l’imboccatura orientale, fu l’affare di poco più di due ore per la _Stella Polare_ e ben presto si trovò presso le coste della Terra del Fuoco, che doveva girare fino al capo Horn per poi mettere la prua verso le terre del polo australe.
Le spiaggie di quella grande isola, che completa l’aguzza estremità dell’America meridionale e somigliante ad una berretta da notte, apparivano poco rientranti e sporgenti, mentre quelle occidentali sono invece frastagliatissime. Infatti dalla parte esposta agli sguardi dell’equipaggio della goletta non v’è che una sola baia, quella di San Sebastiano e pochi capi, quelli di Penas, di Sant’Ines, di San Paolo e di San Diego.
Su quelle sponde, che s’alzavano a grande altezza, non si scorgevano che dei faggi e più su, sui fianchi delle colline, delle quercie, ma nessuno di quei brutti abitanti di color oscuro, coi lineamenti ributtanti, che errano fra quelle terre semi-gelate, sempre in cerca di cibo. Grandi stormi di uccelli svolazzavano però e taluni venivano a volteggiare attorno alla _Stella Polare_, mandando rauche grida.
L’oceano attorno a quelle coste era irato; grandi ondate si frangevano e rifrangevano contro le scogliere con lunghi muggiti, paragonabili a scariche di artiglierie, mentre dalle gole dei monti nevosi scendevano, di quando in quando, quei furiosi colpi di vento che i balenieri chiamano _williwaws_.
Di passo in passo che la goletta filava verso il sud, il cielo si oscurava. Una specie di nebbia d’una tinta speciale, saliva dalle regioni antartiche e volteggiava qua e là, spinta da un vento freddo che pareva provenisse dagli immensi campi di ghiaccio che coprono le terre polari per undici e talvolta per tutti i dodici mesi dell’anno. Già numerosi ghiacciuoli, piccoli _hummok_, piccoli _streams_ che hanno la forma circolare e dei _palks_ che sono invece di forma allungata, s’avvoltolavano fra la spuma delle onde, urtandosi e stritolandosi rumorosamente.
L’elica della _Stella Polare_, che turbinava senza posa, li frantumava in gran numero, mentre l’affilato sperone di acciaio li spezzava con lunghi stridii.
Gli uccelli marini diventavano più radi e si vedevano grandi bande fuggire verso la costa della Terra del Fuoco, temendo senza dubbio di non resistere alla furia della burrasca che già brontolava nelle regioni australi. Solamente i _Megalestris antarctici_, specie di gabbiani che somigliano un po’ ai falchi, con ali ampie, becchi corti ma robusti, e penne bruno-oscure, volteggiavano sopra le onde e si tuffavano arditamente negli avvallamenti, sfidando le ire dell’oceano.
Il capitano Bak, dopo d’aver consultato il barometro che s’abbassava a vista d’occhio, si era affrettato a prendere delle misure per non lasciarsi cogliere dalla tempesta impreparato. Conosceva la triste fama di quei paraggi, dove i venti non hanno più direzione e dove le onde raggiungono altezze spaventose e soprattutto la sinistra celebrità del temuto capo Horn, vero spauracchio dei naviganti.
Fatte assicurare saldamente le imbarcazioni alle grue, aveva fatto rinforzare le manovre fisse, preparare le rande ed i fiocchi per essere pronto a farli spiegare nel caso che avvenisse qualche guasto nella macchina; chiudere ermeticamente i sabordi, sgombrare la coperta di tutte le cose inutili e per colmo di precauzione, preparare le pompe. Compiuti quei preparativi, comandò di affrettare la marcia, per attraversare lo stretto di Le-Maire prima che l’uragano scoppiasse. Voleva trovarsi libero, lontano da quelle coste pericolose e poco conosciute ed affrontare la natura irritata in pieno oceano. Là, almeno, aveva un solo nemico da sfidare.
Linderman e Wilkye erano saliti in coperta e guardavano con occhio tranquillo le ondate che correvano all’assalto della goletta. Bisby era con loro, ma il povero negoziante di carni salate aveva perduto la sua calma. Guardava con ansietà il cielo che sempre più si oscurava, impallidiva ogni volta che la _Stella Polare_ s’inclinava sul tribordo o sul babordo, si attaccava con suprema energia alle murate allargando per bene le gambe, profondi sospiri gli uscivano di tratto in tratto e pareva che avesse la lingua incollata al palato.
Aveva però energicamente rifiutato di ritirarsi sotto coperta e non aveva nemmeno deposto il suo cappello a cilindro, malgrado quei furiosi colpi di vento.
Il mare intanto montava sempre: parea che l’oceano Antartico e l’oceano Atlantico volessero misurare le loro forze e cimentarsi in una lotta titanica, mostruosa. Ondate alte dieci e perfino dodici metri, causate dai così detti flutti di fondo, si rompevano con furore estremo contro le coste della Terra del Fuoco e ritornavano al largo più irate di prima, prendendo in mezzo la _Stella Polare_.
Passavano bruscamente sotto la chiglia sollevando impetuosamente la goletta e scuotendola come fosse una semplice piuma, ribollivano come se il fondo dell’oceano si fosse tramutato in una caldaia ardente e si slanciavano sui capi di banda inondando la coperta da prua a poppa.
Il vento, ormai scatenato, ululava fra il sartiame e scuoteva i boscelli, i cordami e gli alberi, mescendo le sue urla ai muggiti dei marosi e al frangersi dei ghiacci.
La _Stella Polare_ però, malgrado quel formidabile rimescolamento degli elementi e la sua piccola mole, si comportava valorosamente. Lanciata a tutto vapore, squarciava con impeto i flutti e sormontava agilmente le montagne mobili, sfidando intrepida l’uragano.
Di quando in quando, dei massi di ghiaccio la urtavano, ma i suoi fianchi erano solidi e non cedevano e scappava subito via. Altre volte vi cadeva in mezzo e li frantumava col proprio peso, con un cupo rimbombo che si ripercuoteva fino in fondo alla stiva.
Il capitano Bak, avvolto nel suo pastrano di tela cerata, stava ritto sul ponte di comando, tranquillo come si trovasse su di una nave insommergibile. Comandava la manovra con voce calma ma squillante, tenendo gli occhi fissi verso il sud, per cercare di scoprire per tempo l’isola degli Stati che forma, colla punta estrema della Terra del Fuoco, lo stretto di Le-Maire.
Alle sette di sera, quantunque il sole dovesse brillare ancora, l’oscurità era così fitta, che non si poteva distinguere un oggetto qualsiasi alla distanza di cento passi. I due oceani lottavano con furore inaudito; mai forse, prima di allora, il capitano Bak aveva affrontato un simile uragano.
Alla luce dei fanali di prua, altro non scorgevasi che un furioso rimescolamento d’acqua. Le onde si succedevano alle onde e irrompevano sempre più tremende sulla coperta della nave.
Il capitano Bak aveva pregato l’armatore, Wilkye e Bisby di ritirarsi, per tema che qualche onda li trascinasse in mare o che qualche masso di ghiaccio li ferisse, ma si erano rifiutati. Il negoziante di carni salate pareva però esausto e di tratto in tratto, preso da un violento mal di mare, espettorava con tale abbondanza, che pareva una pompa!..... Che gemiti uscivano allora dal suo petto!... E come mandava a casa di belzebù il mare e il polo antartico!...
Alle 9 l’oceano apparve, verso il sud, coperto d’un immenso lenzuolo di candida spuma. Il capitano Bak scese dal ponte di comando e avvicinandosi all’armatore gli disse:
— Signore, fra pochi minuti saremo addosso all’Isola degli Stati. Questa spuma mi indica che dinanzi a noi, l’oceano si frange contro una costa.
— E così? disse Linderman, con perfetta calma.
— Devo impegnarmi nello stretto o girare l’isola?
— Credete di poter attraversare lo stretto senza pericolo?
— Il pericolo esiste da ambe le parti, nello stretto e fuori. Noi lottiamo contro una bufera tremenda, signore.
— Perderemo molto tempo a girare l’isola; preferisco tentare il passaggio lungo la costa della Terra del Fuoco, per oltrepassare presto il capo Horn. Lontani da queste isole lotteremo con maggiore vantaggio e non troveremo più queste pericolose contro-ondate.
— Sta bene signore: avanti a tutto vapore!...
Il capitano si recò a poppa e si pose egli stesso alla ruota del timone. In quel supremo istante voleva dirigere egli solo la nave affidatagli dall’armatore; egli non ignorava che una falsa manovra, una esitazione, potevano produrre una catastrofe e voleva assumersi da solo la tremenda responsabilità.
Cogli occhi fissi verso il sud e la bussola dinanzi, lanciò la _Stella Polare_ lungo la costa della Terra del Fuoco, speronando i banchi di ghiacciuoli che si accumulavano intorno al capo S. Diego.
La rapida nave che divorava la via con una velocità di diciotto nodi e sei decimi, avvolta in nuvoloni di fumo che il ventaccio sbatteva sulla coperta, s’avvicinava allo stretto. Colà, l’oceano Atlantico, non trovando uno sfogo sufficiente, si rompeva con furore spaventevole, scagliandosi contro il capo Parry, che forma la punta estrema della Terra del Fuoco e l’isola degli Stati, le cui coste apparivano, di quando in quando, alla livida luce dei lampi.
[Illustrazione: ... e Bisby sdraiato, sfinito dal mal di mare col cilindro per terra... (pag. 58)]
Era una scena ammirabile ed insieme spaventevole, il vedere quella piccola nave, guidata dal suo audace capitano, sfidare la rabbia di uno dei più vasti oceani!..... Sembrava un moscerino che lottasse contro un titano, ma quel moscerino non aveva paura e non dava indietro; muoveva anzi dritto sul nemico, come fosse deciso a vincere o a morire.
Si dice che la fortuna arride agli audaci; così deve essere, poichè la piccola _Stella Polare_, dopo una lotta terribile contro l’irrompere delle immense ondate e del vento scatenato, verso le dieci di sera si trovava dinanzi al canale di Le-Maire.
Fu un momento angoscioso per tutti: perfino Linderman e lo stesso Wilkye, provarono una stretta al cuore ed impallidirono, quando videro la goletta lanciarsi a tutto vapore entro il canale.
Guai se la prua trovava uno scoglio!... Lo scafo, quantunque costruito a prova di roccia, non avrebbe resistito e la piccola nave si sarebbe subbissata di colpo.
Entro lo stretto, il mare dibattevasi con furore estremo. Racchiuso fra le alte e dirupate spiagge della Terra del Fuoco e dell’isola degli Stati, schiacciato, compresso alle due uscite dall’oceano, si sollevava in ondate mostruose, si rompeva, si polverizzava. Tuonava con tale fracasso sulle due coste, da impedire all’equipaggio di udire i comandi del capitano.
