Alcibiade
Felice Cavallotti
Opere DI Felice Cavallotti
Volume V.
Alcibiade
Scene Greche In Dieci Quadri Con Note
MILANO TIPOGRAFIA SOCIALE, E. REGGIANI E. C. _Via Marino, Num. 3._ 1884.
Proprietà Letteraria.
La mattina del 23 di giugno dell’anno di grazia 1873, pubblicandosi in Milano il volume delle mie _Poesie_, e nell’aria fiutando che il medesimo non avrebbe forse incontrato i gusti letterarj della Regia Procura; avendo, d’altro canto, ritrovato di mio mediocre soddisfacimento l’alloggio che nel Palazzo di Giustizia alla cella N. 50 mi era stato per parecchi mesi fornito dal Regio Erario negli anni di grazia 1870 e 1871, e non nutrendo che un desiderio languido di ritornarvi: per questi ed altri motivi mi alzai quella mattina con un prepotente bisogno di andare a prendere un po’ d’aria fresca sul lago. E col primissimo treno per Arona me ne venni alla bella Meina, specchiante nel Verbano la verzura de’ suoi clivi e le casette bianche, pulite: e da Meina — visto e considerato che lì, in riva al lago, c’erano troppi villeggianti e curiosi — su, per la montagna, a Ghevio, romito villaggio dell’alto Vergante, — al capo estremo della valle che la _Tiasca_ spumosa, tortuosa, chiassosa attraversa, correndo ver’ Meina alla foce. Il mio Ghevio, dove bambino venivo, nella casa dello zio, con mio fratello e mia sorella, e i cugini, a passar le vacanze della scuola: dove sono i ricordi della mia fanciullezza e il prato ove piccini si faceano le gare delle corse: e delle corse vincitrice talora era anche lei — la _bionda vestita di cielo_ — che vidi più tardi per le vie del mondo un momento rifulgere e sparire:
_la s’è racchiusa di nubi in un velo_ _la diva bionda vestita di cielo!_
il mio Ghevio ove s’andava per greppi e boscaglie e per siepi, in traccia di funghi e ciclamini, e di nidi e topolini color bianco e nocciuola; e sempre vi zampilla la _fontanella_ lungo il sentiero della montagna, che ci vedea su la prim’alba in ispezione furtiva ai lacciuoli nel prato; e su in alto è la chiesuola con dipinto nel soffitto l’arcangelo Gabriele, bellissimo, armato di spada, nell’atto che ammazza il gran drago; il quale attirava la mia attenzione più profonda mentre il vecchio prevosto facea la predica domenicale: e lì accosto il piccolo cimitero... che delle memorie più care oggi tanta parte rinserra...
A Ghevio danno i tralci benigni un vino limpido di collina, secco, frizzante, brioso: interlocutore non isgradito di discussioni teologiche fra me e quel parroco molto reverendo, prima che il _Cantico dei Cantici_ turbasse la cordialità delle nostre relazioni diplomatiche: di più, vi spira un’aria montanina salubre, che risveglia gli spiriti, che allarga i polmoni; ma quel giorno parevami anche più salubre del solito: infinitamente più di quella che per me spirava in quel momento a Milano. Tanto è vero che, il domani, una lettera di mio padre avvisavami come qualmente certe faccie di malaugurio si fossero presentate a chiedere di me a casa mia, e gironzassero tutto il santo giorno su e giù per via San Zeno, come ai bei giorni del 69, coll’aria di gente che aspetta amorosamente un debitore. Il terzo dì infine potei formarmi una convinzione assoluta e precisa dei vantaggi igienici della gita mia; poichè la Eccellentissima Procura di Milano graziosamente notificava al tipografo l’ordine di sequestro delle mie poesie e il mandato di cattura contro il loro indegno papà.
Il mio preciso dovere di suddito benpensante sarebbe stato, lo so, di andarmi subito a costituire e risparmiare ai vigili tutori dell’ordine la fatica e la noja di lunghe, pazienti ricerche: prevalse in me il pensiero ch’essi sono pagati apposta per questo, e l’esercizio del moto fa bene al fisico; che d’altra parte alla salute delle istituzioni e del Regno non era rigorosamente indispensabile il completo adempimento delle benevole intenzioni del Fisco a riguardo mio. — Aggiungasi che in prigione, come l’esperienza del 69 e del 70 insegnavami, mancano i comodi necessarj per lavorare: non ci è posto per mettere i libri, non ci è luce per chiarire le idee, e tutte queste cose mi bisognavano per iscrivere il mio quarto lavoro drammatico, che andavo accarezzando col desiderio da più mesi — e che doveva intitolarsi: _Alcibiade_.
* * *
Come la prima idea di questo lavoro mi sia venuta, e in che ora precisa del tal giorno del tal mese abbia preso alloggio nel mio cervello, non saprei: per quanto oggi sia l’uso fra i poeti di non defraudare il mondo di queste informazioni preziose. Certo — e me lo consentano i giovani autori che improvvisano drammi storici su le notizie dell’_Enciclopedia_ — non mi vi accinsi senza un grande rispetto per il mio eroe: cioè non senza essermi prima ingegnato del mio meglio a studiarlo coscienziosamente, _intus et in cute_, affinchè dall’_isole dei beati_ ei non tornasse ad intentarmi processo di calunnia: e dopo avere risciacquato alle fonti del secolo d’oro di Atene gli studj di greco prediletti in liceo. Il fatto è che, una volta deciso di ricondurre il figliuol di Clinia sulle scene, e intrattenermi secolui un certo numero di settimane, presi le mie disposizioni per non essere nei colloquj disturbato. E organizzato giù a Meina, in riva al lago, e dentro la valle, un eccellente servizio... semaforico, per avvisare a tempo la comparsa di corpi... eterogenei sull’orizzonte, ispezionai diligentemente il rustico della casa (poichè nei locali ordinariamente abitati il pericolo di seccature era evidente) per eleggere una stanza da studio... all’altezza dei tempi e delle circostanze.
Ragion per cui la prima visita fu alla legnaja nella soffitta, sotto i tetti, dove togliendo via un po’ di legna, e mettendoci un po’ di buona intenzione della fantasia, il locale poteva benissimo passare per una stanza d’architettura spartana, un po’ primitiva, di quella che piaceva tanto a Licurgo. Detto fatto, per le scale tirai su un tavolino e un pajo di sedie, disposi i libri in bell’ordine simmetrico su la legna — e soddisfatto meco stesso del mio spirito inventivo, m’immersi per guadagnar tempo in profonde elleniche meditazioni.
Nè so dir bene quanto durassero: so che di tutte le meditazioni la più importante fu quella ch’ebbi a fare, a un certo punto, sentendomi qualche cosa di morbido passeggiare e scivolar tra le gambe, e trovandomi colla testa in fiamme tutto grondante di sudore come uscissi allora da una stufa. Nel mio desiderio di solitudine avevo infatti dimenticato che in quella stanza... non ero solo: e poi io, che volevo darmi l’aria di pensar tante belle cose, non avevo pensato ch’eravamo a luglio — il sole della canicola, più rabbioso che mai in quella estate, batteva a piombo sulle tegole — e per non dare alla Regia Procura la soddisfazione di prendermi vivo, io le apparecchiavo la ben più dolce sorpresa di un poeta ribelle cotto arrosto.
Nel mio preventivo, questo non entrava: però ridiscesi le scale — ed oh gioia! nello scendere mi s’offerse all’occhio un granaio, che serviva da stanza per l’allevamento dei bachi da seta. Quella destinazione fu come una rivelazione del genio. Imaginate una stanza rustica, appartata, a primo piano, abbastanza spaziosa, coll’uscio su una loggia di legno, prospiciente il cortile, adattatissima all’ufficio di osservatorio astronomico: dal lato opposto una finestra sul prato che mette alla valle: finestra alta non più di due metri dal suolo erboso e morbido — ed ottima, in caso di ricerche indiscrete, per isvignarsela a respirare il fresco della campagna. Aggiungi l’uscio serrantesi di dentro con eccellente catenaccio; e le tavole dei bachi da seta per disporvi in bell’ordine i libri: e il pensiero di quelli industri animaletti per imitarne il lodevole esempio. Non occorre più dire che lì fermai finalmente i vagabondi penati.
* * *
E lì in quella stanza, povero baco da seta, per circa due mesi mangiai la foglia di tutte le astuzie del mio eroe ateniese, e lo condussi al bosco con tutte le regole dell’arte. Cioè, mi sbaglio, siamo esatti nelle date, come la moda vuole — e poi quelle date che belle ore care mi ricordano!: dal 3 al 10 luglio composi la tessera del lavoro distribuendolo in undici parti o quadri: fattomi ben chiaro il disegno nella mente, al dì 11 cominciai dalla coda, e scrissi in due dì l’ultimo quadro: poi feci il 10.º, il 4.º, il 5.º, e via procedendo dal più facile al meno facile, ultimi i primi due, che mi costarono dose di pazienza maggiore.
Lavoravo di lena, le mie sei ore filate, dalle sei di mattina a mezzodì: poi, nel pomeriggio, riscontrar classici, pigliar note, e leggere le novità che da Milano mi mandavano, al finto indirizzo di _Luigi Bianco_, mio padre ed il burbero _Pessimista_. Il quale spingea la tenera amicizia sino alla pazienza di scrivere per me un diario minuto quotidiano di tutto quanto succedeva laggiù nel mondo dei viventi all’ombra della mia cara madonnina del Duomo: e ne approfittava per intercalarvi quelle tali sue opinioni artistiche e _veriste_ — ancora in germe allora — che più tardi spaventosamente sviluppandosi doveano contro il mio romanticismo renderlo a tal segno feroce, da levarmi — lui, il migliore degli amici a quei dì — perfino il saluto nella via. Esempio di convinzione artistica meravigliosa in un secolo così scettico come il nostro.
Dopo il pranzo, una giratina per la montagna a prender il fresco della sera — poi, come tutti i bambini savi, a letto all’ora delle galline.
Mercè questo regime, che consiglio a’ miei giovani fratelli d’arte, ai trentuno di agosto alle quattro in punto (i minuti primi e secondi non li ricordo) scrivevo sotto al mio _Alcibiade_ la benedetta parola _fine_! ch’è quanto dire, a scriverlo, ci avevo speso quaranta giorni di lavoro utile; — perchè ai primi e agli ultimi di agosto il lavoro pur troppo ebbe a subire non prevedute interruzioni.
* * *
La prima — e assai dolorosa — fu la morte di Antonio Billia. Oggi gli anni corrono veloci, la febbre del domani ange i nati da jeri, e i morti van più in furia che nella ballata del poeta, e i giovani che vengono su non han più tempo di ricordarli. Ma per chi visse le lotte di quel periodo febbrile della nostra istoria italiana, che vide dopo Lissa, Mentana e i fasti della Regìa e i processi al _Gazzettino Rosa_, le ignominie medicee del processo Lobbia, e Barsanti, fanciullo biondo, fucilato; e la nazione e la fortuna caccianti a spintoni verso Porta Pia i ministri del re nell’ora che firmavano la rinunzia di Roma! — ma chi respirò quell’atmosfera di tempeste, di battaglie, di entusiasmi e di ire, ma gli antichi _bohèmes_ del _Gazzettino Rosa_ non potranno mai dimenticarti, povero _Tonio_, — tu il loro impavido avvocato dei processi quotidiani, il padrino dei quotidiani duelli, l’affettuoso consigliero, compagno in carcere e fuori di carcere alle gioje, alli sconforti, alli ardimenti — tu dal cuore buono come d’un fanciullo, dalla parola tagliente come d’una spada!
Lo chiamavamo tra di noi l’avvocato _Trombone_. Con questo nomignolo firmava nel _Gazzettino Rosa_ articoli caustici come la pietra. Nel 69, il governo lo mise al forte Bormida, con gli altri redattori, sotto chiave: ma durante la custodia amorosa, i liberi elettori di Corteolona e Belgiojoso — il collegio antico di Ruggiero Bonghi — con ischiacciante votazione lo nominarono deputato.
Stette alla Camera quattr’anni. Amato dagli amici, rispettato dagli avversari, presto temuto, il _bohème_ del _Gazzettino_ s’era creato nell’assemblea, ricca in quel tempo d’oratori insigni, una fama di eloquenza caustica, tutta sua. Era poi l’incubo di Giovanni Lanza, presidente del consiglio: e la prontezza di spirito non essendo il forte del medico ministro piemontese, le barzellette di Antonio Billia lo faceano salire sulle furie.
Ed era stata una sera di barzellette gaje quella che fu, per il povero Billia, l’estrema. Trovavasi lassù alle acque di Santa Caterina, in una delle prime sere di quell’agosto 1873: convitato ad un pranzo nell’albergo, proprio lì a fianco di Sua Eccellenza Visconti Venosta, ministro degli esteri, avea supplito della sua vena briosa alle risorse poco divertenti della anemica eloquenza ministeriale. Tutta la sera intorno a sè tenne desta l’allegria: erano sul suo labbro facezie argute e cortesi, riboccanti di _humour_, era un fuoco di fila di motti di spirito, scoppiettanti fra la nota del cuore... i commensali ridevano, le signore applaudivano...
La mattina dopo era cadavere.
Avea 37 anni.
L’ebbi lassù nel mio nascondiglio, due giorni dopo, la notizia della tua morte, o mio Tonio!... e il momento che mi giunse mi sta qui innanzi come se fosse ora... Nè quel giorno, nè l’altro scrissi dell’_Alcibiade_ una riga.[1]
* * *
Altre interruzioni al lavoro, anzi parecchie me le procurarono le sollecitudini della R. Procura di Milano. La quale non trovava nè regolare, nè discreto che io mi fossi reso per la terza volta latitante, dopo essermi già presa due volte questa libertà nel 69... ed io d’altra parte, non sapevo come farla persuasa che lo facevo non già per me, ma nello interesse esclusivo delle patrie lettere. È vero che su pei giornali io figuravo dimorante in Isvizzera: il difficile stava nel convincerne il Fisco: e il Fisco se ne era convinto così bene... che un bel dì — passeggiando fra Ghevio e Pisano a prendere una boccata d’aria e meditare il miglior modo di far fuggire Alcibiade sulla barca — m’accorsi di due individui in borghese, innanzi a me, i quali ogni tanto di sottecchi si voltavano a squadrarmi, come tra loro si consultassero sull’essere mio. Fossero gli abiti o gli orecchini o il fiuto o una certa qual pratica da _répris de justice_, lì per lì mi sovvenni di certa sera del novembre 1869, che latitante in Milano, dopo averla scapolata liscia per un mese, mi ero lasciato pigliare come un merlo, da quattro eccellenti persone che mi passeggiavano innanzi, con aria da gnorri, precisamente a quel modo; e per subitanea associazione di idee (dicono che i poeti non sono perspicaci!) rallentato il passo senza farmi scorgere — e rimesso ad altro momento lo studio del metodo di fuga per Alcibiade — lo ripresi provvisoriamente per conto mio — pigliando in via precauzionale, mentre quei signori non guardavano, una scorciatoia di fianco per i campi. L’idea pare non fosse disprezzabile, perchè avvistisi appena della scomparsa, quei due signori tornarono sui passi, precipitosi; e giù nella valle incontrai un messo da Meina che veniva a portarmi l’avviso della comparsa di... uccelli migratori. Infatto, i due viaggiatori per diporto erano scesi a Meina la mattina in compagnia di due magnifici carabinieri; e umettata con un _cicchetto_ la gola, s’erano subito informati della strada per Ghevio. — Quella visita mi obbligò a trasferire, per un po’ di giorni, i penati giù nel letto della valle, anzi del torrente, alla Cartiera delli amici carissimi Bedone e Bertoglio, luogo fresco, un po’ malinconico: indi ne viene che il mio _Cimoto_ qua e là in qualche scena si lascia un po' andare alla malinconia. Come piacque finalmente agli incomodi visitatori lasciar libero il lago e la montagna, sugli ultimi d’agosto feci ritorno al nido.
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E come piacque alli immortali Iddii, venne finalmente quella sera del settembre, che, intorno a un piatto enorme di castagne, cominciai in famiglia la lettura intima delle gesta e miracoli del mio eroe. C’erano i miei zii, mio papà, mia sorella... che dormono ora tutti al camposanto. Il manoscritto era voluminoso anzi che no — e avrebbe, al solo vederlo, spaventato qualunque spirito forte: ma di quali eroismi non è capace l’affetto del sangue? Ho bisogno di dire che la lettura durò due sere — che fu sopportata da anime stoiche — e che l’applauso di quei cari morti fu entusiastico, unanime?
Ah, quei poveri primi giudici non imaginavano che l’_Alcibiade_ avrebbe dovuto, al pari del suo papà, andar intorno ramingo, come persona pregiudicata, per più mesi, prima di essere per grazia ammesso agli onori della scena!...
* * *
Fatti i tagli per la scena indispensabili, spedito a Milano il manoscritto, aspettavo con qualche impazienza i primi giudizj degli amici... Silenzio su tutta la linea!... Passa un dì, passa un altro: finalmente Achille Bizzoni in un passo di una sua lettera mi scrive: «_Pessimista_ m’ha parlato del tuo _Alcibiade_ e ne è entusiasta. Lo trova troppo lungo per la scena, ma mi accerta ch’è un capolavoro. Bravo Felice!»
_Laus deo!_ dico fra me... Se il lavoro arriva a contentare... perfino _Pessimista_, figuriamoci i Milanesi, che son gente ottimista in generale.
Infatti il lavoro doveva darsi a Milano al _Teatro Manzoni_ in quell’autunno dalla Compagnia Marini e Ciotti, diretta da Alamanno Morelli. Il buon Ciotti — il primo impareggiabile _Raul_ de’ miei _Pezzenti_ — in settembre mi scriveva da Prato: «Fin da ora ti prometto che nulla sarà trascurato e tutto il nostro buon volere sarà messo in opera per dividere teco un colossale trionfo.».... Insomma, li auspicj non poteano esser migliori.
E i giorni passavano... e gli elettori di Corteolona, eleggendomi al posto del povero Billia, obbligavano la Corte d’Appello a revocare il mandato di cattura; sicchè potei finalmente rivedere Milano — correre in Galleria per veder correre il topolino della rotonda — correre al _Manzoni_ per assistere alle prove del figliolo delle mie viscere.
Quale mortificazione aspettava il mio amore paterno! La signora Virginia Marini, gentile sempre quanto brava, mi fe’ del manoscritto un mondo di elogi... ma pareva imbarazzata nel farmeli; Morelli se ne dichiarava contentone... e mi domandava come avevo passata la villeggiatura; Ciotti era entusiasta della sua parte di _Alcibiade_... e non rifiniva di felicitarmi della _Agnese_. Al Caffè Manzoni, convegno dei comici, dei critici e degli autori in attività ed in aspettativa, ufficio postale di tutte le chiacchiere di palcoscenico, mi chiedeano del quando cominciavan le prove con una certa aria di interessamento, tra benevola e protettrice, che mi faceva meravigliosamente salire la senapa al naso.... E ogni dì ne passava uno — e le prove non si vedevano venire... O insomma che era successo? Solo questo: che, dopo la lettura del lavoro, fra i comici era stato sentenziato — e la voce era corsa in un attimo per tutti i crocchi di caffè e di palcoscenico — con grande letizia di certi critici e degli autori... in aspettativa, — che l’_Alcibiade_ era una cosa irrappresentabile e che non sarebbe arrivato in là del primo atto...
Soltanto — come il cuore umano è buono di sua natura — nessuno aveva il coraggio di dirmelo! E poi che io non mostravo la perspicacia di capirlo — e l’impegno con me era formale — alle prove ci si arrivò... in linea di filantropia... tanto per farmi toccare con mano quello che mi ostinavo a non intendere... e rendermi persuaso colle buone, che gli era proprio per risparmiarmi un disinganno... se giunti a metà della seconda prova, lì sul palcoscenico, mi si restituiva il manoscritto!
Proprio così. E i giovanetti autori che oggi si lamentano del sol di luglio e gemono, ravvolti nel manto dei genj incompresi, sulle difficoltà del riuscire a farsi conoscere, e del fare accettar dai capocomici il loro primo capolavoro — sono pregati a consolarsi pensando che quel po’ di mortificazione — _coram populo_ — capitava a me — dopo che avevo già dato alle scene tre lavori — e tutti tre confortati dal plauso dei pubblici italiani.
* * *
Che fare? Rassegnarsi? Ohibò: natura m’ha fatto più testardo del mulo.
Preso penna, carta e calamajo — scrissi quel dì a Luigi Bellotti-Bon — nome caro e rimpianto finchè l’arte italiana serbi il culto delle sue glorie più belle e delle sue tradizioni più gentili.
A Bellotti-Bon — ch’era a Venezia e veniva al _Manzoni_ nell’imminente carnevale — domandai, nudo e crudo, se era disposto ad assumersi la recita di un lavoro rifiutato alle prove. Ecco la risposta:
_Venezia, 18 novembre 1873_.
«Carissimo,
«Non ti dico che una parola: _Sono a tua disposizione_. Vieni qui — e c’intenderemo su tutto — e vedrò contentarti.
«Avvisami del giorno del tuo arrivo onde possa essere tutto per te.
«Rimane ben inteso che sarai il mio futuro avvocato presso la Comune e mi salverai dalla lanterna... ed io non abuserò della mia _onnipotenza_ presso il Tirrrrrrrrannico potere cui sono _venduto_. Ciao.
«_Il tuo affez_. «LUIGI BELLOTTI-BON.»
Povero gioviale amico!...
Corsi a Venezia. (Cioè, prima, per mandar via l’umor negro, corsi a Roma alla Camera a far arrabbiare l’on. Lioy e la maggioranza e il presidente Biancheri con quel tale affar del giuramento, e a far la scherma di sciabola con Avanzini del _Fanfulla_ al cospetto dell’ombre della via Appia). Nella città delle lagune lessi il lavoro a Bellotti — che volle alla lettura essere solo — finito ch’ebbi, egli mi abbracciò con trasporto, mi baciò... e: «Quel che ti davano Marini e Ciotti, da questo momento te l’offro io.»
Di lì a pochi giorni il cartellone del _Manzoni_ annunciava l’_Alcibiade_ fra le novità della Compagnia Bellotti-Bon N.º 2 — per la stagione di carnevale.
Cacciato dalla porta, l’eroe greco rientrava dalla finestra. Finalmente!... ero in porto. Adagio. Mi correggo. Credevo di esserci.
* * *
Santo Stefano e carnevale eran giunti, la compagnia Bellotti-Bon era giunta, l’_Alcibiade_ sul cartellone era giunto... solamente le prove non giungevano... e Bellotti-Bon se mi incontrava parea scansarmi e girar largo... come si scansa un creditore...
Ahimè! all’ottimo rimpianto artista — giunto appena da Venezia, entusiasta del lavoro mio — era toccato in proposito udirne di cotte e di crude. Sapeva, sì, e glie lo avevo detto, che nei dintorni del _Manzoni_ il mio eroe godeva cattiva reputazione, ma credeva acqua e non tempesta. Al caffè del teatro, nei crocchi artistici, dappertutto gli davan la baja. «O come! tu hai preso di quella... roba? Come! tu butti i denari a quel modo? E fai di questi servizi a Cavallotti? Così gli sei vero amico? E hai coraggio di far subire ai tuoi artisti una _corvée_ di quella fatta per un lavoro che non arriva al secondo atto? Ma non sai che la Marini qua, ma non sai che Morelli là...» Il pover’uomo avea l’orecchie intronate.
Dubitò di aver preso un abbaglio. Avea sentito una sola lettura alla sfuggita... e la prima impressione, chi sa, poteva averlo tradito. Ma la parola meco era spesa — e Bellotti-Bon era gentiluomo in tutto il rigore del termine. Per levarsi dai fastidi, lasciò Peracchi, direttore, nelle peste — e andò a Firenze.
Con questi belli auspicj lessi il lavoro alla compagnia. Ci volle tutta la deferenza personale delli artisti, di Giovanni Emanuel, e della signora Pia Marchi e di Zoppetti e degli altri, perchè subissero il supplizio con rassegnazione e non tradissero troppo visibilmente la impazienza... Io fingevo non vedere e tacevo.
Però allora parve obbligo di coscienza il tentar meco almeno un’opera di carità; si pregò il buon Lombardi, dirigente il teatro Manzoni di persuadermi, colle buone, a ritirare il manoscritto spontaneamente. Ma di far questa parte delicata il buon Lombardi, sapendomi testardo, non ne volle sapere. Si officiò Emanuel, il protagonista, a darsi per ammalato. Ma Emanuel, a quei dì non avendo con Bellotti buon sangue, non istimò di poterlo fare. Così le prove cominciarono... eppure, per un filo, ancora in _extremis_, di salvarmi mio malgrado, non si disperò.
Al dì della quinta prova doveva aver luogo nel pomeriggio una mia partita d’onore con Dario Papa. — La mattina, pregai Riccardo Castelvecchio — illustre e sempre giovane veterano dell’arte — a venir meco alla prova, per diriger egli in mia vece, in caso di disgrazia, le successive — lasciandogli all’uopo _carta bianca_, con procura scritta. Castelvecchio accettò ringraziandomi, con fratellanza artistica che riconoscente rammento. Alle quattro, finita la prova, vennero i padrini sul palcoscenico a prendermi: — appena io partito, gli artisti, per me inquieti, farsi intorno a Castelvecchio e consultar seco il modo di risparmiarmi il fiasco imminente. E affetto e desiderio eran sinceri: perchè la convinzione del fiasco e del dolore che mi avrebbe dato era intima: indi, per lo meglio, mi si augurava una piccola ferita leggiera, che mi obbligasse a letto pochi dì e permettesse a Castelvecchio di far uso de’ suoi pieni poteri: si sarebbe rabberciato alla meglio il lavoro, levatane la parte di _Cimoto_ che appariva una grossa stonatura — ed altri tagli _eccetera_, _eccetera_, — tanto che si potesse arrivare in fin di recita... Ma il calcolo a nulla approdò... conciossiafossecosachè, proprio in quel momento, a Dario Papa una magnifica spaccata a fondo con analogo colpo di punta non riuscissero sgraziatamente in tempo. E quando viceversa riuscite in tempo le cose a me e toccata a lui contraria la sorte, videro di ritorno me illeso... Giovanni Emanuel mi buttò le braccia al collo e mi promise che da quel momento si sarebbe messo a studiar con amore la sua parte. Imperocchè da quel momento parve che la mia caparbietà avesse il diavolo dalla sua — e che il contrastar oltre fosse tempo perso.
Infatti le tre che seguirono furono le sole vere prove serie. Tutti gli artisti dal primo all’ultimo ci posero un impegno, un affetto, uno zelo di cui serbo il ricordo carissimo. E la sera del 31 gennajo 1874 — dopo cinque lunghi mesi — finalmente l’_Alcibiade_ andò in iscena...
Il teatro rigurgitava.
Al prologo cominciarono gli applausi. — Alla fine del lavoro eran quaranta chiamate.
Al successo entusiastico la esecuzione di tutti concorse: e se Angelo Zoppetti fu esilarantissimo _Cimoto_ — Giovanni Emanuel del personaggio di _Alcibiade_ fece una creazione non superata nell’arte.
Trieste e Venezia, per le prime, di lì a poco, ribattezzavano il successo di Milano: e in una sera non cancellata dalla memoria, l’Atene dell’Arno conferivagli la cresima.
La Compagnia Ciotti e Marini mi ridomandava il lavoro, e questa volta pagandolo lautamente, trovò che era rappresentabilissimo.
Infine la Commissione governativa pel concorso nazionale drammatico, in Firenze residente, assegnava all’_Alcibiade_ il primo premio del concorso (2000 lire): e il decreto di conferimento del premio, con analogo mandato di pagamento, portava l’augusta firma di Sua Eccellenza il ministro... Ruggiero Bonghi!
Oh come il cuore battevami di dolce emozione nel recarmi alla regia cassa! Erano (parmi ancora vederli!) due bellissimi biglietti bianchi, da mille... quasi nuovi: e quel che agli occhi non mi sembrava vero, eran proprio denari dello Stato: così per una volta ho potuto provare anch’io la ineffabile consolazione di cibarmi alla greppia del bilancio!
Di quanti soldi per vivere l’arte mi ha fruttato poi — non ne rammento che m’andassero come quelli in tanto sangue.
Quei denari del governo mi rappresentavano il frutto delle persecuzioni governative e il frutto di cinque mesi di prove morali — cinque mesi che per amor dell’arte digerivo in silenzio — io che m’irrito d’una mosca — mortificazioni, compassioni e repulse!
* * *
Conclusione morale: pei capocomici ed artisti: ricordarsi che Ezechiele, Daniele ed Isaia, se le loro profezie fossero tutte come quelle che si fanno sui palcoscenici alle prove dei lavori nuovi, non sarebbero quei profeti così in credito che sono, anzi nessuno ai loro tempi li avrebbe presi per persone di proposito.
Per i giovani autori e miei fratelli d’arte, che sognano i successi lì a portata della mano, e si impermaliscono di ogni piccolo inciampo: ricordarsi che l’arte va per sentieri di spine, è battaglia che un dì vuole i forti ardimenti e le ire — e un altro dì vuol sagrificj di amor proprio e pazienze da certosino: e quando la meta nella mente ci ride, bisogna a tempo esser anche filosofi: viene l’ora all’artista che gli ripaga le amarezze e degli esercizj filosofici gli rifonde le spese.
Felice Cavallotti.
Meina, 1 aprile 1884.
ALLA CARA MEMORIA DI MIO PADRE CHE AMOROSAMENTE CORRESSE LE PRIME BOZZE DI QUESTO VOLUME E NON POTÈ VEDERNE LE ULTIME
8 giugno 1875.
Prefazione All’Edizione Del 1875
«Di tutti i popoli della terra, i Greci son quelli che hanno più nobilmente sognato il sogno della vita» — _scriveva un dì Goethe. Ma oggi la vita si è ben lontani dal riguardarla come un sogno. Oggi le comunicazioni fra l’Olimpo e la terra sono rotte, gli Dei di Omero non vanno più innanzi e indietro, e la vita publica e la privata non aspettan più nulla dalle nuvole. Il secolo volge al reale e al positivo; i sognatori si chiamano matti e sono messi sotto custodia, per ragioni di sicurezza publica; ai soli poeti in via d’eccezione si permette ancora qualche volta di sognare — a patto, beninteso, che non sognino più in là del ragionevole._
_E l’arte, questa grande emanazione della vita, fu invitata anch’ella colle buone a mutar via. Le venne detto ch’era tempo di cessare dal far la visionaria e dal correre dietro alle fantasime; che la vita oramai ha scopi pratici e l’arte deve averli del paro: indi necessità di mettere la testa a partito, e attendere alle faccende di casa; indi, legge unica, il vero; e il vero è tutto quello che è, e che cade, tal qual è, sotto i sensi; ciò che fu è il nulla, cioè un sogno; ciò che è fuor dei sensi, è fuor del mondo, — e fuor del mondo non vi è che l’_ideale — _un altro sogno._
_E l’arte, docile, non se l’è fatto ripetere. Messe le anticaglie da un canto, lasciati alle lor nebbie i fantasmi, si diè a studiare il presente, a vivere del proprio tempo, a_ palpitare di realtà. _La scoltura rifiutò i profili ideali e scolpì Napoleone in veste da camera. La pittura proscrisse i soggetti eroici e mitologici, e ci regalò dei veri gatti e polli d’India contemporanei, e altre bestie contemporanee al naturale. Fu ammesso, è vero, in via di grazia, il cigno di Leda, vista la possibilità di servirsene a uso d’oca, per i quadretti di roba da cucina._
_Ma la drammatica non si fermò alla zoologia. I più delicati problemi sociali furono da lei coscienziosamente esaminati; niente le sfuggì dei varj rami dello scibile, niente dei fenomeni e dei bisogni della vita reale. La economia privata e publica, a cominciar dalla questione essenzialissima dei rapporti fra il lavoro e il capitale; la giurisprudenza sul matrimonio, sulla prole legittima e illegittima, sugli orfani, sui pupilli, sulle vedove, sui contratti e sulle donazioni fra vivi e morti; la medicina legale, la psicologia, la patologia e l’anatomia comparata hanno richiamato la sua più seria attenzione; non senza il debito riguardo alle leggi relative del Parlamento, alle sentenze dei tribunali ed ai pareri medici delle Facoltà._
_Evidentemente, siamo alla pienezza dei tempi. Aver fatto servire a scopo così concreto e così utile i diletti più puri dello spirito, è l’ultima parola del progresso._
_Questa è vita piena e vera, di cui nulla si perde nell’aria e nel vuoto, nelle caligini del passato, nelle nebbie dell’ideale: dove tutto ci interessa, perchè tutto ci parla direttamente ai sensi, tutto ci riguarda materialmente, tutto ci richiama alla realtà dell’esser nostro, delle nostre occupazioni, delle nostre passioni, delle nostre noje, delle nostre circostanze domestiche e finanziarie: dal profumo de’ gabinetti agli acri vapori delle sale da ballo, dai cicalecci eleganti ai battibecchi conjugali, dalla marsina dell’eroe al_ panier _dell’eroina._
_E a questo patto, e quando da questo ambiente così vero non si esca, vada pure per qualche onesta licenza. Perchè anche là dentro in quelle sale la finzione, dicono, qualche volta è di moda, lo spirito non sempre è di rigore, e il buon senso non sempre è di prammatica. Purchè, se si manca alla verità, se si manca di spirito, se si manca di buon senso, gli addobbi e le decorazioni delle scene avvertano sempre che son mancanze contemporanee. In fondo, la questione così detta del_ realismo _riguarda molto l’attrezzista e il guardaroba. Quando i personaggi siano vestiti, ed è ciò che importa, alla maniera del mondo nostro, nulla osta che si facciano dir loro anche delle cose dell’altro mondo._
_Così il teatro ha progredito, come tutto il resto, in arte. C’è stata, è vero, qualche protesta nei dietro-bottega dei rigattieri. Le durlindane di Roncisvalle, gli elmi delle crociate e le mandóle dei trovatori, raccoltevi a parlamento, protestarono contro l’ostracismo loro inflitto in nome della verità, e dichiararono formalmente che ai loro tempi si amava e si odiava come al tempo nostro, e si moriva per amore e si accoppava per odio come ai dì nostri; soltanto si amava e si odiava meglio, si moriva con più poesia e si accoppava con più cavalleria. — Le clamidi e le toghe, intervenute all’adunanza, hanno energicamente soggiunto che ai loro bei giorni ci erano poltroni ed eroi come adesso, e tipi drammatici, quali adesso, di furbi e di ingenui, di magnanimi e di furfanti, di tormentatori e di tormentati, e nel dramma umano si rideva e si piangeva come adesso — colla medesima verità — ma più artisticamente di adesso._
_Tutte chiacchiere inutili. La sentenza era segnata. Cilindri e cravatte fecero l’ingresso trionfale con accompagnamento di pianoforte — in luogo del romantico liuto — per la festa da ballo dell’atto terzo, e di colpi d’arma da fuoco — in luogo degli esercizi d’arma bianca — per la catastrofe dell’atto ultimo. Tutto fu raggiustato, rimodernato, rimesso a nuovo. L’amore come il delitto assunsero forme meno fantastiche e maniere più incivilite. Il dolore rispettò le convenienze: non imprecò più come Prometeo, non pianse più come Ecuba. Una prosa graziosa, piena di arguzie, di riflessioni filosofiche e di ammonizioni morali, sostituì i lamenti di Edipo come le invettive di Ernani, i delirj di Aristodemo come le bestemmie di Francesco Moor._
_Soltanto, in mezzo al nuovo concerto di voci e di suoni moderni, di amori e di delitti moderni, tra il frastuono delle prediche che riformano la società e dei colpi di pistola che ne risolvono i problemi, — tra gli applausi dei buongustai che assaporano le finezze dell’arte nuova e le beffe dei critici irridenti alle scolastiche pedanterie dell’antica, — s’ode levarsi tratto tratto qualche eco di voce solitaria, bizzarra, come portata dal vento di lontano._
_Qua, un poeta dal ritmo strano e dal riso amaro, sardonico, scioglie un osanna ai semidei della greca letteratura e con entusiasmo li saluta_ eterni diletti dell’uman genere, — «sempiterna solatia generis humani!»
_Là, un altro poeta dalle canzoni ancor più strane, e dall’aria melanconica come le nebbie del suo paese, manda un inno agli echi ed alle balze del Liakùra: «Ellade vaga! tutto ciò che le Muse finsero, nel tuo grembo mutasi in vero! Per anni ed anni ancora i fanciulli impareranno i tuoi fasti e la tua lingua divina. Orgoglio de’ vecchi, scuola dei giovani, il savio ti onora, a te s’inchina il vate, come al tempo che Pallade ti svelava gli arcani celesti: mentre il tempo sperderà le canzoni dei cento menestrelli ond’oggi levasi il grido!»_
_Dàlli ai bestemmiatori!_
_È Heine che sta meditando il_ Ratcliff, _in attesa dell’_Intermezzo. _È Byron che canta il pellegrinaggio di_ Aroldo, _in attesa del_ Don Giovanni.