Il povero negoziante di carni salate, che non aveva mai affrontata una tempesta, era livido come un morto e domandava con voce fioca, al suo amico Wilkye, se stavano per andare a picco. Esausto dal mal di mare che lo travagliava, impressionato dai muggiti delle onde e dai fischi sempre più striduli del vento, si era accovacciato ai piedi della scaletta del ponte di comando, mandando sordi gemiti.
Aveva perduto il cappello a cilindro che trabalzava per la coperta, ma non voleva ancora ritirarsi. Malgrado la sua nausea, voleva vedere dove si andava e non voleva perdere la sublimità di quello spettacolo!
Alla mezzanotte la _Stella Polare_ usciva dallo stretto girando la punta Parry, senza aver toccato in alcun luogo e si slanciava verso il sud-ovest per oltrepassare il capo Horn.
Ma anche colà, la tempesta infuriava tremendamente. Un altro oceano prendeva allora parte a quella lotta mostruosa: il Pacifico, il quale si avanzava con possenti muggiti fra le isole Herschell, Evout, Lennox, Neue, Pieton, Hermite, S. Diego e tutte le altre che coronano le coste occidentali della Terra del Fuoco, fino all’isola di Camden.
I tre oceani, non più frenati dalle terre, si urtavano l’un l’altro sormontandosi, lacerandosi, contorcendosi come se volessero respingersi a vicenda, però le loro ondate non erano più spezzate, ma si spiegavano più libere, pur raggiungendo altezze mostruose. Se ne vedevano alcune che non dovevano misurare meno di sedici metri di elevazione.
La _Stella Polare_ continuava tuttavia la sua corsa movendo dritta verso il capo Horn. Si sentiva più libera, ora che non aveva da temere più le scogliere e da affrontare le contro-ondate. Saliva intrepidamente, leggiera come un uccello, le montagne liquide, scivolava negli avvallamenti, poi tornava a librarsi sulle creste spumeggianti.
Il suo rollio ed il suo beccheggio non erano più tormentosi e la sua stabilità era maggiore, specialmente ora che l’equipaggio aveva spiegata la randa del trinchetto, con tre mani di terzaruoli.
Alle due del mattino, lunghi muggiti si udirono verso il sud-ovest. Pareva che laggiù il mare si rompesse contro una scogliera.
— Il capo Horn! gridò il capitano Bak.
Un istante dopo, al chiarore d’un lampo, si discerneva sul fosco orizzonte la temuta isola, l’ultima del continente americano.
Capitolo VII.
Una balena speronata.
Il capo Horn ebbe per lungo tempo, ed ha ancora, una fama tristissima, maggiore di gran lunga a quella che aveva il Capo di Buona Speranza. Il solo suo nome, per ben due secoli incusse un vero terrore ai naviganti: si parlava di quella gigantesca rupe come di una cosa diabolica e si creavano, su di essa, paurose leggende.
Infatti quell’estrema isola dell’America meridionale, perduta sui confini dell’Atlantico e dell’oceano Pacifico, sbattuta sempre dalle onde e spazzata dai gelidi soffi dell’oceano Australe, non poteva certo ispirare molta confidenza. Molte e molte sono state le navi, che trascinate dalle correnti e dalle contro-correnti o sfondate dai ghiacci, trovarono ai piedi del sinistro scoglio la loro tomba.
Ora le paurose leggende sono state sfatate ed a centinaia si contano i vascelli che ogni anno girano il temuto Capo, ma ancora si calcolano a quattro o cinque i legni che vanno a fracassarsi, durante la stagione invernale, sulle nere roccie, o che vanno ad arenarsi sulle spiagge vicine.
Questo capo Horn, non è però altro che un’isola, ma d’aspetto tetro. Si eleva sotto il 56° di latitudine Sud, poche decine di miglia al di là di quel gruppo d’isole che chiamansi dell’Eremita, le quali cingono le coste meridionali della Terra del Fuoco.
È una rupe enorme, isolata, composta di rocce nere sulle quali non nasce alcuna pianta. I suoi fianchi cadono a piombo sull’Oceano che è quasi sempre agitato e le onde s’ingolfano attraverso alle sue scogliere con cupi fragori.
Cornelio Schouten, olandese, che esplorava quelle estreme regioni dell’America meridionale in compagnia di Le-Maire, fu il primo a scoprire quel Capo nel 1616, e lo chiamò Horn a ricordo della propria città natìa.
L’uragano pareva che raddoppiasse la furia attorno a quella gigantesca rupe, quasi volesse confermare la sinistra fama che essa gode. Ondate enormi l’assalivano da tutte le parti, risalendo le scogliere con fragori formidabili e cacciandosi con sordi muggiti, entro le caverne marine, scavate dall’eterna azione delle acque irritate. Sulle nere vette, lividi lampi balenavano tingendo l’oceano d’una luce cadaverica e si udiva lassù ruggire tremendo il vento.
— Paese infernale! esclamò Bisby spaventato. Se questa è la via che conduce al polo, preferisco starmene per sempre a Baltimora.
— È troppo tardi, amico mio, disse Wilkye che conservava sempre un ammirabile sangue freddo. Non crediate però che questo uragano duri eternamente; si calmerà e fra breve saluteremo il sole polare che tramonta a mezzanotte.
Infatti di passo in passo che la _Stella Polare_ si allontanava dai paraggi della Terra del Fuoco inoltrandosi nell’oceano Antartico, l’uragano pareva che perdesse rapidamente la sua foga.
Il vento, non più arrestato dalle isole, soffiava con meno violenza, conservando una sola direzione, e le onde, non più infrante e respinte, pur conservandosi molto alte, continuavano a spiegarsi liberamente correndo dal sud-est al nord-ovest.
Un altro pericolo però minacciava la _Stella Polare_: era il continuo incontro di banchi di ghiaccio. L’uragano doveva imperversare anche sulle coste delle terre polari e doveva aver staccato numerosi ghiaccioni, i quali salivano verso il nord trasportati dalle onde e dal vento.
Erano ancora piccoli quelli che s’incontravano, ma non dovevano tardare a comparire i grossi, i veri _ice-bergs_ e gli _ice-fields_. La _Stella Polare_ di quando in quando urtava contro dei _palks_ e degli _streams_ di notevole spessore e non li spezzava che con grande fatica e subendo tali urti che gli uomini stramazzavano spesso sul ponte.
Il capitano Bak aveva dovuto rallentare la velocità della goletta per non danneggiare lo sperone, ed aveva mandato due marinai sulle crocette, per evitare a tempo i grossi banchi.
Ad un tratto però, verso le quattro del mattino, quando cominciava a calare sul procelloso oceano un denso nebbione, avvenne a prua un urto così violento, da far retrocedere la goletta e far cadere sul ponte molti marinai.
Quasi subito, fra i muggiti delle onde e gli urti dei ghiacci, si udì echeggiare una nota acuta, potente, che pareva emessa da un enorme tubo di bronzo.
— Cosa succede! chiese Wilkye, alzandosi prontamente.
— Abbiamo urtato contro un banco forse? chiese Linderman al capitano Bak che correva verso prua.
— No, signore, rispose questi. Il colpo sarebbe stato più violento e.....
Un’altra nota acuta, potente più della prima, s’alzò fra le onde e una montagna d’acqua si rovesciò sulla prua.
— Del sangue! esclamò una voce.
— Del sangue? chiesero Wilkye e Linderman.
— Che l’oceano sia diventato vino? disse Bisby, che si era risollevato. Quale fortuna, se fosse vero!..... In questa regione, si può aspettare anche questa sorpresa.
Il capitano Bak si era curvato sulla coperta e con suo grande stupore, vide che l’acqua che sfuggiva attraverso agli ombrinali era rossa.
— Macchina indietro a tutto vapore, tuonò.
— Ma infine, cos’è accaduto? chiese Linderman.
— Abbiamo investito una balena, signore, rispose il comandante.
— Una balena che dormiva forse?
— O che emerse dinanzi alla prua della nostra nave.
— E fuggiamo?
— È necessario, signore. Il cetaceo sarà furioso e può scagliarsi contro di noi; basta un colpo di coda per causarci una grossa avaria o un colpo di testa per mandarci a picco.
— Eccola!.... eccola!.... esclamarono i marinai, che si erano affollati a prua.
Linderman, Wilkye e Bisby corsero a prua ed a poche decine di metri dalla _Stella Polare_, che indietreggiava rapidamente per virare al largo, scorsero una massa enorme, lunga almeno sedici metri, che si dibatteva fra le onde, sollevando una coda mostruosa e lanciando in aria, con sordo rumore, due colonne di vapore.
Non vi era da ingannarsi: la Stella Polare aveva urtato contro una balena che forse sonnecchiava a fior d’acqua e l’aveva speronata, causandole probabilmente una grande ferita.
Un colpo furioso di vento che lacerò la nebbia spazzandola via, permise ai naviganti di osservare meglio il mostruoso cetaceo ed anche di misurare il pericolo che correvano.
La _Stella Polare_ lo aveva speronato in prossimità della testa, un po’ avanti la pinna pettorale sinistra, producendogli una ferita spaventosa, lunga tre metri e profonda uno. Da quell’enorme spaccatura cadeva in mare, a rapide pulsazioni, un torrente di sangue nerastro, spumeggiante, il quale si dilatava rapidamente, arrossando l’acqua per un tratto vastissimo.
La pinna, che aveva una lunghezza di tre metri, spaccata alla sua congiunzione, pendeva lungo il corpo del gigante, agitandosi convulsivamente.
Il cetaceo, che forse era stato colpito a morte, pareva furioso. La sua potente coda, che terminava in una pinna triangolare, larga non meno di sei metri, percuoteva con rabbia estrema l’acqua, sollevando delle ondate altissime, la sua immensa bocca, che misurava tre metri di larghezza su quattro di altezza, si apriva impetuosamente, mostrando i settecento fanoni pendenti dalla mascella superiore e assorbiva l’acqua con sordo fragore.
Stette per alcuni istanti immobile, ondeggiando fra il sangue che lo circondava, poi reso pazzo dal dolore e dal desiderio di vendicarsi, si precipitò innanzi con velocità incredibile, muovendo addosso alla goletta che virava allora di bordo.
Un grido di terrore echeggiò sulla coperta del legno. Guai se quel mostro lo investiva con quello slancio; un colpo di testa era più che sufficiente per rovesciarlo e mandare tutti gli uomini che lo montavano, a dormire per sempre sotto le fredde onde dell’oceano Australe.
Il capitano Bak non era però un uomo da spaventarsi, nè da perdere la sua calma. Prese subito il suo partito.
Comprendendo che non poteva sfuggire all’assalto del gigante, possedendo tali mostri una velocità vertiginosa, così rapida anzi da percorrere seicentosessanta metri al minuto, fidando nella robustezza eccezionale della goletta e sopratutto nell’acutezza dello sperone, con un’audacia che poteva chiamarsi anche una pazzia, decise di assalire a sua volta il nemico.
— Avanti a tutto vapore! tuonò.
[Illustrazione: Il capitano Bak.]
Poi volgendosi verso il timoniere:
— Waldek! — gridò. — Attento alla coda e sperona il mostro! Saldi in gambe, voialtri!...
— Ma..... volete farci colare a fondo? chiese Linderman.
— Silenzio, signore, rispose l’intrepido capitano. Ora comando io e rispondo di tutto!...
La balena, non distava che tre gòmene. Quella massa enorme, che si scagliava all’assalto con vigore straordinario malgrado l’orribile ferita, faceva paura e perfino Linderman e Wilkye erano diventati pallidi.
Mentre colla coda percuoteva furiosamente le onde per precipitare l’attacco, dalla sua gola uscivano note così acute, da poter essere udite a cinque miglia di distanza.
La _Stella Polare_ aveva ripreso la sua marcia in avanti e muoveva diritta sull’assalitrice, ma descrivendo un semi-cerchio per non abbordarla di fronte. Il capitano Bak, ritto sul ponte di comando, tranquillo come se si trattasse di far eseguire una semplice manovra, non staccava gli occhi dalla balena.
Ad un tratto questa s’inabissò bruscamente, formando una specie di vortice.
— Macchina indietro! comandò il capitano.
La _Stella Polare_ percorse una dozzina di metri trasportata dal proprio slancio, poi s’arrestò.
L’equipaggio, vivamente impressionato, scrutava attentamente le acque per vedere se il cetaceo appariva, temendo che sorgesse improvvisamente sotto la goletta.
— Macchinista, attenzione! gridò ad un tratto il capitano.
A cinquanta metri dalla goletta, fra due larghe ondate, si scorgeva un remolìo che sempre più si accentuava e si estendeva. Poco dopo apparve un punto nero: era l’estremità del muso della balena; indi apparvero gli sfiatatoi, i quali lanciarono in aria una doppia colonna di vapore biancastro, che saliva in forma di V.
— Sperona Waldek! gridò il capitano Bak.
La _Stella Polare_ si precipitò innanzi a tutto vapore, colla velocità di venti nodi all’ora. D’improvviso avvenne un urto violento che fece stramazzare sul ponte l’intero equipaggio, e la goletta s’inchinò a poppa, ma trasportata dallo slancio e dalle turbinose evoluzioni dell’elica, balzò innanzi, s’inchinò verso prua come se passasse sopra un banco, e proseguì la marcia.
Quasi nel medesimo istante che passava sul dorso del cetaceo, un uomo che si era curvato sul bordo per meglio vedere quell’attacco, spinto innanzi da quell’urto impetuoso, piombava nel vuoto.
Quella caduta era stata così improvvisa, che quel disgraziato non aveva nemmeno avuto il tempo di emettere un grido, e per colmo di sventura, nessuno lo aveva veduto.
Immaginatevi però quale fu la sua sorpresa nel sentirsi cadere su di una massa viscida, in mezzo ad una specie di canale, entro il quale scorreva un getto di sangue spumeggiante.
Una esclamazione di stupore gli uscì dalle labbra:
— Per centomila quintali di carne salata!... Ecco una avventura che non ho mai sognata!...
Bisby, poichè era lui, si raddrizzò per guardarsi intorno, ma quella massa enorme si alzò bruscamente sulle onde emettendo una nota così formidabile, da assordarlo.
— Ohe!... fermi per bacco!... gridò il disgraziato negoziante di carni salate. Ci sono qui io, e se...
La frase gli si gelò sulle labbra, mentre i capelli gli si rizzavano sulla fronte: solamente in quel momento si era accorto di essere caduto sul dorso della balena e precisamente in mezzo al solco mortale tracciato dallo sperone e dalla chiglia della goletta.
— Gran Dio!... mormorò con voce angosciata. Sono perduto!...
Gettò all’intorno uno sguardo smarrito: la goletta, credendo ormai di aver colpito a morte il cetaceo e di averlo quindi ridotto all’impotenza, si allontanava rapidamente e si perdeva fra le nebbie che calavano fitte fitte sull’oceano.
Mandò un grido disperato:
— Aiuto!... Aiuto Wilkye, amico mio!... Sono...
Non potè finire, poichè fu bruscamente rovesciato in fondo all’orribile ferita, entro quella specie di canale gorgogliante di sangue.
Il cetaceo, che non era ancora morto malgrado quella seconda speronata, si alzava sopra le onde, agitando convulsivamente la coda e le pinne pettorali.
Doveva essere agonizzante, poichè dagli sfiatatoi lanciava, ad intervalli, zampilli d’acqua tinta di rosso. Rauchi brontolii, paragonabili al tuono udito in lontananza e profondi sospiri che parevano muggiti, uscivano da quell’enorme massa, mentre dalle due ferite zampillavano in mare torrenti di sangue.
Il povero Bisby, atterrito, livido come un morto, non osava più muoversi. Rannicchiato in fondo alla ferita del cetaceo, si lasciava imbrattare di sangue e di grasso e cercava di scoprire la _Stella Polare_, sperando di vederla riapparire fra la nebbia.
Ad un tratto la balena fu presa da un brivido generale. Alzò lentamente il capo come volesse aspirare una ultima volta l’aria, emise una debole e rantolosa nota, la sua coda si distese inerte, poi si udì un rauco gorgoglio che pareva prodotto dall’irrompere dell’acqua nell’enorme corpo.
— Cosa succede? si chiese Bisby, con ansietà.
La risposta fu pronta: la balena affondava rapidamente. S’immerse la sua coda, poi il suo capo, indi la massa intera disparve, formando alla superficie dell’oceano un largo risucchio.
Capitolo VIII.
L’assalto dell’albatros.
La situazione del povero negoziante di carni salate, stava per diventare estremamente pericolosa. Pure lo credereste? Bisby che infine non mancava di coraggio, salutò la scomparsa del mostro con un sospiro di soddisfazione!... Quel cetaceo gli aveva prodotto un certo terrore, con quella sua enorme bocca che pareva pronta a inghiottire qualunque preda, sicchè trovavasi meglio solo in acqua che su quel dorso viscido.
Non sarebbe necessario dire che il negoziante, al pari del maggior numero dei suoi compatriotti, era un abile nuotatore. Aveva fatte le sue prove nella baia di Chesapeake, e un bagno anche prolungato non gli faceva più paura.
Il suo corpaccio grasso, d’altronde, lo sorreggeva facilmente e ritardava, almeno per qualche tempo, l’irrigidimento delle membra.
— L’avventura si complica, borbottò il negoziante, fendendo vigorosamente le onde. Che il mostro si sia inabissato, ne ho molto piacere, ma se la goletta tarda a ritornare, non so se continuerò a nuotare un paio di ore. Quest’acqua è diabolicamente fredda e mi pare che incrosti dei ghiacciuoli addosso ai miei panni. Auff! comincio averne abbastanza di questa spedizione polare e comincio a rimpiangere i miei magazzini. Orsù, coraggio Bisby mio, e cerchiamo di trovare un punto d’appoggio. Dannata nebbia!... Non mi lascia vedere uno scoglio a dieci metri di distanza!...
Gettò uno sguardo all’ingiro sperando di scorgere qualche isolotto od i fanali di posizione della _Stella Polare_, ma invano. Attorno a lui non s’agitavano che le onde, le quali lo assalivano da tutte le parti con sordi muggiti, quasi fossero ansiose d’inghiottire quella preda umana e di seppellirla in fondo ai gelidi abissi dell’oceano australe. Sopra invece, scendeva lentamente il nebbione, stendendosi sopra i flutti come un gigantesco velo grigiastro.
— Nulla, mormorò Bisby, rabbrividendo, e l’acqua diventa sempre più fredda. Che a bordo della _Stella Polare_ non si siano ancora accorti della mia scomparsa? Proviamo a chiamare.
Con una spinta vigorosa s’alzò sulle onde e gettò tre tuonanti chiamate. Tese gli orecchi e poco dopo, con suo immenso stupore, udì dei ragli sonori.
— To’! esclamò egli, sbarrando gli occhi. Ma dove mi trovo io?... Che vi siano degli asini che nuotano in quest’oceano?... Oh che sia vicino a qualche isola abitata?... Ma degli asini qui?... C’è da impazzire.
Gettò altre due chiamate e anche questo volta vi risposero dei ragli, ma venivano dall’alto. La sorpresa del negoziante di carni salate, non aveva più limiti.
— Che in questa strana regione vi siano degli asini che volano?... Veramente non ne ho mai udito parlare e Wilkye mi avrebbe detto qualche cosa.
Guardò in alto e vide, attraverso al nebbione, volare delle grosse ombre che parevano uccelli marini, i quali emettevano quei ragli che lo avevano tanto imbarazzato.
— Strano paese! esclamò. Si sono mai uditi degli uccelli a imitare gli asini?... Ma... io mi occupo degli uccelli e le mie membra intanto cominciano a irrigidirsi. Se Dio non m’aiuta, non so come finirà questa brutta avventura, e... Non finì la frase. Qualche cosa di grosso gli era piombato improvvisamente addosso, emettendo un rauco grido, e lo aveva urtato così ruvidamente, da cacciarlo sott’acqua, riempiendogli la bocca di quel liquido amaro e salato.
Con un vigoroso colpo di tallone rimontò alla superficie, ma si sentì percuotere furiosamente da due ali grandissime e lacerare di colpo una manica.
Furioso per quell’assalto inaspettato, rimontò a galla per la seconda volta e vide sopra di sè un grande uccello, di forme tozze e robuste, colle penne biancastre, ma nere sul dorso, con le ali che misuravano per lo meno quattro metri di lunghezza, ed il capo armato d’un becco grosso ed uncinato.
Comprese subito con quale avversario aveva da fare.
— Un albatros!... esclamò. In guardia Bisby o ci va di mezzo il cranio!
Infatti, quell’uccellaccio che si preparava ad assalirlo era un vero albatros.
Questi volatili, che i marinai chiamano «navi da guerra» o «pirati del mare» sono senza dubbio i più grossi che s’incontrano nell’oceano Australe, raggiungendo sovente dimensioni tali, da superare le aquile ed i condor dell’America meridionale.
Voracissimi come sono, seguono per delle intere settimane le navi per raccogliere gli avanzi della cucina che i cuochi di bordo gettano in mare e pescano da mane a sera, affrontando dei pesci anche grossissimi.
Essendo muniti di un becco robustissimo e assai acuto, con un solo colpo possono spaccare il cranio ad un uomo, ma sono però poco coraggiosi. Se affrontano l’uomo caduto in acqua, che forse scambiano per qualche pesce, fuggono davanti alle procellarie e perfino ai gabbiani, e la loro paura è tale che si nascondono sott’acqua.
Bisby, che aveva già veduto nei giorni precedenti parecchi di quegli uccellacci, e che non ignorava quale forza posseggono, vedendosi assalito, alzò ambe le mani per proteggersi il capo. L’albatros, che forse credeva di aver da fare con un abitante dell’oceano, non indugiò a ritornare all’assalto. S’alzò di parecchi metri aprendo le sue grandi ali, poi gli piombò addosso con velocità fulminea, cercando di spaccargli il cranio col robusto rostro.