_E che!? l’arte antica, questa morta di cui assistemmo le esequie, leverebbe ancora la testa fuor della lapide del suo sepolcro, accamperebbe ancora diritti in faccia alle conquiste dei novatori? I monumenti del genio di questa sepolta, percossi da tanta ala di secoli, avrebbero ancora un linguaggio per noi, avrebbero ancora attrattive e fascini per un poeta dei nostri dì? Vi sarebbe ancora là dentro, in quelle pagine polverose, qualche cosa da cercare, qualche cosa da ammirare, qualche cosa da imparare?_
_Questo andavo fra me chiedendo un giorno che un critico dal gusto finissimo, entusiasta della_ Femme de Claude, _della_ Femme de feu _e della_ Petite marquise, _mi spiegava saviamente le ragioni per cui ai dì nostri non è più permesso, senza disonorarsi, ad una persona di spirito, di leggere Omero. E la dimostrazione mi avea convinto e mortificato: tant’è che coll’animo contrito, ricordatomi di Alcibiade, il quale le picchiava ai maestri perchè di Omero non ne sapevano, progettai di scrivere un dramma sopra il figliuolo di Clinia._
_Narro la genesi — non le ragioni del libro. Le quali sono parecchie; e perciò avevo pensato di preporre, come agli altri lavori miei, così a questo, una prefazione, lunga, lunga, coi fiocchi, dove appunto si discorresse degli intenti del lavoro, dal lato storico, drammatico e letterario, e dell’epoca storica entro cui il dramma si svolge. La benevolenza de’ critici mi costrinse a vuotare il sacco delle ragioni innanzi tempo; e tutto quello che io avevo in animo di dire a mia discolpa mi trovo averlo già detto nella lettera che mandai l’anno scorso alle stampe.[2] Lettera che, tra parentesi, per caso bizzarro, fu dai critici giudicata meno cattiva (e non ci voleva molto!) del dramma che essa studiavasi difendere: forse era più esatto il dirla più lunga che il dramma non ne valesse la pena: lunga certo abbastanza perchè io non abbia per giunta a tornarvi sopra e a ripetere le cose dette già. Tanto più poi, che in quanto la lettera era destinata a drizzar le gambe a certi critici, essa ha già avuto una efficacia superiore alle mie previsioni, ed alla quale proprio non mi aspettavo._
_Nella lettera — s’imagini! — facevo la morale agli Aristarchi che sputano sentenze sui lavori altrui, per mettere in mostra la erudizione che hanno lì per lì rubato altrove: bene, di lì a qualche tempo, una bella mattina, un critico scaraventa contro il povero_ Alcibiade _tre lunghissime appendici ove mi regala dell’ignorante a tutto pasto, e dichiara il mio dramma un aborto drammatico e storico: e per dimostrarlo alla presenza de’ suoi lettori, con mia gran mortificazione mi infigge nientemeno che una lezione completa di storia e di critica intorno a Pericle, alla sua politica ed al suo secolo: cita Senofonte, Platone, Aristofane, persino Alcifrone... soltanto la mia lettera non cita, da cui tutto quanto il materiale della sua lezione di storia — non un solo ragguaglio eccettuato — era di pianta stato preso! Anzi, per colmo d’ingratitudine e per far più effetto sui suoi lettori, dal fondo del suo pozzo di scienza quel signore con sussiego mi rimprovera di non aver ben digerito i miei studi: sarà; ma se non altro per avergli fatto tanto comodo, non toccava veramente a lui di dirne male!..._
_Da quel giorno credo di essere affatto guarito dal ticchio di difendere i lavori miei._
_Bensì mi è d’uopo il dir qualche cosa della_ forma _in cui l’_Alcibiade _esce oggi alla luce nella presente edizione, diversa in qualche parte da quella al publico già nota: m’è d’uopo, cioè, ricordare, infra i varj intendimenti del lavoro, da me accennati nella lettera, quello che in ispecie riferivasi alla publicazione del dramma per le stampe:_
«_Offrire_ agli studiosi _una pittura, dei quadri, delle_ scene, _della vita greca del secolo d’oro, colta nella sua fase più caratteristica e culminante: in quel periodo di transizione della guerra peloponnesiaca, che conservava ancora il riflesso delle grandi memorie antiche e di tutti gli splendori del secolo di Pericle e aveva già in sè sviluppati tutti i germi di corruzione, tutti i fenomeni politici che provocarono la caduta della repubblica d’Atene. Presentar quella vita studiata nel linguaggio, nelle idee, nelle leggi, nei costumi — nel_ linguaggio _sopratutto... Perchè la favella viva di un popolo è il prodotto e lo specchio fedele della sua indole, del suo genio artistico, delle sue idee — e la verità del linguaggio è necessaria a far vivere i fantasmi delle età lontane nel mondo della realtà._
_Ed è questa, anzitutto, la ragione per cui, nella edizione presente non destinata alle scene, una volta libero dalle esigenze di queste, pensai naturalmente a ristabilire quei più minuti particolari della vita greca, e tutte quelle forme e locuzioni del linguaggio greco, che per le necessità del teatro e dei publici nostri avevo dovuto, alla recita, sopprimere. Non già ch’io riuscissi a sopprimerne tanto, da risparmiare al mio dramma, quale fu rappresentato, la taccia che molti gli apposero, di essere una lezione indigesta e nojosa di lingua, mitologia e archeologia greca: ma coloro che in teatro, tra uno sbadiglio e l’altro, così lo giudicarono, sono certissimo che, a maggior ragione, per pietà delle proprie mascelle, si guarderanno con iscrupolo dal leggere questo volume. Non è dunque per essi che io lo stampo. Bensì gli studiosi probabilmente apprezzeranno le difficoltà di conciliare sempre e dovunque le ragioni sceniche colle letterarie in un tentativo di simil genere: poi che di un modesto tentativo si tratta e nulla più. E per essi non occorre ch’io mi diffonda sulle ragioni di questo studio delle forme. L’egregio Mariotti, nelle note al suo_ Demostene, _disse una cosa non nuova, ma giusta, e non abbastanza da molti avvertita, quando osservò esistere tra la lingua italiana e la greca un’affinità di linee e di genio, tutta speciale ed intima: assai più intima e spiccata che non tra l’italiano ed il latino. Potrebbesi dire, a spiegazione del fenomeno, succedere delle lingue lo stesso che della natura, nelle somiglianze ereditarie fra le generazioni alternate. In quella guisa che i monumenti di Firenze ritraggono assai più della eleganza attica, che non della maestosa grandiosità romana, così il nostro aureo trecento, nella semplicità delle sue grazie native, ricorda assai più gli scrittori del secolo di Pericle che non quelli del secolo di Augusto. Filosofia delle parole e dei modi, snodature dei periodi, pieghevolezza, grazia, armonia, tutto nella favella nostra sembra evitare la maestà asciutta della lingua del Lazio, per richiamarci «all’idioma gentil, sonante e puro» di Alcibiade, di Platone e di Demostene. E ciò spiegherebbe anche, fra parentesi, il perchè latinisti insigni — con riverenza parlando — riescano, pure a’ dì nostri, stentati e plumbei prosatori italiani, intanto che la Grecia rivelava a Foscolo e a Leopardi le bellezze più ascose e il magistero più squisito della lingua dell’Arno._
_Scrutare, qua e là, anche più in sotto della superficie, questa intima somiglianza di forme e di indole e di modi, qua e là afferrarne alcuni tratti caratteristici, fu uno naturalmente degli studi di questo lavoro. Studio uggioso ed inutile, a coloro pei quali è di moda ostentare un sovrano dispregio di tutto ciò che riguarda la forma; non inutile per me, che credo la forma essere carne e sangue dell’idea, e la ispirazione dell’artista non essere_ nulla, _finchè il magistero delle parole e delle linee non la faccia vivere nel mondo dell’arte. Oggi, per esempio, dai più si sente e si riconosce la stretta attinenza fra la questione della lingua e lo indirizzo della drammatica; intanto io mi irrito quando sento in che gergo l’arte parli sovente dalle nostre scene, e quando nulla nel suo linguaggio mi ricorda il genio artistico del mio paese, nulla mi rammenta che quella è l’arte di menti italiane. E mi domando, se non sia anche questo, per avventura, uno fra i tanti frutti della sedicente scuola_ realista; _se l’abitudine di fotografare una società che non è la nostra, e parlante un linguaggio che non è il nostro, non abbia fatto passare, a poco a poco, il forestierume dalle parole nelle idee e viceversa; se il vero ci perderebbe in faccia all’arte qualche cosa ad essere riprodotto, qui fra noi in Italia, con linee e con parvenze italiane; e se a tanta invasione di idee e di forme non nostre, non servirebbe di correttivo il contrapporre, di tanto in tanto, qualche po’ di roba_ nostra, _cioè lasciataci in legittima eredità dai nostri nonni. Sì, in una parola, io credo, come dissi altrove, che la influenza classica, associandosi ai nuovi ideali e alle nuove forme dello idioma, possa oggidì riuscire benefica anco al mutato indirizzo dell’arte. Gli è forse un pretendere che questa vada a rinchiudersi e a fossilizzarsi tra gli scaffali delle biblioteche, o faccia parlare i suoi personaggi in greco? Eh via! schiudeteli pure all’arte i suoi nuovi orizzonti; mostratele pure, come il diavolo al Cristo dalla vetta del monte, abbracciando a volo d’aquila il secolo presente e la società, tutti i novelli dominii a lei concessi, pur ch’ella adori, con Enotrio, il Satana moderno, il_ vero; _ma quando ella si sarà posta in cammino per quelle regioni del suo avvenire, non isgridatela se la si fermi tratto tratto per istrada a interrogare sommessamente il ricordo di qualche canzone antica, o a dissetarsi all’acque del rivo disceso di lontano insiem con lei dalle sorgenti della sua terra nativa; perchè il tranquillo suo corso le avrà insegnato il cammino e impeditole di smarrirsi per via; perchè anco laggiù ella avrà bisogno di qualche cosa che le parli della sua patria, di qualche lembo di cielo, fra le nebbie, che le ricordi l’azzurro del suo paese, di qualche armonia che le favelli la voce cara delle memorie e del sangue; — se pur volete che anco laggiù in quei paesi ella si rammenti pur sempre di essere e si conservi sempre_ italiana.
_Punto e a capo. Lascio le metafore, e passo a dir due parole delle note._
_Le quali erano anch’esse naturalmente una necessità dell’intento propostomi in questo volume; ch’è quanto dire (e lo dico subito per risparmiare ai critici arguti e benevoli l’incomodo di malignarvi sopra) che non ve le ho poste già nella ridicola idea di illustrar me medesimo, o perchè credessi che il merito del volume valesse proprio la spesa di tante note. Pensai invece (astrazione fatta dalle note filologiche e da quelle apposte per giustificarmi da appunti critici) che valesse la pena di approfittare qua e là delle occasioni offertemi dal dramma, per guardare, insieme col lettore, un po’ più addentro nella vita privata e publica, nelle istituzioni religiose e politiche dell’antica Grecia. So gli anatemi scagliati da Alfonso Karr, in uno sfogo di santa ira agli eruditi:_ Farisei della scienza, Tartufi delle lettere: _ma non è al merito di erudito ch’io aspiro. Bensì a quello assai più modesto di avere, se non con ingegno, studiato almeno con qualche coscienza l’epoca di cui imprendevo a trattare: dacchè questo mi parea per lo artista non merito, ma obbligo: e se alla rievocazione delle età passate, malgrado certi odierni anatemi, è ancora serbato un posto nell’arte moderna, egli è a questo patto solo, che l’artista anzitutto studii di immedesimarsi con quell’età; e alla verità delle passioni — che sono in fondo le stesse in ogni tempo, com’è sempre la stessa la natura umana — ritrovi gli accenti e le corde nella verità completa dello ambiente. Allora l’illusione artistica sarà perfetta; allora le figure che l’artista evocherà saranno vere e vive, rappresenteranno_ uomini _e non_ nomi, persone _e non_ personaggi; _e il publico, trasportato con esse nei secoli remoti, s’interesserà e si commuoverà ai loro casi, nè più nè meno che a quelli della società contemporanea._
_Se avessi voluto fare dell’inutile erudizione, nulla mi sarebbe stato più facile del triplicar la mole di questo volume; come certo mi era facile anco ridur le note a proporzioni minime, se non sapessi la stizza che destano spesso ne’ libri certi schiarimenti generici, affatto vaghi e incompleti, i quali sono peggio di nulla; poi che le nozioni indeterminate generano sempre le nozioni false. Cercai stringere il molto in poco; essere breve ma possibilmente preciso; rimandare alle fonti chi volesse studiarne più in là; e sopratutto, spazzar via, dove mi si affacciavano le idee convenzionali e i pregiudizi che intorno all’epoca da me descritta ci vennero tramandati dalle scuole. Ormai la critica storica, ne’ suoi studi sull’antichità, ha fatto tali e tanti progressi, da lasciarsi ben di lunga addietro la ingenuità del giovane Anacarsi; ed è anche vero che nell’ardore delle ricerche innovatrici ella è sovente trascorsa oltre il segno; ma dal buon Barthelemy, il quale accettava tutto, a occhi chiusi, senza analisi nè discussione, sulla fede degli scrittori superficialmente esaminati, a Grote, che occorrendo sagrifica le autorità storiche alla dimostrazione di tesi ingegnose e preconcette, a Ottofredo Müller, questo martire illustre della scienza, che spinge lo scetticismo e l’acutezza dell’analisi fino a negazioni temerarie, per sostituirvi, se bisogna, ipotesi e affermazioni più temerarie ancora, — la distanza è abbastanza grande per lasciar posto ad uno spirito di esame, il quale si contenti modestamente di conciliare le autorità della storia coi risultati_ certi _e irrefragabilmente acquisiti alle moderne indagini della critica._
_Detto ciò in generale dello spirito in cui furono scritte le note del libro, mi rimane ad avvertire una cosa semplicissima, ed è che coloro ai quali elle paressero soverchie, non hanno a fare altro che saltarle di piè pari._
_Un’ultima osservazione, infine, mi resta, circa la diversità di proporzioni e divisioni fra il dramma qual esce ora alla luce, e la versione per le scene, che il publico dei teatri conosce già. Era naturale che il lavoro scritto, per la ragione stessa del suo intento, dovesse pigliarsi colla storia un po’ meno di confidenza di quello che in teatro si richiede. L’indole del lavoro, abbracciante un intero ciclo storico, e le esigenze sceniche mi obbligarono qua e là, negli ultimi quadri in ispecie, a variare e stringere l’azione, cumular date e circostanze a beneficio del dramma, lasciar nella vita del protagonista parecchie lacune, che poi, da alcuni di coloro i quali pur trovavano il dramma già troppo lungo, mi vennero benevolmente rimproverate. Nel sesto atto, per esempio, della versione scenica, sono licenze storiche e cronologiche e geografiche evidenti, eppure sfuggite per un caso curioso all’acume dei critici meticolosi, i quali me ne scopersero tante altre che non c’erano. La campagna nell’Egeo e nell’Jonia, la seconda disgrazia di Alcibiade, la sua partenza dalla flotta di Samo, vi son cumulate colla gita in Tracia, e dalla Tracia al campo di Egospotamos: due anni, quasi, in un giorno. In compenso (per quanto, beninteso, si può pretendere da un lavoro povero) l’azione ci guadagna di rapidità e di interesse, la nuova faccia del carattere di Alcibiade esce più spiccata dal contrasto immediato, e la presenza di Timandra aggiunge un elemento drammatico su cui la storia trova a ridire, ma che al dramma torna comodo ed utilissimo._
_Nel lavoro destinato alla lettura, la ragione di quelle licenze cessava. Qui perciò gli avvenimenti sono rimessi più a loro posto, il filo cronologico è più continuo, e diverse lacune son ricolmate. Il ritorno di Alcibiade ad Atene mostra qualch’altro lato della fisionomia dell’eroe. La gita in Tracia poi ne presentava ancora qualche altro, e di più offeriva una occasione opportuna di porre a riscontro dei costumi della Grecia civile qualche bozzetto di costumi di quella che potrebbe chiamarsi, per così dire, la Grecia barbara. E dalle scene di Tracia veniva più naturale e più conforme al vero la transazione alla scena di Egospotamos. Insomma, la storia è qui un po’ meno bistrattata e la figura del protagonista ne esce un po’ meno incompleta: che se il sagrificio fatto alla coscienza storica ritorna a scapito della sintesi drammatica e dello interesse complessivo del dramma, egli è che tutti in una volta non si possono contentare. Siccome però, dopo l’esito dell’_Alcibiade, _qualche compagnia mi domandò di rappresentarlo tutto completo in due sere, ed io ricisamente m’opposi; così non vorrei che la publicazione del volume suggerisse a taluno di tentar mio malgrado l’esperimento. Per risparmiargli l’incomodo ed il fiasco — ora che la legge guarentisce agli autori il diritto di disporre dei loro lavori, siano publicati o no — dichiaro qui formalmente che la presente edizione non è destinata alle scene; che assolutamente non permetto la recita di questo_ Alcibiade _in dieci quadri; che non riconosco, per versione da me autorizzata sulle scene, nessun’altra in fuori di quella che sottoposi al giudizio dei publici, dei teatri italiani e della Giunta per il concorso drammatico nazionale; e che uscirà anch’essa alle stampe fra breve, in apposito volumetto della_ Galleria teatrale _Barbini. Mi pare d’essermi spiegato chiaro._
_E qui finisco, se no a poco a poco il proemio mi piglia anch’esso le dimensioni della lettera a Yorick: e dopo che in quella rivendicai per gli autori, contro la critica prosuntuosa e brontolona, il sacrosanto diritto di non essere annojati, è di stretta giustizia riconoscere il medesimo diritto anche ai lettori._
Aprile, 1875.
F. Cavallotti.
_Ai Greci DI Trieste_[3]
Milano, 9 giugno 1874.
«..... Fra i ricordi, non tutti lieti, della vita dell’arte, questo dei figli della Grecia terrò sempre lietissimo e caro; esso mi parla di una terra che la mia mente visita spesso, con entusiasmo di amore, ne’ poetici sogni: mi parla delle classiche memorie accarezzate negli studî della fanciullezza, assai prima che io pensassi a chieder loro i segreti della scena e le emozioni dell’arte.
«Sì, amo, e non da oggi, la Grecia: questa madre del genio e degli eroi, grande nelle memorie antiche e nelle glorie del secolo presente; un giorno a Maratona, un altro a Missolungi: — questa terra che alla moderna Europa ha dato _tutto_ — una mente e una civiltà, le linee di Fidia e le pagine d’Omero — senza averne in ricambio _nulla_; e della quale le nazioni colte e superbe, nudrite del suo genio, aspettarono ai dì nostri le ecatombi gloriose, per degnarsi di accorgersi che là, in riva all’eterno Egéo, si dibatteva ancora tra i ceppi qualche cosa di vivo, qualche cosa di somigliante all’anima di una nazione. Amo la terra che fu la patria di Botzaris dopo essere stata quella di Epaminonda.
«Ed io saluto con lieto animo il rinato amore dei classici studî, che da qualche tempo riporta gli ingegni verso i capolavori dell’arte ellenica; perchè esso non può a meno di rendere alla Grecia — a questa culla delle Pierie divine — il posto e la importanza che le spettano nel movimento intellettuale dell’età nostra.
«Oggi, che il senso artistico delle moltitudini si va man mano snebbiando e liberando dalle anticaglie e dalle formule del pedantismo, dalle goffaggini del barocco, dai delirj delle nuove scuole, — oggi si comincia a riconoscere che l’arte greca, calunniata dai sedicenti novatori, è realmente qualcosa di _meglio_ e di _diverso_ da tutto ciò; che quest’arte che dicevasi invecchiata, solo perchè si amava confonderla col _convenzionalismo classico_, il quale non solo è vecchio, ma decrepito, quest’arte è giovane ancora, come al tempo che Eschilo e Fidia e Platone ne divinavano le forme e i segreti; e che le tendenze mutate del gusto, e i nuovi bisogni e le nuove idee hanno aperto altri mondi ai suoi voli, ma non hanno aggiunto una sola ruga alla freschezza delle sue linee. Ora si comincia a comprendere che essa non merita nè il disprezzo, nè i superbi anatemi dei pseudo-innovatori: perchè essa è più _nuova_ di tutti loro: essa è la imagine, fatta divina, del _vero_, che è _nuovissimo_, per la semplice ragione che è _eterno_.
«E prima dell’immenso Shakespeare, per cui il _vero_ non ebbe segreti, vi è, in ordine di data, un altro _verista_; il primo dei veristi nella storia delle lettere: il quale chiamavasi Omero.
«A questo nuovo indirizzo dell’arte tentai recare un povero, ben povero tributo, coll’_Alcibiade_ mio; valgano allo artista, se non le forze mancate, la coscienza e lo amore e i lunghi studi; ai quali la fronda dei Greci di Trieste rimarrà, fra tutte le ricompense, la più ambita.
F. Cavallotti.
Alcibiade
Personaggi
ALCIBIADE SOCRATE ASPASIA, vedova di Pericle. TIMANDRA, etéra ateniese. GLICERA, giovinetta etéra. CIMOTO, parassito. TIMONE di Colitta, misántropo. LÀMACO, stratégo comandante con Alcibiade la spedizione di Sicilia. TÉSSALO, CLEONIMO, cittadini ateniesi, nemici di Alcibiade. AMÌNIA, CARÌNADE, DIOCARE, TIMARCO, cittadini ateniesi dell’ultima classe (_thètes_). TRASILLO BACCHIDE, EUFROSINE, LAISCA, etére ateniesi. FILUMENA, CRITILLA, vecchie ateniesi del popolo. MIRRINA, giovinetta ateniese. ANTIOCO, EUFEMO, capitani ateniesi subalterni. TIDEO, CONONE, stratègi ateniesi. DUE GRAMMATICI ANDROCLE CALLIA, primo arconte (_epònimo_). GRAN SACERDOTE degli Eumòlpidi (_gerofante_). CINESIA, cittadino spartano. ENDIO, èforo di Sparta. BRÀSIDA, soldato spartano. SEUTE, re dei Traci. BERISADE, MEDOSADE, ODRISIO, traci. STRATONICA, moglie di Seute. ELPINICE, DROSO, ARGIA, donne tracie. DUE SOLDATI SIRACUSANI UN SERVO UN CUOCO UN MESSO UN BIMBO Capitani, soldati e cittadini ateniesi — Soldati siracusani Sacerdoti — Guerrieri traci.
EPOCA. — _Il secondo periodo della guerra del Peloponneso, dal 415 av. l’E. V. (spedizione di Sicilia) al 404 av. l’E. V. (caduta d’Atene)_.
* * *
Le EtéRe.
Quanta parte della vita ateniese, quante memorie in questa parola! In Atene, ove leggi e costumi creavano alla donna di famiglia, nel chiuso de’ ginecei, posizione poco dissimile da quella che l’Oriente le assegna ancor oggi nel fondo degli _harem_, — ove il genio del popolo e il cielo e il clima prepotenti portavano al culto del bello e della Venere sensuale, — la _cortigiana_ doveva naturalmente invadere ed occupare essa sola tutto il posto, o quasi, che nella civiltà di un popolo spetta al sesso più gentile. Un posto ben importante, perchè potesse esser degno di Aspasia! Gli affetti della famiglia, santi a Sparta (alla maniera de’ tempi), e santi a Roma, lasciano luogo, fra le tepide notti del cielo jonico, ad affetti più liberi: le Andromache, le Penelopi, le Antigoni già sono d’altri lidi e d’altre età; argomento di meraviglia ai licenziosi figli dell’Attica le mogli spartane, dominatrici dei terribili mariti, giusta il vanto della sposa di Leonida; e la storia che scrive in pagine d’oro i fasti delle madri e delle spose in riva al Tevere e all’Eurota, dimentica e sopprime, come tampoco non esistesse, la donna di famiglia nel quadro della città e del secolo di Pericle. Ella ci conserva cinti d’aureola il nome della madre dei Gracchi e della madre di Bràsida; narra ai secoli la virtù conjugale di Porzia e di Chelonida; ma non si ricorda in Atene della donna di famiglia che, tutt’al più, per tramandarci il tipo della moglie bisbetica e insopportabile, in quella Santippe che il buon Socrate si teneva per esercitarsi alla virtù della pazienza.
Storici, oratori, filosofi, poeti non ci parlan di donne che non sian cortigiane. Cortigiana Aspasia, le cui grazie per quarant’anni governano il genio d’Atene; cortigiana Laide, per cui tutta Grecia traeva a Corinto, e dalla quale, narra Ateneo, era più difficile impetrar udienza, che non dal Satrapo Farnabazo; cortigiana Taide, per cui Alessandro incendiava Persepoli e che Tolomeo re d’Egitto sposava; cortigiana Glicera, che Arpalo in Tarso fa salutar regina; cortigiana Rodope, a cui si innalzano in Grecia palazzi, in Egitto piramidi; cortigiana Frine, che s’offre a rialzare a sue spese le mura di Tebe, purchè vi si scriva: _Alessandro le distrusse: Frine le rialzò_. Il costumato Teofrasto dipinge i _caratteri_ d’Atene, e fuorchè cortigiane, altre donne non cita; l’elegante Alcifrone, il libero Aristeneto dettan le _Lettere_ e ci intrattengono di cortigiane. Alla cortigiana Glicera regala Alcifrone le grazie del suo spirito e del suo stile, domanda Menandro gli estri della sua Musa; colle cortigiane Teodota e Diotima conversa di filosofia l’austero Socrate nelle pagine di Senofonte e di Platone; colla cortigiana Leonzia vien filosofando Epicuro; e alla fortissima Leena, che coi denti si mozza fra’ tormenti la lingua perchè il dolor non la stringa a rivelare il nome dei patrioti cospiratori, a questa cortigiana drizza Atene monumenti che ne attestino la gloria e la virtù.
Tradizioni di tal fatta intorno ad un tal nome di casta da sè lasciano intendere come ei dovesse suonar ben diverso alle orecchie ateniesi che non alle moderne orecchie pudiche; certamente, non titolo d’onore, ma senza confronto men vituperevole d’oggidì: la lingua stessa designava col dolce nome di _etéra_ — ἑταίρα — ossia _compagna_, _buona amica_, quelle alunne di Venere, dal nome di Venere _amica_ — (Athen., _Deipnos_., XIII, 571) — ad attestare, nella differenza del senso, la differenza della posizione sociale. Certo è ch’elle erano il perno e l’anima della giovine società elegante ateniese; e agli scapoli non solo, ma agli stessi mariti, malgrado i vincoli del matrimonio, poco o niun biasimo veniva dall’uso comunissimo del trescar pubblicamente seco loro: gran mercè se non giungevano a vantarsene, come si narra dello stesso Alcibiade, quando, sposo ad Ipparete, facea di sè esporre ritratti che il mostravano fra le braccia della meretrice Nemea (Andocide, _Contro Alcib_., 14); anzi nemmeno per le mogli era questo motivo di legge sufficiente a spor querela in giudizio e ad ottenere il divorzio, come Plauto ne fa fede (_Merc_., IV, 6, 3). «_Abbiamo le etére per il piacere dell’animo, le donne legittime per la procreazione della prole_» (Demost., C. _Neera_). Però a qual punto spingesse Atene la libertà del commercio colle meretrici, nulla meglio lo addita di quel giudizio di àrbitri, portato da Demostene in tribunale, ond’è risolta la lite tra Stefano e Frinione, disputantisi i diritti sulla meretrice Neera, col sentenziar la posseggano a vicenda due giorni per ciascuno (Demost., _Contro Neera_, 46).
Era oblio delle virtù antiche che avevan fatto grande la città? Era corruzione infiltrata col tempo ne’ costumi? Certamente da altro punto di vista avea considerato Solone il meretricio, quando per il primo pensava a regolarlo per legge, e a organizzarlo, confinato ne’ bordelli, sotto la vigilanza dello Stato. Udiam Filemone ne’ _Delfi_ in Ateneo:
«Solone, tu fosti veramente il benefattore del genere umano! poichè tu per il primo pensasti a una cosa assai vantaggiosa al popolo e alla pubblica salute. Sì, a ragione io dico questo, perchè tu considerasti la nostra città piena di giovani dal temperamento bollente, e che sarebbero quindi trascorsi ad eccessi punibili. Perciò tu comperasti delle donne, e le hai poste in luoghi ove, provviste di quanto è a lor necessario, divengono comuni a quanti le bramano. Eccole nude; perchè non ti ingannino, ispeziona ben tutto. Vieni; la porta è aperta: paga un obolo ed entra: qui non si faranno smorfie, non si farà la ritrosa. Qua, subito, se vuoi, e nel modo che vuoi» (Athen., _Deipn_., XIII, 569).
Così in Atene (vuoi che Solone ne fosse realmente il primo istitutore o ch’ei ne trapiantasse l’usanza da alcune coste del Peloponneso e dell’Africa, secondo Engel, _Kypros_., II, 373) — sorgevano i primi bordelli (πορνεί ἃ παιδισκεῖα): eretti a istituzione di Stato, dacchè sappiam da Nicandro che Solone pel primo alzò un tempio a _Venere pandemia_ o _cortigiana_ (Αφροδίτη Πάνδημος, ovvero Εταίρα) col danaro raccolto dalle donne che presiedevano a que’ luoghi (Athen., _l_. _c_., cfr. Albert, ad Hesych. I, 1477).
Pur erano i tempi di Atene austera, e il regno delle _etére_ non era ancor sorto.
Ma in fuor delle schiave ne’ bordelli serbate, per ragioni di pubblica igiene, allo ignobile traffico, e dell’altre che privati lenoni, uomini e donne (πορνοδοσκοί) comperavano e mantenevano allo stesso scopo ed uso, per trarne lucro in loro apposite case — l’ironia del linguaggio li chiamava ἐργαστήρια, _luoghi di lavoro_ — (cfr. Demostene, _C_. _Neer_. 18, 67; Athen. X, 437, f.; Eschin., _C_. _Timarc_., 138; Plauto, _Cistell_., _Asin_., ecc.) — veniva sorgendo e moltiplicandosi — da quelle assai distinta — la classe numerosa delle _affrancate_ e delle _libere_, professanti per proprio conto il culto della Venere volgare. È per queste propriamente che il popolo, con indulgente eufemismo, mutava il nome spregiativo di πόρναι, o παλλακαί, in quello carezzevole di _amiche_ od _etére_: «Dimmi, chiede Socrate a Teodota, hai tu poderi? — No. — Ma forse hai una casa che ti dà la rendita? — Non ho casa alcuna. — Ma forse hai schiavi manifattori? — Nè anche questi. — E di dove dunque ricavi le cose necessarie alla vita? — Se alcuno fattomisi _amico_ vuol farmi del bene, questo è il mio avere» (Senof., _Memor_. III, 9). E Antifone: «Avea costui per vicina una giovine cittadina: appena la vide, che la fece sua amante: cosa tanto più facile ch’ella non aveva nè tutori, nè parenti: era una ragazza dalle inclinazioni più virtuose, oneste, d’aurei costumi: insomma quel che può dirsi veramente una meretrice (_etéra_), diversa da altre che disonorano un nome _così bello_» (_Antifone_, presso Athen., XIII, 572). E l’autore di questo dramma, leggendo, pensava alla sua ingenua Glicera.
Del novero di queste cittadine ateniesi che viveano a sé, traendo frutto da’ proprj vezzi, benchè in umile grado, erano le _auletridi_, e le _citarede_, e le _ballerine_ (αὐλητρὶδες, κιθαρίστριαι, ὀρχηστριδης), le quali prestavano a prezzo, ne’ sacrificj e ne’ banchetti, l’opera de’ flauti e delle cetre e delle danze: ma associavan di regola l’una all’altra industria, vivendo da _etére_, e facendo spesso delle loro abitazioni il luogo di convegno della gioventù (Isocr., _Areop_., 48; Luciano, _Dial. delle cortigiane_, 5). Non era banchetto che non fosse rallegrato da queste leggiadre sacerdotesse di Calliope e di Tersicore: e spesso, tra i fumi del vino e le armonie de’ suoni, qualche commensale accendéasi per esse di passione violenta. (Menand., _Tesoro_, pr. Stob., LXIII, 18). E però, molte di costoro, per attrattive di mente e di beltà, dovettero emergere e salire in fortuna: ed eran di queste, parecchie fra le _etére_ più in grido, di cui si narrano i nomi e gli aneddoti in Ateneo. Suonatrice di flauto fu Lamia, la figlia dell’ateniese Cleanore, che innamorò di sè perdutmente il dominatore d’Atene Demetrio Poliorcete (Aten., XIII, 577, c.). Pure, generalmente non fu in Atene, dal grembo di queste, ma dal di fuori che vennero e sorsero quelle apparizioni veramente meravigliose, come Hermann le chiama (_Bild. des Griech. Privatleb._, II, 60), le quali, colle grazie dello spirito e coll’amabilità assai più ancora che coll’avvenenza esercitarono una influenza così strana e decisiva sulla società del loro tempo, sulle arti e sui costumi. Forestiere (ξέναι) erano Aspasia da Mileto, e Laide da Iccara e Frine. Venian per lo più fanciulle, povere e sole, nelle grandi città, a Corinto e ad Atene, per trovarvi lavoro: ivi i talenti naturali e la bellezza fermavan sovr’esse gli sguardi: e a poco a poco travolgevale il vortice. Libere e cresciute all’aperto, — a differenza delle matrone ateniesi rinchiuse da bimbe in casa, fuor degli occhi degli uomini, a imparar di conocchia e di cucina, e a vegetare più tardi ne’ talami fra la custodia di leggi pressochè claustrali, — nella libertà avean potuto coltivare i ricchi doni di natura e lo spirito; soltanto nella vita libera delle _etére_, al contatto della società, poteano omai trovarne lo sviluppo. Così circondate dal fiore di Atene, disputanti di scienze e di arti con artisti e filosofi, corteggiate dalle aristocrazie del sangue e del censo, sorgeano datrici delle leggi del buon gusto e dell’eleganza, raffinatrici di ingegni e di studii e di ogni senso del bello nelle piacevoli gare, ispiratrici care alle Muse. Aspasia apriva in Atene la prima sala di conversazione che rammentin le storie; vi cresceva alunne degne di lei; e là in quel circolo leggiadro, dove donne virtuosissime come la moglie di Senofonte non temean di compromettersi frammischiandosi alle _etére_ (Plutarco in _Pericle_; Cicerone, _De Invent._, I, 99; Quintil., _Instit. Orat._, V, 19), veniva Pericle a riposarsi dalle cure della repubblica e dalle burrasche del governo popolare.
Di queste _etére_ di prima classe proverbiali erano il lusso e l’orgie ed il prodigo fasto, — spesso non discompagnati da cauti risparmj e da previdenza del futuro, spesso preparanti una squallida vecchiaja. Talora se n’immischiava, col disinteresse, anco l’amore: e Meneclide allora piangea morta la bella gioconda Bacchide, che esempio di amore e di fedeltà, contenta a’ poveri cenci di lui, avea rifiutato i ricchi doni e l’oro del satrapo (Alcifr., _Lett_., I, 38): più sovente l’interesse volea la sua parte, e Filumena scriveva a Critone lettere lunghe come questa: «A che col tanto scrivere e piangere martirizzi te stesso? Cinquanta monete d’oro mi fan d’uopo, non lettere. Se è ver che mi ami, mandale: se sei un sordido, non seccarmi altro» (Alcifr., _Lett._, I, 40). — Era il tempo che Gnaténa domandava mille dramme per una notte: e Laide a Demostene chiamato a Corinto dalla fama di lei, ne domandava diecimila, per udirsi rispondere: _Non compro a sì caro prezzo una penitenza_.
Sulla fede di Suida pretesero alcuni (Petit, _Leg. Att._, p. 573-576) che le leggi stesse regolassero il lusso delle _etére_, prescrivendo loro, per distinguersi dalle matrone, date foggie di vestiario a colori. In ciò questo solo è di vero, che le leggi, rigorosissime nel frenare e punire il lusso delle matrone (Polluce, VIII, c. 9) e punirle se usciano men che modeste e decenti per via — non poneano alle _etére_ prescrizione o freno di sorta (Diod. Sic., XII, 21; Eustath. _ad Iliad._, XIX); naturalissimo poi ch’elle si valessero, quanto più bramavan piacere, tanto più ampiamente di quella libertà: e all’abbigliamento affatto modesto delle matrone sostituissero lo sfarzo delle vesti di porpora o tessute in oro, o vagamente ricamate a fiori o colori smaglianti, e gli artificj del belletto e i ricchissimi monili e le splendide ricercate acconciature (Luciano, _D’una sala_; Alessi, presso Athen., XIII, 568 a. e Clem. Al., _Paedag._, III, p. 218); salvo ai comici di ferirle in pubblico con detti ed epiteti mordaci, e alle pudiche matrone di invidiarle in segreto.
Cfr. Alcifrone; Aristeneto; Ateneo, lib. XIII; Menandro e Comici greci, _Frammenti_; Luciano, _Dialoghi delle cortigiane_; Demostene, _Contro Neera_; Becker ed Ermann, _Bild. des Griech. Privatlebens_; Cl. Bader, _La femme grécque_; Laitier, _La femme dans la fam. Athen._; Wieland, _Lettere di Aristippo_, ecc., ecc.
I Parassiti.
Questo nome fu lontano dall’avere in origine l’ignobile significato che ebbe di poi. Fra gli antichi l’epiteto di _parassito_ significò un ufficio _sacro_ e fu sinonimo di _commensale_. Così chiamavansi (Aten., VI, 235 c.) coloro che erano nominati a soprintendere alla scelta e alla percezione del frumento sacro (οἴ δ’ἐπὶ τήν τοῦ ἵερου σίτου ἐκλογὴν αἰρούμενοι): e vi era pertanto un _collegio_ ossia _curia_ di parassiti (καὶ ἤν ἀρχεῖον τι παρασίτων). Per il che era scritto nella legge del re: «Il re avrà cura che si creino i magistrati: e dalle varie borgate (_demi_) sian scelti, a norma delle leggi, i _parassiti_: i quali dai magazzini di grano della rispettiva classe e tribù scelgano ciascuno un sestiere di orzo, affinchè gli Ateniesi se ne cibino secondo il patrio costume.»
E in Polluce si legge: «Era ad Atene una certa curia o magistratura detta _parasition_: come sta scritto nella legge del re» (_Onomasticon_, lib. VI, cap. 7). Dalla qual legge anco rilevasi che vi era una casa sacra destinata e consacrata a questa curia che i parassiti formavano.
Il _parasition_ ebbe dunque il suo nome dal grano (_para sitou_) sacro di cui vi si deponevano le primizie. E col grano intendevansi in genere anche tutte l’altre offerte fatte da cittadini al tempio ed agli Dei.
La parola _parassita_, scrive dal suo canto Clearco di Soli, discepolo di Aristotile, nelle sue _Vite_ (Athen., VI, 335), «la qual designa attualmente un uomo pronto a condursi secondo il piacere d’altrui, in altri tempi significava un uomo scelto ad essere commensale dei sacerdoti: anzi la maggior parte delle città annoveravano fra le prime dignità quella dei _parassiti_, come alcune le annoverano ancora.»
E in Atene al Cinosargo (ginnasio destinato ai poveri e ai bastardi), nel tempio di Ercole era affisso ad una colonna questo decreto di Alcibiade scritto da Stefano figlio di Tucidide: «Che il sacerdote coi _parassiti_ faccia i sagrificii di ogni mese. I parassiti prenderan seco un bastardo e un figlio di bastardo secondo l’uso della patria. Colui che rifiuterà d’essere parassito sarà tradotto ai tribunali.»
Altro decreto affisso a una colonna dell’_Anaceo_ (il tempio di Castore e Polluce): «Dei due più bei bovi che si saranno scelti, la terza parte sarà destinata alla celebrazion dei giuochi; gli altri due terzi si daranno uno al sacerdote, l’altro al parassito.»
E sotto le offerte votive consacrate a Pallene, leggevasi: «Essendo arconte Pitodoro, i magistrati e i _parassiti_, cinto il capo di corona d’oro, offersero questi doni.» E altrove: «I parassiti della sacerdotessa Filea furono Pericle di Pittea e Carino di Gargetto.» E nella legge del re: «I parassiti d’Acarne sagrificheranno ad Apollo» (Ateneo, _l_. _c_.; Meursius, _Themis Attica_, II, 35).
Fu molto più tardi che quella designazione di coadiutori e commensali dei sacerdoti, passò a significare in genere un’altra specie di commensali assai meno nobile, ma forse altrettanto antica.
Nè si potrebbe meglio spiegare la mutata fortuna del vocabolo che colle parole di un parassita stesso, in una commedia di Diodoro di Sinope: «La mia professione è sempre stata gloriosa ed onestissima. La nostra città che rende grandi onori ad Ercole, fa sagrificii in tutti i borghi, dando a questo dio dei parassiti per queste cerimonie sacre. E non li prende già fra i primi venuti; ma sceglie a ciò dodici cittadini fra i più potenti e ricchi, e di vita intemerata. In seguito di tempo, alcuni cittadini agiati, volendo imitare ciò che faceasi per Ercole, s’impegnarono reciprocamente a prendere un certo numero di parassiti per mantenerli; ma non scelsero già persone veramente ammodo; presero invece adulatori sempre pronti a colmarli di elogi; di modo che, se il padrone rutta loro sul naso dopo aver mangiato del rafano e del pesce stantio, essi lo complimentano per le rose e le violette con cui ha pranzato. O p... egli vicino all’uno o all’altro? quegli gira il naso annusando qua e là, e domanda: Dove prendi tu questo profumo squisito? — È così che i parassiti hanno fatto, di ciò che era onesto e rispettato, una professione ignobile qual è oggi» (Athen., VI, 239 d.).
Secondo Ateneo, Alessi ed Epicarmo furono i primi che introdussero nelle loro commedie il carattere del _parassito_, quello cioè che oggi da noi si intende comunemente con questo nome. Il personaggio di Epicarmo, nella commedia il _Pluto_, risponde a chi l’interroga: «Io pranzo con chi vuole: basta invitarmi. Quanto ai festini di nozze, io ci vado senz’esservi chiamato. Faccio ridere a crepapelle e non manco mai di lodare il padron di casa che dà il pranzo. Se qualcuno è di parer contrario al suo, io gli do sulla voce, e mi riscaldo. Infine, dopo aver ben bevuto e ben mangiato, me la cavo. Non ho schiavo che m’accompagni colla lanterna, ma cammino traballando e solo fra le tenebre. Se per caso incontro la ronda, le dico qualche buona parola, rendendo poi grazie agli Dei che a furia di pugni e di staffilate non m’abbia accoppato. Giunto a casa m’addormento e non penso più a quel ch’è stato, fin che il vino è padrone della mia anima» (Athen., VI, 235-6).
Altri volle scorgere il primo tipo del parassito in Omero: «Fra i Trojani era Podete, valoroso e ricco, figlio di Eezione. Ettore lo avea per amico e commensale» (_Iliad_., 71): e perciò il poeta lo fa ferire al ventre da Menelao, cioè da uno spartano, amico della frugalità.
Il caustico Luciano andò ancora più innanzi: e il parassito de’ suoi dialoghi, che la pretende a letterato, fa di Omero non soltanto lo scopritore, ma anche il primo panegirista di questa casta rispettabile. E cita l’elogio del viver parassitico _seduti in fila a convito, quando le mense traboccano di pane e di carni e il coppier versa intorno il pretto vino_; e nota che Omero non per nulla il pose in bocca ad Ulisse, cioè al più savio de’ Greci; e trova maliziosamente che parassiti di Agamennone eran nientemeno che Nestore e Idomeneo: e parassito di Achille lo stesso Patroclo (Luciano, _Parass_.): nella qual citazione è curioso lo scambio tra la classe dei parassiti e quella dei _donzelli_ o degli _amanti_, secondo il greco costume.