Bisby, appena se lo vide vicino, allungò prontamente le braccia ed afferratolo pel collo, si mise a stringerlo con suprema energia. L’albatros, sentendosi soffocare, si dibatteva con furore, cacciava grida rauche, agitava disperatamente le ali cercando di stordire l’avversario, arruffava le penne e coi piedi palmati tentava di colpirlo in viso; ma il negoziante, che si sentiva mezzo sollevato fuor delle onde, stringeva sempre.
— Eh mio caro!... gridava. Non ti lascio più e ti strozzerò!... Ah! birbante!... Volevi spaccarmi il cranio come fosse una nocciuola?... Soffoca, canaglia!...
L’albatros, strangolato dalle larghe mani dell’americano, rallentava la sua resistenza. Le sue grida diventavano sempre più rauche, le sue potenti ali non si agitavano che ad intervalli, ed il robusto becco invano si apriva per aspirare una boccata d’aria.
Ad un tratto cessò di dibattersi e s’abbandonò addosso a Bisby, il quale affondò sotto quel peso piombatogli improvvisamente sul capo.
Tornato a galla, vide l’albatros che galleggiava a pochi passi di distanza. Mandò un grido di gioia.
— Il punto d’appoggio è finalmente trovato!...
Con due bracciate raggiunse il gigantesco uccello e vi si appoggiò, senza che quello affondasse. Era tempo! Il povero negoziante di carni salate che si trovava da oltre mezz’ora immerso in quell’acqua fredda, non poteva più reggersi. Le sue membra che a poco a poco si irrigidivano cominciavano a rifiutarsi di muoversi, e le sue vesti, già completamente inzuppate, erano diventate così pesanti, da impedirgli di mantenersi a galla.
Malgrado avesse trovato quel punto d’appoggio, la sua situazione era sempre gravissima e poteva diventare disperata. La nebbia calava sempre più densa, l’oceano non accennava ancora a diventare tranquillo, il freddo cresceva di momento in momento e la _Stella Polare_ non compariva.
Sinistre inquietudini l’assalivano; si credeva ormai abbandonato in mezzo all’oceano Australe. Cosa sarebbe avvenuto di lui, se non incontrava un’isola o uno scoglio qualsiasi? Avrebbe potuto resistere quattro, cinque ore forse, ma poi?...
— Se la _Stella Polare_ non mi trova, fra breve sarò morto, balbettò il disgraziato. Sento il freddo salirmi al cuore e non posso più reggermi. Dannata balena!... Se...
S’interruppe bruscamente e tese gli orecchi. Gli era sembrato di aver udito una lontana detonazione.
— Che mi sia ingannato? mormorò, con inesprimibile angoscia. Che la Stella Polare mi cerchi?
Tese ancora gli orecchi rattenendo il respiro, e questa volta, fra i muggiti delle onde, udì distintamente un’acuta detonazione.
— Buono!.... esclamò, respirando liberamente. Finalmente si sono accorti che il povero Bisby mancava! Radunò tutte le sue forze e si mise a urlare:
— Ohe!.... Della _Stella Polare_! Wilkye! Linderman! capitano Bak! Ove siete voi?...
Una terza detonazione e più distinta giunse ai suoi orecchi. Ormai non v’era più alcun dubbio: a bordo della goletta si erano accorti della sua scomparsa e ritornavano a tutto vapore per ritrovarlo.
Bisby, che si sentiva mancare rapidamente le forze, raddoppiava le grida e si teneva disperatamente attaccato all’albatros.
Passarono alcuni minuti d’angosciosa aspettativa pel disgraziato naufrago, poi in mezzo al nebbione distinse una massa oscura sormontata da due punti luminosi e udì un quarto sparo. Gettò un ultimo grido:
— Aiuto.... Wilkye!....
Una voce tuonante, quella del capitano Bak, vi rispose:
— Coraggio!... Giungiamo!...
La _Stella Polare_ si era arrestata ad una gomena di distanza. Poco dopo una scialuppa montata da cinque uomini, veniva calata in mare e raggiungeva Bisby proprio nel momento in cui questi, completamente assiderato ed esausto di forze, stava per abbandonare l’albatros.
— Mio povero amico! disse una voce.
— Wil...kye... borbottò Bisby. Gra...zie... ami...co.
Quattro braccia vigorose lo afferrarono e non senza fatica lo trassero nell’imbarcazione. Il disgraziato accennò l’albatros.
— Vo... glio... man...giarmelo, rantolò. Brrr!... Che fred...do... orri...bile!...
Poi le forze gli vennero meno e cadde fra le braccia di Wilkye.
[Illustrazione: ... si teneva disperatamente attaccato all’albatros. (pag. 74)]
La scialuppa ritornò rapidamente a bordo e fu issata sulla _Stella Polare_, insieme agli uomini che la montavano.
Linderman porse a Bisby una bottiglia di _wisky_, dicendogli:
— Bevete, e poi a letto. Siete bravo se non vi prendete un grave malanno.
Il negoziante tracannò un dietro l’altro sei lunghi sorsi.
— Fa bene, disse.
— A letto subito, disse Wilkye.
— Un momento.
— Parlerete più tardi.
— Ma no.... voglio sapere se vi sono degli asini su questo mare.
— Siete pazzo, Bisby?
— Ma no, ho udito dei ragli e non sono sordo, ve lo assicuro.
— Erano uccelli, dei semplici aptenatidi.
— Ma ragliavano.
— Gridano così. Presto, amico mio, a letto.
— Un momento... sono vivo ancora.
— Gelerete, vi dico.
— Sgelerò poi. Ditemi, sono buoni da mangiare gli albatros?
— Hanno la carne dura come quella dei tapiri.
— Non importa, disse Bisby gravemente. Cucinatemi il mio albatros: lo mangerò tutto!
Poi tracannò un altro sorso di _wisky_, e seguì Wilkye sotto coperta, ripetendo:
— Lo mangerò! Oh se lo mangerò!
Capitolo IX.
I banchi di kelp.
Ritrovato Bisby, la _Stella Polare_ aveva ripresa la sua rapida corsa verso le terre polari del Sud, dirigendosi sulle Shetland australi, considerevole gruppo d’isole che circonda le spiagge settentrionali della Terra Trinity e quella di Palmer.
La spedizione aveva fretta di giungere presso le coste del continente polare per evitare i grandi banchi di ghiaccio, che si staccano durante le stagioni estive, emigrando poi in gran numero verso le regioni settentrionali e accumulandosi talvolta nei dintorni del lontano capo Horn.
È bensì vero che l’estate non era ancora cominciata, ma un ritardo poteva essere disastroso, sia per gli americani che per gli inglesi. In quelle regioni, il sole non è mai caldo e se riesce a sgelare i banchi, le montagne ed i campi di ghiaccio, basta una bufera per saldare ancora quei colossi e chiudere qualsiasi sbocco del continente australe.
Era necessario quindi, soprattutto per l’armatore, di trovarsi più al Sud che era possibile al principiare dello sgelo, per tentare l’esplorazione della Terra Alexandra. Solo allora poteva sperare di seguire le spiagge di quell’isola e di spingersi tanto innanzi nel cuore del continente, da avvicinarsi a quel misterioso polo che fino allora nessun essere umano aveva toccato.
La velocità della _Stella Polare_, quindi non scemava. Malgrado la folta nebbia, filava verso le regioni australi, senza deviare dalla rotta stabilita, fendendo con cupo fragore le onde di quell’Oceano, che travolgevano fra la spuma i primi ghiacciuoli, l’avanguardia degli _ice-bergs_ e dei campi immensi di ghiaccio.
Una profonda oscurità avvolgeva quel gelido mare, quantunque fosse di giorno. Quel nebbione impediva al sole d’illuminare quella regione, sebbene già dovesse splendere fino ad ora tarda, tramontando alle undici di sera.
Il silenzio che regnava era solamente rotto dal frangersi dei ghiacciuoli e dalle rapide pulsazioni della macchina. Talvolta però echeggiavano delle rauche strida e si vedevano giuocherellare, attraverso alla nebbia, degli stormi di uccelli, i quali nuotavano verso le regioni meridionali.
Erano bande di _Micropterus cinerus_, strani uccelli somiglianti ai pinguini, colle penne grigio-plumbee sul petto e sul collo, bianco-giallastre sotto il ventre, il becco color arancio e grosse sopracciglia biancastre che sembrano occhiali.
Hanno il volo pesante, essendo grossi e possedendo delle ali corte, quindi non si alzano quasi mai, ma sono eccellenti nuotatori e possono rimanere sott’acqua anche parecchi minuti.
Qualche volta invece volteggiavano in alto degli stormi immensi di grosse procellarie, di berte e anche di quando in quando passava, rasentando gli alberi della goletta, qualche diomedea fuliginosa, grossissimi volatili, chiamati giustamente avoltoi dell’oceano, voracissimi e dotati d’un volo potente, possedendo delle ali che misurano, quando sono spiegate, circa quattro metri di larghezza.
A mezzodì, mentre la _Stella Polare_ rallentava la corsa per tema di urtare improvvisamente contro qualche grande banco di ghiaccio, l’elice cessò improvvisamente le sue evoluzioni. Già da qualche minuto pareva che girasse con difficoltà, imprimendo alla nave delle strane scosse, ora rallentando ed ora accelerando le battute.
— Abbiamo urtato? chiese Linderman che si trovava in coperta.
— È impossibile, signore, rispose il capitano Bak, curvandosi sul bordo.
In quel momento il capo-macchinista apparve sul ponte.
— Signore, disse, volgendosi verso il capitano. L’elice non funziona più.
— Lo vedo, rispose il comandante. Che sia avvenuto un guasto?
— No, rispose una voce a prua. L’elica è stata legata.
— Legata!... esclamarono Linderman e il capitano.
— Sì, signori, disse Wilkye, facendosi innanzi. Noi passiamo sopra una grande piantagione di kelp.
— Sopra delle alghe, volete dire?
— Sì, signor Linderman.
— E credete che non riusciremo a sbarazzarci?
— Sarà un po’ difficile, per ora. Vi consiglio di far spiegare le vele; più tardi farete liberare l’elica.
— Il vento è favorevole, disse il capitano. Soffia dal nord-ovest e potremo filare comodamente sei o sette nodi all’ora.
— Fate — disse Linderman.
Al primo fischio emesso dal mastro d’equipaggio, i marinai si affrettarono ad eseguire la manovra.
Le rande, le contro-rande e i fiocchi in pochi istanti furono spiegati, e la goletta, obbedendo all’azione del vento e del timone, scivolò leggiera leggiera sul denso strato d’alghe, civettuolamente inclinata sul babordo.
Come aveva detto Wilkye, era giunta nel mezzo di un immenso banco di _kelp_. Queste alghe, che chiamansi _Macrocystis pyrifere_, nascono solamente nei mari australi e avvertono la vicinanza di bassi-fondi o di isole. Raggiungono delle lunghezze incredibili, poichè sovente misurano settecento, ottocento e perfino mille piedi, ossia circa trecentotrenta metri.