Checchè ne sia delle facezie di Luciano, gli antichi poeti designavano i parassiti col nome di _adulatori_ (κόλακες). In una commedia di Eupoli, che reca appunto quel nome, un coro di adulatori così parla: «Io ho due vesti abbastanza belle che indosso a vicenda, e ne faccio sempre andar l’una o l’altra al mercato; se vi scorgo qualche sciocco riccone, subito io gli sono alle coste. Se egli dice qualche parola, mi sbraccio in elogi, mostro d’andar in estasi a quel ch’egli dice; e il nostr’uomo si vede così assalito da una quantità di adulatori che vengono alla sua tavola: e noi andiamo in panciolle a spese altrui. Là ogni discorso dev’essere adulazione, menzogna: se no, addio tavola: saremmo messi alla porta» (Athen., VI, 236 f.).
Ma il nome propriamente di _parassito_, usato in questo senso, lo si incontra la prima volta nel comico Araro, da Ateneo così citato: «Mio caro, tu sei necessariamente _parassito_ (παράσιτος), poichè non è forse Iscomaco che ti mantiene alla sua tavola?»
Or ecco il carattere di un parassito, dipinto dal comico Timocle, nel suo _Draconzio_ citato da Ateneo: «E che? Lascerò che si sparli di un parassito? Mainò. È la razza d’uomini più utile. Se vi ha qualcosa d’onesto a fare che possa recar piacere agli amici, il parassito non si mette ei subito all’opera? Hai una passione? il parassito ti seconderà, pronto a tutto quel che ti occorre: e persuaso che è un giusto ricambio ch’ei ti deve per la tavola che gli fornisci. Ma ecco, per finirla, ciò che prova all’evidenza quanto caso si faccia del parassito. Si accordano al loro merito le stesse prerogative che a quelli che furono vittoriosi ad Olimpia, cioè il nutrimento a spese dello Stato: poichè qualsiasi il luogo in cui si mangia senza pagar nulla, non si deve chiamarlo il _Pritaneo_?» (Athen., VI, 237 d. e.).
E Antifane nei _Gemelli_: «Un parassita, se ben rifletti, è un uomo che divide con noi e la fortuna e la vita. Nessun parassita mai desiderò veder infelici gli amici; al contrario egli non augura che del bene a tutti. Sa sopportare un trasporto d’ira: se lo pigli a dileggio, ne ride: è propenso all’amore, burlone, gioviale» (Athen., VI, 238 a.).
Altre simili citazioni degli antichi comici greci intorno a questa classe di persone ponno riscontrarsi da chi voglia in Ateneo; il quale prosegue ricordando nomi e aneddoti de’ parassiti più conosciuti ad Atene nel V e nel IV secolo avanti l’êra volgare, cioè: Titimallo, Corido, Cherefonte, Filosseno, Ceribione, Grillione ed altri famosi chi per voracità, chi per la vena inesauribile di facezie, o anche di impertinenze con cui rallegravano i banchetti dei loro Anfitrioni.
Certo è che una tal classe rappresentava nella vita ateniese del secolo d’oro un tipo troppo interessante e caratteristico per non tentar l’estro degli scrittori che più al vivo dipinsero quell’età. Ed ecco Luciano spendervi intorno le arguzie più sottili della sua Musa; e qui far le lustre di impietosirsi sulle piccole disgrazie di quei che vivono alle spalle dei signori (Lucian., XVII), là decantarne le delizie e mostrar come e qualmente la _parassitica_ è un’arte, anzi la prima tra l’arti.
«Il primo punto — osserva il suo parassito — è cercare e discernere chi può essere atto a nutrirti, con chi acconciarti meglio a desinare, senza avere a pentirti poi. Direm noi che il cambiatore ha un’arte con cui distingue le monete false dalle buone, e che uno senz’arte conosce gli uomini quali son falsi e quali buoni? Pure gli uomini è ben più difficile scernerli che non le monete. L’arte del parassita è dunque grande, se a tanto arriva. E a saper dire acconce parolette, a far di quelle cose che ti acquistino la benevolenza di chi ti dà a mangiare, non ci vuol forse prudenza e conoscenza assai? E nei conviti, l’uscirne colla miglior porzione ed avere più carezze degli altri che non hanno quest’arte, credi tu si possa far senza sapienza? E il conoscere le virtù e vizi delle vivande e degli intingoli, ti pare che sia una curiosità da poltrone? Eppure il nobilissimo Platone dice: _Chi fa un banchetto e non si intende di cucina, non può mostrare buon giudizio_. Arrogi, la parassitica non consiste solo nelle cognizioni ma anco nella pratica. Le altre arti, anche non esercitate per anni, non periscono in chi le possiede: ma se le conoscenze del parassito non sono esercitate ogni giorno, non solo perisce l’arte, ma l’artista. Nelle altre arti il dolce viene all’ultimo, e la via n’è lunga e scabrosa: il parassita solo gode dell’arte sua mentre l’impara, e mentre comincia è già al suo fine... E qual fine utile nella vita è mai il suo! Per me non trovo nella vita niente più utile del mangiare e del bere, e non si può vivere senza di ciò» (Luciano, _Parass_.).
E questo è precisamente il parere non solo del parassito di Luciano, ma anche degli altri suoi degni predecessori, che vivono ancora nelle lettere del giocondo e pittoresco Alcifrone. E anche qui i parassiti occupano gran parte di quel quadro di costumi così vivo e così vero; e si raccontano a vicenda tra di loro le delizie della loro vita. Sentiamo, per esempio, il rispettabile parassita Misognifo: «Benedetta la nave che portò da Istica in Atene questo meraviglioso mercadante, appetto del quale pajon sordidi li più agiati ateniesi! Non pago di un solo parassito, ci fece venir tutti dalla città: e non solo noi, ma le cortigiane più sfarzose, le cantatrici più belle, e gli istrioni da teatro in tal numero che avresti detto non mancarvene pur uno. Egli ama essere festeggiato da cetre e flauti, il suo conversare è ridondante di grazie e di veneri: fin nell’aspetto è tutto gioviale: ne’ suoi discorsi eloquente sì come quegli
_Cui di néttar la musa i labbri asperse._
Anche noi parassiti parliamo alla foggia de’ letterati, chè noi pure siam nativi dell’Attica, ove uomo non trovi che in cotali ciancie non abbia buon gusto» (Alcifr., _Lett_. III, 65).
Le rose però hanno le spine, ed era tutt’altro che di sole rose la vita del parassito: obbligato ora a far ridere senza sempre riuscirvi, come il povero Filippo del _Simposio_ di Senofonte, ora a rischiar salve di busse o a servir di zimbello ai capricci e alle burle di chi lo invitava, e a starsene alla varia fortuna. Taluno pigliava filosoficamente la sua parte, come il parassita nel _Pitagorista_ di Aristofane: e si tratta di bever acqua? io sono rana. Ci son erbe o radici a rodere? io sono bruco. Bisogna far senza del bagno? io sono il grasso e il sudiciume in persona. Viver l’inverno a ciel sereno? io sono merlo. Sopportare un calor soffocante e cantare di pien mezzodì? sono cicala. Non far uso di olio? son polvere arida. Camminare a piè nudi dall’aurora? sono gru. Non dormire un sol minuto la notte? sono civetta» (Athen., VI, 238 d.).
Non tutti però avevano la stessa filosofia; e allora venìano i lamenti: «O Genio cui son toccato in sorte, quanto maligno sei! Se alcun non mi invita, e’ mi conviene divorar piante selvatiche e conchiglie, ovvero andar cogliendo erbe od empiere il ventre bevendo all’Enneacruno (fontana pubblica di Atene). Finchè ero giovine e in gambe, potevo patir questi disagi; ma ora che son fatto grigio qual rimedio a tanta sciagura? Una fune d’Aliarto mi occorre e penzolerò davanti alla porta Dipila, se la Fortuna ad ajutarmi non pensa» (Alcifr., _Lett_., III, 49). È il povero parassito Capnosfrante che si dispera.
Ma udiam quest’altro: «Ribaldo di barbiere!... Anzi che radermi egualmente tutto il mostaccio, senza mia saputa lo fece a metà, sicchè restommi la mascella qua pulita, là ispida. Io, ignaro della malizia, recaimi al solito a casa Pasione, benchè non invitato. Come li commensali mi videro, dieronsi a fare le più grasse risa del mondo: ed io non conobbi la cagione di tanto riso se non quando l’un d’essi mosso ver me, mi tirò pei peli rimastimi. Questi mi strappai tosto non senza grave dolore: ed ora vo’ pigliar un bastone delli buoni e darlo sul cranio al mariuolo! Poffar di cielo! Ciò che per burla fanno quei che ci pascono, ardì fare costui che non ci pasce» (Alcifr. III, 66). Questi è il parassita Ginnocheronte a cui sale presto la mosca al naso.
«Oh Dio! — grida un terzo, — crudel giornata che fu quella di jeri! Che non mi fecero soffrir questi ricconi! Essi gareggiarono nel costringermi a tracannare e a mangiare oltre la capacità del mio ventre. Questi mi imbottava di salsiccia e quello per forza mi cacciava un pezzo di pane nelle ganasce; un altro mi riversava nello stomaco, come in una botte, non vino, ma brodetto di senape e di pesce spremuto e di aceto. Se il medico Acesilao vedendomi moribondo non mi facea portar via e non mi soccorreva di rimedj, era finita per me» (Alcifr., III, 7). E la umanità avrebbe perduto innanzi tempo il povero parassito Etoemocóro.
Allora, co’ guai, veniva il pentimento: e insieme il proposito di mutar vita: «Vo’ pormi a far qualche mestiere: andrò al Pireo: farò il facchino. Meglio empir la pancia di cipolle e di polenta, ma goder sicurezza di vita, che gustar manicaretti ed uccelli del Fasi, e ogni giorno stare in bocca alla morte» (Alcifr., III, 7). Ma più spesso i propositi li menava il malanno: e un altro pranzo se li portava via.
Tale era, in Atene, il parassito. Mezzo filosofo, mezzo buffone; con qualche sprazzo di letterato; adulatore di professione, e al bisogno, impertinente; niente invidioso de’ beni altrui, pur di goderne qualche briciolo in compagnia: sempre gaudente per istinto, spesso rassegnato per necessità; pronto a ogni servigio pur di guadagnarsi qualche dramma od un invito; capace, per far servizio, di parecchie azioni cattive, e se il caso gli veniva, persin di qualcuna buona. Un faceto mariuolo, senza l’impossibilità assoluta di cavarne per combinazione un galantuomo. Tutto sommato, una pasta d’uomo niente peggiore — migliore forse — de’ suoi figli e pronipoti della nostra età.
Classi DI Atene.
La popolazione tutta di Atene, ossia dell’Attica, dividevasi in tre grandi categorie: _cittadini_ (πολῖται); _meteci_ o _trapiantati_ o _forestieri domiciliati_ (μέτοικοι); (_schiavi_) (δοῦλοι). Ai tempi di Alcibiade sommavano nell’Attica i _cittadini_, all’incirca, ai 20,000; i _meteci_ ai 10,000; gli _schiavi_ ai 400,000.
Gli _schiavi_ erano o Greci prigionieri di guerra, o barbari per lo più di Tracia, di Caria o di Frigia rapiti dai pirati e portati sul mercato d’Atene; o Ateniesi nati di genitori schiavi. Formavano un ramo considerevolissimo di commercio; il prezzo ordinario di uno schiavo variava dalle 300 alle 600 dramme (la dramma valeva 96 centesimi di franco), però poteva salire anche a prezzi straordinarj di affezione. Adoperavansi all’agricoltura, alle miniere, alle manifatture, ai servigi domestici interni; il padrone poteva incarcerarli, incatenarli, interdir loro il matrimonio, separar il marito dalla moglie; non poteva però _ucciderli_; la legge, in Atene per essi assai più mite che non a Sparta ed a Roma, accordava agli schiavi il diritto di querelarsi dei maltrattamenti ingiusti dei cittadini e dei padroni («_chiunque a fanciullo, o a donna o ad uomo, siano liberi o schiavi, farà villania od atto illecito sia accusato ai Tesmoteti..._» Demost., _Contro Midia_); se trattati dai padroni con eccessivo rigore rifuggivansi nel tempio di _Teseo_ e di là, come da asilo inviolabile, chiedevano padrone più umano. Tutti avean diritto di affrancarsi riscattandosi; talvolta per servigi resi li affrancava la Repubblica: e nei bisogni urgenti potean essere armati per la guerra.
I _meteci_ o _trapiantati_ — classe intermedia fra gli schiavi e i cittadini — erano stranieri ai quali il Senato aveva permesso di venire a domiciliarsi nell’Attica ed esercitarvi qualche industria, coll’obbligo di pagare una imposta di 13 dramme annue per ogni capo di famiglia e sottostare agli altri oneri straordinarj, nonchè al servizio militare. Formavano una sola categoria insiem con loro anche gli _schiavi affrancati_ o _liberti_. — Eran tenuti in conto di liberi; poteano esercitar l’arte che loro piaceva, posseder terre e schiavi; il governo li proteggeva; e questo patrocinio tenea luogo per essi dei _diritti politici_ dai quali erano esclusi. Perciò dovean scegliersi tra’ cittadini un _patrono_ (προστάτης) che guarentisse per loro e li rappresentasse negli atti giuridici. Poteano però in dati casi venir innalzati al grado di cittadini.
Infine eccoci alla categoria dei _cittadini_, alla quale apparteneasi o per diritto di nascita, da genitori cittadini ateniesi, — o per adozione o per conferimento di cittadinanza; che fu onore _ab antico_ da principi ambito e non potea conferirsi se non per decreto popolare ratificato da 6000 cittadini. Onore caduto in discredito più tardi, perchè a troppi e immeritevoli conferito (Vedi Demostene, _Contro Aristocrate e Sintassi_).
La divisione più antica dei cittadini dell’Attica fu quella di Teseo: il quale liberato il territorio dalle scorrerie de’ pastori e riuniti in un solo corpo i distretti dell’Attica, ne ripartiva la popolazione in tre classi: _eupatrìdi_ o _nobili_ (εὐπατρίδαι); _agricoltori_ o _coloni_ (γεωμόροι) e _meccanici_ o _industriali_ (δημιουργοί). Grandi disuguaglianze doveano essere tra la prima classe e l’altre due, sebbene Plutarco (in _Teseo_) ed Euripide (_Supplici_, v. 46 e seg.) ci presentino Teseo istitutore della eguaglianza politica e lodatore della democrazia. Infatti Pausania, accennando a questa pretesa istituzione della democrazia fin dal tempo di Teseo, soggiunge: _simili cose credevan coloro che prestavan fede a tutto che udivano da fanciulli in teatro_ (Paus., _Attic_., 1, 3, 2): e dallo stesso Plutarco rilevasi che considerevoli prerogative erano accordate alla nobiltà ereditaria degli _eupatrìdi_. Della classe degli eupatrìdi furono i re; indi gli arconti o re _decennali_ quando l’autorità regia fu limitata a tempo (753 av. l’E. V.) e quand’essa fu soppressa del tutto (682 av. l’E. V.) ancora fra la classe degli eupatrìdi si stabilì di scegliere i nove _arconti annuali_.
Questa preminenza dava agio agli _eupatrìdi_ di opprimere le due classi inferiori: e le leggi di Dracone (624 a. l’E. V.), favorevoli all’aristocrazia, la aggravarono: indi turbolenze e lotte intestine fra le tre classi, dalle quali presero origine e nome le tre fazioni politiche dei _Pedii_, dei _Diacri_ e dei _Paralii_, ossia degli abitanti della _pianura_ (i nobili oligarchici); dei _monti_ (i poveri _coloni_, partigiani di democrazia) e delle _spiaggie_ (i ricchi _industriali_, fautori di governo misto). A cessar la completa anarchia, che fu la conseguenza di queste lotte, venne la costituzione di Solone (594 a. l’E. V.).
Egli sostituì all’antica una nuova ripartizione dei cittadini in quattro _classi_, secondo il vario ammontare della rendita netta della loro proprietà fondiaria e della corrispondente cifra d’imposta.
1.ª Classe: i _pentacosiomedimni_ — (πεντακοσιομέδιμνοι), cioè i cittadini che raccoglievano annualmente 500 medimni o misure di frutti solidi e liquidi (il _medimno_ corrispondeva a un mezzo ettolitro circa — 2628 poll. cub. parigini — e al valore di una dramma); e pagavano 120 dramme d’imposta del cinquantesimo.
2.ª Classe: i _cavalieri_ (ἱππεῖς), i quali raccoglievano 300 medimni e potevano mantenere un cavallo. Pagavano 60 dramme d’imposta.
3.ª Classe: gli _zeugiti_ o _aratori — jugarj_ — (ζευγίται), i quali raccoglievano annualmente 200 medimni o 150, e possedevano un aratro (ζεῦγος). Pagavano 20 dramme d’imposta.
4.ª Classe: i _proletarj_ o _thétes_ — _capite censi_ (δῆτες) che ne raccoglievano di meno od erano nullatenenti.
Di queste nuove quattro classi, la prima sola forniva i cittadini ammessi all’_Arcontato_ e per conseguenza all’Areopago; e le tre prime in generale (_pentacosiomedimni_, _cavalieri_, _zeugiti_) fornivano i cittadini per le altre magistrature. Quelli della quarta classe infine (_thètes_) concorrevano colle prime tre al diritto di voto nella assemblea popolare e all’ufficio di giudice (Vedi Plutarco in _Solone_; cfr. Aristof. scol. _Caval_., v. 627; Polluce, VIII, 129-132; Suida; Hülmann, _Costituz. di Solone_; Schöman, _Antich. greche_; Grote, Thiriwall, ecc.).
Così, in luogo della vera _aristocrazia ereditaria_ — base del governo oligarchico — non si ebbe più che una semplice aristocrazia del censo — rappresentata dalle prime due classi de’ _pentacosiomedimni_ e dei _cavalieri_ — naturalmente mutabile nella sua composizione e accessibile alle classi inferiori. Il titolo di _eupatrìda_ continuò a distinguere la antichità e nobiltà del casato, ma non più come distinzione ufficiale di casta, iscritta nel diritto pubblico. E alla democrazia fu spianata la strada — volta che non più la nascita, ma il patrimonio fu la base — e quindi il _lavoro_ potè essere il _mezzo_ dell’ammissibilità di tutti i cittadini alle più alte magistrature.
Dalle prime tre classi eran forniti per l’esercito i capitani, e i trierarchi ossia comandanti delle _triremi_, i cavalieri (questi in ispecie dalla 2.ª) e gli opliti o fanti di grave armatura (in ispecie dalla 3.ª). Tutti costoro servivano a proprie spese, e a proprie spese fornivano quelli la trireme, questi il cavallo, quest’altri le armi. L’ultima classe poi di cittadini forniva la fanteria leggiera e regolare (arcieri, τοξοται) e gli equipaggi della flotta.
Avvertenza
DI Cimoto Al Pubblico
Il _prologo_... io non sono. Io son Cimoto attore, Compagno di Alcibiade — e amico dell’autore: Il qual, tanto per romperla col suo vizio di prima, Scrivendo un dramma in prosa, — lo ha cominciato in rima. Quest’è la ragion prima della comparsa mia: Ve n’è un’altra — e ad esporvela lo stesso autor m’invia, Pregandomi di volgere sommessa una parola Al pubblico ed ai critici di questa e quella scuola. Descrivendo Alcibiade e Atene de’ suoi dì, E quel ch’era il suo secolo, quand’egli vi fiorì, È natural che parli l’autor de’ tempi suoi Diverso che ai dì nostri non parlisi tra noi: E che di idee più libere sotto il diverso lume Discordi un po’ l’italico dall’attico costume. — Però l’autor, vestendo colla pudica scoria Del dramma le severe nudità della storia, A mostrar quanto avesse serbato a lei rispetto, Illustrava di un mondo di note il suo libretto, Ove cita in appoggio di questo o di quel dato, O d’una o d’altra usanza, l’autore consultato, E per tutte e per singole le prese libertà Invoca il beneplacito di qualche autorità: Omèro, Éschilo, Sòfocle, Eurìpide, Platone, Tucìdide, Plutarco, Diodòr, Gellio, Alcifrone, Aristofane, Andòcide, Pausania e Senofonte, Trogo Pompeo, Cornelio, Luciano ed Antifonte: E l’aureo Teofrasto, e il buon cantor di Téo, E Suìda, ed Aristéneto, Polluce ed Atenéo: Poi, fra’ moderni, Wieland, Meissner, Meùrsius, Grote, Peyròn, Becker, Corsini, ed altre fonti note: E i commenti, — io li ho visti — non finivano lì... Ma il difficile stava nel recitarli qui. Come far? Per l’autore restava una via sola: Pregar pubblico e critici a credergli in parola: E a quelli che non credono, se non vedon lo scritto, O a venirlo a vedere — o a rincarargli il fitto. — Ciò riguardo alla storia: — in quanto al dramma poi (L’autor qui non ci sente — diciamola fra noi) Se sia un dramma possibile — o un dramma che non va, — Scommetto che l’autore medesimo nol sa. — Oh, s’ei potuto avesse, con un prodigio strano, Fondere in un sol tipo l’_Antonio_, il _Coriolano_, E il _Cesare_; — e il lascivo eroe babilonese, E il _Don Giovanni_ eterno del novo bardo inglese, Oh, lo so anch’io, che allora, in un battere d’occhi, L’autore un _Alcibiade_ v’avria dato coi fiocchi. Poichè, quale la storia fra i secoli il mandò, Fra i Greci fu Alcibiade un po’ di tutto ciò. — Ma l’èra dei miracoli scomparve: — ed il poeta Tremò, chiedendo indarno scintille alla sua creta, Quando, scossa la polvere delle cecrópie mura, Si trovò _solo_ innanzi la gigante figura Dell’uom, che ai Greci attoniti di un secolo lontano Mostrò tutte le faccie del poliédro umano. Di virtù e vizii impasto, qual vide raro il mondo; Di gloria e delle gioje dei sensi sitibondo; Guerrier prode, audacissimo, — zerbino effeminato, All’orgie, al lusso — e agli aspri stenti del campo usato; Libertin dissoluto, capitan savio e austero, Tra i calici il più allegro, tra l’armi il più severo; Matto negli ozii, all’opera calcolator minuto, Nelle passioni ingenuo, nelle sue azioni astuto; Or prepotente, or docile; leal, simulatore, — Nella gloria egoista, nel resto ottimo cuore; Ingannator di donne; nell’arti di Cupido Maestro; e a un casto amore sino alla morte fido: Tribuno e aristocratico; piaggiator della plebe, Ch’ei d’Asia trasse e d’Éllade a insanguinar le glebe; De’ suoi vizj sdegnoso; dall’aura popolare Sbalzato or nella polvere, levato or sull’altare; Per ambizion colpevole, per ambizion virtuoso, Di Aristide men nobile, di Marzio più glorioso; Pronto a mutar costumi, come a mutar di lido, Or dell’ira seguendo, or della patria il grido, E ad alternar fra Bacco, Marte ed Amor le cure, Tranquillo nei dì prosperi, maggior delle sventure. Tale era l’uom — fra i Greci, _segno d’immenso amore_ _E immenso odio_ — che al tumulo strappò l’incauto autore, Sperando, almen per l’ombra del Grande che già fu, Non _odio_ e non _amore_... — ma _ascolto_ — e nulla più.
Quadro Primo
_Principio dell’anno 415 av. l’Era Volgare (2.º della Olimpiade 91.ª, 16.º della guerra del Peloponneso) Exeneto agrigentino vinse il premio ad Olimpia._
Atene.
Giardini nella casa di Alcibiade.[4] Viali di piante. La scena e i viali son decorati di figurine (κόραι) di cera, di legno, di argilla e di statue (ἀγάλματα) raffiguranti divinità. Statue di Venere e di Amore. Qualche sedile marmoreo lungo i viali e qualche tavolo marmoreo con sovrapposti un cratere e dei calici di vino. Tratto tratto si odono da lontano concerti di musica. È sera. La luna rischiara la scena. Di lontano si scorgono i riflessi di sale illuminate.
Scena Prima.
SOCRATE; ASPASIA,[5] EUFROSINE, GLICÉRA; CIMOTO, più tardi ALCIBIADE.
(_Aspasia, Eufrosine, Glicera in ricchi elegantissimi abbigliamenti_[6]; _Glicera è seduta in disparte pensierosa, scambiando tratto tratto qualche parola con Eufrosine_).
SOCR. Ora dunque, o dotta Aspasia, poi che mi insegnasti il bello essere unico obbietto dell’amore, tu certo mi sai dire che cosa è bello.
ASP. Se alcuna cosa è ben fatta per la destinazione che sortì da natura e ben adatta al bisogno, io questa, o Socrate, chiamo bella.
SOCR.[7] O come saviamente mi insegni! E dimmi allora, perchè abbiam noi bisogno degli occhi?
ASP. Per vederci, credo.
SOCR. Se è così, o Giunone[8] Aspasia, io dunque ho gli occhi più belli de’ tuoi...[9] (_risa fra gli astanti_)
ASP. (_sorridendo_) O come?
SOCR. Perchè i tuoi guardan solo per diritto: i miei invece, essendo sgusciati all’infuora,[10] vedono anche per traverso.
ASP. (_ridendo_) Ah! ah! Allora, o Socrate, anche più belli dei tuoi saranno gli occhi del granchio...
SOCR. Ma nella bocca poi, s’ella è fatta per mordere, sicuramente di bellezza io cedo alla tua... e ad ogni bocca che sia di donna.
ASP. Grazie dello elogio, figliuol di Sofronisco. Male adunque mi sono spiegata. Belle io chiamo le cose in cui non soltanto è armonia col fine che da natura sortirono, ma intima armonia di tutte parti fra loro. _Questo_ è il bello che amiamo.
SOCR. A meraviglia parli! E certo allora la gobba del mio amico Glaucone è armonica e bella, poi ch’io so che la sua Eufrosine, qui presente, lo ama.
EUFR. (_indispettita_) O non avresti, vecchio Sileno,[11] un coccio di Ténedo da mozzarti la lingua?[12]
ASP. (_sorridente_) Pace, Eufrosine! I gusti sono tanti! Io intesi per intima armonia quella che tale sembra a ciascuno secondo il vario suo gusto.
SOCR. Sicchè, se ho bene appreso, una cosa è bella e brutta ad un tempo, secondo piace ad Eufrosine, o dispiace ad Aspasia?...
ASP. Così è.
CIMOTO (_a parte_) Infatti Aspasia trova belli i tuoi discorsi ch’io trovo nojosissimi...
SOCR. (_lo sente, lo guarda con tranquilla ironia, e senza rispondergli ripiglia il discorso con Aspasia_) Infatti jeri, salendo io con Cármide i Propilei[13], egli trovò brutto il quadro di Polignòto, che rappresenta Ulisse scoperto dalla bella Nausicaa.
ASP. Oh, per gli amori![14] Il tuo amico Carmide è un imbecille. Quel quadro è una meraviglia di Grecia.
SOCR. O vi sarebbe allora una bellezza che bella è, senza distinguer di gusti?
ASP. Certo. (_Socrate si move per allontanarsi_) Ove vai?
SOCR. A prendere il mio amico Carmide, perchè tu gli insegni a riconoscerla.
ASP. Ma tu sai bene, o Socrate, che ciò non si insegna! Perderemmo tu il tempo, io il fiato, se già a lui, nascendo, non l’insegnarono i Numi.
SOCR. Che! Di una idea di bellezza forse mi parli in noi anteriore alla culla? Per Minerva! deve essere così. Io pure or mi rammento d’aver letto qualcosa di simile.[15]
ASP. E che leggesti, o Socrate?
SOCR.[16] Non so dove io lessi che l’anime nostre, alate e immortali, volino, innanzi il nascere, per l’etere immenso... e come la virtù dell’ali le porta più in alto, nella region degli Dei, ivi contemplan la bellezza vera, purissima essenza divina: frammiste a’ cori de’ beati, nel corteggio di Giove, si inebbrian di lei, e via per mari profondi di azzurro, di calma e di luce ne celebrano i santi misteri. Ma poi che Adrastea le precipita, prive dell’ali, quaggiù sulla terra, vi prendon dimora ne’ corpi, loro carcere e loro tomba: e qui ritrovando le imagini riflesse di quella bellezza sì pura di lassù, confusamente si risovvengono di lei. Ed ecco allora, alla vista di forme celestiali, subito l’anima trasale, senza saperne il perchè: contempla l’oggetto vago sì come il simulacro di un Dio; e come a un Dio vorrebbe offrirgli sagrificii. Una specie di febbre la investe, un calore ardente la penetra: a quel calore squagliandosi la durezza della scoria, i germi dell’ali antiche ricominciano a spuntare. E l’anima, sentendosele crescer d’intorno, si agita irrequieta, come il fanciullo, quando i denti fan forza per ispuntar dalle gengive: se appena vede l’oggetto caro, prova una voluttà strana, come fosse lì lì per prendere il volo: se poi nol vede, subito l’ali piccine le si rinserrano, si dibatton rinchiuse, e l’anima ne prova le fitte e le punture; indi, ella dà in ismanie, delira; perde il riposo dei giorni e delle notti; dimentica averi e famiglia e amici e tutto; solo avida cerca la persona cara, perchè solo a lei presso trova a’ suoi strazii sollievo. Questa malattia gli uomini chiamano: Amore — che ha le ali; gli Dei la chiamano: Amore — che le dà.[17] (_Alcibiade è entrato da qualche momento in iscena non veduto_)
ASP. (_stringendo a Socrate la mano con effusione_) O Socrate, quando parli, sei pure il potente ammaliatore!
CIM. Per Giove! o Socrate, tu la sai lunga! A me invece l’avean contata più corta.
ASP. (_sorridente_) Oh! oh! sentiamo Cimoto.
CIM. A me avean contato ch’eran gli uomini un tempo un sesso solo, maschio e femmina insieme: con quattro gambe e quattro braccia e una testa a due faccie per ciascuno.[18] Ma quando essi ebbero l’impudenza di dare la scalata al cielo, Giove per castigarli, e un po’ anche per raddoppiare i suoi sudditi, e co’ sudditi le entrate, li spaccò in due: da quel dì le parti divise si vanno cercando pel mondo ciascuna in traccia dell’altra sua metà, per ricongiungersi insieme: e questo adesso chiamano Amore. Giove poi si riserba, appena gli uomini o le donne ne commettano qualche altra di grossa, di spaccarli in due un’altra volta; sicchè allora cammineremo con una gamba sola, come quei che saltan sugli otri nelle feste di Bacco.[19]
ALCIB. (_che è entrato, come si disse, durante il discorso di Socrate, cinto il capo di corona di mirto e di piccole bende_[20]_, in atto di uom mezzo brillo, e si è arrestato a udire la fine delle parole del suo maestro, a questo punto si avanza_) E allora Giove dovrebbe averla già cominciata su te (_a Cimoto_) la seconda spaccatura: e s’ei non ci pensa, m’impegno io, Alcibiade, a farti ballare d’una gamba sola sugli otri, poichè hai la impudenza di cianciare quando Socrate parla! tu attento ai discorsi di Socrate, come l’asino al suono della lira,[21] e i Libetrj al canto di Orfeo![22] (_Cimoto si ritrae sconcertato. Alcibiade si volge a Socrate_) Ma io, o Socrate, son malcontento di te. Tu hai le sirene nelle tue parole[23] ed affascini gli animi coi tuoi discorsi, meglio che Màrsia col suo strumento[24]: io stesso, or ora, in udirti, sentivo il cuore balzarmi più forte che non se fossi agitato dalla danza dei Coribanti[25]. Intanto là nella sala portarono indarno le corone e le bende e i rami di mirto[26], e indarno intonammo, libando, il peàna: l’allegria dei calici langue, e suonatrici di flauto e citarède se ne stan mortificate, poi che i fiori più belli del convito[27] (_Cimoto si mette in mostra, Alcibiade s’interrompe volgendosi brusco a lui_) — non parlo di te — furono qui attratti dal tuo loto[28] divino. Io ti sequestro, o Socrate!...
SOCR. Alcibiade!...
ALCIB. (_trascinandolo via seco_) Vieni, vieni... (_si volge sorridente e cortese ad Aspasia, Eufrosine e Glicera_) Porto il delfino con me[29]; così dietro al suo canto, verranno le Nereidi... (_esce conducendosi Socrate sotto braccio; Glicera è rimasta, dal discorso di Socrate in poi, in disparte, seduta e meditabonda_)
CIM. E poichè trattasi di bere... anche i Tritoni (_in punta di piedi s’affretta dietro Socrate ed Alcibiade_).
Scena II.
Aspasia, Glicera, Eufrosine.
EUFR. Hai visto, Aspasia, che disinvoltura? Appena mostrò accorgersi di me.
ASP. E di lui ti meravigli?
EUFR. Oh, per Pandróso![30] dopo tanti giuramenti e tante pazzie ch’egli fece perchè lo ricambiassi d’amore!
ASP. Ragione doppia, poichè lo ricambiasti, di non farne più.
EUFR. Ma possibile che Venere nol punisca e Giove vindice degli spergiuri[31] non lo folgori!
ASP. Se lo facessero, te ne dorrebbe! Noi dovrebbe Venere punire, perchè nostra è la colpa, se il di lei sesso patisce simile onta da costui. Usato, dovunque assale, a non trovar resistenza, la debolezza nostra fa costui baldanzoso: e la sua stessa baldanza ora gli agevola e moltiplica i trionfi.
EUFR. Piglia, piglia esempio, Glicera, tu almeno, finchè se’ a tempo, da me! Guai se ti lasci accalappiar da costui!... Ma vo’ recarmi nella sala del convito: e, per la Cipria Afrodìte[32], ch’io non celebri mai più le sacre sue orgie nel dì delle Adonie[33], se costui non lo pago della sua stessa moneta. Vo’ farmi sotto i suoi occhi corteggiare da Eutidemo, e mostrarmi più indifferente e più allegra di lui! (_esce stizzita_)
ASP. (_la segue sorridendo dello sguardo_) Così devota di Nemesi![34] Se sempre la faccia fosse garante del cuore!
Scena III.
ASPASIA, GLICERA, poi ALCIBIADE in disparte.
ASP. (_vedendo Glicera sempre seduta e pensierosa_) Sì mesta e pensierosa la mia Glicera?
GLIC. Penso al discorso di Socrate intorno all’amore.
ASP. E allora, o io m’inganno, o a qualcun altro insieme tu pensi...
GLIC. (_vivamente_) A chi?
ASP. Ad Alcibiade.
GLIC. (_cercando negare_) Che!
ASP. (_le si appressa e le parla con voce affettuosa_) Perchè infingerti meco? Tu fosti pensierosa tutto il tempo del convito: e più d’una volta sorpresi la direzione de’ tuoi sguardi. Glicera, bada! tu sei una fanciulla poetica e sensibile: la classe di fanciulle più pericolosa, e più esposta a pericolare. _Tu ami Alcibiade_, e sei mesta, perchè anche con te egli si finse, nella sua gioviale cortesia, indifferente.
GLIC. (_abbassa gli occhi, confusa, senza rispondere_).
ASP. (_ripigliando con far sorridente_) La lezione di Eufrosine ha giovato molto!... Ecco il destino di noi donne con codesti eterni ingannatori!...
(_Alcibiade in questo punto, rientrando distratto pei viali, alla parola_ ingannatori _volge vivamente il capo, vede Glicera e Aspasia che stan discorrendo, e si arresta_)
ALCIB. (_in ascolto a parte_) (Parla di me?)
ASP. (_seguendo il filo del suo discorso_) Mille esempj lampanti ne ammoniscono: invano: ciascuna che non ha provato ancora, si affretta quanto può a crescere il numero delle ingannate. Ciascuna si lusinga di aver fascini nuovi che non ebbero le altre; o sogna per sè la piccola vanità di riuscir meglio di loro; o chiede fra sè curiosamente che sapor novo avranno le labbra che già ebbero i baci di Taide e di Mirrina, di Bacchide e di Cesira. Così, come le pecore, matrone e cortigiane[35], si corrono dietro. Povere folli! Il caso, e nulla più ha dato ad essi talora le prime vittorie: la curiosità, la vanità o l’ingenuità nostra procaccian loro le altre!... E poi che le illuse si son cavate il capriccio dello esperimento, allora invocano come Eufrosine gli Dei vendicatori, perchè hanno scoperto, un po’ tardi, che i baci di Alcibiade sono affatto simili a quelli di un altro, e che non valeva a quel prezzo la pena di accrescere inutilmente i suoi trofei!
GLIC. (_levando lentamente gli occhi su Aspasia_) Ma tu che così ne parli... li hai provati tu... i baci... di Alcibiade?
ASP. Se avessi voluto! Mi chiese amore — e non l’ebbe. Così m’ami Adrastea[36] come io resto sola, finora, in Atene, vendicatrice del mio sesso contro gli inganni di costui, che è più bugiardo di un Cilicio.[37]
ALCIB. (_sempre in ascolto, in disparte_) Buono a sapersi!
ASP. (_ripigliando_) Da te, mia cara Glicera, se la quiete dell’anima, rugiada alle rose del tuo volto, se la tua bella ed allegra giovinezza ti è cara, da te, Glicera, dipende l’essere tu la seconda.
ALCIB. (_in disparte_) Parla un po’ per tuo conto!
GLIC. (_con accento, fra mesto e serio, di chi prende una risoluzione ingrata_) Lo sarò.
ASP. Ebbene, allora, sta in guardia! perchè la sua tristezza non è così insidiosa come la sua allegria: e nessuno mai seppe meglio nascondere i suoi disegni sotto la maschera della indifferenza. Dimmi, o Glicera, che cos’è, infine, questo Alcibiade, perchè tu debba lasciarti tradire da lui? Egli è prode, non nego: ma son migliaia in Atene prodi al paro di lui; è bello, ma Autòlico e Càrmide, e Fedro e Critòbulo[38] lo sono del pari; è ricco[39], generoso, prodigo, d’illustre famiglia[40]: Callia, Feace e Mègacle[41] pure lo sono. Forse perchè egli è più dissoluto, più vizioso, più vanitoso di loro? O perchè più di loro sa mentire e spergiurare all’orecchio di una fanciulla? Tu meriti ben meglio. O mia Glicera! quanti dolori e disinganni sarebbero a noi donne risparmiati, se imparassimo per tempo a conoscere l’uomo per quel che è: il nemico naturale del nostro sesso: e a trattarlo come tale. In questa guerra, la natura ci ha armate bastantemente all’offesa; come al toro le corna e l’unghie alla pantera, a noi per assalire diede le grazie e la bellezza:
Beltà che brando od asta Non valgono a domar, Che sola a vincer basta Le folgori e gli acciar,[42]
come un giorno cantava il vecchio Anacreonte. Ma pur troppo, nello armarci per lo attacco, la natura non pensò alle trincere per difenderci. La _difesa_, o mia Glicera, è il nostro lato debole: e qui ne abbisogna supplir coll’arte a quello che non diè la natura.
GLIC. (_con fare ingenuo, sospirando_) Mi difenderò.
ALCIB. (_in disparte_) Che cara maestra! Preferisco la scolara!
ASP. (_ripigliando_) I nostri nervi impressionabili, la nostra imaginazione sempre attiva e sempre accesa, _ecco_ i traditori che il più delle volte consegnano al nemico le nostre fortezze. Colpire la fantasia di una fanciulla: è così facile! e di effetto così sicuro! ed è il piano d’attacco di costui. Colpirla, con non importa che cosa: col prestigio del valore, dell’audacia o delle stranezze, col fascino delle vanterie o colla poesia esaltata del sentimento: o col fasto chiassoso, o coi vizî chiassosi: tutto è buono per noi. Vuoi difenderti da Alcibiade? Guarda dalle sue sorprese il tuo cervello fantastico; guardati da’ suoi vanti superbi, dalla sua baldanza artificiosa, dalla menzogna delle sue parole quando parla d’amore. Mentre egli ti parla, abbi presente sempre a te che egli è da meno di quel che si vanta, e che tu sei da più di quel che ti credi. Fuggi, più che la sua tristezza, la sua aria gioviale, di cui scaltro approfitta per dar colore di scherzo alle prime audacie del linguaggio, ed estendere a poco a poco le sue licenze. Che s’egli ti assedia dappresso, ricorri a qualcuna delle tue occupazioni più favorite, e colla distrazione di questa scongiura il fascino delle sue parole! Sopratutto infine, e questo, bada, dei consigli è il più importante... fa di trovarti il meno possibile sola con lui.