Esse fissano le radici in fondo al mare, si ramificano e salgono obbliquamente verso la superficie. Alcune sottilissime si tengono celate sott’acqua, ma altre più larghe, in forma di lamine dentellate, emergono. Queste sono le più pericolose, poichè giunte a fior d’acqua si ramificano enormemente, imprigionando di frequente le navi.
Esse sono sorrette da piccolissime vesciche aeree e in mezzo a quel caos di nastri giganteschi brulica una quantità di animaletti, come l’_uraster_, che è di un bel giallo aranciato, l’_acanthocyclus gai_, che è un crostaceo, il _lophyrus granosus_ e il _comholepas oblungus_, che sono molluschi e soprattutto dei veri banchi di _clios_ australi, molluschi lunghi tre centimetri, che sono avidamente ricercati dai cetacei; anzi costituiscono la così detta zuppa delle balene.
Si dice che il _kelp_ circondi tutto il continente australe, racchiudendolo entro un immenso cerchio.
La _Stella Polare_ però passava facilmente sopra quella grande prateria marina. Se l’elica non poteva più funzionare, il vento la spingeva con rapidità verso il Sud, gonfiando le rande e le contro-rande.
Pel momento non era il caso di liberare l’elica, poichè quei lunghi vegetali non avrebbero tardato ad imprigionarla ancora.
Tutto il giorno la goletta navigò sul _kelp_, ma verso le otto di sera, nel momento che il nebbione si alzava, e che il sole cominciava ad apparire indorando le cupe acque dell’oceano Antartico, le alghe quasi improvvisamente scomparvero.
Tosto furono ammainate le vele, la gran scialuppa fu calata in mare e sei uomini andarono a sbarazzare l’elica. Non fu però una operazione facile, poichè le alghe si erano attortigliate alle pale in siffatto modo, da richiedere una lunga operazione prima di reciderle.
Alle nove però, la _Stella Polare_ si rimetteva in marcia a tutto vapore.
Quasi nel medesimo istante compariva in coperta Bisby. Aveva dormito una dozzina di ore dopo d’aver bevuto una bottiglia di vino caldo e pareva completamente rimesso da quella brutta avventura che per poco non gli era costata la vita.
Si era infagottato in vesti di pelle di foca, si era avvolto maestosamente nella sua famosa pelle di bisonte che gli dava un aspetto di capo indiano e si era messo in testa un cilindro nuovissimo, avendo perduto l’altro nel brutto capitombolo.
La sua prima domanda, appena mise piede in coperta, fu questa:
— È cucinato il mio albatros?
— Il ghiottone! esclamò Wilkye. Tanto vi preme la carne coriacea di quell’uccellaccio?
— Cospettaccio!..... se mi preme?..... Ah! voi non sapete che voleva mangiarmi?
— Eh via! esclamò Linderman, ridendo. Non siete un gabbiano, nè un pesce.
— Mi aveva assalito, signore, e se non lo strozzavo non so se sarei ancora vivo.
— Ma come siete caduto? chiese Wilkye.
[Illustrazione: ... alcuni uomini andarono a sbarazzare l’elica (pag. 82)]
— Ve lo dirò poi; ma voi, non vi eravate accorti della mia scomparsa?
— No, Bisby; vi credevamo nella vostra cabina e ci accorgemmo solamente due ore dopo. Siete stato fortunato di farvi trovare, con quel nebbione che scendeva sull’oceano.
— Lo credo, ma ora sto benissimo e non ho che un solo desiderio, cioè quello di dare un colpo di dente a quel brutto uccellaccio che aveva scambiata la mia testa per un pesce.
— Lo mangerete a cena in salsa piccante.
— Ma io ho fame!
— Fra mezz’ora la campana ci radunerà a cena.
— A cena!..... esclamò Bisby stupito. A pranzo, vorrete dire.
— No, amico mio: avete dormito dodici ore e sono quasi le 9 di sera.
— Ma voi siete pazzo o volete scherzare, Wilkye. Non vedete che splende ancora il sole?
— E cosa vuol dire ciò?
— Che in nessun paese del globo, alle nove di sera si vede il sole, guardate come è ancora lontano dall’orizzonte.
— Questa regione, mio caro Bisby, è diversa dalle altre e l’astro diurno, per ora, non tramonterà che a undici ore, fra pochi giorni a mezzanotte, e fra qualche settimana non si nasconderà più e c’illuminerà per ventiquattro ore continue, anzi per tre o quattro mesi, se continueremo a scendere al sud, e per sei se toccheremo il polo.
— Ma che storie strabilianti mi narrate, Wilkye. Volete scherzare, approfittando della mia ignoranza?
— No, vi do la mia parola; guardate il mio orologio: segna otto ore e cinquanta minuti ed il sole non accenna a tramontare.
— E anche il mio! esclamò Bisby, che cadeva di sorpresa in sorpresa. Ma che paese è mai questo?..... C’è da impazzire, Wilkye.
— E perchè amico mio?
— Perchè non comprendo questo fenomeno.
— Non è un fenomeno e la spiegazione è semplicissima, mio caro Bisby. Nelle nostre regioni settentrionali, sapete perchè le giornate d’inverno si accorciano?
— Non ve lo saprei dire; non m’intendo che di carni salate.
— Semplicemente pel fatto, che allora il sole volge i suoi raggi più diretti verso le regioni meridionali situate al di là dell’equatore, le quali appunto allora godono l’estate. Il polo nord, essendo il più lontano dall’equatore e quindi anche dal sole che si trova nell’emisfero australe, in causa della rotondità della terra non può ricevere alcun raggio solare.
Infatti se Baltimora, e per conseguenza tutte le regioni situate sullo stesso parallelo, all’inverno godono dieci ore di luce, quelle più al nord ne godranno solamente nove, le altre più lontane otto, sette e via via finchè talune non ne avranno affatto.
La stessa cosa avviene nelle regioni australi. Il sole ha passato l’equatore e si allontana sempre più dall’emisfero settentrionale scendendo verso il sud. I paesi situati al di là del circolo antartico, avranno sempre il giorno e la notte, poichè la terra gira, ma il polo che può considerarsi come il perno, rimane quasi fisso, quindi laggiù il sole, durante l’estate non tramonta mai; quando però si allontana e risale nell’emisfero settentrionale, piomba laggiù una notte orrenda che ha l’istessa durata. Aspettate che sopraggiunga l’autunno, e in queste regioni vedrete il sole allontanarsi rapidamente, le giornate scorciarsi presto, finchè regnerà un’oscurità così profonda che nè le stelle nè la luna riesciranno a rompere.
— Brrr! mi fate venire freddo, Wilkye.
— Ne avrete allora, Bisby, e molto. Queste regioni si copriranno di nevi e di ghiacci spaventevoli e la temperatura discenderà a 40° e perfino a 50° sotto lo zero.
— Ho la mia pelle di bisonte: sento che mi fa sudare.
— Ora sì, ma allora vi farà ben poco.
— E non ritorneremo prima?
— Chi può dirlo? Se la _Stella Polare_ viene imprigionata dai ghiacci, saremo costretti a svernare sulle coste della Terra di Graham.
— Fra i ghiacci?
— Sì, Bisby.
— Non mi spiacerebbe vedere quei famosi monti di ghiaccio. Si dice che siano belli.
— Volete vederne alcuni?
— Sì, Wilkye.
— Ecco laggiù una vera flotta: sono ammirabili quegli _ice-bergs_, ma indicano che lo scioglimento è cominciato sulle coste del continente polare e ci dicono che ben presto, la nostra valorosa goletta, sarà messa a dura prova.
Capitolo X.
L’assalto dei ghiacci.
Infatti una vera flotta di ghiacci appariva verso il sud ingrandendo a vista d’occhio, avvicinandosi la goletta rapidamente a loro. Erano dieci o dodici, ma quali giganti!... Quei figli del gelido polo, che le correnti marine avevano certo staccati dal continente, sulle cui coste forse da secoli sonnecchiavano, mai contaminati, probabilmente, da alcun piede umano, filavano lentamente verso le regioni settentrionali, verso le regioni indorate dal sole.
Avevano proporzioni mostruose: taluni avevano una estensione di mezzo miglio ed un’altezza di duecento metri. Figuratevi quali masse, quando si pensa che se hanno un’altezza di cento metri, devono averne trecento di sotto!....... Alcuni di quei giganti dovevano adunque avere uno spessore di ottocento metri!
I raggi solari, riflettendosi su quelle superfici bianche venate di un azzurro languido o di verde pallido, sprigionavano qua e là, attorno alle punte o negli angoli, delle tinte superbe. Alcuni di quegli _ice-bergs_ (è il nome che si dà alle montagne di ghiaccio galleggianti) sembravano enormi diamanti incrostati di zaffiri o di smeraldi; altri sembrava che celassero nel loro interno un vero fuoco, poichè le loro estremità riflettevano delle tinte rosse, ed altri ancora, che non potevano ricevere la luce solare, parevano zaffiri ma sposati ad una sostanza ignota e meravigliosa, la quale rifletteva tutti i colori dell’arcobaleno.
Cosa strana: quei ghiacci del polo australe non avevano le forme stravaganti che si riscontrano negli _ice-bergs_ dell’oceano Artico. Erano sorprendenti per la loro semplicità, per la loro struttura regolare e tagliata a filo e le loro superfici, viste da lontano, sembrava che fossero state solcate da un aratro.
— Quale diversità fra questi ghiacci e quelli del polo Artico! esclamò Wilkye. Gli stessi freddi intensi, ma quale differenza fra le regioni dei due poli!......
— Ma sono belli, stupendi, Wilkye, disse Bisby, che non si stancava di ammirarli. Che masse enormi!...... Quale nave potrebbe resistere ai loro urti?
— Nessuna, Bisby.
— E ne incontreremo ancora?
— Più scendiamo al sud, più diverranno numerosi.
— È vero quello che si dice, amico mio, che il polo australe è più difficile da scoprirsi che il boreale?
— Sì, Bisby.
— E perchè? Forse che laggiù fa più freddo?
— No, ma pei ghiacci. Esistendo al polo australe un vero continente, attorno a questo, da secoli e secoli si accumulano immensi _ice-bergs_ e vasti campi di ghiaccio, i quali impediscono alle navi di avanzare.
— Ma è proprio vero che esiste un continente?
— Tutto lo indica, Bisby. Gli esploratori ne hanno già delineato i contorni, e poi, credete voi che quelle immense montagne di ghiaccio si possano formare in alto mare? No, si formano solamente in vicinanza delle terre.
— Ma quel continente, non può invece essere composto di semplici isole unite fra loro da banchi di ghiaccio?
— No, poichè non s’incontrerebbero, in tal caso, degli _ice-bergs_ così colossali. Il polo nord è cosparso di isole, ma colà non si vedono montagne di ghiaccio di dimensioni pari a queste.
— Deve essere vasto quel continente.
— Senza dubbio, Bisby, ma è pure difficile a scoprirlo tutto, poichè si afferma che sia circondato da una vasta calotta di ghiaccio che sarebbe larga parecchie centinaia di chilometri.