ALCIB. (_in disparte, alquanto ironico_) Oh, oh, la lezione comincia a farsi pericolosa!... (_tossisce, fa rumore e s’avanza per i viali cantarellando a mezza voce_)
«Di unguenti rendere[43] «L’urne odorose «Che giova?! e spargervi «Tanto licor! «Tutto va al nulla! «Dammi le rose, «E una fanciulla «Recami, Amor!»
ASP. _e_ GLIC. Lui! (_Alcibiade si avanza ilare verso di loro_)
ASP. (_sottovoce a Glicera_) Te l’avevo detto?! Sta in guardia. Egli ti cerca.
GLIC. (_sottovoce ad Aspasia_) Rientrerò nella sala.
ALCIB. (_complimentoso, insinuante, elegantissimo_) Inclita Aspasia, vezzosa Glicera, sole, ancor qui? Buon per voi ch’è già sera: se no, da questi alberi v’udrebbero le cicale, messaggiere ed interpreti delle Muse:[44] e andrebbero ad Urania, ad Erato e a Tersicore a dar ben cattive informazioni delle loro alunne e del modo ond’elle defraudano de’ loro sorrisi gli sguardi dei poveri mortali.
GLIC. Non temere per questo, Alcibiade. Stavo appunto per rientrare nella sala del convito. (_s’avvia per uscire_)
ALCIB. Oh, Venere te ne dia premio! Ti verrò compagno. (_le offre galante il braccio_)
GLIC. No, no, grazie, Alcibiade. Rimani pure. Rientro sola. (_lo scansa e fugge via_)
Scena IV.
ALCIBIADE e ASPASIA.
ALCIB. (_ritornando verso Aspasia, fra sè_) (Allora, a noi, inclita maestra!)
ASP. Ebbene, Alcibiade, famoso cacciatore, par che s’insegua qualche nuova selvaggina.
ALCIB. (_con fare indifferente ed allegro_) Eh! si passa il tempo!...
ASP. Infatti, qui siam presso il fiume: e, se non erro, è precisamente in questi luoghi che il traditore Borea un giorno rapiva la vergine Oritìa...[45]
ALCIB. (_indifferente, senza guardare Aspasia_)... la quale non se n’ebbe troppo a male...
ASP. Il prestigio dei vezzi di Eufrósine è svanito ben presto; e il catalogo de’ tuoi amori vuol essere più lungo di quello di Esiodo[46]. Tu adocchj Glicera.
ALCIB. Chi sa! E s’anco ciò fosse, non certo vorresti darmi torto od accusarmi di gusto cattivo. Ell’è un fiore sbucciato appena nei giardini di Venere. Quella età ha fascini strani! e poi, è tanto innocente!... Non ha le tue arti, nè le tue astuzie, o bella Aspasia... (_sorridente_)
ASP. Per sua sventura...
ALCIB. (_vivamente_) Per sua fortuna! vuoi dire. Poi ch’elle non servono che a sfrondarci la poesia della vita, a inaridir la fonte delle nostre gioie più pure, ad istrapparci ai nostri sogni più cari... Povere fanciulle! per evitare il pericolo _incerto_ di un disinganno, elle affronteran dunque la _certezza_ della noia e del vuoto; per non correre rischio di essere ingannate, ignoreran dunque per sempre che cosa sia la voluttà di _credere_; di credere ad una parola entusiasta, ad un amor febbrile, ad una passione ardente, al sogno di un minuto che vale mille anni di realtà!... Ma non varrebbe la pena di vivere!...
ASP. (_con accento lento, sardonico_) Infatti... di questi sogni... a loro spese... tu _vivi_...
ALCIB. (_con forza_) Ed _elle_ vivono! E che! rinunzierei a cogliere questi fiori leggiadri per ispendere la vita, ch’è sì breve, in imprese di Ercole, nello assedio di cuori adamantini, esperti in ogni astuzia, agguerriti contro ogni attacco, parati ad ogni resistenza!? Fossi pazzo!
ASP. Eppure dicono sian queste, vincendo, le vittorie più dolci e più gradite...
ALCIB. (_con indifferenza_) Sarà!...
ASP. Come a dire?
ALCIB. Io non mi ci son mai provato... e non ho voglia di provarmici...
ASP. (_sorridendo ironica_) Ed è Alcibiade, il conquistatore di donne che parla?
ALCIB. Conquistatore o no, lui in persona. Queste battaglie non mi vanno. Non ci trovo gusto. Esigono una posta troppo alta per me. Combattere, durar fatiche e sacrificii, colla certezza di vincere, vada: ma quando di vincere _non son sicuro_, rinuncio alla battaglia e cedo il campo. (_Alcibiade mantiene sempre il suo accento di artificiosa indifferenza_)
ASP. (_ironica_) È più prudente.
ALCIB. Certo. Una prima sconfitta, guai! potrebbe trarmene dietro delle altre. Le donne queste cose non le tacciono... Più di un cuore conosco (_getta occhiate espressive sopra Aspasia_), il cui possesso saria stato il mio sogno, e al quale rinunziai senza colpo ferire, solo per non urtarmi contro la sua scaltrezza. Imposi ai miei sensi di star quieti, di non sentir nulla, come a quei soldati che la disciplina obbliga oziosi sotto la tenda, mentre la tromba tirrena dà il segnale della pugna.[47] E i sensi obbedirono: benchè di un altro genere, erano sempre vittorie che riportavo su me: m’abituai a riportarle. Perciò, ora, son altri cuori che inseguo: e da buon capitano, non sciupo i miei soldati: non pongo assedio nè ai cuori scaltri, nè alle fortezze inespugnabili.
ASP. Eh, non è poi detto che tutti lo siano...
ALCIB. Quasi tutti (_fingendo premura_). Oh, addio, bella Aspasia. Lasciami inseguir Glicera.
ASP. Non sei cortese, Alcibiade. Che premura! La farfalla già non fugge: il passero ha il volo più lungo...
ALCIB. Ma il passero a sua volta non deve incantarsi per aria, perchè il falco potrebbe fargli qualche scherzo.
ASP. (_ridendo_) Oh! oh! sarei io il falco? Paventeresti di me?...
ALCIB. Di te, bella Aspasia? Oh, tutt’altro. Con te mi sento pienamente sicuro.
ASP. (_a parte, con dispetto_) (Impertinente!)
ALCIB. Con te, che sei una di quelle Amazzoni agguerrite di cui parlavo dianzi, so che non vi è nulla a fare...
ASP. (_dissimulando con soddisfazione ostentata il malumore_) Ah!... manco male che lo sai...
ALCIB. Quindi il mio spirito come il mio cuore si trovano in perfetta calma: e ringrazio i Numi che a me ti han fatto conoscere soltanto nella estate de’ tuoi dì...
ASP. Perchè?
ALCIB. Perchè se la tua state è così bella e rigogliosa, penso che la primavera m’avrebbe messo ad una prova troppo dura.
ASP. (_con civetteria_) Tu vuoi dire che anche la estate mia non sia del tutto scevra di pericoli?
ALCIB. Che non lo sia, tu n’hai la prova in tutti quelli che ti fan corona. Poichè _tutti_ tu hai incatenato al tuo carro... tutti...[48] (_Alcibiade fa una breve pausa, Aspasia a quelle parole leva gli occhi vivamente e con compiacenza su Alcibiade, il quale, senza mostrare d’accorgersene, termina la frase sospesa_) tranne me.
ASP. (_a parte, con gesto di dispetto_) (Vanitoso!)
ALCIB. (_complimentoso, galante_) Tutto ciò che Atene ha di più eletto, vecchi e giovani, ti fan corona. Socrate discute con te di filosofia, Aristofane ti legge le sue commedie, Euripide le sue tragedie. Ippia ti sottopone i suoi discorsi e il leggiadro Agatone ti dedica le sue odi. Alcamene ti consulta sulle sue statue[49] e Polignòto intorno a’ suoi quadri. Colla bellezza hai soggiogato i cuori; collo spirito esteso il tuo regno assai più in là che alla bellezza non è dato. Oh! le grazie della tua mente! nessuna Venere le pareggia. Invano la bellissima Circe percote della verga magica Ulisse, munito del farmaco del Dio; Ulisse rimane illeso, Circe per lui non è più una maga, ell’è una donna come un’altra! Ma quando le sirene lo invitano alle voluttà dello spirito e gli dicono di sapere tutto quello che fu e che sarà, è allora che Ulisse non è più padrone di sè, e bisogna che i compagni lo leghino più stretto all’albero della nave, perchè non si getti nell’onde, dietro al canto di quelle ammaliatrici...[50]
ASP. Ben trovato il confronto! E allora, io, per Alcibiade, non sono Circe... e non sono neppure una Sirena.
ALCIB. (_sorridente_) Perchè Alcibiade non è Ulisse... Addio, inclita Aspasia. (_fa di nuovo per avviarsi_)
ASP. Che fretta!... Eppure, se mal non rammento, fu un tempo che Alcibiade si _dilettava_ al canto della Sirena... (_accentando le parole_) Rammento di una certa lettera...
ALCIB. (_vivamente, con sorpresa d’uomo indifferente_) Oh, ancora la serbi?! Che mi ricordi mai!... Ah, sì, infatti! Io scherzavo allora... Sapevo benissimo che tutto era inutile...
ASP. Ah!? fu uno scherzo?
ALCIB. Sì (_coll’accento premuroso di chi si scusa_), ma come vedesti, innocente...
ASP. (_con dispetto_) Alcibiade tratta molto leggermente gli scherzi fatti ad Aspasia! Per cui, se la povera Aspasia invece di andar guardinga, avesse creduto alle parole dette, per _ischerzo_, da Alcibiade...
ALCIB. (_interrompendola vivamente_) Alcibiade sarebbe stato così felice da morirne... (_Aspasia si volge sorridente ad Alcibiade, che subito ripiglia terminando la frase sospesa_) e per questo gli Dei non lo permisero!... Oh, ma tu me lo perdoni, n’è vero? Tu devi dimenticare...
ASP. (_con malumore_) Ebbene, Aspasia _non dimentica... gli scherzi..._
ALCIB. Perdonali dunque! E se non vuoi perdonare lo scherzo, allora...
ASP. Allora?
ALCIB. Metti che fu sul serio, e non farmene una colpa! (_moto di compiacenza di Aspasia, subito represso dalle parole successive di Alcibiade_) poichè ora vedi che son savio e ravveduto.
ASP. (_fra sè_) Fin troppo...
ALCIB. (_incalzante_) Non farmi una colpa, se i tuoi vezzi furono per un minuto, per un minuto solo, più forti del mio proposito. Non per nulla le Grazie ti guardarono con occhio sì benigno,[51] e non per nulla fosti chiamata novella Onfale, e Giunone e Dejanira.[52] Veder così sovente il tuo viso, udir così sovente la tua voce... era poi così strano ch’io perdessi la testa... un istante? Quanti la avrebbero perduta per sempre! Via, perdonami dunque, dimentica... dammi il bacio fraterno dell’oblio e del perdono...
ASP. Un bacio?! (_ridendo_) Ah! ah! furbo, Alcibiade!
ALCIB. E che vi è di male o di strano? Un bacio fraterno che suggelli la pace?... Una Aspasia vi scorgerebbe un pericolo?...
ASP. Oh, al contrario... ma appunto...
ALCIB. Ma appunto, dopo le tue parole di poc’anzi, tu non devi negarmelo, se pur non mi serbi rancore. Ed io voglio pace con te. Tu non puoi negarmelo un bacio, che quanto più sarà cordiale, tanto meglio proverà che non fai caso di quella mia improntitudine di allora; tu sai benissimo che ciò che può offrir pericolo per tutt’altra, non ne offre alcuno per te... _perocchè tu sei Aspasia..._
ASP. Eh, via, adulatore! taci! poichè lo vuoi, ed io non sono cattiva... sia fatta dunque la pace.
ALCIB. Oh, grazie!... (_Alcibiade con moto di gioia l’abbraccia e scambia con lei un bacio lungo e appassionato; indi si scioglie mesto dall’abbraccio, come sovrappreso da un pensiero_) Ah! che peccato, Aspasia, che il destino ci abbia serbati a non essere altro che amici!
ASP. (_fissandolo con sorpresa_) Perchè?
ALCIB. Perchè, altrimenti, chi sa che cosa sarebbe stato di noi! Figurati, Aspasia, noi, come vedi, non ci amiamo: Nemea, invece, dice di amarmi ardentemente, appassionatamente: e forse lo crede. Ebbene, se è vero che il bacio è l’alito dell’anima, l’anima di Nemea non sa amare: perchè di tutti i suoi baci insieme, nessuno mai fu neppure della metà ardente e appassionato quanto questo tuo... (_gesto vivissimo di Aspasia_) che è poi un semplice bacio fraterno. (_Alcibiade fingendo non accorgersi del moto di risentimento di Aspasia, ripiglia con forza_) _Tu sì_, hai del fuoco!... Addio, addio, Aspasia!... Ah che peccato!... che peccato! (_esce lasciando Aspasia non ancora rinvenuta dal dispetto e dalla collera_)
Scena V.
ASPASIA sola.
ASP. L’impudente!... E a che mi irrito?... È Adrastea che mi castiga[53]!... Ed io facevo la lezione a Glicera!... Servirà a me per un’altra volta...! (_esce_)
Scena VI.
TESSALO _e_ CLEONIMO.
(_Entran discorrendo, a voce bassa e concitata, fra di loro_)
TESS. E così dunque... domani Alcibiade parlerà all’Assemblea... e se non vi ci mettiam di proposito, vedrai che questo odioso giovinastro la spunterà...
CLEON. Per Ercole, se la spunterà! Gli animi dei giovani[54] sono tutti per lui. Con quanti di loro ho tastato il terreno, eran tutti disposti a dare il voto per la spedizione di Sicilia, e per la nomina di Alcibiade a capitano, insieme a Lamaco e a Nicia...
TESS. (_passeggiando concitato_) Capitano costui! Per i Numi! Preferirei veder Atene sommersa da un altro diluvio...[55] Ma non tutti i giovani sono Atene... Parlasti con alcuni dei più attempati?
CLEON. Sì... e qui forse il terreno è migliore per noi.
TESS. Bisogna dunque lavorarlo: e non perder tempo. Di molti io so che detestano Alcibiade e la sua insolenza, e che soltanto per paura esitano a dichiararglisi contro[56]. Questi smetteran le esitanze, per poco che l’esempio di altri li incoraggi. I presagi infausti potranno molto giovarci... Per questo importerebbe mandar fra il popolo qualcuno...
CLEON. Oh, guarda là Cimoto! costui potrebbe fare al caso nostro...
TESS. Ma non è amico d’Alcibiade costui?
CLEON. È parassita, e s’adatta a tutti, come il coturno...[57]
TESS. Chiamalo...
CLEON. (_avanzandosi verso il fondo dei viali_) Cimoto! Cimoto!
Scena VII.
Detti e CIMOTO, indi ANTIOCO.
CIM. Che c’è?
CLEON. (_a Tessalo presentandolo_) Quest’è l’uomo.
TESS. (_a Cimoto_) Mi conosci?
CIM. Per Minerva! Sei Tessalo, figliuol di Cimone Lacìade.[58]
TESS. E tu sei parassita e retore. Come la ti va?
CIM. Eh! si vive.
TESS. Non basta. Bisogna viver bene. Mi han detto che hai la parola pronta...
CIM. Come il ventre... al tuo servigio...
TESS. Domani c’è l’assemblea popolare allo Pnice...[59]
CIM. Lo so.
(_A questo punto Antioco traversa lo sfondo della scena fra le piante. Udendo nominar Alcibiade si arresta, e sta a sentire il colloquio; poi si allontana_)
TESS. Alcibiade avrà molti suffragi...
CIM. Sicuro.
TESS. E ti par che ciò sia bene?
CIM. Eh? (È un suo amico...) Benissimo...
TESS. (_gettandogli una borsa_) Ed io ti dico che ciò è male...
CIM. (_con premura, afferrando la borsa_) Malissimo... volevo dire... Infatti (_fra sè_) voleva farmi saltare con una gamba sola...
TESS. E degli augurî e presagi della spedizione che si dice?
CIM. Finora buoni...
TESS. Cattivi!... (_con forza_)
CIM. (_più forte ancora_) Perfidi!
TESS. Bisogna dunque dirlo al popolo...
CIM. (_con aria d’intelligenza_) Lo diremo.[60]
TESS. T’aspetto domattina a casa mia. (_fa cenno a Cleonimo di andar seco ed escono insieme entrambi discorrendo a bassa voce_)
Scena VIII.
CIMOTO solo.
CIM. To, to! che scopro mai! Dei complotti contro Alcibiade, in casa sua! E Alcibiade invita questa gente a banchetto! Per Mercurio portator di guadagni![61] Questo si chiama impiegar bene il denaro... (_pesa sulle mani la borsa avuta_) e questo, se vogliamo... si chiama acquistarlo male. Vada per tutti gli scherzi che costui mi ha fatto! Un giorno per tortelli di latte darmi a rodere ciottoli intrisi nel miele... un altro, farmi bere, per vino, brodetto di senape...[62] (_sternuta_) Oh ventre, quanti ludibrj ci obblighi a soffrire! Guardalo là il burlone... che arriva. Andiamo, andiamo... (_va via riponendo la borsa mentre stava per contarne il contenuto_), non è onesto contar questi denari in casa sua. (_esce_)
Scena IX.
ALCIBIADE e GLICERA.
GLIC. (_entra discorrendo con Alcibiade_) Son meste le tue parole come canto di alcione.[63] Non eri sì mesto poc’anzi, quando m’incontrasti qui con Aspasia...
ALCIB. (_con aria mestissima, sospirosa_) È necessario portar sempre la maschera della gioia sul volto per non dispiacere alla bella e poetica Glicera?[64]
GLIC. Oh, non dissi questo: ma...
ALCIB. (_mesto sospirando_) Non è sempre il cuore di chi ride di più, quello che soffre di meno...
GLIC. (_fra sè a parte_) (Infatti, mi par molto mesto. Avrà qualche affanno segreto. Se Aspasia ha detto il vero, in questo momento non dovrebbe essere pericoloso. Posso parlargli.) (_si appressa ad Alcibiade con aria affettuosa_) Ma tu che rimproveravi agli altri di abbandonare l’allegria del convito...
ALCIB. Io erravo solo, cercando un istante di sollievo e di tregua alla triste necessità del fingere, fra i silenzi di queste piante, ove tu certo venisti a confidare agli astri le gioie serene e tranquille della tua anima. Ebbi torto di sturbarti e rattristarti colla mia compagnia. Perdona... mi ritirerò, se lo brami...
GLIC. Oh, no, resta pure. (_fra sè_) (Com’è mansueto! E Aspasia mi diceva di guardarmi dalla sua baldanza!) E qual cosa mai può contristare Alcibiade? Non sei tu l’uomo cui tutto sorride? Non vai ricco di successi e di onori fra tutti i giovani della tua età?
ALCIB. Che sono i sorrisi della vita, quando il vuoto è nel cuore? E di che successi, di che onori mi parli? Le mie corone di Olimpia?[65] Ma Gerone e Terone e Agésia di Siracusa e Psàumida di Camarina[66] ne riportarono di uguali e di più belle. Le lodi di Euripide?[67] Ma essi ebbero Pindaro. Le milizie guidate alla battaglia di Mantinea?[68] Ma sono gli Spartani che l’han vinta. La fronda di quercia di Potidea? Ma fu Socrate che la conquistava e fu la sua modestia che me la regalò...[69]
GLIC. Oh! io udii da Socrate stesso che tu la meritasti...
ALCIB. E Socrate non ti disse il vero. Fu egli, il prode e generoso vecchio, che a Potidea mi salvò la vita e le armi: e sua di diritto era la corona che dinanzi ai giudici volle rinunziare a favor mio...
GLIC. (_fra sè_) (Non è così superbo come voleva farmi credere Aspasia!)
ALCIB. Dove, dove sono dunque, o Glicera, i miei allori? Forse il rumore ed il fasto delle stranezze e delle orgie con cui cerco ingannar me medesimo, e la noja cupa e il disgusto della vita ingloriosa? Ah, quando l’anima sitibonda va in cerca di affetti e amore non la ravviva delle sue rugiade, essa non ha ali per la gloria! Ed è ciò che mi tormenta!...
GLIC. Ma tu scherzi, Alcibiade! Tu sei anzi famoso per la facilità con cui li muti gli affetti; da che tua moglie morì, ti chiamano... (_abbassando gli occhi, con reticenza ingenua_) il marito... di tutte le donne![70] Di amori le donne di Atene non ti lasciarono soffrir penuria.
ALCIB. Di _amori_ sì, non di _amore_. Nessuna seppe intendermi, nessuna seppe amarmi com’io volea. Io aveva... io ho... qui e qui... (_si tocca la fronte e il cuore_) un certo ideale a cui nessuna corrispondeva. Per questo fui costretto a vagare d’una in altra ramingo, cercando sempre inutilmente la donna de’ miei sogni... (_con accento mesto_) Triste, affannosa ricerca, seguita _finora_ da più tristi disinganni...
GLIC. (_fra sè_) (Dopo tutto, potrebbe esser vero. Aspasia è sagace, ma non deve averlo capito bene costui) A sentirti, Alcibiade, si direbbe che delle infedeltà tue le donne abbiano per giunta a rendere stretto conto a te e non tu a loro...
ALCIB. Così è.
GLIC. Ma io sarei ben curiosa di conoscere questo tuo famoso ideale; e di sapere _come_ la vorresti, _come_ dovrebbe essere la donna che ti avesse finalmente a contentare...
ALCIB. (_vivamente_) Come la vorrei?! Oh, anzitutto, si sa, la vorrei bella: morbide e folte e bionde le chiome, adombranti[71] la fronte candidissima (_mentre parla, fissa gli occhi amorosamente sopra Glicera_); brune le pupille come Minerva, umidette e languide come Citerea[72]; porporine le labbra, che invoglino ai baci; snella la persona, e sparso il volto non di bellezza severa, ma di dolcezza ingenua; non di maestà, ma di candore; la vorrei bella, insomma, come Venere... o... come Glicera...
GLIC. Adulatore!...
ALCIB. (_con inflessione di voce piana e dolcissima_) E vorrei che il suo volto fosse lo specchio della sua anima; e che la sua anima vibrasse, per segreto ineffabile accordo, a ogni più piccola oscillazione della mia; che non cercasse al mio affetto, come tutte le altre ch’io conobbi, la soddisfazione di una piccola vanità femminile o di un semplice piacere dei sensi; ma l’estasi divina di due anime confuse in una sola; che sapesse insiem colla mia vagar per gli spazii, e interrogare le mille voci della natura che parlan d’amore; intendere con me la poesia di questi silenzi, di queste notti serene, di questo cielo stellato, di questi profumi dei fiori che l’aure ci portano dalle sponde del ridente Cefiso; e nel tacito volo, venirci spogliando via via di ogni scoria della terra, di tutto ciò che non è nobile e non è puro; divinare le vie della gloria e slanciarvisi; e salire, e salire — verso tutto ciò che è bello, che è grande, verso le regioni calme e luminose di cui Socrate or dianzi parlava, e celebrarvi insieme abbracciati, fra voluttà che non han nome, i santi misteri degli dei! (_mentre parla s’è avvicinato a poco a poco a Glicera e l’ha circondata di un braccio_).
GLIC. (_è venuta ascoltando avidamente Alcibiade, con trasporto di ammirazione crescente, quasi affascinata da lui_) Ah!... (_dopo questa esclamazione di desiderio, di trasporto e di amore, Glicera rimane lì interdetta, e, quasi pentita d’essersi lasciata involontariamente dominare dal suo fascino, si stacca vivamente da lui_.)
ALCIB. (_vivamente, con voce affettuosa, ma come fingendo di non accorgersi dell’impressione delle proprie parole su di lei_) Che hai, Glicera?
GLIC. Nulla!... (_fra sè, staccandosi da Alcibiade_) (Ha ragione Aspasia... È un ammaliatore costui. Non bisogna ascoltarle le sue parole. Pensiamo ad altro...) (_si leva dalla cintura_[73] _un rotolo di papiro,_[74] _lo apre e lo scorre_)
ALCIB. Che pensi, Glicera? Che leggi?
GLIC. Perdona... Son pochi versi non finiti, che stavo componendo quando m’incontrasti. Le tue parole, per richiamo di idee, mi han ricondotta la mente a continuarli... se permetti...
ALCIB. Oh! che Apollo Liceo[75] e che le Muse mi guardino dallo interrompere i carmi di una Saffo così leggiadra. È egli lecito udirli... almeno?
GLIC. E perchè no? Se vuoi aiutarmi a finirli... (_fra sè_) (È men pericoloso che starlo a sentire).
ALCIB. Oh, io non son poeta... Ma leggi... leggi...
GLIC. (_leggendo_)
«Non credere al fiore, se ostenta all’aurora «Più dolce il profumo, più vago il color: «Son larve fugaci del regno di Flora... «Doman più non hanno nè tinte, nè odor. «Non credere all’albero da l’ombre gioconde, «Nè all’erba, che molle t’invita a giacer: «Mortifero è il sonno che piovon le fronde, «E ascosa è la serpe tra i verdi sentier. «Non credere al cigno, se il cantico l’ange, — «Son canti di morte che all’aura darà: «Non credere al drago se lagnasi e piange... «Chi accorre al suo pianto, ritorno non fa.»
(_Glicera si arresta, avendo finito la lettura, e guarda Alcibiade che le si è di nuovo appressato, e vien leggendo seco, di sopra la spalla di lei_) Va avanti tu...
ALCIB. (_chino dolcemente su la spalla di Glicera, l’occhio fisso sul papiro, come se leggesse, seguita improvvisando_)
«Non creder d’astuta Sirena agli inganni, «Nè a donna che troppo ti voglia insegnar, «Se, inquieta pei vezzi che sfrondano gli anni, «Le gioie che invidia — ti insegna a spregiar. «Ma credi alla voce dell’alma segreta «Che a scerner ti insegni fra i cantici e i fior; «Al core che amando diventa poeta, «Al _forte_ che _prega_ — chiedendoti amor.
(_alle ultime parole, Alcibiade, che aveva già circondato di un braccio — sul principio dell’improvvisazione — il fianco di Glicera, si trova alle sue ginocchia. Glicera affascinata dalle parole sue, gli ha già abbandonata una mano, e si china verso di lui per baciarlo, quando un ultimo senso di vergogna, nel trovarsi vinta contro sua voglia, di subito la arresta_.)
GLIC. Ah! (_toglie vivamente la sua mano da quella di Alcibiade; si copre delle mani il volto, e fugge precipitosa_.)
Scena X.
ALCIBIADE solo, poi ANTIOCO.
ALCIB. (_seguendo ilare dello sguardo Glicera che fugge_) Il nemico fugge — dunque è vinto. Diamogli il tempo di arrendersi. (_entra affrettato Antioco_) Oh, Antioco! dove t’eri cacciato? Da un’ora non ti trovavo più.
ANT. Ero qui poc’anzi...
ALCIB. Anche tu? Solo?
ANT. No. Con Tessalo, e Cleonimo e Cimoto.
ALCIB. A discorrer con loro?
ANT. A sentire di nascosto i loro discorsi.
ALCIB. (_sorridendo_) Bel mestiere!...
ANT. (_serio_) Ve n’è uno peggiore...
ALCIB. Quale?...
ANT. Approfittare dell’ospitalità per ordir trame ai danni dell’ospite, alle sue spalle, in casa sua...
ALCIB. (_indifferentissimo_) Ah, lo sai anche tu che Tessalo e Cleonimo mi voglion male?
ANT. E te la pigli con tanta indifferenza? E li tieni amici costoro — e li inviti?
ALCIB. Certo. Per tenerli d’occhio e sorvegliarli più davvicino. E che cosa hai sentito, demone coricéo?[76]
ANT. Han corrotto Cimoto, che ti aizzi contro la superstizione del popolo, spiegandogli infausti i presagi...
ALCIB. (_sorridendo_) Tu vedi che se io non li invitavo, non avresti potuto sentir nulla. Grazie dell’avviso. Mi regolerò. Va, va, nelle sale — che l’orgia vi è nel punto migliore. Or ti raggiungo.
ANT. Sta in guardia!
ALCIB. Va, va. Un momento. (_Antioco avviato ad uscire si sofferma_) Perchè ti sei messo quei calzari?
ANT. E lo domandi? Perchè è la moda introdotta da te. Li ho fatti far come i tuoi...[77]
ALCIB. (_con impeto_) Scimia!... Ma io sono Alcibiade! — Va, va... e levali! (_Antioco esce_)
Scena XI.
ALCIBIADE solo, poi SOCRATE.
ALCIB. Così faccian gli Dei che io non abbia mai avversari più pericolosi! Ah, Tessalo, tu sei furbo! ma il Cretese questa volta è incappato in un di Egìna...[78] Ci vuol altro che questa gente per attraversarmi la via!... (_si leva dal seno e spiega un rotolo che si suppone la carta geografica della Sicilia — e la osserva; in questo frattempo Socrate è rientrato, e, alquanto in disparte, fermo, le braccia conserte, con aria tra il grave e l’affettuoso, sta osservando Alcibiade_) Ecco la Sicilia! il sogno delle mie notti, il mio sogno di gloria! Oh, Atene vedrà se Alcibiade è buono soltanto a corteggiar femmine e a far correre cavalli ad Olimpia![79] E conquistata la Sicilia e aggiunte alle nostre le forze di un’isola sì vasta, ne avrò più del bisogno per abbattere Cartagine; e caduta questa, tutto il suo imperio è nostro dalla Libia all’Iberia: e nostra è l’Italia![80] Che diventa allora la conquista di Grecia? E la guerra contro il gran re?[81] Atene padrona del mondo per opera di Alcibiade — oh, per Adrastea! è qualcosa di più degli allori di Pericle e di Temistocle!... (_a questo punto volgendosi, si accorge di Socrate, che lo guarda fisso, le braccia conserte_) Socrate! (_con malumore_) tu ancora qui! che vuoi?
SOCR. (_immobile, calmo, senza scomporsi_) Nulla. Ti guardo.
ALCIB. Se vieni a ripetermi, come al solito, i tuoi rimproveri e ammonimenti, non vieni in buon punto.
SOCR. (_calmissimo_) Ti rimprovero io forse, ora?
ALCIB. Ma tu fai peggio che rimproverarmi. Quando io più m’innalzo coi desideri oltre le nubi, tu mi trascini sulla terra. Quando parli, non ti so resistere: e allorchè più sono contento di me, sei capace di farmi arrossire e sdegnar contro me stesso.[82] Perciò, mio malgrado, ti fuggo; ti fuggo come le Sirene.[83] Non voglio più sentirti. Non voglio sentirti. (_fa per allontanarsi_)
SOCR. (_sempre calmo_) Neanco se io ti favelli della gloria?[84]
ALCIB. (_vivamente soffermandosi_) Oh, di quella sì!... ma non d’altro...
SOCR. Infatti, se ti dicessero: Alcibiade, che preferisci tu: morir subito, o, contento degli onori che hai, rinunciar per sempre ad acquistarne di maggiori, — io credo che preferiresti morire[85].
ALCIB. (_vivissimo_) Certamente!...
SOCR. E tu vivi, perchè speri divenire maggior di Pericle e di quanti illustri ebbe mai la Repubblica: ma se un Nume ti dicesse che otterrai tutto questo, e che sarai padrone di tutta l’Europa; ma che non passerai in Asia,[86] e _là_ non avrai nome...
ALCIB. Oh, io non vorrei vivere per così poco!... (_con forza_)
SOCR. E per questo vuoi andare in Sicilia[87] in soccorso a quei di Egesta...
ALCIB. Certo. Son nostri alleati. È un debito di onore.[88]
SOCR. Bene! per gli Dei! Soccorrere gli amici ed alleati, è un bel principio per la gloria. E il disinteresse è virtù cara ai Numi. Andare, vincere, ritornare — e dire ai cittadini: Abbiam lasciato laggiù 200 talenti[89] e 1000 morti: ma abbiam vinto e soccorso gli amici. Ciò è grande![90]
ALCIB. Oh, ma adagio! Quei di Egesta ci faran le spese della guerra. E poi, non andiamo già per ritornare...
SOCR. (_con fare ingenuo, fingendo sorpresa_) Che? vuoi restarci?
ALCIB. Sicuro!... e conquistar la Sicilia!
SOCR. Allora, non parliamo di servigio di amicizia. Perchè questa parola gli Dei non vogliono che si profani. Ma anche illustrare ed aumentare lo Stato colle conquiste è una gloria non meno grande. Tu avrai già pensato che ci vorrà un’armata ben grossa, perchè la Sicilia è grande, e le sue città sono molte e potenti...
ALCIB. Certo. Più forte è il nemico, maggiore la gloria. È una guerra più grossa di quella del Peloponneso...
SOCR. (_facendo sempre l’ingenuo_) Oh, che buona notizia mi conti! Stiam già facendo la pace con Isparta?
ALCIB. Non ancora. (_con baldanza_) Ma la faremo là, in Siracusa.
SOCR. Ah!... ma non ti pare — scusa sai, di queste cose io non m’intendo — non ti par egli imprudente affrontare un nemico più grosso e lontano, se ancora non abbiam potuto vincere questo che abbiam qui alle porte?[91]
ALCIB. Ma da un pezzo lo avremmo vinto, se i capitani avessero saputo condur bene la guerra. Se ci fossi stato io!
SOCR. Perciò parmi peccato che tu ti allontani. In ogni modo, meglio così, se no, senza di te, anche in Sicilia, le cose andrebbero come nel Peloponneso...
ALCIB. Senza dubbio...
SOCR. E pregherò quindi, per la salvezza dell’esercito e di Atene, gli Dei scacciamali, che tengan quieti gli Spartani fino al tuo ritorno, e là in Sicilia proteggano i tuoi dì...
ALCIB. (_distratto_) Grazie.
SOCR. (_con fare indifferente_) Anzi, siccome degli Dei bisogna fidarsi sino a certo punto, sarà bene tu ti tenga a qualche distanza dal campo di battaglia...
ALCIB. (_con impeto_) Che! ad esser vile mi consigli? Non è Socrate che parla.
SOCR. Perdona... ma poichè senza di te tutto laggiù andrebbe a fascio!... E tu convieni che se, dopo conquistata l’isola, non potessimo conservarla, e vi perdessimo tutte le nostre schiere, questo sarebbe per Atene peggior danno dell’esservi andati...
ALCIB. Oh questo sì... ma...
SOCR. E che Atene allora maledirebbe il primo che ebbe l’idea dell’impresa...
ALCIB. Socrate!
SOCR. (_senza dargli tempo a parlare, uscendo dalla pacatezza serbata fin qui e prorompendo con vivacità ed impeto repentini_) Oh, Alcibiade, prega dunque gli Dei che ti facciano immortale! Se no, che gloria ti par questa che giuoca la tua vita contro le sventure della tua città?! E ti parrà gloria, se, teco assente il fiore dei nostri, lo Spartano che spia le occasioni prendesse d’assalto le nostre mura? E ti sarà glorioso, essere laggiù, vincendo, capitano di una città serva?
ALCIB. (_fatto pensieroso, impressionato dalla parole di Socrate, si riscuote_) Ma qui che faccio? E se questa occasione mi fugge, quando la gloria mi sorriderà?
SOCR. (_con forza_) Non hai altri nemici a vincere, quando Sparta non fosse? Guardati intorno per Atene e per la Grecia, se nulla qui siavi da fare, prima di guardar più lontano! Guarda la repubblica cadente, da che le virtù della repubblica se ne andarono! Guarda le discordie dei cittadini, le leggi conculcate, da che Pericle governò: l’ingordigia de’ salarj[92], i rotti e molli costumi che generano l’ignavia nelle tende e sulle navi: le industrie rovinate dalle ciance del foro e della Elièa[93], dai mercenarj[94] e dalle feste[95]: le campagne desolate dall’asta spartana. Tu che agogni essere eroe, comincia ad essere cittadino! Tu che vuoi vincere il mondo, comincia a vincere te stesso![96] (_Alcibiade ha gli occhi a terra, fatto mesto, vergognoso e cogitabondo delle parole di Socrate. Col dorso della mano asciuga una lagrima involontaria. In questo punto un servo entra_)
SERVO. Alcibiade! questa lettera per te.
ALCIB. (_prende macchinalmente, senza dir parola, il papiro che il servo gli presenta, lo svolge e scorre: scosso improvviso dal suo abbattimento e dalla sua mestizia, dà in esclamazione di gioia_) Ah!... Glicera!... (_legge concitato_)
«Sì, credo alla voce dell’alma segreta, «Che a scerner mi insegni tra i cantici e i fior; «Al core che amando diventa poeta, «Al forte che prega — chiedendomi amor!»
(_smettendo di leggere, con esclamazione vivissima_) Oh, ma ora io non prego più! (_si rivolge, tornato allegro, a Socrate_) E ci vorrà del tempo, o Socrate, per riportar questa vittoria che tu dici?
SOCR. Certo...
ALCIB. In attesa, io ne conosco una, che ne esige assai meno!... O Socrate!... (_con voce vibrata, mostrandogli lo scritto_) Glicera mi chiama!... (_fa una pausa, indi sorridente soggiunge a voce piana, e con accento significantissimo_) Una vittoria alla volta!...
SOCR. (_fa un passo come per trattenere Alcibiade che gli fugge via; lo segue dello sguardo, e quand’egli è uscito, incrocia le braccia e scrolla mestamente il capo_) Povera Grecia!...
Cala La Tela.
Quadro Secondo
Atene.
Luogo elevato e sassoso in vicinanza dello Pnice (πνύξ, luogo delle assemblee popolari).
Scena Prima
DIOCARE, CARINADE, altri quattro o cinque popolani sdraiati, indi AMINIA.
DIOC. Che furia! (_a Carinade, che arriva correndo, ansante_) Un uomo di Faléra correr tanto![97] Sembri un di quei che corrono nella festa delle lampade![98] Il gnomòne ancora segna l’ombra di quindici piedi...[99]
CARIN. Davvero? Neanche la terza?! E a me parea di aver dormito le tre notti di Ercole![100] Meglio così! Già due volte, per pochi minuti di ritardo, fui segnato dalla corda rossa,[101] e il Tesmotéta[102] non mi volle dar i tre oboli[103] della paga.
DIOC. (_sorridendo_) Ti premono molto i tre oboli![104]
CARIN. Eh, perchè tu a vender pecore te la fai bene, e te la intendi co’ sacerdoti. Ma noi, per Cerere! se non ci fossero questi, e i tre oboli della paga di eliasta,[105] sul mestier solo del falegname ti so dir io che in giornata non ci si vive! E ancora, ancora, con quelli si tira là innanzi a stento... le nottole del Laurio in casa mia hanno una paura maledetta a farci il nido.[106] Oh Giove! quando mai verrà la rondinella!...[107] Ma non sono io solo che corre... Guarda Aminia suniese[108] il calzolajo,[109] che viene sbuffando... (_entra Aminia_) Buon dì, Aminia. Che abbiam di nuovo?[110] Come va?
AMIN. Di male in peggio, alla guisa di Mandràbulo.[111] Scarpe non se ne vendono, e cause non se ne giudicano. Da tre dì, vado al mio dicastero, e lo trovo chiuso: e la mia donna, ogni mattina, si dispera, perchè le torno a casa senza i tre oboli in bocca.[112] Per tutti e dodici gli Dei![113] Se domani o dopo l’arconte non tien giudizio, non so come potrò comperarmi da cena...[114] Dovrò ricorrere a quella di Ecate,[115] e ber del vino delle _nove cannelle_...[116]
DIOC. (_ridendo_) Un vino molto leggiero! Buon per me, invece, nel tribunale mio si lavora senza perdere un dì: e il bossolo dei voti non istà un momento in ozio. Ieri n’avremo condannati una ventina...[117]
CARIN. Il guaio è che anco i tre oboli son pochi; una metà basta appena alla farina, alla legna, al companatico;[118] e tra la tassa del quarantesimo, e l’uno per cento, e le straordinarie,[119] e l’altre imposte, e gli interessi della luna nuova,[120] l’altra metà se la por
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