— Dunque voi credete impossibile che Lindermann possa, colla sua nave, avvicinarsi al polo.
— Sì, Bisby. Egli spera di trovare un passaggio al sud della Terra Alexandra, supponendo che quella sia un’isola, ma invece urterà contro il continente e sarà costretto di arrestarsi a qualche centinaio di miglia dal polo.
— E non potrà giungervi a piedi?
— Non vi riuscirà, Bisby. Le marcie attraverso ai campi di ghiaccio sono tremende e non si possono sopportare per dei mesi, quando il freddo scende a 45° od a 50° sotto lo zero.
— E voi sperate di trovarlo coi vostri velocipedi?
— Lo tenterò, Bisby, e se tutto va bene, chissà!.....
— Ed io non vi seguirò?
— È impossibile: comanderete la riserva dei marinai.
— Ci anderò per mio conto.
— A piedi?
— Colla mia pelle di bisonte.
— Quando giungeremo sulla terra di Graham, rinuncierete al vostro pazzo progetto... Ecco che la campana ci chiama a cena.
— Pronto, urlò Bisby. L’albatros è mio!.....
Mentre il capitano, Lindermann, Wilkye ed i due velocipedisti assalivano la cena e Bisby si accaniva contro un gigantesco pezzo di albatros preparato in salsa piccante, ma che non voleva lasciarsi masticare dai denti del ghiottone, tanto era coriaceo, la _Stella Polare_ continuava ad avanzarsi nel cuore dell’oceano australe.
La prima flottiglia di ghiacci era scomparsa, ma parecchie altre apparivano in tutte le direzioni. Erano montagne di dimensioni enormi, vasti campi di ghiaccio, dei veri _ice-fields_, sormontati da cupole bizzarre che sembravano rovine di moschee o torri di mole gigantesca.
Non si vedevano, però, nemmeno in quelli, i bizzarri frastagliamenti che si osservano nei ghiacci boreali e tutti conservavano quelle bizzarre arature, quei solchi che si notano nei grandi massi delle regioni australi.
Quei colossi sfilavano silenziosamente verso il nord come fantasmi immani, lasciandosi trasportare dal movimento delle onde che volge verso le terre dell’America meridionale. Di tratto in tratto qualche montagna, corrosa alla base dall’acqua che conservava ancora un po’ di tepore, perdeva bruscamente l’equilibrio e piombava in mare con un tonfo assordante, sollevando un’ondata mostruosa, la quale andava a rompersi con cupo fragore contro gli altri ghiaccioni.
Allora si vedeva il gigante sparire, poi comparire con un salto immenso alzando verso il cielo altre punte, oscillare violentemente per parecchi minuti, poi riacquistare a poco a poco la primiera immobilità.
La _Stella Polare_ si avanzava con precauzione, tenendosi lontana da quei pericolosi vicini che potevano frantumarla come se fosse un semplice guscio di noce. Aveva rallentato la sua rapida marcia e filava parallelamente a quelle flottiglie, per non lasciarsi prendere in mezzo ed imprigionare.
Alle 10 di sera però, nel momento in cui il sole stava per scomparire e che la croce del sud stava per delinearsi in cielo, il nebbione che si era solamente alzato, piombò quasi improvvisamente sull’oceano, rendendo quanto mai pericolosa la marcia della goletta.
I ghiacci in breve tempo scomparvero fra quel denso velo e l’oscurità diventò profonda tanto, che gli uomini di prua a mala pena scorgevano quelli di poppa.
Il capitano Bak era risalito in coperta, mentre gli esploratori si ritiravano nelle loro cabine, e cercava di evitare l’incontro di quelle masse enormi. Aveva comandato al macchinista di avanzare a piccolo vapore e all’equipaggio di portare in coperta dei buttafuori, specie di lunghi pali che servono a respingere i piccoli massi per evitare che urtino le navi.
Malgrado quei preparativi, era assai inquieto. Poteva da un momento all’altro trovarsi addosso ad una di quelle immense montagne e correre il pericolo di far urtare la nave; poteva pure passare a breve distanza da uno di quei colossi, nel momento che questi perdevano l’equilibrio e farsi schiacciare con tutto l’equipaggio. Un altro motivo, e non meno grave, lo preoccupava: la vicinanza di quella lunga barriera d’isole che si estende dinanzi al continente polare.
Le Shetland non dovevano essere lontane e l’isola del Re Giorgio o quella degli Elefanti, potevano trovarsi improvvisamente dinanzi alla prua della _Stella Polare_.
In quelle regioni, così vicine al polo magnetico, il quale non è situato precisamente nel punto ove dovrebbero riunirsi i meridiani, come si crede dai più, ma a 70° di latitudine e a 180° di longitudine secondo Hansten ed a 70° 30′ di latitudine e 135 di longitudine secondo Duperry, non si può basarsi con certezza sulle indicazioni della bussola, poichè questa, per l’attrazione magnetica sbaglia e sovente gli aghi impazziscono, dando direzioni contradditorie. Così, quando i nebbioni impediscono ai naviganti di fare il punto cogli ottanti per avere la longitudine e la latitudine, le navi sono costrette a procedere a tentoni.
In tale situazione si trovava appunto anche la _Stella Polare_, la quale s’avanzava senza avere una rotta determinata, col grave pericolo di trovarsi improvvisamente addosso a qualche isola delle Shetland australi.
Alle due del mattino, il nebbione era così fitto che non ci si vedeva a quattro passi di distanza. Scendeva a ondate sempre più dense, imprigionando il fumo che irrompeva dalla ciminiera, il quale si addensava sulla coperta della nave accrescendo l’oscurità.
Il capitano Bak aveva fatto accendere due lampade a magnesio munite di potenti riflettori, ma quella luce somigliante a quella che producono le lampade elettriche, non si disperdeva e restava, come il fumo, imprigionata fra quella pesante umidità.
Il pericolo intanto cresceva. Al largo si udivano sempre più frequenti i cupi cozzi delle montagne di ghiaccio, i lunghi scricchiolii dei piccoli banchi e di quando in quando dei tonfi orribili, che annunciavano la caduta di qualche colosso. Allora delle ondate spumeggianti correvano fra il nebbione e venivano a infrangersi con paurosi muggiti contro i fianchi della nave. Alle tre del mattino, fu veduto uno di quei colossi a breve distanza dal tribordo. Fu un momento d’inesprimibile angoscia per tutto l’equipaggio, il quale si trovava in coperta armato di buttafuori.
Il capitano Bak aveva dato il comando di: macchina indietro! La _Stella Polare_, che forse correva il pericolo o di investire o di farsi stritolare da quel colosso che si distingueva vagamente fra l’oscurità, retrocesse a tutto vapore, ma ricevette un tale urto, che la stiva rimbombò come se nel suo interno fosse scoppiata una granata.
Wilkye, Linderman e Bisby, svegliati di soprassalto, i due primi semi-vestiti e il terzo avvolto nella sua famosa pelle di bisonte, s’affrettarono a salire in coperta, credendo che la goletta si fosse arenata o fosse stata sfondata da qualche _ice-berg_.
— Cosa succede? chiese Linderman, che pareva avesse perduto il suo sangue freddo.
— Succede, signore, che noi siamo circondati dai ghiacci e che siamo stati urtati, rispose ii capitano.
— Ma dove ci troviamo noi?
— Lo ignoro io stesso, signore; da tre ore la bussola non dà più esatte direzioni e pare che sia impazzita.
— Forse al polo s’alza un’aurora australe, che questo nebbione ci impedisce di scorgere, disse Wilkye. Voi sapete che quel fenomeno meraviglioso altera le bussole, specialmente quando le navi s’avvicinano al polo magnetico.
— Ma non siamo che al 61° di latitudine.
— Ciò basta, signor Linderman.
— La situazione è adunque grave, signor Bak?
— Gravissima, signor Linderman, poichè noi siamo fra una vera flotta di ghiacci.
— Dannato nebbione!.... Cosa contate di fare?
— Avanzare a piccolo vapore.
— Sono lontane le Shetland?
— Non lo credo.
— Non urteremo contro qualche isola?
— Il fragore della risacca ce le indicherà. L’oceano è un po’ agitato e le onde si romperanno contro le scogliere.
— Avanti, adunque!
La _Stella Polare_, che si era arrestata, riprese la marcia a piccolo vapore, fendendo il nebbione che si scioglieva in una vera pioggia.
Tutti gli esploratori, resi edotti del pericolo che correva la goletta, erano saliti in coperta per essere pronti ad ogni evento. Bisby, sepolto sotto la grande pelle, si era cacciato in una scialuppa per essere più pronto a salvarsi e di là si sfogava in un diluvio d’imprecazioni contro la nebbia, i ghiacci ed il polo australe specialmente. Cominciava ad averne fin troppo di quella spedizione che diventava sempre più pericolosa, e di quel clima che non lo faceva ingrassare abbastanza, quantunque mangiasse per quattro e bevesse per sei.
Alle quattro del mattino un altro _ice-berg_, che doveva avere proporzioni enormi, apparve a pochi passi dalla nave, sul babordo. La sua altezza doveva essere immensa, poichè dalla cima si udivano cadere con sordo rumore dei pezzi di ghiaccio che dovevan pesare parecchi chilogrammi.
Alcuni di essi rimbalzarono perfino sulla coperta della nave, producendo delle contusioni a parecchi marinai.
Fortunatamente era stato scoperto a tempo e la _Stella Polare_, filando a tutto vapore, potè oltrepassarlo prima di venire urtata.
D’improvviso però, mentre il capitano Bak stava per dare il comando di rallentare la corsa, avvenne a prua un urto così violento che le membrature della nave scricchiolarono.
Un immenso grido di terrore echeggiò a bordo. I marinai fuggirono disordinatamente verso poppa abbandonando i buttafuori, mentre sul castello di prua rovinavano, con immenso fracasso, dei massi di ghiaccio.
[Illustrazione: ... la nave sfondando col proprio peso quel punto d’appoggio... (pag. 96)]
Il capitano Bak, Wilkye, Linderman stavano per slanciarsi a prua per rendersi conto della gravità della situazione, quando vennero bruscamente rovesciati.
La nave, sollevata da una forza misteriosa, si era inclinata a poppa, mentre la prua pareva che venisse portata in alto.
Un secondo urlo di terrore rimbombò in mezzo al nebbione, confondendosi con una serie di stravaganti detonazioni e di violenti scricchiolii:
— Aiuto! si udì a urlare Bisby.
Ad un tratto la goletta s’alzò, barcollò un istante in aria librandosi fuori dai flutti, poi si rovesciò sul tribordo con un cupo rimbombo, rotolando gli uomini addosso alla murata. Erasi arenata? No, poichè quasi subito si udì un lungo scricchiolìo, come uno spezzarsi di ghiacci e la nave, sfondando col proprio peso quel punto d’appoggio, ricadde in mare, mentre un tonfo immenso risuonava a breve distanza, seguito poco dopo da muggiti formidabili.
Un’ondata spumeggiante, una vera montagna d’acqua irruppe sul ponte, lo attraversò rovesciando tutto sul suo passaggio e sparve fra il nebbione, perdendosi in lontananza.
Capitolo XI.
Sull’Oceano Antartico.
Cosa era avvenuto? Quale tremendo pericolo aveva minacciato l’esistenza degli audaci esploratori del polo australe? Come lo avevano evitato e come la valorosa nave, che era stata strappata dai flutti, galleggiava ancora?
Se la spiegazione era impossibile per Bisby, non doveva essere difficile pel capitano Bak, per Wilkye e per Linderman, che avevano profonda conoscenza delle regioni polari e dei ghiacci.
La _Stella Polare_ che si era lanciata innanzi per sfuggire agli urti del primo _ice-berg_, era andata a urtare contro un secondo, che si manteneva in equilibrio per un miracolo e che le tagliava la via verso il sud.
Quel colpo di sperone era stato sufficiente per farlo cadere e siccome quei colossi hanno una immersione straordinaria, la goletta, che si trovava sopra la base che tenevasi sott’acqua, era stata bruscamente sollevata.
Fortunatamente il peso della nave era stato sufficiente per sfondare quella base ed era ricaduta in acqua, mentre il gigante si capovolgeva. Guai se non l’avesse spezzata! Sollevata in aria, rovesciata o sull’uno o sull’altro fianco, non sarebbe ricaduta che rotta o capovolta. E guai se l’_ice-berg_, invece di rovesciarsi in avanti si fosse piegato dalla parte della nave: nessuna corazzata, per quanto grande e solida fosse stata, avrebbe potuto resistere a quel tremendo urto, a quell’enorme peso che forse era di diecimila, di ventimila tonellate.
Se la fortuna aveva protetto gli arditi esploratori delle regioni australi, poteva però da un istante all’altro abbandonarli. Passato quel tremendo pericolo, altri li minacciavano.
Tutto intorno alla goletta, altri _ice-bergs_ ondeggiavano, mossi da quell’immensa ondata sollevata dalla caduta del colosso polare, che per poco non l’aveva schiacciata.
Alla luce delle lampade di magnesio, che cominciavano a proiettare all’ingiro i loro raggi azzurrognoli, essendosi la nebbia un po’ diradata, si vedevano alzarsi a prua, a poppa, a babordo ed a tribordo, gigantesche pareti di ghiaccio, che avevano degli strani bagliori. Si sarebbe detto che quelle montagne erano ansiose d’imprigionare la goletta, di stringerla, di soffocarla e di schiacciarla.
L’equipaggio, che non si era ancora rimesso dal terrore, non ardiva abbandonare le imbarcazioni e rimaneva sordo ai comandi del mastro d’equipaggio, il quale li incoraggiava a riprendere i buttafuori per tentar di respingere l’assalto dei ghiacci.
Perfino il capitano Bak, pareva che avesse perduto il suo sangue freddo e la sua sicurezza, e non ardiva dare alcun comando, temendo di compromettere la sorte della goletta.
Pure era necessario uscire, e senza perdere tempo, da quel cerchio che poteva da un istante all’altro rinchiudersi e imprigionarli tutti, oppure spezzarsi bruscamente e schiacciare la nave.
— Signore, disse Wilkye, che forse era il solo che non aveva perduto la sua calma abituale, rivolgendosi verso Linderman che rimaneva muto — bisogna forzare il passaggio o qui tutti ci lascieremo la vita.
— Ma dove volete andare? rispose l’armatore. Non vedete che siamo circondati?
— Dinanzi a noi, se i miei occhi non s’ingannano, scorgo un passaggio aperto fra due _ice-bergs_.
— Sarà libero?
— Io non lo so, ma tutto si deve tentare.
— Ma dietro vi possono essere degli altri ghiacci, signore, disse il capitano. Se ne urtiamo uno, può piombarci addosso.
— E se restiamo qui, verremo imprigionati. D’altronde non tutti gli _ice-bergs_ sono male equilibrati.
— Tentiamo il passaggio, disse Linderman. Se non potremo uscire, ritorneremo.
— Ai vostri posti! tuonò il capitano, volgendosi verso l’equipaggio. Se vi preme salvare la pelle, riprendete i buttafuori e respingete l’assalto.
Poi curvandosi sul boccaporto:
— Ingegnere: macchina avanti!...
— Andiamo a fracassarci? chiese Bisby a Wilkye.
— Chi può dirlo?
— Io ne ho abbastanza del vostro polo e vorrei tornare a Baltimora. Corpo di un bue salato! È una vitaccia da cani questa e che mi garba poco, amicone caro.
— Ormai i rimpianti sono inutili, Bisby. Io andrò innanzi, dovessi affrontare la morte ad ogni ora.
— Voi, ma io?...
— Lottiamo per la scienza.
— Me ne infischio della scienza.
— Lottiamo per la bandiera dell’Unione Americana.
— Sarà una bella cosa, ma io preferirei essere ne’ miei magazzini a far denari.
— Zitto: stiamo giuocando la nostra pelle.
— Giuocherei quella del bisonte, brontolò il povero negoziante. Auff!..... In che brutta avventura mi sono impegnato!.....
La _Stella Polare_ intanto, si avanzava con precauzione fra i ghiacci, che minacciavano di imprigionarla. Il capitano Bak si era messo alla ruota del timone non fidandosi, in quel supremo istante, che di sè stesso, mentre l’equipaggio si era collocato lungo le murate di babordo e di tribordo coi buttafuori, tentando respingere l’assalto dei colossi polari. Dinanzi alla prua, si distingueva confusamente un passaggio lasciato fra una montagna ed un grande banco e pareva che si prolungasse assai. Se i due ghiaccioni, che le onde e le correnti marine trasportavano, non si chiudevano, la _Stella Polare_ poteva evitare la prigionia.
In pochi istanti la distanza fu superata e la nave si inoltrò arditamente nello stretto, procurando di mantenersi in mezzo.
Aveva percorso circa tre gòmene, quando verso poppa si udirono dei tonfi che parevano prodotti dalla caduta di massi enormi e dei lunghi scricchiolii.
— A tutto vapore! gridò Wilkye.
La goletta, a rischio di andarsi a fracassare contro qualche banco che poteva trovarsi al di là dello stretto, si slanciò innanzi come una rondine marina.
Un istante dopo, una detonazione spaventevole, paragonabile allo scoppio d’una mina o al rimbombo simultaneo di pezzi d’artiglieria, echeggiava verso il nord, seguita da due tonfi orribili.
Le montagne di ghiaccio che minacciavano d’imprigionare la goletta si erano cozzate fracassandosi e si erano rovesciate. Pochi istanti di ritardo e la goletta rimaneva schiacciata!
— Siamo salvi! gridò il capitano.
— Urrah per la _Stella Polare!_ urlarono i marinai.
— Il mare è libero dinanzi a noi! gridò Linderman. Sia ringraziato Iddio!
— Ed io vedo un fuoco, disse una voce. Che laggiù si cucinino delle bistecche?..... Per bacco! Sarebbero le benvenute.
— Un fuoco! esclamarono Wilkye e Linderman.
— Volete che sia cieco? chiese Bisby, che era stato lui ad annunciarlo. O laggiù si fa cucina o fondono questi dannati ghiacci.
Linderman, Wilkye e il capitano Bak guardarono nella direzione che il negoziante indicava e videro infatti, verso il sud-est, brillare attraverso il nebbione un fuoco che s’alzava e si abbassava.
— Che sia una nave? chiese Linderman. I balenieri si spingono fino sulle coste delle Terre di Trinity e di Palmer.
— È impossibile, disse il capitano. Con questa nebbia non si può scorgere un fanale.
— Può essere il fornello che serve alla liquefazione del grasso di balena.
— No, è impossibile, signore. Quel fuoco è lontano e per scorgerlo deve avere dimensioni gigantesche.
— Che siano dei naufraghi?
— Non lo credo. Non vedete che ora s’innalza ed ora si abbassa? Deve essere una grande colonna di fuoco.
— Ditemi capitano, chiese Wilkye. Credete che siamo vicini alle Shetland?
— Temo di vederle sorgere dinanzi a noi da un momento all’altro.
— E di aver oltrepassate le isole degli Elefanti e del Re Giorgio?
— È possibile, signore. Due ore fa mi parve di aver udito, sulla nostra sinistra, dei lontani fragori, come un rompersi di onde contro le scogliere.
— Erano senza dubbio le isole Aspland e quel fuoco è prodotto dal vulcano dell’isola Bridgeman.
— Ma non vedete che quel fuoco brilla a poca altezza sul mare. Se fosse un vulcano, sarebbe certamente più alto.
— V’ingannate, signor Linderman. Quello dell’isola Bridgeman è il più basso che esista sul nostro globo, poichè è alto solamente quindici metri.
— Un giuocattolo da ragazzi, disse Bisby. Lo porterei volontieri a Baltimora.
— Sì, burlone, disse Wilkye.
— Se è l’isola Bridgeman, vuol dire che abbiamo oltrepassato il 62° di latitudine e che la Terra Trinity non è lontana, osservò il capitano. Possiamo piegare con tutta sicurezza verso l’ovest.
— Fatelo, disse Linderman.
La _Stella Polare_ virò di bordo e si slanciò verso quella nuova direzione che pareva sgombra di ghiacci.
Ogni pericolo ormai pareva evitato, tanto più che la nebbia cominciava ancora ad alzarsi e che il sole, che doveva essere ricomparso da un paio d’ore, principiava a foracchiare qua e là quelle masse vaporose cariche di umidità.
Gli uccelli cominciavano ad apparire e si vedevano volteggiare in grande numero, salutando l’astro diurno con acute strida. Erano stormi di grosse procellarie che di quando in quando si precipitavano in mare per pescare i _clios boreali_ dai corpi allungati e membranosi e la testa formata da lobi arrotondati, o le cotte australi che sono cartilaginose, bianchiccie, armate di pungoli. Si vedevano pure parecchi albatros che se la prendevano colle chimere antartiche, pesci che raggiungono sovente una lunghezza di tre piedi, ossia di un metro, colla pelle bianca argentata, la testa rotonda, il dorso munito di tre pinne ed il muso terminante in una specie di tromba che s’incurva verso la bocca.
Malgrado il loro peso, gli albatros, dopo di averle colpite a morte col robusto becco, le estraevano dall’acqua e volavano verso le terre più vicine per divorarsele con loro comodo.
Alle otto, quando il nebbione si dileguò, verso il nord apparve una costa alta assai e dirupata, sulla quale si vedevano volare bande immense di uccelli marini. Il capitano Bak, che aveva già visitate altre volte quelle regioni, la riconobbe subito.
— È l’isola del Re Giorgio, diss’egli a Wilkye. Voi non vi eravate ingannato; il vulcano che abbiamo veduto era quel di Bridgeman. Ecco laggiù la baia del Re, più oltre lo stretto di Freld e le colline dell’isola di Nelson.
— Sì, rispose Wilkye. La _Stella Polare_ è discesa al sud passando in mezzo alle Shetland orientali, fra l’isola del Re Giorgio e quella di Clarence e degli Elefanti.
— Se i ghiacci non ci ostacolano i passaggi, fra tre giorni voi sbarcherete, disse Linderman all’americano.
— Lo spero; ho fretta di mettermi in marcia.
— E di raggiungere il polo, è vero? chiese l’inglese, con leggiera ironia.
— Sì, signore.
— Coi vostri velocipedi.
— Coi miei velocipedi, signor Linderman, rispose l’americano con voce asciutta.
— I quali speriamo che non si guasteranno.
— E perchè devono guastarsi?
— Ma non avete anche pensato, signor Wilkye, che i metalli esposti alle temperature freddissime delle regioni polari, cagionano delle atroci bruciature alle mani che li toccano?
— Non è cosa nuova per me, signor Linderman, che ho visitata la Groenlandia e la baia di Baffin del polo settentrionale.
— E le vostre gomme, credete che resistano?
— E la vostra nave, credete che resista alle tremende pressioni dei ghiacci? D’altronde voi non avete veduto ancora i miei velocipedi?
— Devono essere capilavori.
— E andranno lontani a dispetto della vostra ironia, disse l’americano stizzito. Ci vedremo al polo, signor Linderman, se sarete capace di giungervi.
— Mi credereste forse un pauroso? chiese l’inglese, coi denti stretti.
— Non ve l’ho ancora detto, ma vi sfido a raggiungermi al polo.
— _By-god!_... Che fiducia!... Fate già conto di esservi!... Ci manca ancora, signor Wilkye, o meglio avete ancora da cominciare.
— E voi pure.
— La mia nave si avanza verso il sud.
— Ed io fra poco vi precederò e pianterò prima di voi la stellata bandiera dell’Unione al polo.
— To’!... to’!... esclamò Bisby, intervenendo. Ecco due uomini che minacciano di diventare idrofobi per quel dannato polo, che io regalerei tanto volentieri agli orsi bianchi. Non vale la pena di scaldarsi, amici miei, specialmente con questo freddo. Per bacco! volete prendervi una polmonite o una costipazione?
— È vero, Bisby, disse Wilkye, ridendo. È troppo presto per intavolare delle dispute: siamo ancor lontani dal polo.
[Illustrazione: — Olà, cuoco, dà un tocco di campana!... (pag. 107)]
— Allora andiamo a fare colazione in compagnia: comincia a fare un certo freddo qui, che se non si combatte a colpi di bistecche e a bottiglie, finiremo col diventare di ghiaccio anche noi. — Olà, cuoco, dà un tocco di campana!...
Il bravo negoziante si prese a braccio i due rivali e li condusse sotto coperta, mentre la _Stella Polare_ filava lungo le Shetland occidentali.
Capitolo XII.
Il continente Australe.
Le isole Shetland che si dividono in due gruppi, l’occidentale e l’orientale, si estendono dinanzi alla Terra Trinity, fra quella di Palmer e di Luigi Filippo, occupando uno spazio di circa quattrocento chilometri.
Il numero esatto forse non si conosce ancora, essendo state visitate da pochi navigatori, da Delaroche nel 1675 che pel primo scoprì l’isola del Re Giorgio, da Powell nel 1825, da Foster che prendeva possesso delle terre australi nel 1829, e da Biscoë, lo scopritore della Terra di Enderby, di quella d’Adelaide e di quella di Graham nel suo viaggio del 1832.
Le maggiori però non sono ignote, anzi sono state accuratamente rilevate. Quella del Re Giorgio, che ha un’ampia baia verso il sud, è la più vasta; vengono quindi quella di Livingston che ha un’alta montagna chiamata Bernard, che si eleva per 3860 piedi; l’isola degli Elefanti pure con monte alto 3490 piedi, Clarence che somiglia ad uno scoglio enorme, Smith col monte Foster che è il più alto di tutti toccando i 6600 piedi, Snow, Greenwik, Robert, Nelson, Gilb, Jameson, Midle, Deception ed altre minori che possono chiamarsi semplici scogli o gruppi di scogliere.
Tutte queste isole hanno un aspetto selvaggio e desolante. Le loro coste sono dirupate e sventrate dall’eterna azione delle onde; d’inverno sono coperte di nevi e cinte di immensi campi di ghiaccio che rendono l’approdo quasi impossibile; d’estate si spogliano di parte del loro candido mantello, ma su quelle rocce non crescono che delle magre piante assolutamente insufficienti a nutrire un capo di bestiame, poichè sono muschi, magri licheni appartenenti alla specie degli _Usnea melanoscanthoa_, pianticelle microscopiche, lecanore, ulve e qualche cespuglio di _Drimys Winteri_, piante somiglianti ai nostri allori, colle foglie grigio-argentee, ma la cui scorza può adoperarsi con buon successo contro lo scorbuto.
Nessun abitante umano vive su quelle terre dell’oceano australe. Se su quelle dell’oceano artico, che pure sono del pari fredde e sterili, si trovano gli Esquimesi, su queste mancano gli uomini, nè si è mai avuto notizia, nè si è mai trovata alcuna vestigia di essere state un tempo abitate.
Non vi si vedono che uccelli, i quali nidificano su quelle rocce a migliaia, anzi a milioni, lasciandosi avvicinare dagli uomini e talvolta uccidere a bastonate, tanto sono stupidi. Vi soggiornano pure le foche e gli elefanti marini, ma i quadrupedi mancano assolutamente, poichè non vi sono nè orsi bianchi, nè lupi, nè renne, nè buoi muschiati come nelle regioni artiche.
La _Stella Polare_, avvistata l’isola del Re Giorgio, aveva messo la prua verso il sud-ovest per raggiungere la punta Cookburn che si trova all’estremità dell’ampio golfo di Ughes, e di là girare quella grande penisola o isola che sia, che si estende fra la Terra di Palmer e quella di Graham. Lo stato dell’oceano favoriva una rapida marcia. Quell’ampio spazio d’acqua che si estende fra la catena delle Shetland occidentale e le spiagge del continente, era affatto sgombro di ghiacci. Il vento che soffiava dal nord con qualche violenza, aveva respinto al sud quei pericolosi colossi i quali forse si erano ancora cementati ai grandi banchi che coprono, durante tutto l’anno, quelle gelide terre polari.
Non bisognava però fare troppo a fidanza. Nella primavera e nell’estate dominano i venti del sud, e quei ghiacci potevano da un momento all’altro rimettersi in marcia, invadere l’oceano e mettere a mal partito la spedizione anglo-americana.
Il capitano Bak non lo ignorava, ed aveva ordinato di avanzare colla massima velocità per potersi trovare alla Terra Alexandra prima che cominciasse lo sgelo, per aver tempo di esaminare quel passaggio che l’armatore supponeva esistere.
La _Stella Polare_ filava quindi a tutto vapore entro quella specie di canale chiamato di Bransfield, che si estende fra il continente e le Shetland, ma che ha la vastità di un vero braccio di mare.
Di quando in quando però, la goletta era costretta a deviare ed a descrivere dei lunghi giri, per evitare dei grandi banchi di kelp. Quelle alghe gigantesche apparivano dovunque, e contorcendosi per la spinta delle onde, minacciavano d’imprigionare una seconda volta l’elica.
Il 25 novembre, la temperatura, che fino allora aveva oscillato fra il due ed il quattro sotto lo zero, bruscamente si abbassò in causa del vento che cominciava a soffiare dal sud. Quantunque il sole brillasse splendidamente, il termometro si abbassò a sette centigradi.
L’equipaggio ed i membri della spedizione furono costretti a indossare le pesanti vesti d’inverno e le grosse flanelle di lana, nonchè una casacca di pelle di foca fornita di cappuccio. Il solo Bisby si ribellò, malgrado i consigli del suo amico Wilkye, e si accontentò di avvolgersi nella sua famosa pelle di bisonte, senza rinunciare al suo cappello a cilindro, che secondo lui, era preferibile ai cappucci.
A mezzodì alcuni ghiacci, spinti verso il nord da quel gelido vento che soffiava dal sud, apparvero, e per la prima volta il capitano Bak segnalò l’_ice-blink_.
Questo _ice-blink_ indica la vicinanza degli _ice-fields_, o immensi campi di ghiaccio. È una luce bianca, prodotta dal rifrangersi dei raggi solari sulla superficie dei ghiacci e si riflette in cielo, specialmente quando questo è coperto di nubi. Talvolta questa luce è così vivida, che la si distingue anche in mezzo ai fitti nebbioni.
Alle quattro pomeridiane la goletta, dopo d’aver evitati alcuni _floe_, che sono banchi di ghiaccio che si formano in mare pel congelamento dell’acqua, giungeva sulle coste d’un’isola che si trovava sulla sua rotta.
Era quella di Deception che è una delle più note dell’arcipelago delle Shetland australi, ed anche una delle più bizzarre, per la sua forma. È circolare e all’esterno non ha alcuna rada che offra asilo alle navi, ma nel suo interno nasconde senza dubbio il migliore e più sicuro porto di tutte le terre del nostro globo. Vi si entra per una stretta apertura situata verso il sud-est, e chi non ne conoscesse l’esistenza non potrebbe forse scorgerla, essendo racchiusa fra alte rupi o meglio fra colline.
Quel comodo porto, che può contenere centinaia di navi, si chiama di Foster dal nome del navigatore che lo scoprì, ma la maggior parte dell’anno è impraticabile in causa dei ghiacci che lo bloccano.
Le coste dell’isola apparivano selvagge e in gran parte coperte di neve; il monte che si eleva sulla spiaggia del nord-est, sembrava un gigantesco cono di ghiaccio, il quale scintillava come un immenso diamante sotto i raggi dell’astro diurno.
Migliaia e migliaia di uccelli nidificavano su quelle coste, sui terreni sgombri di neve. Sull’orlo delle rupi, schierati come tanti soldati, seduti sulle loro zampe che sono situate quasi all’estremità del corpo, si vedevano bande di pinguini, stupidi volatili che mandavano rauche e discordi grida, vedendo passare la nave. Vi erano poi battaglioni di _Ænops aura_, specie di avoltoi che vivono d’escrementi di foche e che quando vengono uccisi, cadendo, vomitano una quantità di sterco così puzzolente, che non si può accostarsi per raccoglierli!
Furono pure vedute anche alcune foche; erano _Otarie jubate_, chiamate anche leoni marini. Misuravano due metri di lunghezza, avevano il pelame giallo-bruno, e al collo avevano una corta criniera che dava loro un aspetto feroce, quantunque invece siano animali paurosi.
Si scaldavano al sole, in prossimità delle spiaggie, per essere pronte a guadagnare il mare al primo segnale di pericolo. Anche un elefante marino fu veduto nuotare presso le coste, ma appena vide la goletta si tuffò e non fu più possibile osservarlo, con grande dispiacere di Bisby, che avrebbe mangia
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